Si può uscire dalla catastrofe? Su “Adieu” di Balzac

di Marco Viscardi
Adieu di Honoré de Balzac
Saggio introduttivo di Alessandra Ginzburg
Traduzione dal francese di Mariolina Bertini
Roma, Il ramo e la foglia edizioni, 2026
Addio è una parola fatale, e come tutte le parole fatali porta con sé una carica di melodramma, di eccesso e di falsa coscienza. È davvero possibile dirsi addio? Lo si vuole davvero? Forse, dietro questo commiato così definitivo, c’è la speranza di una contraddizione, di un ritorno che capovolga l’addio in un bentornato, o – ma qui siamo nel campo dell’utopia – in un nuovo e vero inizio. Ci avviciniamo a questa novella di Balzac con in mente le nostre idee sull’Addio. Innegabile. Ma prima di parlare della trama, situiamo l’opera nella produzione d’autore.
La prima edizione di Adieu risale al 1830 ma, dopo qualche trasformazione, la sua forma definitiva arriva solo nel 1845. La prima stesura dunque risale a un momento chiave nella carriera dello scrittore. La rivoluzione di Luglio, di lì a poco, avrebbe mandato all’aria il regime dei Borboni di Francia e in contemporanea Balzac avrebbe dato alle stampe il primo vero pilastro della Comédie Humaine: quella strepitosa riflessione sul desiderio che è La Peau de chagrin, nella quale il realismo è già declinato verso il delirio, l’allucinazione e la magia.
In Adieu, il fallimento della relazione adulterina fra l’ufficiale napoleonico Philippe de Sucy e la contessa Stéphanie de Vaudières, moglie di un generale dell’Armata, si intreccia al fallimento dell’avventata invasione napoleonica della Russia: l’ultimo sguardo fra i due amanti avviene nel caos tragico della Beresina, il momento più desolante della ritirata delle truppe francesi.
Balzac sceglie di non dirci nulla della relazione che lega i due amanti. Di quella che intuiamo essere stata una passione travolgente conosciamo solo la separazione definitiva. Si può dire che in Adieu si celebri il mistero della fine.
La trama del racconto è così appassionante che vorrei solo abbozzarne l’inizio, per non togliere al lettore il piacere del testo: Philippe de Sucy e il suo amico D’Albon, l’uno ufficiale dell’Impero e l’altro magistrato della Restaurazione, durante una battuta di caccia – che sembra riprodurre in trentaduesimo le asperità della campagna di Russia –, giungono ad un convento le cui mura separano quello spazio, un tempo sacro, dal resto del mondo.
Come nelle leggende medievali, questi due cacciatori, incarnazione della vecchia Francia napoleonica e di quella nuova e reazionaria, arrivano alle soglie di un mondo altro che, anche se desacralizzato, appare separato dai pericoli della vita: «un rifugio ai confini del mondo» dove non trovano spazio «le passioni umane». Un luogo di esilio, «funesto [e] abbandonato» che a D’Albon pare lo spettrale capovolgimento del «palazzo della Bella Addormentata» nel bosco (pp. 43-45).
Poche pagine dopo, il lettore scopre che questo convento era intitolato un tempo ai bons-hommes, quasi un annuncio di questi due strani visitatori che, sbirciando oltre le grate, vi scorgono figure ellittiche, fantasmatiche, sfuggenti.
La prima ad apparire è una «donna strana» che, dice D’Albon ricordando la scena, «mi sembrava appartenesse più alla natura delle ombre che al regno dei vivi» (p. 47). Si tratta ovviamente di Stéphanie, che qui vive il suo isolamento alienato accanto ad un’altra donna, una contadina folle per amore, che è lo stralunato doppio della nostra eroina. Entrambe vivono sotto la protezione del medico Fanjant, che, veniamo a scoprire, è anche lo zio della nobildonna.
Fanjant è una figura di passaggio fra i grandi precettori della narrativa illuminista e i manipolatori occulti del mondo balzacchiano. Non ha l’ossessione del potere dei Vautrin o dei Tredici, ma mette in opera la sua azione medica allo scopo di guarire una donna, sua nipote, che la follia ha allontanato dai modi e dalle convenzioni sociali.
Persa nel suo delirio, Stéphanie vive in un eterno presente animalesco. Assomiglia a un uccello, ma anche ad un gattino, a uno scoiattolo, a un cane obbediente, a un daino sensuale, ad una scimmia. Vive nel suo corpo senza morale, cerca lo zucchero che ora la delizia mentre quando era in possesso della ragione detestava. La donna che è stata contessa di Vandières è perfettamente identificata col suo corpo. Un corpo mobile e disumanizzato. Creaturale e rarefatto come quello della Vegetariana di Han Kang.
Stéphanie è il mistero di questo racconto: come ho già detto di lei conosciamo pochissimo, la guardiamo solo dall’esterno, impenetrabile e perturbante. Indifferente alle cure degli uomini che vorrebbero plasmarla a loro modo: lo zio dall’attaccamento morboso e il vecchio amante ferito dalla guerra. Fra i due uomini si crea un legame di insopprimibile rivalità: entrambi vogliono curare la donna, entrambi però vogliono addomesticarla al loro compiacimento.
Stéphanie è prigioniera del passato: non riesce a superare la tragica separazione dal suo amante, avvenuta durante la ritirata della Beresina, a cui è dedicata la seconda parte del racconto.
In Adieu, Balzac riesce a far convergere e intrecciare le passioni private e la grande storia collettiva. Incorniciato fra due parti che si svolgono nella Francia della Restaurazione, il centro del racconto ripercorre l’orrore e il disonore della Beresina: la parte forse più disarmante della tragica campagna napoleonica di Russia, quando Napoleone e la Grande Armata, incalzati dall’esercito russo, trovano fra le acque della Beresina dei blocchi di ghiaccio che ne rallentano la ritirata. Siamo nel novembre 1812, e se il fiume fosseutto ghiacciato, come avveniva di solito, i soldati non avrebbero avuto problemi ad attraversarlo, ma le acque sono solo parzialmente gelate e questi blocchi che galleggiano costituiscono una difficoltà ulteriore. Occupata la città di Studzianka, i genieri francesi e olandesi riescono a mettere in piedi due ponti di legno che devono contenere il passaggio di moltitudini di esseri umani e animali, verso i quali si è compattata la micidiale forza nemica.
Quando i russi si avvicinano troppo, ai francesi non resta altro che dare fuoco ai ponti, sacrificando le vite di chi si trovava sopra e di quanti erano rimasti in territorio nemico.
L’amore di Philippe de Sucy e della contessa Stéphanie de Vaudières si chiude in una distesa di cadaveri, quell’Addio intimo e privato è soffocato dalla rovina collettiva. Ma in fondo il disonore della Beresina è anche un evento fondante: è il punto di caos dal quale iniziano la caduta di Napoleone e la Restaurazione. Per quanto Balzac abbia ammirato in Sir Walter Scott l’inventore del romanzo storico, il suo modo di procedere è agli antipodi di quello dello scrittore scozzese. Se Scott mette al centro dei suoi romanzi la felice soluzione delle crisi nazionali, Balzac mostra il disfacimento e la perdita. C’è la coralità di Tolstoj, ma senza la serena nobiltà che accompagna anche i momenti più atroci di Guerra e Pace.
La storia è catastrofe, mancanza di redenzione: il disordine dei corpi e dei cadaveri, la vigliaccheria, lo smarrimento delle gloriose armate di Francia inghiotte la vicenda dei due amanti. De Sucy e la contessa de Vandières sono due reduci di guerra, due revenants, come un’altra grande figura balzacchiana, il Colonnello Chabert, eroe eponimo del racconto del 1832.
Hyacinthe Chabert, soldato valoroso fatto conte da Napoleone, torna alla società degli uomini dopo che per anni è stato creduto morto eroicamente combattendo ad Eylau. Nella nuova Francia della Restaurazione, questo relitto del passato chiede vanamente che gli venga riconosciuto il suo patrimonio monetario e affettivo, ma nel frattempo la moglie si è risposata col conte Ferraud, ambizioso protagonista della nuova fase politica, col quale ha avuto due figli.
Come Stéphanie de Vandières, anche Chabert è un fantasma: una figura liminare fra mondo dei vivi e mondo dei morti, che non riesce a integrarsi nel mondo nuovo. esta imprendibile, sta sulla soglia, ma – a differenza della struggente Stéphanie – fatica ad accettare la sua non esistenza, protesta, sbraita, ma non penetra nei ranghi della nuova Francia, di cui non capisce le convenzioni e le furberie.
A un certo punto della sua vicenda, irretito dalla moglie che tenta in ogni modo di rispedirlo ai margini del vivere civile, Chabert coglie in lei la trasformazione; era una contessa dell’Impero, frivola, sensuale, elettrica, ora è diventata una contessa della Restaurazione: calcolatrice, devota per interesse, madre per essere accettata in società.
Nella Restaurazione il vecchio mondo napoleonico perisce, scompaiono il conflitto, l’eroismo, la vocazione ed appaiono il compromesso sociale, la scalata al successo e l’ansia di arrivare secondo le regole di una società capitalista e feroce.
Nel suo passaggio dal passato al presente, Stéphanie si rarefà, si perde, si smarrisce nel delirio e nella natura. Diventa il mistero di sé.
Questa edizione di Adieu è stata magnificamente tradotta da una delle maggiori studiose e conoscitrici dell’opera di Balzac: Mariolina Bertini, ed è preceduta dalla densissima introduzione di Alessandra Ginzburg, preziosa per orientare il lettore nelle pagine del testo, ma che andrebbe letta alla fine per ripercorrere mentalmente la trama e coglierne tutte le dinamiche segrete, psicanalitiche.
La pubblicazione di Adieu si inserisce nel consolidato lavoro di Bertini e Ginzburg che sta riportando in libreria testi apparentemente minori del grande romanziere francese, come Il figlio maledetto o I martiri ignoti, che sono altrettante chiavi di lettura essenziali per comprendere l’insieme della sua opera. La loro militanza balzacchiana è un dono per tutti noi lettori.
Come forse si sarà capito, in Adieu si intrecciano tanti elementi: amore, malinconia, follia. Dei singoli e delle nazioni. La storia di un amore ma anche un enigma. L’addio del titolo non è solo commiato di chi teme di non ritrovarsi, è la voce del destino che crepa per sempre le esistenze di due individui e del loro mondo.
Verrebbe da dire che nessuna relazione di amore e passione si può chiudere in modo pulito, ma in quella raccontata in queste pagine la separazione fa emergere i fantasmi latenti della coscienza. Forse gli stessi fantasmi di una nazione che non aveva ancora elaborato la vergogna della sconfitta storica che aveva convertito l’eroismo dei campi di battaglia nella foga amorale della speculazione economica.
Adieu è la storia dei fantasmi mentali che ci aspetta alle soglie della Comédie Humaine. Un racconto sulla sopravvivenza impossibile: sopravvivere alla Beresina non vuol dire uscirne indenni, perché ciò che si è perduto — la dignità, l’amore, il senso, la speranza — non torna più.
