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Azione Atzeni – Discanto Quindicesimo: Carlo Grande

Discanto Quindicesimo*

Ruggero Gunale esiliandosi dalla città e discutendo con se stesso di principi morali
ha una visione mistica

  da Il quinto passo è l’addio, di Sergio Atzeni

L’ultimo esilio
di
Carlo Grande


Il primo passo è la lotta
bracciate controcorrente
chiedo agli occhi e alle braccia
di essere forti
esser forti bisogna,
che a Carloforte sono.
Al largo, e son solo.


Nulla sapevo
di distanze fra le stelle
qualcuno raccontò
ma era già troppo
e ora ritorna, parola per parola
il gioco di specchi della vita
(che non è poi quel granché)
di quel cane sciolto
nipote di servo, figlio di calzolaio
pecora nera
la sua testa spiumata di neonato
e fiamme e miraggi e sogni di mirto
l’ebrezza di ginepro e rosmarino
la cuccia sottotetto nel tormento.

Il secondo passo è il ricordo
rivedo me stesso sempre fuori posto
i concorsi truccati
i sogni al giornale
il Poetto e Torino
vie e piazze e Carli Alberti, Felice, Emanuele
i boulevard e l’Ecce homo, torre pazza
il fallimento e l’addio all’isola
ai compagni
al partito
l’anima salva a fatica,
gli argini al dolore
che schiudono le porte della poesia

Ricordo, sciamano di spalle larghe
nuotatore sardeuropeo
le fumate di canapa
e Lei
acquattata in ogni pensiero
donna e occhi color carbone
ritmo pazzo del corpo
nudi artigli sulla schiena
nella stagione dei gatti in amore
A Lei chiedo perdono
per l’avarizia di me stesso
per l’energia scomposta
di sesso, lotta, pugilato e scrittura
chiedete a Lord Byron
chiedete a me
del nuoto, dell’acqua e della morte
dell’alveare di pesci
che di sotto stanno a guardare

Sono al largo, sono solo
e sono antico
sono vero
capelli di alghe e di nuvole
mille radici mescolate alle onde
l’acqua antica mi battezza
ignobile e folle come un muflone.

La mia stagione all’inferno
aggrappato allo scoglio
nel Grande Scacco
nell’ora estrema
il terzo passo è il delirio
sotto gli occhi di tutti
sognando la poesia
nel teatro del mondo
solo fumo e chiaroscuri
passi sul palco e lame d’ombra
freddo carnale
senza soccorso
una barca è vicina
urlano qualcosa
io sono qui
sangue di antichi erranti
stirpe ebrea marrana
sarda e genovese
araba e catalana
son perduto
su questo scoglio arroccato
sulla mia ultima nave

Il quarto passo è l’agonia
occhi umidi, muscoli di pietra
uomo di antica stirpe
principe della zolla e dell’onda,
figlio di fabbro e di bruscia
quale fantasma mi salverà
mi strapperà a questa terra di nessuno
all’esilio
di onde e di sale
nel cui grembo scivolo
aghi di luce
fino all’ultimo respiro
che è l’addio.
Diranno: “Se l’è mangiato il mare”
Questo dite: “Passò leggero
come una bella persona”.

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012  

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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