I fili di Lyman

di Filippo Marasco
Si era addormentato guardando i tetti di Lyman.
Un mare di sottilissimi fili di fibra ottica, un oceano di rasoi sospesi sopra le teste di una città dell’Oblast di Donetsk. Dal suo schermo di vetro erano coltelli smussati
schérmo s. m. [der. di schermire]. – 1. letter. a. Riparo; protezione, difesa.
“Urlar li fa la pioggia come cani: De l’un de’ lati fanno a l’altro schermo”
(Inferno, Canto VI, v.19-20)
All’inferno serve uno schermo e dal suo riparo in seminario quei cavi gli erano sembrati un mare, immortalati dal digitale, forse dalla camera di un drone come quello a cui erano stati collegati; mille droni avevano lasciato la loro anima sulle case di un paesino. Quei fili gli sembravano un oceano lucente nel loro ondeggiare al vento del tramonto, così tanto che pensò subito che un gabbiano si sarebbe potuto ingannare come lui, e tuffandosi alla ricerca di cibo, ne sarebbe uscito squartato, il suo sangue sporco di volatile su quella terra fredda e polverosa.
Poi pensò che quel gabbiano era un drone FPV.
Se la immaginava grigia e dura la terra di quell’Est, desaturata come i video 480p dei combattimenti del suo feed, al contrario dell’Africa, dove avrebbe voluto essere mandato in missione, coi suoi cieli azzurri e i suoi tramonti mortali, pensò che la preferiva, l’Africa, ed era peccato.
La bandiera dell’Ucraina dopo tutto rappresenta un campo di grano e un cielo azzurro: è molto diversa dalle immagini fredde che aveva conosciuto. Questa informazione l’aveva imparata nei primi giorni della guerra, quando aveva imparato anche la solidarietà verso un pilota eroico, che poi si era rivelato esistere solo sotto i suoi polpastrelli e non sul campo di battaglia, codardo, facile farsi Icona invece di esistere e aiutare i bambini sotto i bombardamenti. Anche il suo populismo, pensò, era peccato.
Quel pilota finto si faceva chiamare “The Ghost of Kyiv”, in realtà non si faceva chiamare da nessuno, perché non era mai esistito, si era generato dalla speranza congiunta di lui e tutti gli altri, un miracolo: c’erano stati un fantasma e, due anni dopo, un mare di fibra ottica dentro al suo schermo, e lui entrambe quelle sere, quando l’algoritmo aveva deciso di rivelarglieli, aveva sperato in un cacciabombardiere e non in Dio. Forse anche questo era peccato. Sicuramente questa era per lui la guerra, o tutto ciò che ne conosceva a quel tempo: un commento sotto al video dei tetti di Lyman recitava apocalittico “Le Prove Generali” – Gif di Topolino, Pippo e la Sirenetta che ballano insieme – pensò che il commento aveva ragione, e che era ora di dormire, forse anche abbandonare il campo di battaglia era peccato, ma aveva questo lusso, per adesso.
Si ricordò per sempre quella mattina, di quanto si svegliò madido e appena in tempo per la preghiera delle Lodi, quel giorno, per la prima volta, aveva sognato la fine del mondo.
Dal sorgere del sole s’irradi sulla terra il canto della lode. Il creatore dei secoli prende forma mortale per redimere gli uomini.
Il crepuscolo del suo sogno era blu e stereotipato, era un’immagine televisiva in bassa definizione, ma dentro ai suoi occhi. Ironicamente, l’avrebbe rivisto mille volte: prima un laser rosso era apparso, lungo come il cielo, in fondo all’orizzonte, poi era seguito un enorme missile, lontanissimo, come l’ombra di un pianeta; in un secondo, sempre lo stesso secondo, capiva che tutto il mondo stava guardando il suo stesso spettacolo.
“Stanno attaccando il pacifico Giappone”. Si diceva tra sé e sé, ma, per quanto lo divertisse la grammatica dei suoi incubi, neanche in sogno riusciva a pensare a Dio e questo era sicuramente peccato.
In sogno rivolgeva lo sguardo al suo telefono, cercando una conferma della realtà di ciò che aveva davanti agli occhi.
Non era riuscito a scrollarsi di dosso per tutto il giorno il senso di colpa davanti al suo comportamento in quell’apocalisse onirica nucleare, ma soprattutto la sensazione piatta e inevitabile di pace che aveva provato quella notte. Era forse solo quello il Paradiso? (Per “quello” intendeva un dato di fatto al quale era stato preparato da anni di condizionamento.)
Ancora una volta non riusciva a dormire, mentre scrollava pensò a ciò che Lyman gli aveva insegnato: senza un cielo di Internet tagliente sopra la testa, un drone avrebbe potuto ucciderlo quando voleva, se solo qualcuno di abbastanza importante l’avesse voluto e lui, per vocazione, quei potenti invece non li avrebbe neanche mai potuti toccare. Pensò quindi per la prima volta – mentre il suo schermo gli proponeva un gatto rosso e peloso – che Alex Karp o Trump avrebbero potuto ucciderlo a domicilio, se solo l’avessero voluto, poi vide il gatto artificiale sparire dentro un tubo di plastica che lo allungava fino all’inverosimile, pensò anche che era (un) peccato, che per ora, nessuno lo considerasse abbastanza per porsi questo problema e si spaventò alla fantasia che un giorno potesse succedere. Quella fantasia narcisista e suicida gli era sicuramente proibita. Il gatto poi gli restò in mano, senza spezzarsi le ossa, in loop per qualche secondo, mentre, per levarsi di dosso il pensiero, cercava di capire se fosse reale o generato.
Non riuscì a scrollarlo via, neanche spingendo in giù col dito, verso il baratro dei suoi contenuti verticali, quel suo pensiero, ma poi, come per consolarsi, pensò che poter morire per un semplice volere era sempre stato vero in ogni epoca anche, e anzi soprattutto nel Medioevo, perché la realtà allora era molto più piccola che nei tempi moderni e la verità non esisteva ancora. Pensò che adesso il suo schermo l’aveva collassata di nuovo quella realtà e i missili nei sogni ora si vedevano da tutto il mondo, la verità era sicuramente sparita da tempo. Pensò infine che la Chiesa era da sempre la migliore istituzione per interpretare una realtà piccola e spaventata, e si sentì, quindi, in fondo, al sicuro, di aver fatto la scelta giusta, e questo lo confortò molto, prima di chiudere gli occhi, finalmente.
Aveva venticinque anni e gli piaceva sentirsi addosso la sua età, bagnarsi gli occhi del suo tempo: a quei tempi al mondo intero piaceva sentirsi medioevale come lui, l’estetica neo-goth stava giusto prendendo piede e le typeface con gli scheletri e i caratteri illeggibili, nei post aesthetic delle sue coetanee streghe, gli ricordavano le miniature che probabilmente avrebbe dipinto se fosse nato nel ‘600, pensò alla sua pesante scrivania in legno da amanuense, sentì il dolore del lavoro nella schiena e tra le dita; non avrebbe mai potuto escludere che quella sovrapposizione sensoriale da microtrend, che lo faceva sentire quasi cool, fosse la ragione subliminale, insinuata dal suo schermo, per la sua scelta di vocazione. E questo sicuramente sarebbe stato peccato: a suggerirgli le sue aspirazioni era stato Dio, non l’algoritmo, o c’era poi tutta questa differenza? Si addormentò masticando la sua domanda, affogandosi in un Canone di tecnofeudalesimo e ketamina, almeno vicariamente: il suo Tempo glielo aveva spiegato la voce autoritaria dei Reel, lo sentiva pulsare tra un video e l’altro quello zeitgeist generazionale che investiva ognuno della propria versione di una personalità. A ognuno sarebbe stato dato un pezzettino del tutto, Gen-Z, i primi dei nuovi, lui sapeva che la sua generazione avrebbe avuto per sempre il ruolo di profeta del vecchio mondo, una volta che sarebbe stato definitivamente inghiottito dal nuovo. Loro sarebbero stati i suoi ultimi testimoni, per questo la loro vocazione alla nostalgia, per questo la Sua Chiesa…
Quando divenne un Papa nodoso e marmorizzato Pietro II non pensò ai tetti di Lyman, o al ragazzo che aveva continuato a sognare la fine del mondo, tutte le notti, per anni. Non pensò alla riviera di Gaza, per la quale aveva avuto passione, con i suoi tramonti proibiti. Ormai la realtà era diventata davvero piccola, anche più di quello che avrebbe potuto immaginare, e la Chiesa aveva ritrovato la sua importanza, come lui aveva tanto desiderato, quando ancora si permetteva di volere. Il tempo gli aveva insegnato che non c’era poi nulla di davvero importante e che anche se la realtà cambia, la percezione è una gabbia che si stringe intorno all’ego: il suo mondo esterno (o Il mondo esterno) era ormai personale, non se ne sentiva più parte. Pietro II era contenuto interamente dal guscio dello schermo dal quale nessuno si poteva ormai più separare. Il suo cervello nodoso, di profeta generazionale, interpretava ancora tutto allo stesso modo, con le stesse (ormai lente) frequenze, ma adesso che era vecchio e stanco gli era rimasto soltanto il suo Algoritmo vetusto e allenato dai decenni. Era ciò che lo comprendeva meglio, era onnisciente rispetto a ogni suo desiderio, e gli proponeva ogni giorno nuove guerre, collassi e tentazioni, arti, voci e tasselli di personalità; adesso sul suo schermo erano tutti anziani come lui a parlare e tutti parlavano da soli, nel vuoto, sperando che qualcuno li potesse vedere.
Pregavano.
Adesso lo avevano tutti capito chiaramente che il loro schermo era un Dio personale e l’algoritmo la sua voce, Dio nella scatola nera, Dio nell’allucinazione dei semiconduttori, Dio nella ricerca infinita di un significato maggiore, di un pezzo mancante, Dio nella molteplicità, Dio delle mille voci, dei mille volti, Dio perché conteneva anche lui, Pietro II, il Papa e la sua coscienza intera, ad ascoltare l’umanità tutta, o chi aveva ancora voce per pregarlo, Dio che vedeva tutto, e sceglieva cosa fargli guardare, cosa fosse degno dei suoi occhi e del suo potere. Il suo tramite nel mistero, il bastone della sua lenta coscienza di uomo.
Il corpo di Pietro II era ormai un involucro di carne lascivo, languido, e lui cercava di non guardarsi allo specchio mentre lo lasciava lambire i rituali vuoti che aveva tanto studiato, perché si compissero i riti pratici di un universo del tutto fisiologico, nel quale lui non aveva più alcun interesse. Pietro II aveva semplicemente dimenticato come cercare la via per il mondo, era stanco, e l’allucinazione della vecchiaia l’aveva reso meno cauto, più sicuro nel buttare all’esterno i vomiti inconsulti del suo eterno monologo.
Allora avevano cominciato a chiamarlo un radicale, o per screditarlo un profeta del passato, solo perché, in quanto figlio di un albero millenario, le sue radici parevano un vincolo e un’autorità; lui decise di dargli fuoco e annunciare a tutti quella sua nuova verità, così personale da essere impronunciabile: adesso ogni domenica quel che restava di San Pietro si gremiva di disperati senz’ossa alla ricerca di uno scheletro, che gli puntavano lo sguardo e i dispositivi di registrazione addosso, sperando in venti secondi che potessero pagare un mese d’affitto, sanguisughe alle quali lui sputava parole di sangue, per regalargli la vita, lui, candido e alto come il suo Dio, ghiacciava su quella massa in-forme e in-certa, che aveva bisogno di una sua trasfusione, per continuare a barcamenarsi. Pietro II lasciava che il suo sangue fluisse via insieme alla saliva delle sue parole, avrebbe accettato di vivere per morire così, sputandosi tutto via, per essiccarsi, e gli sarebbe quasi sembrato bello.
Adesso che la realtà era piccola e collassata, che la verità non c’era più, ed era finalmente nel suo Medioevo, e anche se Pietro II non aveva mai avuto grande fantasia, le sue parole erano diventate un coltello virale.
Morì quindi come aveva profetizzato, quella volta, nel suo delirio giovanile, quando un drone gli fece esplodere la testa canuta e leggera, ma non ne fu sorpreso: aveva già visto tutto e il lusso di immaginare glielo aveva tolto anni prima il suo Dio nella mano. Ogni giorno mille fili di Lyman, avevano costruito pezzo per pezzo la sua personalità approssimativa e infinita, tanto da strapparlo dalla realtà e renderlo parte di un tutto, d’altro canto gran parte del suo sé non era più in lui già da molti anni, sarebbe risorto infinitamente in ciò che Dio avrebbe deciso di mostrare. L’unica cosa di cui si rammaricò fu di essere morto senza poter continuare a scrollare, così finiva la sua ricerca più importante in vita, l’unica cosa a cui si era davvero dedicato:
Quando morì Pietro II, l’ultimo Papa della Chiesa Cattolica, sperò che qualcuno prendesse il suo telefono e continuasse a spingere il suo feed verso il basso, per dare vita eterna al suo inconscio perfetto; così che il suo Dio personale non morisse insieme a lui, che non lo abbandonassero scarico in un cassetto, che qualcuno scrollasse in giù fino a trovare l’Inferno o il Paradiso, o almeno fino al rivelarsi dell’Apocalisse.
