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Azione Atzeni – Discanto Ventottesimo: Antonio Franchini

Discanto Ventottesimo*
«Mi sono slogato il polso, un vero incidente in montagna».
«E ti fa ridere?»
«Abbastanza. Penso a quando sarò vecchio, circondato da nipotini affamati di storie, in una cucina fumosa dalle parti mie e potrò raccontare le avventure del nonno viaggiatore e alpinista. Chissà che diventerà questo polso. Un’epopea. Come minimo avrò salvato una donna sull’orlo di un baratro o sarò stato assalito da una tempesta come mai prima s’era vista in terra, tuoni e lampi in cima al mondo».
dal racconto ‘A che serve slogarsi un polso in montagna’, di Sergio Atzeni, in Gli anni della grande peste
Luca Treu
di
Antonio Franchini
Luca Treu aveva cominciato a venire sul fiume con me e le rapide erano congeniali al suo istinto. Luca era piccolo, magro, nervoso, fumava e non aveva paura. Io esibivo i muscoli larghi che anni di palestra ammassano con scarso merito nella carne, non fumavo, bevevo poco, cercavo di farmi male il meno possibile e spesso, per questo e per altro, temevo di essere un vigliacco.
Neppure Luca Treu c’entrava con quella regione d’orridi e forre e neppure la sua terra aveva fama di essere incisa da fiumi rapinosi. Tirso, Coghinas e Flumendosa era piuttosto una formula da libro di geografia delle elementari; suonava irreale come la trinità di qualche religione eccentrica.
Anche lui forse cercava un posto che lo adottasse, ma con la malinconia e la riservatezza di chi è consapevole che questo non può avvenire e lui sarebbe rimasto ciò che era. Per le colpe e per i meriti suoi e della sua gente, un sardo resta sempre e dappertutto un sardo.
Aveva cominciato con l’alpinismo – una rivista di montagna gli pubblicava ogni tanto un racconto –, poi era passato al fiume e aveva appurato come in acqua le difficoltà siano calcolate in gradi come sulla roccia.
Allo stesso modo valutiamo la forza dei venti, l’altezza delle onde, l’intensità delle convulsioni che scuotono la terra. Le risibili scale accostate all’acqua, alla terra e all’aria, quelle tacche sull’infinito lui le apprezzava perché gli sembravano lo sforzo di chi cerca di capire, l’inezia commovente di chi vuole mettere ordine nelle forme dell’universo.
Primo grado: lo spazio è aperto, le onde sono regolari, gli ostacoli facili da evitare.
Primo grado: la forma più semplice dell’arrampicata, spesso c’è una traccia di passaggio fra le rocce, ma bisogna già scegliere l’appoggio per i piedi; le mani usano frequentemente gli appigli per mantenere l’equilibrio.
Secondo grado: s’incontrano piccole rapide con onde irregolari e allegri frangenti, il corso presenta minimi dislivelli, le prime manovre obbligate sono semplici e gli ostacoli evidenti.
Secondo grado: qui inizia l’arrampicata vera, che richiede lo spostamento di un arto per volta e una corretta impostazione dei movimenti. Appigli e appoggi sono ancora abbondanti.
Terzo grado: le rapide superano dislivelli evidenti e le onde sono alte e irregolari, i frangenti forti, le morte e i ritorni ancora prevedibili. Rocce nella corrente, piccoli salti, curve strette, pericolo oggettivo modesto.
Terzo grado: struttura rocciosa ripida e addirittura verticale, appigli e appoggi rari, necessario l’uso della forza, ma i passaggi non si risolvono ancora in maniera obbligata.
Quarto grado: il percorso è poco visibile, le rapide sono violente e richiedono manovre tra grosse onde e potenti rulli, le rocce che ostruiscono la corrente costringono a passaggi obbligati. I salti e i buchi hanno un forte ritorno. In caso di bagno è poco divertente nuotare.
Quarto grado: appigli e appoggi ancora più rari. Buona tecnica di arrampicata applicata alle varie strutture rocciose: camini, fessure, spigoli.
Quinto grado: diventa indispensabile la ricognizione: ondate accecanti, buchi che tengono, morte imprendibili, strettoie e cascate con ingresso e uscita difficili. Occorrono esperienza, ottima tecnica e prontezza.
Quinto grado: appigli e appoggi decisamente rari, arrampicare è delicato e faticoso, esame preventivo del passaggio.
Sesto grado: limite della praticabilità, la ricognizione può durare anni. Successione di salti con buchi che tengono, controroccia in velocità, eskimi obbligati. Navigabile solo con livelli d’acqua particolarmente favorevoli e quando il canoista si senta in un momento di esaltazione.
Sesto grado: la struttura rocciosa costringe ad arrampicare in aderenza, allenamento speciale. Richiesta grande forza nelle braccia e nelle mani. Limite dell’arrampicata estrema classica.
E poi, è scontato, le scale viene voglia di applicarle anche alla vita. Potessimo vedere su quale gradino siamo, se ci aspettano «allegri frangenti», «ondate accecanti» o «buchi che tengono»…
È inutile e inevitabile, come leggere un oroscopo, considerare questo nostro tempo che passa nelle alternanze tra una via «con appigli» e un percorso con «appoggi decisamente rari».
Così anche a Luca Treu piaceva interrompere il lavoro per sfogliare un giornale, leggere l’oroscopo o ripassarsi le scale delle difficoltà. Per qualche attimo gli allargavano i confini della stanza piccola e pulita, dove sedeva a lavorare con quel metodo feroce nel quale a volte si costringono le indoli inquiete.
Traduceva: quindici pagine al giorno. Una volta che passai a trovarlo, sul tavolo della cucina aveva steso un panno pulito e sul panno aveva messo ad asciugare cinque patate rosse, il suo pranzo.
Cinque patate rosse, perché le patate rosse sono più digeribili e piene d’amido, le avevo mai provate? Doveva tenersi leggero per riprendere subito a lavorare. Quindici pagine di traduzione e cinque righe al giorno di un racconto. Cinque righe al giorno facevano un racconto in capo a un paio di mesi. Le pause: la passeggiata fino al tabaccaio e la corsa al parco, tre volte la settimana. Là si dava appuntamento con un professore che era andato in pensione giovane, col minimo, per dedicare la vita al suo sogno: tradurre in endecasillabi il poema le Dionisiache di Nonno di Panopoli. Era un poema assurdo le Dionisiache, in quarantotto libri, un’infinità di versi, la più parte mortalmente noiosi, ma un uomo ancora giovane aveva progettato di sacrificarvi la vita.
Luca Treu era affascinato da quell’impresa, chiamava il suo compagno di corsa Nonno di Panopoli e la sera trottavano insieme, al buio del parco, ognuno provenendo dalle sue pagine, ma appaiati dalla simpatia, dall’ossessione e dal caso.
Quando Luca sfogliava le riviste d’avventura, lo scroscio delle rapide invadeva la sua stanza a pianterreno, le fratture della roccia annullavano il bianco liscio delle pareti e la scansione dei pericoli dava una gerarchia al monotono tempo del traduttore.
Gli piaceva anche intrattenersi su qualche verso di una Divina Commedia in sardo.
Ce n’erano due, di divine commedie tradotte in sardo – mi spiegava –, una, quella che leggeva lui, era bella.
Non gli dissi che tradurre la commedia in sardo forse era come tradurre le Dionisiache in endecasillabi italiani, ma forse la ragione per cui gli stava simpatico il suo Nonno di Panopoli era proprio questa.
A Luca Treu piacevano la sensazione di sfinimento che dà la montagna, quando le gambe si rifiutano di obbedire, tutto il corpo implora lasciatemi pure qua e invece scopri che ancora ce la fai, e le fatiche del fiume, quando sei caduto nell’acqua gelata per due, tre bagni e altrettante volte hai tirato in secca la canoa piena d’acqua fino all’orlo del pozzetto, pesante quintali, e devi svuotarla mentre tremi di freddo e ti mancano le braccia. Poi aveva un entusiasmo completamente intatto da quelle remore che le perplessità dell’umore o della carne oppongono all’azione. Per questo era inevitabile che, mentre noialtri solo di rado avessimo voglia di cimentarci su tratti di fiume difficili o sconosciuti, lui proprio da queste imprese si sentisse attratto, e così aveva sfidato, aggregandosi a gruppi più audaci, un bel numero di efferati affluenti, noti per i loro balzi e cascate, per la velocità dell’acqua «che tira».
Mi accorsi del cambiamento che era avvenuto in lui un giorno sulla rapida all’imbocco delle gole, un lungo tunnel di violenta schiuma, dove il rischio che si corre è di perdere il controllo nella parte alta e ribaltarsi sul sasso che emerge alla fine e che bisogna lasciare sulla sinistra. Tutti trascinammo le canoe incamminandoci per la proda che in quel punto è un’alta sassaia dove ogni tanto capita di sentire il ronzio di un colpo di gas, il rombo di un’apertura a manetta, e poi si sta col fiato sospeso per i balzi di masso in masso dei motociclisti che fanno il trial.
Da là sopra consideravamo la rapida che iniettava la sua nube di spuma nell’azzurro cupo del laghetto a valle, ma lui non ci aveva seguito. Prima di spingere la sua canoa direttamente in acqua, scoppiò a ridere, mi diede un colpo sulla spalla e disse che mi avrebbe lasciato a meditare su una massima di Benetti: «le rapide non si vedono, si fanno.»
dal racconto ‘Acqua’ di Antonio Franchini, in Acqua, sudore, ghiaccio (Marsilio, 1998)

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
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