Due piccoli spazi

di Leonello Ruberto

Spazio pubblico

L’aveva ereditato, non l’aveva comprato con le sue forze.

Il recinto: il recinto di casa. Con lo spazio per parcheggiare la macchina.

Quella era una cosa che aveva comprato – che aveva dovuto comprare – con le sue risorse.

Obbligatoria per arrivare sul posto di lavoro. Lavoro che era cambiato dai tempi dei suoi genitori, che avevano lavorato per comprare la casa col cortile.

Ricordava il vecchio cancello a battente da aprire a mano, poi sostituito da quello scorrevole, elettrico. Cose successe anni fa.

Anche le case intorno, più o meno confinanti, avevano un cortile, alcune un piccolo giardino. Delle siepi. Un cancello.

E lo spazio auto. Qualche casa più nuova – di un periodo in cui nei dintorni si erano costruite così: a schiera – aveva addirittura un garage seminterrato. Con una rampa davvero ripida.

Si sa che le persone comuni non hanno molta abilità nel guidare. Quindi non ci avrebbero messo a lungo la macchina là sotto.

E poi una stanza seminterrata può diventare una sala con la tv, la carambola, un frigorifero per gli amici.

Anche i cortili, come le rampe dei garage, non erano fatti tutti bene, con lo spazio residuo che rimaneva una volta fatta la casa.

Casa sua, dei suoi genitori, era un caso particolare: addirittura nel cortile riuscivi a girarci l’auto prima di uscire.

Tornando ogni giorno dal lavoro, aveva visto dei cambiamenti nel quartiere. Visti di sfuggita passando, che lo toccavano poco.

Una pianta per abbellire fuori dal cancello, vicino alla colonna che ne regge un lato. Ci stava.

Si sa che i vicini si imitano, e c’era chi con maggiore gusto ne aveva messe due ai lati, belle grandi.

A lui che passava, comunque, importava poco – a casa suo padre parlava di come era arrivato il momento di tagliare la siepe che stava sconfinando nel giardino del vicino.

Passando ogni giorno vide queste piante moltiplicarsi. E riempire i marciapiedi: diciamo che era da quando era bambino lui che quei marciapiedi – in ogni caso piccoli – non venivano usati per camminarci.

Ora però non ci si poteva passare più: erano pieni, tutti pieni. E la fila di piante nei vasi continuava, contagiava anche gli altri quartieri.

Non erano però le piante il problema: bensì le automobili. Erano aumentate molto negli anni, ma era un po’ stupidino da parte sua farci caso. Era uguale in tutta la città: se così la si poteva chiamare. Perché era piccola, ma dispersiva, senza un vero centro, che non fosse qualche piazza rimasta da altri tempi.

Suoi pensieri sparsi che non aveva il tempo di articolare bene perché era arrivato nel cortile di casa e scendeva dall’auto mentre il cancello scorreva automaticamente verso la chiusura.

Anche attraverso il cancello vedeva lo spazio del quartiere ingombro di macchine tutte storte. E le piante che erano aumentate, con alcuni vicini che sfidavano gli altri con scelte più costose, magari esotiche.

Un giorno era spuntata pure una sedia. Pensava lui ingenuo: per sedersi.

Ma chi si siede fuori davanti casa in mezzo alle macchine?

La sedia serviva per occupare un parcheggio vicino. Si sa, ogni tanto pioveva e ci si poteva bagnare mentre si entrava in casa. Per questo tutti avevano costruito delle tettoie nel cortile.

Sotto cui stava bene un tavolo. La seconda auto si poteva mettere pure fuori.

La prima, quella grossa, andava dentro. Ma solo di sera, di giorno era faticoso portarla dentro e fuori a marcia indietro.

Alcuni lasciavano anche la grossa fuori: tanto spazio ce n’era. E c’era anche chi ne aveva tre di auto, da mettere tutte fuori, per non fare preferenze.

A quel punto, altri vicini più pacati avranno pensato che non fosse giusto che i più sfacciati si prendessero tutto lo spazio esterno.

Allora ognuno aveva cominciato a occupare i posti intorno al suo cancello: togliendo la macchina del padre che doveva andare al lavoro per metterci subito quella del figlio.

Così quello spazio che prima c’era, ora praticamente non c’era più.

Se ne lamentavano un po’ tutti. La colpa era di tutti, quindi di nessuno.

Quello spazio non era di nessuno, quindi era di tutti.

Ma ognuno pretendeva il suo: i cortili erano così piccoli e pieni e indispensabili e privati e ci potevi fare così tante cose.

Chissà le critiche alle spalle della sua famiglia che lo usava solo per parcheggiarci le auto.

Anche il suo cortile comunque non era infinito, e una sera che aveva ospiti li aveva fatti parcheggiare fuori.

Il giorno dopo c’era stata qualche lamentela del vicino che non aveva trovato parcheggio davanti casa, ma era stato zittito rispondendo che lo spazio fuori era di tutti.

Nessuno poteva replicare a quello. Però ognuno si guardava i fatti suoi e correva ai ripari, occupando in qualche modo lo spazio che sentiva suo in quanto più vicino a casa sua. Tralasciando egoisticamente il fatto che era anche lo spazio più vicino a casa del vicino, e che così sarebbe sempre stato per tutti i vicini del mondo.

Anche lui si guardava i fatti suoi e nella sua famiglia era ormai un vanto di essere gli unici nel quartiere ad avere mantenuto lo spazio privato libero.

Era una sicurezza poter tornare a casa di sera sapendo di avere il proprio posto e non dover combattere con gli altri in una gara ad arrivare primi che già si faceva in giro durante la giornata.

Quanto era cambiato il quartiere monotono e quanto cambiava ancora. La fantasia delle persone era quasi comica: c’era chi addirittura, non avendo più spazio dentro, aveva ribaltato la siepe di confine, piantandola fuori, nel marciapiede già rotto da anni che ormai il Comune non curava più.

Una cosa però il nostro amico non considerava: che comunque ciò che facevano gli altri avrebbe prima o poi potuto toccare anche lui.

La sua era l’ultima casa in fondo. Già diverse volte aveva trovato l’ingresso bloccato da un’auto che il vicino aveva lasciato un attimo non avendo trovato posto, e che subito era sceso a spostare.

Altre volte ci era voluto più tempo perché non si trovava di chi era l’auto: stava per rimproverarlo mentre sopraggiungeva, ma quello lo aveva anticipato con una battuta scherzosa e aveva lasciato perdere perché era un tipo pacifico.

Un’altra volta il tizio non aveva nemmeno chiesto scusa, e con un altro aveva avuto pure un battibecco, perché secondo quello era troppo impaziente e non c’era bisogno di strombazzare in quel modo.

In effetti quel giorno era nervoso e non gli era piaciuto cadere in quell’eccesso: erano cose che vedeva in giro quotidianamente e non ci voleva finire anche lui.

Era il suo ultimo luogo calmo e sicuro. Rappresentato dal suo ampio cortile.

Eppure sapeva che fuori si sarebbe riempito sempre di più, e sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe dovuto abbandonare l’auto.

E tra auto, vasi di piante, sedie, panchine, bidoni della raccolta differenziata, non sarebbe più passato nemmeno a piedi.

Era curioso di sapere se sarebbe rimasto bloccato fuori o dentro casa e il suo ormai inutile cortile.

 

Aerei privati

Mi manca il rumore degli elicotteri. Il loro alzarsi in verticale. Il minore spazio occupato dalla loro carcassa.

Ormai i pochi rimasti sono avviati alla rottamazione. È il progresso: il progresso del mercato delle vendite.

Mio padre era abbastanza vecchio (e di memoria sopra la media, insinuava lui) per ricordare l’epoca precedente, quando “stavamo coi piedi per terra”.

Quando le città erano ancora a misura di automobile, o di furgone. Perché la storia dell’automobile (che oggi non interessa più a nessuno) raccontava di auto che all’inizio erano piccole, o comunque compatte. Poi erano state fatte sempre più grandi, per ragioni di mercato, per la necessità di avere nuovi modelli da vendere.

Grossi fuoristrada che circolavano invece su strade fatte per macchine compatte, o addirittura per persone a piedi, nel caso delle città più vecchie, poi adattate negli anni per le moderne esigenze di circolazione.

Infine anche la vendita dei fuoristrada si era esaurita, e se fossi vissuto in quegli anni avrei visto le città popolate da grossi furgoni lucidi coi vetri oscurati.

Le città sarebbero collassate da un momento all’altro, bloccate dai furgoni incastrati ovunque, se non fossero arrivati gli elicotteri ad alzarsi in volo.

Scavalcando il problema e dando nuova linfa vitale all’economia. Prima l’elicottero era per pochi, ora tutti potevano permetterselo (ovviamente sottoscrivendo pesanti rate potenzialmente infinite, ma per quello c’era comunque il lavoro già infinito di suo).

Pare che in antichità fosse successo lo stesso con le automobili.

Certo, le città si erano dovute adattare, trovare spazi per gli eliporti, ma era una cosa che andava fatta, a costo di un pesante debito pubblico e anni di rumorosi cantieri (che inevitabilmente avevano anche causato dei danni).

Qualcuno aveva pure proposto di fare degli elicotteri più grandi per il trasporto pubblico, ma era una strada fallimentare abbandonata da tempo, da quando si viaggiava ancora per terra, non aveva senso riproporla periodicamente.

Comunque io ero giovane e avevo il mio elicottero, che mi portava dove volevo e con cui stavo bene.

Ma anche quel tempo era arrivato alla fine, e già spuntavano ovunque le prime pubblicità su nuovi modelli di aerei, che con le loro scie spazzavano via obsoleti, piccoli e tutto sommato ridicoli elicotteri.

Invecchiando avevo visto i luoghi cambiare, venire sventrati, demoliti. Le distanze a misura di elicottero si dilatavano per diventare a misura di aereo.

La sede del mio lavoro si spostava dove avrei solo potuto raggiungerla in aereo. Il concetto stesso di città forse non esiste più. Viviamo in case che ai tempi in cui mio padre era giovane sarebbero sembrate piccoli aeroporti sparsi nel nulla.

Le città a misura di automobile di mio padre non ci sono più, così le mie a misura di elicottero.

Ognuno ha il suo aereo e io mi sono visto costretto ad adeguarmi. Ben inteso: nessuno mi ha obbligato, siamo in un mondo libero e la libertà vale per tutti. Anche per i produttori che decidono cosa produrre.

Lo producono per la maggioranza e se io non voglio fare parte di questa maggioranza è una mia scelta.

Ho scelto di comprare un aereo piccolo ed economico. Ho trovato una casa adatta che non avesse un affitto troppo alto. Ho cercato di adeguarmi con sobrietà, per quanto possa essere sobrio un mondo come questo, dove le strade sono delle piste di atterraggio.

Con questi pensieri scendo dal mio aereo sull’asfalto rovente. Indugio sferzato dal vento, mi guardo intorno socchiudendo gli occhi verso un lontano orizzonte sfocato.

Invece di imboccare il tunnel verso casa mi avvio dalla parte opposta. Come un uomo della preistoria dell’era tecnologica.

I miei piedi sbattono sordi sull’asfalto nudo come un suolo lunare, nell’aria rarefatta ad alto contenuto di fumi di cherosene.

Mi avvio verso non so dove. Con l’illusione di essere libero sui miei piedi da uomo. Percepisco i miei capelli spinti all’indietro dal risucchio dello spazio e del tempo della dimensione a cui appartengo.

Non posso spingermi oltre, eppure lo faccio con disperazione.

(N.D.R.: foto di Daniele Muriano)

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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