Atei non si diventa

Mark Rothko, Untitled (White, Blacks, Grays on Maroon), 1963, Kunsthaus Zürich, 1971

 

di Andrea Carloni

I. L’illusione dell’anagrafe laica

Un malinteso di fondo domina il dibattito contemporaneo sull’ateismo — un errore di prospettiva che accomuna, paradossalmente, credenti e non credenti: l’idea che per essere atei sia sufficiente non avere fede in Dio, disinteressarsi alla religione, oppure che l’ateismo sia un punto d’arrivo, una conquista intellettuale da appuntarsi al petto dopo aver scalato le vette del razionalismo scientifico o del disincanto filosofico. Scienziati e saggisti come Richard Dawkins o Sam Harris hanno costruito un’intera impalcatura teorica su questo presupposto: l’emancipazione da Dio sarebbe un processo lineare di alfabetizzazione laica. Si studia, si comprende la natura, si demistifica il dogma e, finalmente, si diventa atei.

Questo impianto crolla davanti a una constatazione tanto banale quanto radicale: nessuno di noi è nato pronunciando il nome di Dio. Quando veniamo al mondo non possediamo dogmi, non conosciamo le Scritture, non siamo cattolici, musulmani o indù. Non abbiamo memoria del sacro né percezione del trascendente. In quell’innocenza originaria siamo tutti, senza eccezione, strutturalmente atei. Ma quell’ateismo primordiale non è una medaglia al valore razionale: è un’adesione immediata e nuda alla materia, un’innocenza che precede ogni scelta. È la nostra preistoria privata.

Il vero problema filosofico, allora, non è capire come si possa diventare atei oggi, ma comprendere come abbiamo fatto a smettere di esserlo — e se quell’analfabetismo divino, una volta perduto, sia in qualche modo recuperabile.

II. Il morso del Verbo: come il linguaggio crea Dio

Se l’infanzia è la patria dell’ateismo puro, il linguaggio ne è l’esilio definitivo. Nel prologo del Vangelo di Giovanni si legge: “In principio era il Verbo. Da un punto di vista antropologico e cognitivo, questa affermazione custodisce una verità letterale: Dio entra nell’orizzonte umano solo attraverso la parola.

Prima che l’infante acceda al linguaggio, la sua partecipazione alla realtà non è codificata in simboli. Il mondo è una presenza muta e densa. Come scrive Jean-Paul Sartre nella sua autobiografia Le parole:

“Prima delle parole, c’erano le cose, dense e mute… Poi sono venuti i nomi, e il mondo si è squarciato.”

Il linguaggio introduce la fessura della separazione: dà un nome alle cose, le categorizza, le astrae: è la nascita dello storytelling, della narrazione. E nel momento stesso in cui l’essere umano diventa capace di raccontare ciò che non vede, di dare un nome all’assenza, il concetto di Dio penetra dentro di lui come un passeggero clandestino sul treno della parola. Anche senza trasmissione familiare o confessionale, imbattersi nell’idea di una forza ordinatrice o di un principio divino sarebbe comunque, prima o poi, inevitabile.

A questo punto l’adulto che cerca di liberarsi di Dio potrebbe commettere un errore ingenuo: cercare il silenzio, tentare di estromettere la parola, convinto che uscendo dal Verbo si possa uscire da Dio.

Ma il silenzio non basta. I mistici di ogni epoca lo hanno dimostrato: l’abbandono della parola, la cosiddetta “teologia negativa”, non è negazione di Dio, bensì il suo massimo cortocircuito amoroso — il silenzio davanti all’ineffabile. Lo specchio del linguaggio ci ha ormai modificati in profondità, antropologicamente. Non si può dimenticare come si va in bicicletta, così come l’occhio alfabetizzato non può fare a meno di leggere le lettere di un’insegna luminosa: allo stesso modo, l’uomo post-linguistico non può semplicemente “decidere” di svuotarsi. Il silenzio dell’adulto è gravido di simboli; non sarà mai il silenzio vuoto e pulito del neonato.

III. Il fallimento del distacco favolistico

Un’altra via di fuga tentata dall’ateismo contemporaneo è quella che potremmo definire “il distacco favolistico”. Molti intellettuali suggeriscono di trattare le religioni al pari del sistema educativo delle favole: leggiamo Pinocchio o le fiabe di Esopo, ne traiamo un insegnamento morale, ma non per questo crediamo all’esistenza reale del burattino o della volpe parlante. Perché non fare lo stesso con la Bibbia o i miti della creazione?

Questa soluzione pecca di superbia intellettuale. Sottovaluta l’arma più potente e pericolosa della mente umana: l’inevitabile attitudine all’immedesimazione. Quando guardiamo un film o ascoltiamo una storia, attiviamo quella che il poeta Samuel Taylor Coleridge definiva:

“…quella sospensione volontaria dell’incredulità per il momento, che costituisce la fede poetica.”

Per la durata della rappresentazione noi crediamo davvero. Piangiamo per la morte di un personaggio che sappiamo fatto di pixel o d’inchiostro, o almeno temiamo per lui, speriamo con lui. Sospendiamo il dubbio. Se la nostra mente è così strutturalmente vulnerabile all’incanto della finzione — al punto da arrendersi fino ai titoli di coda — come possiamo pensare di restare freddi e distaccati di fronte alla più grande, drammatica e totalizzante narrazione mai proposta dall’umanità?

Finché l’uomo rimarrà una creatura capace di farsi catturare dalle storie, l’ateismo inteso come pura indifferenza o distacco estetico resterà un mito per accademici. Non si può essere atei finché si è capaci di immedesimarsi in un racconto: l’attitudine alla credenza si riattiverà sempre.

IV. L’equivoco della conversione laica: la trappola del nichilismo

Se l’ateismo non può essere un ritorno spontaneo all’innocenza, né può limitarsi al distacco estetico delle favole, l’adulto si trova davanti a un vicolo cieco. Spesso, nel tentativo di darsi uno statuto, l’ateismo moderno si organizza in un codice di pensiero. Ma proprio in questo passaggio si compie un gesto che ha, paradossalmente, la stessa struttura della conversione religiosa. Dire “passo dal cattolicesimo all’ateismo” significa trattare l’ateismo come una nuova professione, un vestito ideologico da indossare.

Delimitarlo in una serie di disposizioni rigide — il razionalismo assoluto, lo scientismo, etc. — significa ridurlo a un’altra variante di religione laica, non diversa da certe discipline orientali non deiste. Ma la realtà è ancora più scettica di così: non tutte le persone razionali sono atee, né lo sono tutti gli scienziati. Persino l’empirista più disincantato deve fare uno sforzo ricorrente per persuadersi che il cielo è in realtà nero come la pece, e non azzurro come i riflessi atmosferici glielo fanno apparire.

Il vero pericolo di questo ateismo “codificato” è una sorta di pan-nichilismo. La mente umana, alfabetizzata e strutturata dal linguaggio, non tollera il vuoto assoluto. Se ci si limita a svuotare il cielo da Dio senza modificare l’attitudine alla credenza, la fede non scompare: si sposta semplicemente da una destinazione all’altra. L’ateo dogmatico smette di credere in Dio per finire a credere in “tutto il resto” — in sé stessi, nelle proprie radici, nell’infallibilità del Progresso, nello Stato o nel Capitale, nella Tecnica come nuova provvidenza, e via discorrendo.

Lo stesso filosofo ateo contemporaneo John Gray sostiene, in buona sintesi, che il mondo moderno non è meno religioso di quello antico; ha solo frammentato i suoi dèi in idoli secolari.

Dunque questo ateismo di superficie non libera l’individuo: ne cambia solo il padrone. Atei non si diventa, perché la struttura mentale della fede non può essere cancellata con un colpo di spugna razionalista.

V. La rivelazione del vuoto: il verbo che cancella Dio

Se non si può abbandonare la credenza, una via d’uscita potrebbe essere non la sottrazione del sacro, ma il suo sconvolgimento — la sua reinterpretazione radicale. Non si tratta di distruggere l’edificio religioso dall’esterno con le formule fredde della scienza, ma di spingerlo fino al suo estremo cortocircuito interno: estromettere Dio della nostra stessa religione, rendere la Rivelazione non più l’annuncio della sua esistenza, ma la rivelazione cosmica della sua assenza.

Per comprendere questa svolta, il saggio contemporaneo deve abbandonare le scorciatoie dell’esistenzialismo classico. Non basta “immaginare Sisifo Felice” nella sua condanna assurda, perché l’eroe di Camus resta comunque un’immaginazione poetica, una finzione intellettuale. Bisogna invece guardare al cuore del mito occidentale: la figura di Cristo.

Nelle ultime ore sulla croce, il Nazareno urla una frase che squarcia la storia della teologia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. In quel preciso istante, secondo la lettura del filosofo Slavoj Žižek, accade qualcosa di unico nel panorama delle religioni mondiali. Non è un uomo che dubita; è il messia stesso che fa esperienza dell’ateismo. Sulla croce la trascendenza si svuota dall’interno: Cristo muore non come messaggero di Dio, ma come profeta radicale della sua assenza.

In alcuni saggi come La mostruosità di Cristo o Come diventare veri materialisti, Žižek asserisce che “ciò che muore sulla croce non è il rappresentante di Dio sulla terra, ma il Dio trascendente stesso”.

Cristo diventa così la figura paradossale che annuncia la solitudine dell’uomo. La Buona Novella, riletta attraverso questo malinteso illuminante, non promette una salvezza ultraterrena, ma rivelerebbe il segreto più spaventoso e liberatorio: “Non c’è nessuno lassù, siete rimasti soli. Siete voi i custodi dei vostri fratelli”.

L’ateismo maturo, allora, realizza l’annuncio che per secoli non avevamo osato cogliere nei testi sacri. È l’illuminazione che arriva per equivoco, al termine della liturgia della storia: la messa è finita, il cielo è vuoto. È il grande meriggio di cui parlava Nietzsche in Così parlò Zarathustra, il momento in cui l’umanità si emancipa definitivamente dai suoi stessi spettri:

Morti sono tutti gli dèi: ora vogliamo che il superuomo viva.

Ma è proprio a questo punto, dopo che gli dèi sono stati dichiarati morti e la liturgia è terminata, che l’uomo adulto si scontra con il limite invalicabile della sua stessa mente.

VI. L’impossibilità dell’oblio: la condanna della memoria

La proclamazione della morte di Dio, la fine della messa, non risolvono il problema biologico e psicologico dell’individuo. Possiamo anche aver compreso l’equivoco della Rivelazione, ma la nostra mente — ormai alfabetizzata, cresciuta nel Verbo e strutturalmente condannata all’immedesimazione favolistica — non può semplicemente resettarsi.

L’unico modo autentico per essere radicalmente atei, per guarire dalla tendenza alla fede, sarebbe un oblio totale: dimenticare definitivamente Dio. Cancellare l’idea stessa di un ordine millenario, annullarne ogni risonanza conscia e inconscia.

Ma questo non è possibile. Una volta che il codice del sacro è entrato in noi attraverso il linguaggio, rimane come una cicatrice cognitiva. Anche l’ateo più convinto, per farsi trasportare da un bel romanzo, ha bisogno — seppur temporaneamente — di credervi; e quando spera contro ogni logica, o cerca un senso nel dolore, sta riattivando quella stessa struttura di affidamento e credenza che ha generato le religioni. Non possiamo dimenticare Dio, né possiamo annullarne il ricordo con un atto di volontà razionale. Possiamo farlo, al massimo, per periodi circoscritti — mai definitivamente. La nostra mente post-infantile è un tempio sconsacrato, le cui mura portanti sono ancora modellate sulla forma di una qualche preghiera.

VII. Conclusione: l’anamnesi della misconoscenza

Se l’oblio è impossibile e la conversione laica è solo una trappola ideologica, qual è dunque l’unica strada concessa all’individuo per abitare l’ateismo, oggi? Probabilmente una prassi intima, un esercizio di scavo archeologico che rovescia la direzione del pensiero: l’ateismo come anamnesi della misconoscenza.

Non potendo dimenticare Dio, l’adulto deve sforzarsi di ricordare il tempo in cui non lo conosceva ancora. Deve rivolgere la memoria alla propria preistoria, a quei primi anni di vita che sono stati gli unici, veri, autentici momenti atei della nostra esistenza — un’esperienza pura che ci ha accomunato tutti, prima che le parole dei genitori, degli insegnanti o degli amici ci disponessero in recinti confessionali.

Occorre ricordare noi stessi prima del linguaggio, quando la nostra partecipazione alla realtà non era ancora codificata in simboli. In quell’infanzia remota l’adesione al mondo era immediata, nuda e pulita. Non avevamo un dio a guidarci, perché non avevamo il vuoto della parola da colmare con un nome sacro. Le cose erano cose, e la carne era carne.

Il filosofo Giorgio Agamben, in Infanzia e storia, definisce questo stato come un’esperienza originaria, muta, prima del soggetto, cioè prima del linguaggio.

L’ateismo più che una conquista del futuro o traguardo della scienza, è la memoria fedele del nostro inizio. È l’atto di spogliare il cosmo dai significati preconfezionati e dai destini divini, per ritrovare quel “saper vedere senza stare a pensare” di Pessoa.

Atei non si diventa. Lo si è già stati tutti. Nella preistoria dimenticata dei nostri primi giorni. E la possibile disciplina laica da esercitare, nell’età adulta della parola, è la custodia ostinata e fattiva di quel ricordo: l’eco di quando il mondo era quello che era, e noi lo abitavamo senza necessità di inventare altri cieli oltre a quello che già ci appariva.

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Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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