Maria Pia Quintavalla: poesie e genealogie
di Maria Pia Quintavalla
Sono una nave libica
1.
Sono una nave libica migrante
in rotta,
la sembro e vedo mentre mi parlano
qui dentro il tram serale,
code di cavallo rinverdite da mèches
e mi scuotono, davanti
ai gesti che parlano nel tram;
e i tram corrono circolarmente
su circonvallazioni eterne
di periferia.
Ero una vita in tram, ero una donna
in treno, e troppe vite
insanamente, e chi spezzate chi incapaci
a parlarsi, sordo mute.
Ero una nave libica sferzata,
ogni giorno e ogni notte a viaggiare
rifuggendo – e poi morire.
fiato di molle rabbia, ragionate storture
dei frutti del controllo sulle vite
trattate,
e poi vendute come la mia, migrante.
2.
Ora vedo
di già rinchiudersi la voce sulle mie mani piene,
piccole foci di scrittura protese
su le silenziose.
per una vita di periferico abbandono,
io tradotta – di melma e nulla
sgranata forma del mio nulla,
e della cenere di ognuna che non guarisce,
le stelline della sconfitta e della fame,
chiuse in bocca
come negli scafisti la moneta
derubata la notte prima ai morituri,
si chiude il rapido segreto.
3.
Sembro una nave già affondata,
da anni senza più pensiero senza
sue parole, senza il suo cuore fluido
e accattivato, nero
incattivito senza un piano bar,
una musica un silenzio dove
nelle formate storie riprodurre il senso
suono della vita.
*
Con un’amica
a Nadia Campana
Con un’amica niente più bianco
e nero, né morte
di nuovo dio piccolo
dio diffuso
tante piccole teste noi
e plurali sulla terra,
sui muri della schiena
incubi e infanzia da vedere.
Cantare le righe
le miglia di un’altra, scomparsa
non consumabile silenzio
Con una nave niente più bianco
e nero,
solo dio piccolo
piccolo e diffuso.
*
Per una vita di periferico abbandono,
io, tradotta di melma e nulla,
sgranata forma del mio nulla,
e della cenere che non guarisce.
Sembro una nave già affondata,
da anni senza più pensiero senza
sue parole, senza un suo cuore fluido
nero,
incattivita senza un piano bar una musica,
un silenzio dove
nelle formate storie riprodurre
il senso suono della vita.
*
Lei è sepolta, ma con me alla luce
rivivrà sicura.
E lei beve, beve non è stanca mai.
Mi riaddormento a sera con minore fiducia.
Che sia lei o io, la più ammalata
non mi curo:
so che il mio posto è di guardiana del malato, e lei
l’ho già incontrata (e scruto)
quante foglie fiori o foglie saprebbe germogliare. Ignara,
ignoro non vi sia più vita
e mi procura un crampo stanco e duro, dolore al polso
e poi, silenzio
ma le voci che invento, le canzoni o i bassi
assicurano parole, e un bel giardino.
*
Ecco la bontà della plastica, le dissi un giorno,
mostrandole il filmato ecologico
sulla deriva galoppata di monnezza,
nelle acque interne del pianeta si parlava
di cambi climatici
e Lei là, che si truccava gli occhi,
ad essi soli riconsegnava il mondo.
Ogni fare è potente, e valoroso
come un arco:
un soldato che difende la vita,
tutto questo è una figlia.
*
La poesia di Maria Pia Quintavalla, da Cantare Semplice (1984) a Saudade (2017-22)
di Pasqualina Deriu
Maria Pia Quintavalla: una delle voci più significative nel panorama poetico contemporaneo, riconosciuta per la qualità e la quantità della produzione poetica. Proviamo a fare una breve sintesi del suo lungo e paziente lavoro creativo.
Quintavalla esordisce con Cantare Semplice (1984), silloge che fu accolta favorevolmente da Antonio Porta, da lei considerato grande maestro assieme a Franco Fortini e Andrea Zanzotto. Quest’ultimo scriverà per Nuovi Argomenti un lungo saggio sulla silloge Estranea Canzone, occasione per ricostruire la poetica della nostra.
Nel 1990 esce il suo secondo libro Lettere Giovani, con prefazione di Maurizio Cucchi, che definisce la poesia di Quintavalla “poesia di parola”, una parola potenziata, polisemica di cui è grande maestro Giuseppe Ungaretti. Figure di riferimento, in questa silloge, sono la madre e la poetessa Nadia Campana. Emerge da questi primi libri una nuova coscienza femminile, un’attenzione alla soggettività e al corpo: l’immagine di un nuova donna nata dalle acque tumultuose del grande movimento degli anni ‘70. Una concezione di sé e del rapporto con le altre donne e con gli uomini mutati rispetto alla precedente generazione di poetesse. In quegli anni Maria Pia Quintavalla è stata la curatrice per il Comune di Milano della rassegna “Donne in Poesia”, i cui contenuti si concretizzarono in un libro che per la prima volta censì le potesse italiane più significative. Sembravano davvero tante.
Si comincia ad abbozzare anche il paesaggio: foglie, rami, alberi, prati, fiumi, sole, case, colline, uccelli, e così via, e linee di dolcezza e crudeltà. C’è anche un po’ di sperimentalismo, retaggio del Surrealismo e delle Avanguardie. Poi giunge Il Cantare (1991) e sempre più la sua poesia si precisa come musicalità e canto, certamente elementi connaturati alla sua scrittura, ma credo idea di poesia di Quintavalla, secondo la tradizione omerica e trobadorica. Ne Le Moradas (1996), la sua poesia comincia a trasformarsi, si configura come una sorta di ordito che include via via nuovi fili senza perdere quelli vecchi. Notando le persistenze potrei dire che, dal punto di vista tematico, è anche una poesia sulle relazioni: dell’individualità e della comunità, fondanti o occasionali, con tutto ciò che esse comportano, ferite e piacere.
Nel duemila esce Estranea Canzone, ripubblicata recentemente da Puntoacapo, con il saggio di Zanzotto e una nota di Marisa Bulgheroni: è il clou della poesia-canto e anche della poesia- racconto. È una poesia fluida senza frammentazioni: si avverte un movimento dal mondo percepito dentro di sé al mondo osservato fuori da sé. Corpus Solum è del 2002, una specie di Zibaldone dove si parla anche di altri testi, e a tratti presenta un tono favolistico. I fili dell’ordito di tutta questa prima parte di componimenti vengono tirati e legati insieme in Album Feriale (2005) con la prefazione di Franco Loi. Fin qui, nell’insieme, la poesia di Maria Pia mi appare una cosmogonia emiliana. Tutto il mondo: uomini, cose animali entrano lì, e l’Emilia è tutto il mondo. L’Emilia metafora del mondo e l’autrice nel mondo.
Fra i tanti libri, ne cito ancora alcuni: China (2010), dove giganteggia la figura della madre, I Compianti (2013-15), e Quinta Vez (2009-18), quest’ultimo un romanzo familiare in versi, genere diffuso nella tradizione poetica emiliano-romagnola (Bertolucci, Bellocchio) e nella tradizione ancora più antica del romanzo in versi (Boiardo, Ariosto). Quinta Vez è un libro sul femminile, approfondisce il rapporto madre-figlia-figlia, un rapporto che struttura l’esperienza dell’essere donne.
Per ultimo, Saudade (2017-22). Se non ci fosse già il testo di Barthes, intitolerei questo libro Frammenti di un discorso amoroso, anche se esso non è rivolto come in Barthes a un unico oggetto d’amore, l’amato o l’amata, ma a diversi soggetti, nella ricerca di un’umanità nuova, con linguaggio nuovo che rinomini le cose: “dove rinascono parole la terra cresce”. Si tratta di un’umanità sofferente, in balia di se stessa. La poesia Sono una nave libica è simbolo e metafora di questa situazione umana: qui un io individuale di donna diviene plurale, diviene inclusivo di uomini e bambini, un’umanità che dovrebbe ricongiungersi nel fiume della vita con amore perché “C’è bisogno degli altri, come di un’illuminazione”; e più in là “Amo il nostro presente che ripete/ e protegge/ costruisce l’amore e non rapina,/ ma in un concorde assolo tiene/ della vita noi, i miracolati”; per concludere: “Non è da escludere/ che da un amante piccolo possa svegliarsi/ un sogno grande, è là/ che si dipinge – grande, il sogno.”.
Per questo Quintavalla ama Parigi “le mille di francesi etnie viaggianti” e “per meglio ricongiungere nel fiume/ della vita/ la razza che noi siamo, meticci armeni/ di francesi, o castigliani/ il loro volto al nostro che si mescola/ africano, avvolto in nubi e/ che fluisce piano/ dal sorriso di un Quijote solitario,/ chiede/ non vendetta, solamente amore”. Il clou di questa umanità sofferente è rappresentato dal naufragio di Augusta. Il testo è in prosa: la poesia, in questo libro sconfina nella prosa poetica e anche nella cronaca minuziosa, come accadeva ai surrealisti.
La voce poetica viene dal relitto, dal legno, e non c’è parola che possa commentare questi versi: “guardando da una fessura, il sotti-/ le taglio sottile interno del/ legno, subito marcito, mi fa intra-sentire, immaginare infine/ il groviglio dei corpi, / intrappolati come acini di un frutteto divino sconsacrato.// Ma io lo vidi, già era narrato a me, fin da bambina, nella corona di nudi e angeli della Cattedrale di Parma, disegnata e poi dipinta nella visione di Antonio Allegri, detto/ il Correggio…” Questi corpi aggrovigliati, questa carne ossa e sangue non resistono però alle intemperie, all’ascesa delle onde tutto precipita, nel fondo: “musica spezzata: sono i morti, i semplici (e bellissimi) morti/ che volano nel cielo delle acque profonde, al largo della costa/ libica, nel blu scuro e macchiato di morte, del Mediterraneo”.Questi frammenti amorosi sono figure che vanno delineandosi nei loro contorni, figure non sono statiche, anche quando stanno per morire, si muovono in tante, guidate dal sentimento o sogno amoroso del riscatto.
La figlia è pensata in una serie di componimenti, perché nei figli si ripone tutto l’amore e il lascito per i tempi che verranno. “E ancora, inizi: i giorni/ i tempi nuovi che baciati attendono/ lei aspettava…”. Ardente desiderio che il futuro sorrida come augura il titolo del libro: Saudade. Parola più antica di nostalgia, che risale al 1688 e alla quale saudade è stata spesso accostata, anche se il significato non coincide del tutto con essa. Antonio Prete, nel suo libro Nostalgia riflette sul suo significato: “La Saudade, diceva Maria do Carmo, non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla”. E ancora dice Prete, riferendosi a una sua conversazione con Tabucchi: “in un pomeriggio senese… mi intrattiene sulle distinzioni tra ‘nostalgia’ e ‘saudade’, la quale ultima corrisponderebbe piuttosto al nostro dantesco ‘disio’.” È interessante notare, per la pregnanza del titolo di questo libro, quanto dice ancora Prete: “Questo studio di corrispondenze, sovrapposizioni, slittamenti semantici, a proposito di una parola che è entrata in tutte le lingue europee, è tutto ancora da fare: sarebbe il racconto una geografia interiore delle culture, di cui la lingua è cifra e specchio.”
Assumerei, dunque, la parola saudade come il ’disio’ del sommo poeta, anche se bisogna usarla con molte cautele, perché anch’essa contiene molte sfumature di senso. Senz’altro questo libro è permeato di desiderio, là dove anche si parla di solitudine, di privazione, di lontananza che sono però i sentimenti di base del desiderare. E i desideri più intensi sono di un’umanità raccolta, della felicità per le generazioni future, di un amore tangibile che, come canta gozzanianamente Quintavalla, “coglie rose che non cogliemmo”; desiderio di vivere ciò che non si è vissuto, di ritornare alla terra materna. Il ritorno, tuttavia, può avvenire solo con la poesia, che è un legame con la madre, con la sua lingua, che va comunque reinventata ogni volta. Ed è così che si reinventano luoghi, forme e suoni, paesi e luci, raffigurazioni di luoghi perduti e risorti: “Fluttuano parenti in paesi del passato/ carico di voci e generato/ dagli zoccoli e dai carri, sul limen del paesaggio/ fluttuano in paesi imprecisabili.” Sembra un paesaggio di Chagall, un riflesso dell’immagine antica che crea emozioni e ricrea la vita come esperienza del distante. È con un rammemorare leopardiano Quintavalla ricostruisce i paesaggi del Po in una serie di luminosi quadri, con la consapevolezza che la vita anteriore ritorna e può rivivere solo nel linguaggio.
