Sul ponte Secco. Una strada per la Georgia

 

[È uscito per Exorma Una strada per la Georgia di Elisa Baglioni, un reportage che ha tutto il sapore dei migliori racconti di viaggio, l’autenticità di uno sguardo che si concentra su un’alterità studiata e conosciuta, senza però mai esibire preconcetti: il viaggio, l’incontro sono forme di relazione, di conoscenza di sé, di messa in discussione. Tutto molto semplice, in teoria, ma difficilissimo da restituire così bene come fa la voce di Baglioni.
Ne propongo un assaggio. ot]

 

di Elisa Baglioni

Negli anni Trenta del Novecento le acque sotto il ponte progettato dall’italiano Giovanni Scudieri furono prosciugate per esigenze di viabilità ed è qui che si svolge il mercatino dell’antiquariato, sul selciato e all’ombra del parco di Marzo. Su lenzuola o banchetti sono esposti i memorabilia sovietici, gli attrezzi del lavoro manuale, i pugnali ceceni, i servizi da tavola, i set di posate Fraget, i bicchierini da liquore in vetro colorato e in metallo, le ciotole in metallo smaltate, i gioielli, il vasellame, le anfore, i tappeti, i lampadari e il repertorio del folclore georgiano. Un banchetto all’apparenza non custodito espone dadi. Il suo allegro venditore, intento a conversare con i compagni d’arme a qualche banco di distanza, ne è anche il costruttore. Dadi in plastica, legno, metallo, dadi ricavati da materiale di riuso. Alla parola backgammon propone una sfida per soldi, 20 dollari; sarebbe troppo facile vincerli con chi ha solo osservato giocatori in Attica e nella Colchide senza capirne le regole.

Lungo la fila dell’argenteria un cucchiaino da tè attira la mia attenzione. Ha il manico attorcigliato e un fiore del tè inciso sul dorso. La signora che lo espone è minuta, ha capelli grigi corti e un sorriso benevolo. Appartiene alla comunità armena che oggi abita il quartiere di Avlabari e un tempo, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, superava i georgiani per popolazione nella capitale.

«Ora tutti se ne vanno perché dicono di non trovare lavoro, ma bisogna sapersi accontentare, il lavoro c’è. E poi lasciare la propria casa, i propri affetti e i propri luoghi, non l’ho mai desiderato. I miei figli non se ne sono andati, sono tutti a Tbilisi. Insistono perché io smetta di venire al mercato, si preoccupano per la fatica. Ma vengo ogni tanto, due o tre volte la settimana per arrotondare la pensione di trecento lari [poco più di cento euro] e non solo per questo. È un modo per uscire di casa, incontrare persone, le amiche venditrici o i compratori e scambiare due parole».

Penso che faccia bene a venire, è un luogo in cui la merce esprime ancora qualcosa del suo proprietario e il proprietario è qui non solo per la merce, come lei. Lo si vede dalla cura con cui è esposta.

 

Tra i memorabilia trovo un libro di fiabe russe. Le ho notate all’inizio della passeggiata e torno alla fine della visita. Ricordo che una ragazza russa a cui davo lezioni di italiano mi aveva raccontato la sua fiaba preferita, Emelja lo scemo. La storia di un bambino che passa tutto il tempo sopra la stufa e non ha voglia di fare nulla, a differenza dei fratelli, che per questo lo tengono in scarsa considerazione e lo sgridano a più non posso, finché non entra in scena un luccio magico. Emelja non solo riesce ad accumulare una certa ricchezza ma finisce per sposare la figlia del re. Quella fiaba le piaceva perché non portava a modello un eroe dalle qualità straordinarie, né lodava l’impegno e la fatica, al contrario la felicità poteva essere raggiunta dal calduccio di una stufa.

Malgrado questa lezione tratta dal folclore russo, col venditore georgiano ingaggio una contrattazione durante la quale i lari di differenza diventano una questione categorica. Da parte mia è un’occasione per sfogare gli istinti venali, da parte del commerciante la mia avarizia è un’offesa personale.

Quando sono ormai allo stremo e risoluta a non concludere l’affare, il venditore aggiunge: «Tu sei chitraja (traducibile dal russo con scaltra e perfida) e a te il libro per quel prezzo non te lo do! Lo do invece alla tua amica, ecco sì, lo do a lei che è più gentile». E con un coup de théâtre riesce a vendere il suo libro al mio prezzo.

Ho ripensato più volte a quella scena che per Serena era stata una commedia, ma io non ho capito se assegnarle una morale sull’arroganza degli europei d’Occidente, sulla furbizia dei georgiani, sulla loro aggressività patriarcale, o se ricondurla al turismo globale che confeziona un ambiente protetto e infantilizzato, l’illusione di una prossimità.

[Foto di Serena Vallana]

 

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ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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