Intitolalo! Storia della mia arrendevolezza
di Luigi De Luca

Non mi sono accadute poi tante sciagure nella mia vita, eccetto una: ho dieci decimi di vista. I miei occhi coordinerebbero, nudi, le mani di un chirurgo mentre sutura una vena danneggiata. Vedo troppo bene. Questo, e nient’altro che questo, è l’origine della mia catastrofica esistenza.
Ho un neo in fronte terribilmente grosso, ma per fortuna non è proprio al centro del mio sguardo.
A chiunque ora verrebbe da chiedermi il perché avere dieci decimi di vista possa essere considerata la mia rovina. Perciò lo dico. Anche perché questa è una specie di testimonianza, di quello che sono e di quello che domani non sarò più.
Io vedo tutto. Tutto. Posso contare le più sottili striature di un mobile di legno, anche ritinteggiato di nero, anche se distante decine di metri. Posso contare, pure, ogni singolo granello di polvere di quel mobile, oppure quanti ne fluttuano (incancellabili) nel fascio di sole che sbatte sul televisore, rilevando il numero esatto di granelli che se ne stanno poggiati sulla sua cornice. Poi chi è mai quel demonio che decide di dipingere i mobili di nero? nero come questo inchiostro, a patto che TU stia scrivendo con un inchiostro nero. Lo spero: odio l’inchiostro blu.
Sono Valerio Occhidipinti e sono l’uomo più vedente che esista al mondo.
Contavo le goccioline di sugo schizzato sulla tovaglia dove quella strega di mia moglie (quarant’anni di matrimonio il prossimo anno, due figli grandi che vivono fuori, nessun nipote) mi costringe a pranzare, a cenare, a farci ogni cosa in ogni momento del giorno, perché si impigrisce a metterla in ordine e a portarla in una lavatrice a farla girare girare girare finché non si pulisce e ritorna linda-linda. Io non posso portarcela, perché quando lo faccio poi un po’ mi schifo di quel cestello che raccoglie tutta la schifezza del nostro vivere quotidiano e mi viene da pensare che nello stesso posto delle mutande schizzate di urina ci si lava pure la tovaglia schizzata di sugo, sulla quale poggiamo le posate, il mio pane, che poi metto in bocca.
Dopo dieci minuti di discussione isterica le ho detto che l’ammazzo mentre dorme a fianco a me nel letto, che quei due guanciali su cui dorme sono così soffici che glieli faccio entrare tutti in bocca. Dato che forse (non lo so) per davvero ho pensato di farlo mi sono così tanto sentito in colpa che ho pianto per tutta la notte osservandola lì al mio fianco, nel mio letto. Il mattino, al più presto che potevo, sono uscito di casa.
Il dottor Ostinato Vincenzo – dottorissimo a mio avviso – che in questo modo, con questa operazione chirurgica, finemente eseguita, non sarò più capace di vedere come vedevo prima, anzi avrei bisogno di un paio di occhiali, ma io non ho nessunissima intenzione di recarmi da un ottico. Ne va della mia vita, ne va della mia storia, ne va del mio piccolo microcosmo, ho detto.
Ed ecco che non vedo più granelli di polvere e quindi il mobile mi pare ora perfettamente nero, nero come dovrebbe essere, senza imperfezioni polverose. Ed ecco che pure il fascio di sole ora è un autentico e luminescente fascio di sole, e nulla più. Se non mi avvicino abbastanza allo specchio non riesco neppure a vedere il mio neo al centro della fronte, e dunque non vedo più bene se è simmetrico o meno, se sta lentamente trasformandosi in un gigantesco tumore maligno che a breve mi porterà via da questo mondo pieno di lerciume.
Dopo che l’esimio dottorissimo ha deciso di salvarmi la vita, io e Tiziana abbiamo fatto l’amore quindici volte, una volta ogni due giorni. Tiziana, che è comunque l’amore della mia vita. L’abbiamo fatto quindici volte solo perché io (volutamente) ignoravo e omettevo di segnalarle che non è per nulla al mondo concepibile che lei si ostini a non tingersi i capelli, che mi sembra vecchia così, che già vecchi ci siamo, e vogliamo sembrare ancora più vecchi senza nemmeno un minimo curare il nostro apparirci. Vedo tutti quei settantenni che quando finalmente si sono sbarazzati del peso dei figli ritornano dei veri e propri giovanotti e tornano a fare sesso con chiunque e fanno climbing, trekking e si mettono addosso quei leggins attillati anche se hanno i culi flaccidi… e se ne fregano.
Poi io non so se questi si rendono conto, come faccio io, che la carta della caramella al pistacchio che qualcuno (non io!) ha prima succhiato e poi masticato si trovi ancora adagiata come una piuma sul mobile dell’ingresso. Se ne sta lì, imperterrita, come se aspettasse che una folata di vento la conducesse flemmatica diretta nella spazzatura. Ed ecco che non solo siamo ritornati a ferirci con le nostre lingue biforcute e velenose, ma abbiamo già smesso di fare l’amore. E io ho ricominciato a desiderare che muoia presto, magari per una intossicazione da botulino: le piacciono tutte le cose che sono sommerse dall’olio. Ho così tanto sperato che sono arrivato a crederci per davvero, come se la sua morte fosse imminente, tant’è che mi sono messo a fare i conti per capire quanti soldi spendere per il funerale che devo organizzarci. Ho pensato pure che non verserò neppure una lacrima, e non sarò certo io a portare il lutto.
Ma tutto questo ancora non è successo. Giunto a una nuova forma di disperazione, ho dovuto recarmi da quel dottorissimo dottore che, nolente, mi ha tolto definitivamente la mia facoltà di vedere le cose del mondo.
Ed eccomi oggi. Oggi che non posseggo più la vista, posseggo altresì la più preziosa delle perizie: il dono del tutto. Perché è tutto qui, qui in questo nulla cosmico che i miei occhi (non più occhi!) vedono. Pur non vedendo più io vedo molto più di prima, perché vedo tutto quello che voglio vedere, perché avendo avuto la vista per gran parte della mia vita posseggo memoria delle cose del mondo, ma le riproduce la mia mente così come dovrebbero essere per me. Vedo microorganismi e macrorganismi e posso, con inaudita facilità, entrare con tutto il mio corpo nella vagina di qualsiasi bella donna si sia impressa nella mia mente. Ora sono tutto e sono in tutto, con la mia potenza visiva.
Ma ecco che è già il giorno dopo e mi accorgo che sento tutto. E sento Tiziana che mi urla che sono malato. Che ho pagato un dottore per farmi togliere la vista. Che cosa ho in testa? Ho usato anche i soldi nostri per pagare questo dottore pazzo, e bla… bla… blatera, blatera e urla come una gatta in calore. E mi è tornata la voglia di ucciderla e di sentire la sua voce che si soffoca nel suo respiro. Tra l’altro quando parla posso pure vederla, mentre urla. Mi ritorna la vista: dannata memoria visiva.
Ora scrivi ragazzo questa ultima frase, e non scrivere che ti ho detto di scrivere.
Se quel dottore, dottorissimo, è stato il mio dottore della vista, la mia 9 x 21 sarà il mio medico dell’udito.
E con l’intento di togliersi l’udito si è sparato un colpo nelle orecchie.
