Outre-mer
di Guido Giuliano
“Non dire di alcun mortale che è felice prima che abbia varcato il suo ultimo giorno.”
Sofocle, Edipo re
Michel-Gazi Bretodeau guarda il mare e non lo vede. I suoi occhi vanno oltre l’orizzonte e il cielo. Due spilli neri piantati in un giovane viso di métis. Sul ponte della nave mastica rabbia e salsedine mentre la camicia azzurra aperta sul petto litiga col vento. Tra i piedi un borsone di tela, stretto nel pugno destro affondato in tasca un oggetto di metallo sottile.
Il cargo sul quale si è imbarcato a Mahé lascia dietro di sé una scia di spuma come una cicatrice tra le onde, finché supera Pointe des Galets e attracca a Le Port.
Grattacieli di container, baracche, gru e, lungo le banchine, imbarcazioni battenti bandiera francese. Non è poi così diverso dal porto commerciale di Marsiglia, dove è cresciuto respirando carburante e alghe marce.
Si avvicina al chiosco in legno di un’agenzia che affitta auto. Dietro il bancone un’impiegata dai tratti asiatici mangia pollo al cocco da una vaschetta di plastica e gioca un solitario sul computer dondolando la testa al ritmo di una maloya trasmessa alla radio. Quando si vede porgere le chiavi di una vecchia Peugeot e una pianta stradale sulla quale si legge: “Bienvenue à La Réunion!”, il ragazzo le chiede indicazioni per Saint-Denis.
“Désolé monsieur,” risponde l’altra continuando a masticare, “cette semaine les rues les plus directes sont fermées pour travaux. Vous devrez faire un détour plus long.”
Michel–Gazi si trattiene dal dare un calcio al bancone e torna a stringere quel piccolo oggetto di metallo che ora gli pare di sentir bruciare in tasca.
Un dito ancora ancora un po’ unto di pollo gli indica sulla cartina il percorso alternativo. Dopo un tratto verso sud lungo la costa, dovrà tagliare nell’interno, per poi affacciarsi sulla riva opposta e risalire a nord.
“Mais l’île est petite et vous arriverez en tous cas avant le soir.”
Compra un piccone e una pala in una ferramenta all’uscita del porto. Li soppesa per qualche istante. Poi li butta nel bagagliaio e richiude il portellone.
Saint-Paul, Saint-Leu, Saint-Louis. Quasi tutte le città sul mare portano nomi di santi, ma ovunque moschee, templi buddisti e induisti sorgono impassibili accanto alle chiese. I volti che scorrono oltre i finestrini sono mosaici di discendenze malgasce, europee, indiane e cinesi. È in questa goccia di Africa che Parigi ha incontrato Bombay sulla strada verso Pechino.
Per le vie del centro facciate colorate di case in stile coloniale si mescolano a bettole che sfoggiano grandi insegne ridicole nel tentativo di richiamare boutiques e locali della Ville Lumière. Nel vento caldo, odore di fritto e di rum alla vaniglia, donne in abiti sgargianti e auto di seconda mano.
Tra un santo e l’altro la strada scivola accanto all’Oceano Indiano. Michel-Gazi si lascia alle spalle lunghe spiagge di sabbia bianca dove le onde si mettono in fila per frangersi sulla barriera corallina: il genere di panorami che catturano i turisti dalle vetrine delle agenzie di viaggi. Ma Michel-Gazi Bretodeau non è un turista, passa oltre e non li vede, mentre le ruote alzano polvere sull’asfalto. Per lui la bellezza che sta attraversando è una contingenza irrilevante, la strada da percorrere non è altro che una distanza da azzerare al più presto, un ostacolo tra sé e un cimitero a Saint-Denis.
Già a Mahé aveva cercato un cimitero. Quello nel quale era convinto di trovare su una lapide il nome del padre, ma, una volta lì, aveva scoperto che i suoi resti erano stati buttati in un ossario, come ci si disfa degli scarti del pesce dopo una cena. Soltanto questo aveva saputo guadagnarsi in tutti gli anni sperperati lontano da casa quell’Ulisse incapace ubriaco di sogni sbagliati.
Francese di Marsiglia, Pierre Bretodeau era partito giovanissimo per il Burkina Faso, assunto da una multinazionale come coordinatore responsabile dell’attività estrattiva in una miniera d’oro. Ed era vissuto lì fino a quando una sua imperizia aveva causato un incidente, il crollo nel quale erano morti alcuni minatori, tra cui Gazi Sanou, padre di Akanke, la ragazza quindicenne dalla quale aspettava un figlio. Licenziato, tornò a Marsiglia portandola con sé e trovò lavoro alla dogana del porto. Michel-Gazi aveva quattro anni quando suo papà iniziò a trascorrere le serate fuori giocando d’azzardo. La madre non riuscì o non volle mai integrarsi nel Paese dove era sbarcata orfana, seguendo l’uomo che le aveva ucciso il padre, ma iniziò a fare in casa piccoli lavori di rammendo e cucito per riuscire a restituire quanto gli strozzini venivano a pretendere dopo aver prestato a Pierre i soldi che giocava. E Pierre perdeva quasi sempre. Ma una notte vinse da un uomo a cui mancava l’occhio sinistro – un disgraziato di passaggio che disse di non possedere altro – una piastra d’argento che recava inciso un codice. Lo stesso oggetto che vent’anni dopo Michel-Gazi e sua madre ricevettero per posta il giorno in cui arrivò da Mahé un plico con i documenti, i pochi effetti personali e il certificato di morte di Pierre. La stessa piastra che ora viaggia nella tasca di un ragazzo su una vecchia Peugeot, mentre da una strada costiera de La Réunion svolta verso nord-est, in direzione delle foreste e dei vulcani dell’entroterra.
Nel consegnarlo a Pierre, l’uomo gli aveva raccontato la storia del medaglione e lui, raccolti dal cassetto gli ultimi quattro soldi che c’erano in casa, aveva lasciato Akanke e il bambino in quella stanza che dava sul porto, forse cogliendo l’occasione per fuggire da una vita che per nessuno era stata una scelta. Stregato come chissà quanti altri prima di lui, era partito per le Seychelles con gli occhi e il sorriso di un pazzo, certo di avere tra le mani le più belle carte che la vita avrebbe mai potuto riservargli e con la presunzione che sarebbe stato in grado di decifrare le diciassette righe di quel crittogramma. Una scrittura iniziatica forse legata al simbolismo massonico, allo zodiaco o alla Chiave di Salomone.
La piastra d’argento era appartenuta a Olivier Levasseur, ufficiale di marina, poi corsaro ai Caraibi al servizio della Corona di Francia sotto il Re Sole e infine pirata nell’Oceano Indiano, quando, al termine della guerra di successione spagnola, aveva rifiutato di cedere il comando della propria nave e di rientrare in patria. Si era guadagnato il soprannome di “La Buse”, “La Poiana”, per il naso adunco e l’abile ferocia con la quale attaccava le sue prede. Un colpo di sciabola lo aveva reso cieco da un occhio, ma non aveva fermato le sue ali veloci.
Un giorno d’aprile del 1721 la poiana volò in picchiata su Nossa Senhora do Cabo, un galeone portoghese che tornava dall’India verso Lisbona. A bordo il Viceré, il vescovo di Goa e il tesoro della sua cattedrale. La Buse si impossessò del carico senza sparare un colpo. Pochi giorni prima, per salvarla dal naufragio durante una tempesta, i marinai avevano ricevuto l’ordine di buttare a mare i settantadue pesanti cannoni di cui era armata la nave. Quando La Buse la sorprese, Nossa Senhora do Cabo era ferma in una baia a la Réunion con le vele ammainate, mentre l’equipaggio riparava le falle che la burrasca aveva aperto nelle fiancate. Una lepre ferita senza vie di fuga.
Nella stiva sete, gemme, metalli preziosi, forzieri pieni di monete e poi reliquie e oggetti sacri, tra i quali l’enorme Croce fiammeggiante della Cattedrale di Goa in oro massiccio. Ci vollero tre uomini per caricarla sulla nave di Levasseur.
La Buse aveva tra gli artigli uno dei più grandi tesori di tutta la storia della pirateria, ma non aveva modo di goderne. L’Olivier di un tempo, l’ufficiale di marina nato a Calais, il corsaro che era stato o un qualunque onesto suddito di Sua Maestà avrebbe potuto acquistare palazzi, cavalli, carrozze e poi avere servi, organizzare balli e banchetti. Ma non l’Oliver pirata. Come può un fuorilegge sempre in fuga da una costa all’altra sfruttare una ricchezza simile vivendo per mare? Solo tornando a essere un borghese rispettabile, solo chiedendo l’amnistia offerta dalla Corona francese ai pirati dell’Oceano Indiano che avessero rinunciato alla loro attività.
Nel 1724 Levasseur inviò un messo al governatore dell’isola de La Réunion per contrattarne i termini. La risposta non potè soddisfarlo: la Francia era disposta a concedergli il perdono, ma il prezzo che chiedeva in cambio era proprio il tesoro di Nossa Senhora do Cabo. A una poiana non serve il perdono se gli viene tolta l’unica ragione per la quale lo ha chiesto.
Nell’attesa di decidere in quale direzione volare, scese a terra per nascondere tutte quelle ricchezze in una qualche isola. Molti dicono a Mahé. Ma, quando si posa, un predatore può diventar preda. Fu catturato vicino a Fort Dauphin, in Madagascar, e condannato a morte.
Per un bizzarro dispetto del caso, quella che avrebbe potuto essere la sua più grande fortuna lo portò alla forca proprio là dove l’aveva incontrata, a La Réunion. Olivier Levasseur fu impiccato per pirateria a Saint-Denis il 7 luglio 1730 alle cinque del pomeriggio.
Pochi istanti prima dell’esecuzione, come un attore consumato salito sul palco per la sua ultima replica, dal patibolo lanciò tra la folla accorsa a vedere lo spettacolo il medaglione che aveva al collo, gridando: “Trouve mon trésor, celui qui saura le comprendre!”
Dicono che il suo cadavere sia stato esposto appeso in riva al mare, che in seguito sia stato sepolto in una fossa sulla spiaggia sotto la linea dell’alta marea e quindi del suo corpo si sia persa ogni traccia.
Nel cimitière marin di Saint-Paul esiste però una tomba con una croce di pietra sulla quale sono incisi un teschio e due ossa incrociate. A lato si vede un piccolo cannone e dall’altra parte un cartello nero in metallo:
Olivier Levasseur
dit
La Buse
Pirate
des mers du Sud
Un monumento celebrativo alle sue imprese, un’eco della sua leggenda. Turisti e appassionati di storie sui pirati vengono a lasciare sulla lastra sepolcrale biglietti, monete, fiori e collane. Ma talvolta compaiono anche targhe di remerciement, sigarette e bicchieri di rum lasciati da gente del posto durante rituali di magia nera.
Peccato che il cimitero sia stato costruito quasi sessant’anni dopo l’esecuzione di Levasseur. Peccato che quella tomba sia comparsa solo nel 1970. Peccato sia vuota. E peccato sia nel posto sbagliato.
Michel-Gazi questo lo sa, perché lo sapeva suo padre.
Pierre non riuscì mai a decifrare il crittogramma di La Buse, ma, dopo aver scoperto su alcuni scogli della costa sud di Mahé graffiti scritti forse nello stesso alfabeto, si convinse di aver individuato l’area nella quale concentrare le proprie ricerche. I suoi trascorsi di responsabile dell’attività estrattiva nelle miniere in Burkina Faso gli consentivano di muoversi con agio nell’ottenere autorizzazioni ufficiali per procedere agli scavi, aprire cantieri, assoldare manodopera locale, affittare metal detector ed escavatori. A ogni fallimento lui aumentava il raggio delle sue illusioni, mentre diminuivano i mezzi che aveva a disposizione, così come il numero delle persone che volessero ancora lavorare per lui. Finché rimase da solo, con una pala, un piccone e una bottiglia di rum.
Nei primi anni tornava a casa per Natale, talvolta anche per il compleanno di Michel-Gazi, poi soltanto quando aveva finito i soldi, per prenderne altri dal cassetto di Akanke. Diversi gli occhi, scuri, di straccione. Il giorno in cui non gli restò nemmeno di che comprarsi il biglietto per Marsiglia, i soldi iniziò a farseli mandare.
Dapprima, attraverso racconti di avventure in luoghi esotici e promesse sempre rinnovate di un imminente ritorno con ricchezze favolose, l’eroe faceva sognare il bambino. Quindi, con le sue assenze e le continue richieste di denaro, l’egoista sordo ai suoi doveri e agli affetti familiari accendeva la rabbia nel ragazzo. Infine la solitudine e la miseria che il fallito non poteva più nascondere proiettavano nel giovane uomo un’ombra di pietà che attutiva appena il suo rancore e lui avrebbe preferito non provare.
Chissà se a quel punto suo padre avesse già capito che per lui non sarebbe mai arrivata la mano vincente, ma avesse ritenuto meno disonorevole bluffare raddoppiando ancora la posta, piuttosto che lasciare il tavolo, tornare a casa e ammettere davanti a chi l’aveva visto partire di aver perso anche quella partita.
Dopo vent’anni trascorsi cercando il tesoro di Goa, Pierre Bretodeau, esaurita ogni risorsa e lasciati alla moglie e al figlio nient’altro che debiti, crepò di cirrosi sull’isola di Mahé.
Per un bizzarro dispetto del caso, come già era accaduto a Levasseur, quello che all’inizio gli era parso il più grande colpo di fortuna della sua vita aveva avuto come esito ultimo la morte.
Akanke, appassita anzi tempo per la fatica e gli stenti, con la stessa rassegnazione con la quale aveva seguito il marito dal Burkina Faso alla Francia, di lì a poco lo aveva raggiunto anche in quell’altro Paese, il più lontano, l’ultimo. Solo dopo averla sepolta, Michel-Gazi aveva deciso di partire.
A Mahé, nello scoprire che suo padre non aveva nemmeno una tomba sulla quale potesse sputare, aveva di nuovo provato pena per colui che credeva di odiare e dentro di sé aveva dirottato il capitale di rabbia accumulato nel tempo verso chi, lanciando come una maledizione quel medaglione alla folla, per quasi trecento anni aveva illuso e portato alla rovina chissà quanti altri Pierre Bretodeau.
Aggrappandosi a un particolare tra tanti nelle favole narrategli dal padre quando era bambino, si era imbarcato sul primo cargo che partisse per La Reunion, con l’intenzione di vendicare oltre a lui, anche la madre e sé stesso. Una sera, uno degli uomini con i quali aveva scavato, dopo molti, troppi, bicchieri di rum perché lo si potesse prendere sul serio, aveva raccontato a Pierre una storia: nella sua famiglia si diceva che il cadavere di Levasseur, raccolto dal suo secondo in un gesto di deferente pietà, fosse stato tenuto nascosto per anni e poi sepolto tra i senza nome in un cimitero sul mare a Saint-Denis.
Tra il Piton des Neiges e il Piton de la Fournaise, che quando vuole riversa ancora nell’oceano il suo carico di fuoco, si distende come un corridoio la regione percorsa dall’unica strada che attraversa per intero La Réunion. Su questa, ora Michel-Gazi si inerpica con la sua Peugeot in mezzo a monti e foreste pluviali. La vegetazione sempre più intricata inghiotte l’auto tra felci arboree e tamarindi, lungo crateri di vulcani o strapiombi nati dal crollo di originarie camere di lava sotterranee. Il verde scurissimo è interrotto dai nastri d’argento delle cascate che talvolta rimbalzano direttamente sull’asfalto e come improvvise tende d’acqua coprono per qualche secondo il parabrezza di chi le attraversa.
Il ragazzo supera i piccoli centri urbani dell’interno, quelli in cui si stabilirono per primi gli schiavi malgasci o africani fuggiti dalle piantagioni di vaniglia, caffè e canna da zucchero. In questa zona un tempo inaccessibile, adesso Michel-Gazi può comodamente fermarsi in un Leclerc dove comprare per pochi euro un panino alla salsiccia rougail e una Pepsi-Cola. Nel parcheggio del supermercato alcune rane saltano tra i resti di quelle schiacciate dalle ruote delle auto, millepiedi giganti dormono sotto le rocce nelle aiuole, mentre enormi ragni gialli e neri catturano zanzare nelle loro tele filate tra i carrelli della spesa.
Sceso sulla costa orientale, lungo la strada che lo riporta verso nord, incontra altri santi: Saint-Benoît, Saint-André, Sainte-Suzanne, Sainte-Clotilde.
Tra una città e l’altra frangipani e zuccherifici si inseguono fino a Saint-Denis. Onde di spuma e perle d’acqua battono grandi rocce nere sulle quali talvolta alcune iscrizioni ricordano persone scomparse in mare.
Quando arriva al cimitero il sole sta tramontando e il guardiano ha già chiuso i cancelli. Michel-Gazi lascia l’auto sul lato verso Rue du Cimetière de l’est, prende dal bagagliaio la pala e il piccone e scavalca senza fatica il basso muretto di cinta.
Nella parte nord i ricchi riposano in cappelle di basalto scuro tra vialetti curati, a sud tombe modeste si accalcano senza ordine. Cammina rapido guardandosi attorno finché trova la zona più vecchia del camposanto, quella dove erano accolti clandestini, schiavi, stregoni il cui nome non andava nemmeno pronunciato e cadaveri di naufraghi che il mare aveva riportato a riva. Chi ha per epigrafe un sole e una luna, chi un serpente, una tartaruga o uno squalo, chi un’ancora o una rosa dei venti, ma tra le tombe coperte di muschio e senza nome ce n’è una rivolta verso il mare, sulla cui pietra sepolcrale è inciso un uccello con le ali spiegate. Michel-Gazi le spezza, spaccando la lastra col piccone. Il rumore dei colpi fa eco ai rintocchi cupi di un campanile in città. La poiana non vola più.
Sposta i frammenti di pietra e pianta la pala nel suolo compatto. Scavando scopre lo scheletro di due mani che trattengono sul petto l’impugnatura di una sciabola. La terra ha colmato le orbite nel cranio, ha riempito la bocca dietro le arcate dei denti, tra le coste ha preso il posto dei polmoni e del cuore, ha inondato il bacino.
Raccoglie la sciabola. Incise sull’elsa due lettere: O. L.
Michel-Gazi ora ne è sicuro. Vibra di rabbia e soddisfazione mentre nell’alito caldo della notte si toglie la camicia azzurra e riprende il piccone per sbriciolare quel che resta di un uomo vissuto di violenze e rapine, un assassino diventato leggenda che, nonostante tutto, a differenza di suo padre, una tomba ce l’ha.
Ripensa a se stesso bambino, ripensa alla madre, a quegli anni trascorsi aspettando che a Natale tornasse prima l’eroe, poi l’egoista e quindi il fallito che, oltre alla propria vita, stava spendendo anche quelle della moglie e del figlio.
Schegge d’osso schizzano via sotto i suoi colpi, ma a un tratto, tra le coste spaccate, dietro lo sterno, dove poteva esserci il cardias, un oggetto scintilla sotto la luna. Si inginocchia per prenderlo. È una piastra d’argento simile a quella che ha in tasca, ma forata. La Buse poteva averla inghiottita poco prima di salire sul patibolo. Una copia? No. Sovrapponendole per confrontarle Michel-Gazi si accorge che con uno scatto si incastrano in un’unica posizione possibile. Attraverso le fessure della seconda ora si legge sulla prima un messaggio inequivocabile: una serie di numeri. Delle coordinate.
Ovvio che suo padre e nessuno prima di lui fosse mai stato in grado di decifrare quell’alfabeto misterioso, quelle diciassette righe in codice che da sole non volevano dire niente. Non una scrittura iniziatica, ma un escamotage pensato allora secondo lo stesso banale principio per cui oggi si tiene il PIN separato dalla carta di credito. Il lancio sprezzante dal patibolo era stata solo un’esca, una beffa volta a trarre in inganno chi per quel tesoro lo aveva impiccato.
Sul Cimetière de l’Est gridando striduli volano in cerchio i pipistrelli. Michel-Gazi guarda i numeri sulle piastre d’argento ora ricongiunte e le labbra scoprono i suoi denti di maiolica in un sorriso di luna. Negli occhi la luce di un pazzo, la stessa che aveva visto in quelli del padre il giorno in cui era partito la prima volta andandosene oltre il mare.
Pianta la sciabola di Levasseur nel trito di terra e ossa rotte con l’elsa girata in modo che si leggano le iniziali. Salta di nuovo il muro di cinta e corre via.
Nella notte, lieve e continuo lo sciabordio delle onde.

Bellissimo.