Massimo Salvati: Oblio Mucido
di Massimo Salvati

È da poco uscito, per Alter Ego, il romanzo Oblio Mucido di Massimo Salvati.
Ospito qui un estratto, in anteprima.
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Dissolvenza, mani intrecciate davanti agli occhi che si sciolgono. Luci e fosfeni, le nuove forme sfumano nelle vecchie. Per un po’ nessuno dei due è stato lì: hanno viaggiato lontano, oltre il vetro, fuori dalla finestra, in una regione sconosciuta.
Buio, corpo, fuori corpo.
In fondo, tra gli strati della penombra, accanto al letto un abat-jour illumina un paio di occhi sbarrati, puntati sull’ingresso: un volto di gesso. La fronte ha un’inarcatura sospesa. Le braccia rigide calate sul lenzuolo. Il corpo poggiato a mezzo busto alla testiera.
Una luce gialla investe gli occhi di Matteo. Entra dalla finestra aperta e si sposta sul soffitto; dalla forma conica si allarga e Matteo reagisce scattando verso la sorgente: guarda fuori: non vede nulla. Sente un ritorno di onde infrangersi, un profumo di mare e salsedine. Attende un attimo per scrutare tra il nero e l’informe. Il freddo e il buio indeboliscono qualsiasi pensiero e comincia a sfregarsi le mani; le compatta più che può, il gelo le ha impallidite e non si scaldano; sfrega più forte: piccoli granelli bianchi si staccano dalla pelle come fosse sale, sfarinandosi nell’aria. Li vede nei solchi delle nocche e sotto le unghie. Il pavimento di linoleum trema e una mattonella si incrina. Dalle crepe spuntano fuori delle sottili ife bianche. Le guarda: una vertigine gli fa mancare l’equilibrio e chiude gli occhi. Lì dentro, nel buio dietro le palpebre, le immagini tornano a ondate spezzate: l’asciugamano sul pavimento, le dita di Enrico sul fianco di Elena, lo sguardo di lei. Lo stesso che adesso sente puntato su di sé.
«Dottore può chiudere la finestra. C’è aria nuova».
Matteo si avvicina per un’ultima occhiata prima di chiudere i vetri. Fuori non c’è nulla. E si siede. Prende gli appunti dalla sedia accanto e annota: “02:02 attività verbale ancora consistente. Espressione rigida, smorfia facciale variabile (?), possibili spasmi muscolari e allucinazioni notturne. Nessun segno di miglioramento. Persistente confusione identitaria proiettiva”.
Rimane in ascolto del proprio respiro lento e irregolare. Poi, nel silenzio pieno di spigoli, Simone parla, quasi sussurrando: «Sei tu che te ne sei andato».
Matteo solleva la testa di scatto. Lo guarda. Simone ha chiuso gli occhi. «Cosa hai detto?». Non riceve risposta. Solo un breve respiro più profondo, un movimento involontario delle dita.
Lo guarda ancora un attimo, poi torna a sfogliare gli appunti meccanicamente, fino a quando da una pagina non cade a terra una fotografia; la raccoglie: è una vecchia foto di Simone ed Enrico in riva a un lago. Sorridono.
Una voce fuori campo, dentro di lui, mormora: Chi sta ricordando cosa, adesso?
La stufa a pellet riscalda l’aria, un tepore si insinua lentamente crepando la vista. Le pareti sembrano muoversi, pulsare con lui. C’è una fessura sul muro che non ricordava. Sottile. Viva.
È l’aria che cambia le cose. O forse è la luce.
Si alza. Riapre il taccuino e le righe oscillano. Le lettere si piegano, si fondono. Compare una frase: “Sei tu che te ne sei andato”. La sente risuonare, anche se nessuno ha parlato.
A Matteo l’immagine di Simone sembra sfumare, contorcersi; si sgretola in strati, in due, in quattro, riprendendosi e agglutinandosi in pezzi sempre più piccoli. Anche l’espressione è scorbutica, ora allegra, ora goffa. Non riesce a riconoscergli un volto: solo una voce che si interrompe.
Il corridoio è un’orchestra di luci; uno scintillio di pannelli elettrici, monitor e schermi mostrano le direzioni. I padiglioni sono indicati da strisce viola segmentate sul pavimento, il colore che Matteo segue. Passa oltre l’insegna “area B, sala 4”. Attraversa il corridoio pensando a Simone e alle azioni da compiere; la monotonia di certe architetture facilita la levitazione dei pensieri. La struttura è stata costruita con questo scopo, un manicomio ideale: un muro corre lungo il perimetro dell’edificio composto da due ali, per dividere i pazienti in base al sesso. All’ingresso, in un’ex infermeria è stata ricavata una grande sala comune, con due file di divani, tv con cuffie wireless, tavolo da ping-pong, tre grandi tavoli di legno smaltato con tovaglie a pois; schermi messi in loop di vecchi talk show nazionalpopolari; puzza di disinfettante e fumo di sigaretta.
Lungo il corridoio si sviluppano le camere, tutte sullo stesso piano. Sono state ricavate da camerate ridotte in box più piccoli. Ogni camera ha una smart tv programmata: l’ideale è che si resti a letto tutto il giorno, collegati agli apparecchi. La coscienza alleggerita dal supporto elettronico. E il tempo scorre.
Nella sua stanza privata tutto grida alla replicabilità: non più grande dello spazio di due sedie e un tavolo, con un piccolo bagno, le pareti mancano di qualsiasi quadro o dettaglio. Al centro, la scrivania è semplice e funzionale, di un finto legno pressato, dalla superficie liscia, con una finitura opaca e bordature rifinite senza spigoli, disseminata di opuscoli: qualche foglio scritto, dei pezzetti di carta con cui a volte Matteo fa i filtri delle sigarette che fuma di nascosto in bagno; tante penne di cui la maggior parte senza tappo; libri di cui non ricorda il titolo. La scrivania è un bazar archeologico.
Il computer è un blocco opaco, lento, con una schermata che lampeggia dopo ogni inserimento: “ACCESSO IN CORSO…”. A volte Matteo lo accende e lo guarda senza fare nulla. Aspetta che da lì esca una risposta, un’immagine, una voce.
Ha messo un post-it giallo accanto allo schermo. Sopra c’è scritto: “Non pensarci troppo”. Non ricorda quando l’ha scritto. La calligrafia è la sua, anche se lo guarda con sospetto. Forse era uno scherzo.
Nel cassetto inferiore ci sono dei guanti in lattice, dei lacci emostatici e una piccola confezione di benzodiazepine con un’etichetta staccata. Non le usa mai, ogni tanto le conta. Dieci. Sempre dieci. Si rassicura.
Carta e penna: “Conclusioni: dalla valutazione neuropsicologica emerge un quadro neurocognitivo caratterizzato da gravi difficoltà soprattutto nel dominio mnesico (in particolare nella memoria a lungo termine) e in quello attentivo (attenzione selettiva, divisa, alternata). La consapevolezza è a livello emergente: quindi, la persona non è in grado di riferire né di descrivere i propri disturbi motori e cognitivo-comportamentali. Alla luce dei dati raccolti in sede valutativa e delle informazioni anamnestiche, dell’osservazione comportamentale e del colloquio clinico, si conclude per un probabile deterioramento neurocognitivo grave (DSM-V) in base alle linee guida (LG, 2024)”.
Soddisfatto, allunga la mano e apre un secondo cassetto; frugando a memoria, estrae un contenitore con dentro rasoio e schiuma da barba. Ho proprio bisogno di concedermi un attimo, resterò qui ancora a lungo.
