Un ricordo di Carlo Ginzburg

Tra i molti ricordi di mio padre Carlo Ginzburg, usciti in questi giorni dopo la sua morte il 17 giugno, questo è quello che mi ha toccata più di tutti. Grazie
fatamorganaweb.it che lo ha pubblicato per primo.

 

Frammenti di vite lontane, sconosciute e familiari

di Cora Presezzi

Carlo Ginzburg era un viaggiatore formidabile. Poteva capitare di scrivergli a più riprese nell’arco di qualche settimana, e lui avrebbe risposto una volta dall’aeroporto di Parigi, un’altra da un hotel di Sibiu, quella dopo da San Pietroburgo o da Los Angeles, dove era appena arrivato dopo essere stato a Pechino. Anni fa, alla cerimonia in cui gli fu conferita la cittadinanza onoraria di Montereale Valcellina (il comune friulano dove viveva Menocchio), il suo amico Adriano Prosperi descrisse il modo che Ginzburg aveva di entrare nelle città durante i suoi innumerevoli viaggi: come se fosse sempre la prima volta. Pare infatti che gli fosse sconosciuto il senso del ritorno, e di sé diceva di aver sempre avuto un intenso rapporto con i paesaggi, ma un «debolissimo sentimento di appartenenza ai luoghi». D’altronde è stato lui a suggerirci la lettura più interessante del detto «tutto il mondo è paese»: non che tutto il mondo è uguale, ma che ovunque si può essere spaesati rispetto a qualcosa o a qualcuno (una condizione carica di benefici per il troppo piccolo cosmo del nostro ego), per poi imbattersi, nel più selvaggiamente lontano e straniante dei luoghi fisici o immaginari, in qualcosa di profondamente familiare.

La tensione tra straniamento e familiarità è anche una delle chiavi della storiografia di Ginzburg, del suo modo di immergersi nel paesaggio umano. E il flebile senso di appartenenza è stato probabilmente ciò che gli ha permesso di scrollarsi di dosso ogni etichetta che rischiava di trasformarsi in una gabbia. Nessun campo, tema, forma, gruppo, scuola, nemmeno la direzione della mitica collana «microstorie» di Einaudi, e persino nessuna metodologia affinata nel corso di una specifica indagine (come quando progettava di scrivere un libro su Jean-Pierre Purry, a cui aveva dedicato vari anni di ricerche, ma poi gli parve troppo simile nell’impianto allo studio su Menocchio, e desistette): nulla poteva reggere il passo della sua caccia implacabile di qualcosa che potesse scardinare il già noto, mettere l’intelligenza e l’immaginazione davanti a un problema, far sorgere la cosa più difficile da trovare per ogni ricercatore: una vera domanda, prodotta dal confronto con l’opacità e con l’ignoto, possibilmente presaga di più livelli di verità.

Ma a fondamento di questa postura radicalmente dinamica, c’è la feroce fedeltà di Carlo Ginzburg alla sua vocazione di storico, che era anche la forma obliqua del suo quotidiano impegno politico e umano, svolto attraverso la ricerca, la scrittura, l’insegnamento. Quando evocava la scena della triplice decisione presa a vent’anni davanti a uno scaffale della biblioteca universitaria, da cui ebbe avvio questa lunga fedeltà al mestiere di storico, a qualcuno sarà forse venuta alla mente quella pagina delle Piccole virtù, dove Natalia Ginzburg, sua madre, descrive la consapevolezza del non poter produrre o controllare, e insieme il dovere elementare di favorire e non ostacolare, la nascita, in un ragazzino, di «una vocazione, una passione ardente ed esclusiva».

Nelle pagine di sua madre, il Carlo figlio compare in più occasioni. È il giovane uomo dagli «occhi di carbone», la «testa nera, irsuta e selvatica», che la scrittrice scopre essere uno dei suoi pochissimi interlocutori, al quale lei sottopone ciò che scrive e lui la delizia coprendola «di insulti e contumelie, con prepotenza divertita e selvaggia». Ed è il bambino portato insieme ai fratelli, ogni mattina molto presto, a fare lunghe passeggiate nella neve a Pizzoli, il comune dell’aquilano dove la famiglia visse al tempo del confino di Leone, e con cui poi mantenne per sempre un fortissimo legame. E proprio a quell’infanzia abruzzese, ma più in generale alle storie e letture d’infanzia, Ginzburg è più volte tornato per rintracciare il capo di fili che avrebbe poi ritessuto nelle sue ricerche di adulto: le nenie macabre che gli cantava Crocetta, la ragazzina dell’Aquila che gli faceva da balia a Pizzoli, ma anche la lettura di fiabe illustrate, tra le quali ricordò in più occasioni le spaventose metamorfosi del personaggio di Gomitetto nelle amate Fiabe di Capuana.

Ho assistito a molti suoi seminari, ma non sono mai stata a una lezione universitaria di Ginzburg. Sul suo modo di fare lezione conosco i racconti di suoi ex studenti poi divenuti miei amici: un vero campionario leggendario che resterà giustamente appannaggio della tradizione orale, in cui si affastellano aneddoti e frasi ormai mitologiche. Molti dicono, e lo ha scritto anni fa Ottavia Niccoli, che il Ginzburg insegnante riusciva a portarti a fare delle cose che non avresti mai creduto di poter fare. Di questo, e dell’energia contagiosa che era in grado di trasmetterti se si appassionava a una ricerca che stavi conducendo, ho invece esperienza diretta. Ricordo la sensazione esaltante nell’avvertire i perimetri di sicurezza sgretolarsi, l’ansia del giudizio altrui svaporare, i «non è il mio campo» venire letteralmente demoliti da un entusiasmo travolgente, dalla gioia di scommettere tantissimo, dal rischio di non afferrare nulla. Ricordo di aver lavorato su una pista che gli era parsa intrigante, qualche anno fa, per tutto il mese di agosto, svegliandomi prestissimo ogni mattina e scrivendo per una trentina di giorni come una forsennata. Alla fine alcune cose non tornavano e inserii una nota in cui promettevo una versione estesa del contributo in cui avrei chiarito x e y. Glielo mandai. Dopo mezz’ora arrivò una sua email: aveva letto ovviamente anche le note, dato che la sua risposta fu «non vedo l’ora di leggere la versione maior».

È stato detto più volte, in questi giorni dopo la sua scomparsa, che Ginzburg era un gigante, in riferimento alla sua statura intellettuale e morale. E in effetti Carlo faceva spesso le cose in una scala tutta sua, che raramente prevedeva mezze misure. Come l’accoglienza che riservava ai suoi visitatori, aspettandoli sul pianerottolo davanti all’ascensore, con le braccia spalancate, un grande e raggiante sorriso, e poi diceva «Evviva!»; l’enorme caffettiera che preparava a qualsiasi ora del giorno, versandosi le più grandi tazze di caffè immaginabili; le quantità esorbitanti di parmigiano che grattugiava in una cuccuma, invitandoti ripetutamente durante il pasto ad aggiungere altro formaggio al tuo piatto; il numero di spazi che digitava, quando scriveva al computer, tra una parola e l’altra, e che potevano essere tre, quattro o anche sei, a testimonianza dell’energia con cui batteva sulla barra spaziatrice; i viaggi di cui ho già parlato, culminati in un vero e proprio giro del mondo che fece poco prima della pandemia; e ovviamente i programmi di ricerca ambiziosissimi che si era prefissato, e quelli che ha portato a termine. Ricorderò qui solo Storia notturna, un libro che rileggeremo e che avrà sempre qualcosa da dirci, frutto di oltre quindici anni di ricerche e dedicato alla genesi dello stereotipo del sabba stregonesco, dove si parte dal Friuli e si attraversano in lungo e in largo le pendici più remote dell’Eurasia alla ricerca di elementi da inserire in una vastissima comparazione diacronica.

A volte, specie nel caso di alcuni saggi, leggere Carlo Ginzburg è difficile. Non per questioni di stile, perché la sua scrittura è sempre refrattaria ai tecnicismi, alle formule che occultano invece di rivelare, ma per la tortuosità – come direbbe lui – delle piste e per i giochi di scatole cinesi che tanto amava come lettore e come scrittore. Ma sempre si può star certi che anche il più impervio dei tragitti porti da qualche parte, a una qualche verità.

Ci sono ancora tante cose che ho la tentazione di evocare. Alcune sue risposte memorabili, ad esempio: «questo non è né un merito, né un’attenuante», detto a un interlocutore che sottolineava, con una certa compiacenza, il fatto che I benandanti fosse stato scritto all’età di ventisette anni; «meglio un asino vivo che un cavallo morto», quando gli chiesero perché non si cimentasse nella scrittura letteraria, dato il suo evidente talento per la narrazione; «il coraggio è tutto dall’altra parte», detto a proposito della Chiesa cattolica, quando venne aperto agli studiosi l’archivio della Congregazione della fede, e qualcuno parlò del coraggio di Carlo Ginzburg, che diversi anni prima aveva scritto una lettera a papa Wojtyla per chiedergli di rendere accessibili agli studiosi i documenti lì conservati (era il 1978 e stava allora studiando il caso dell’ebreo convertito, buffone e distillatore, Costantino Saccardino).

Oppure alcune sue battaglie: come quella contro l’abuso della categoria di empatia, in cui vedeva una troppo facile scappatoia all’imperativo di analisi razionale e distacco critico, o quella (ben delineata già in Spie) relativa alla categoria di identità, a suo avviso uno strumento repressivo e di dominio, inservibile sul piano analitico. O le sue sopracciglia cespugliose, parte attiva in ogni conversazione, così come gli intercalari – il suo Eh già! – inconfondibili. Il suo sfrenato piacere non della conoscenza come possesso, ma del conoscere come moto perpetuo. La sua proverbiale euforia dell’ignoranza: il patto implicito di ogni scambio con lui si fondava, come Lucio Biasiori ha ricordato nel discorso di commemorazione all’Archiginnasio, sull’idea che l’ignoranza non fosse qualcosa di cui vergognarsi, ma la condizione necessaria per imparare. O, ancora, i capisaldi che non si stancava di ribadire, come la distinzione tra risposte inaccettabili sul piano morale e domande legittime da sottrarre al terreno del nemico. O il modo che aveva di pronunciare certe parole in altre lingue, come la parola quechua huacha, che sempre citava quando raccontava una sua ricerca su Garcilaso de la Vega. O, infine, quelle sue frasi che sono dei fari a cui sempre torno col pensiero quando perdo la bussola, e che cito qui a memoria in modo spero non troppo impreciso: «piacere a tutti non è solo impossibile, ma sbagliato» (detto a proposito della microstoria, ma estendibile ad altro); «dovrebbe esistere un giuramento di Tucidide come esiste un giuramento di Ippocrate» (una battuta molto seria); «la conoscenza procede in modo discontinuo, per strappi»; «la letteratura nutre la nostra immaginazione morale» (un insegnamento ricevuto dalla madre).

È stata emozionante l’onda di affetto e di memorie personali che ha scosso i social e i media in questi ultimi giorni, con centinaia di foto di copertine consunte del Formaggio e i vermi, citazioni tratte dai suoi libri più amati, evocazioni di aspetti e lati diversi di Carlo Ginzburg, carissimo a tanti, per tanti diversi motivi. Ma questo non sorprende. Come non sorprende che durante il suo ultimo viaggio in sud America, Ginzburg fosse stato accolto (se non ricordo male a Buenos Aires) con un vero e proprio coro da stadio («Olè Olè-olè-olè! Carlooooo, Carlooooo!»), in cui si esprimeva chiaramente l’idea che, per la coscienza popolare, Ginzburg è stato sì il professore emerito della Normale di Pisa e il vincitore del premio Balzan insignito di più di venti lauree honoris causa; ma prima e dopo esser stato tutto questo, Carlo Ginzburg è stato e resta uno storico che ha saputo guardare dritta negli occhi l’oppressione nelle sue tante forme – come ha scritto, ancora una volta, Adriano Prosperi –, e raccontarla con quel «tatto delle parole» di cui parlava Marc Bloch. Lo storico che ha usato la sua grande felicità espressiva e la sua vasta erudizione per dar voce a straordinarie storie di indipendenza morale e intellettuale nei confronti dell’autorità, nel modo alto e caparbio di un Menocchio e di un Thiess, o anche solo in rapidi guizzi di un momento, poi ripiombati in più mediocri destini. Lo storico che ha portato sotto gli occhi dei suoi lettori e delle sue lettrici, in magnifica prosa (ed è questo un fatto etico ancor prima che estetico), la meticolosa ricostruzione di frammenti di vite lontane, sconosciute e familiari.

Carlo Ginzburg, Torino, 15 aprile 1939 – Bologna, 17 giugno 2026.

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Lisa Ginzburg ha scritto i romanzi Desiderava la bufera (Feltrinelli 2002), Per amore (Marsilio 2016, Au pays qui te ressemble, Verdier 2019), Cara pace (Ponte alle Grazie 2020, candidato al Premio Strega), le raccolte di racconti Colpi d'ala (Feltrinelli 2006, Premio Teramo 2007) e Spietati i mansueti (Gaffi 2016, Premio Renato Fucini 2017), i mémoir Malìa Bahia (Laterza 2007), Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italo Svevo 2017) e Pura invenzione. Dodici variazioni su Frankenstein di Mary Shelley (Marsilio 2018), Una piuma nascosta(2023) Rizzoli. Collabora con Avvenire e l'Espresso.
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