Eredità sottratta : il nuovo romanzo di Pistoia (Le Dalie Nere, 2026)
di Filippo Pistoia

Le prime pagine del nuovo romanzo
Prologo
30 novembre 2024 – Rue de la Placette, Les Goudes, quartiere di Marsiglia
«Ben arrivata, Luisa, che piacere conoscerti. Tuo nonno mi ha parlato molto di te. Come è andato il viaggio? Hai avuto difficoltà a raggiungermi?»
«Ciao Giulio, piacere mio… No, nessuna difficoltà, ho preso un taxi dalla stazione di Saint-Charles. Non è la prima volta che vengo a Marsiglia, so come muovermi.»
«Ah, bene, ero un po’ in pensiero. Che fai, ti fermi qualche giorno o devi subito ripartire?»
«Rimango per stanotte da te, se non è un problema. Poi, domani, vorrei andare a conoscere Lori. Mio nonno mi ha raccontato tanto di lei. Mi ci metteresti in contatto?»
«Glielo devo chiedere prima, non posso senza la sua approvazione. Se lei è d’accordo ti darò l’indirizzo. Vive in una città non lontano da qui, in anonimato, preferisce non farsi trovare. Entra in casa, intanto, ché ti mostro la tua stanza. Ho preparato anche la cena, se hai fame, altrimenti possiamo fare un aperitivo al porto.»
«Per me è lo stesso, o a casa o fuori va bene comunque. L’unica cosa che mi importa è capire perché sono qui. Voglio conoscere tutta la storia. Ho chiesto a mio nonno, lo sai com’è, lo sai che non parla neanche sotto tortura. Mi ha detto solo di venire da te e di riferirti che Vito Mangiaracina è stato ammazzato in carcere da uno della famiglia di Ivana… ma non c’ho capito niente. Chi è questo Vito? Chi è Ivana?»
Quegli occhioni, quella faccia ingenua, da ragazzina che si finge più grande della sua età. Una ragazzina che si è appena fatta quasi due ore di aereo perché gliel’ha chiesto suo nonno. Che forse non sa neanche chi è veramente suo nonno. Che forse non sa che è stato l’eroe dei due mondi e che ci ha pure salvato il culo all’ultimo minuto. Come posso non accontentarla, come posso non raccontarle le gesta della banda più sfasciata di Palermo?
«Ok, Luisa, però ci vorrà un bel po’ di tempo… Per fortuna che ho messo in freddo un paio di bottiglie di buon vino. Iniziamo proprio dal mio incontro, qualche mese fa, con tuo nonno, Mister Zucchello. Va bene? Sei pronta?»
Episodio 1
La banda più sfasciata di Palermo
Scena 1
22 luglio 2024 – Taverna in via Scimonelli
Cominciai a contare: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci. E poi ancora: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci. Venti secondi. Era quello il tempo che immaginavo servisse per trovarlo con i pantaloni calati e con il rubinetto dell’acqua aperto.
E dopo spinsi la porta.
«Ah, mi scusi. Non avevo visto che il bagno era occupato», gli dissi sorridendo.
«Ma mi stai prendendo per il culo? Mi butti un bicchiere di vino addosso e ora mi segui pure in bagno? Ma chi cazzo sei? Che cazzo vuoi da me?»
Gli feci cenno di zittirsi e aprii il rubinetto, perché il vecchio non l’aveva ancora fatto. Aspettai qualche altro secondo per permettere al fruscio dell’acqua di disturbare possibili cimici nascoste e, lontano da orecchie e occhi indiscreti, gli consegnai il biglietto da visita di mio fratello Teo e la frase che preparavo da mesi: «Zucchello, abbiamo un colpo da proporti. Presentati a questo indirizzo tra quattro giorni.»
Scena 2
26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce
«Sai, Teo, mi stavo godendo un bel bicchiere in compagnia dei miei amici della taverna e a un tratto mi ritrovai tutto il vino addosso. Sul vestito di lino beige, il mio preferito, comprato quindici anni fa e ancora immacolato. Mi perdoni, che sbadato che sono. Così si scusò quell’imbranato. Gli avrei dato una testata in faccia. E poi me lo ritrovai pure in bagno, con un atteggiamento da spia dei servizi segreti. Zucchello, ho un colpo da proporti, mi disse e io rimasi immobile a guardarlo, non ero sicuro di aver sentito bene, mi sembrava uno scherzo. Oh, ragazzino! Ma stai babbiando? Chi sei, uno sbirro? gli chiesi e lui mi spiegò che era tuo fratello. Incazzato com’ero per la storia del vino sul vestito, non l’avevo riconosciuto, anche perché saranno stati almeno sei anni che non lo vedevo. Ma tu sei pazzo? gli risposi io. Non lo vedi che sono un vecchio decrepito? Ho quasi ottant’anni. Che colpo vuoi che faccia? Manco le casseforti giocattolo dei bambini riesco più ad aprire con le mani che mi ritrovo.»
«Me la immagino questa scena, Zucchello. Che vuoi farci, mio fratello è così: si è fottuto la testa con tutte le serie crime e i film di spionaggio che guarda. Giulio è… diciamo… molto teatrale, non somiglia per niente a com’era mio padre. Però il piano che vogliamo presentarti è buono, come quelli in cui ti coinvolgeva lui quando eravate soci.»
«Sì, però c’è una differenza: io non ho più l’età di quando lavoravo con tuo padre. E poi, scusa, ma se volevi propormi questa follia perché non venivi direttamente tu invece di mandarmi quell’invasato di Giulio? Mi ha rovinato un vestito e gli altri clienti della taverna avranno pensato che sono un informatore degli sbirri o un pervertito che si chiude in bagno con i ragazzini. Sia nell’uno che nell’altro caso mi conviene non mettere più piede per un po’ in quel posto.»
«Buono, Zucchello, così ti togli il vizio di bere quella schifezza che ti ostini a chiamare vino. Vieni con me. Ti regalo io una bottiglia. Ecco, questa può andare bene. Con questa ti ripaghi un paio di volte il danno al vestito. È un barolo del 1987.»
«Teo, ti ringrazio. Tu sei sempre stato gentile con me e io ti ho sempre voluto bene come un figlio. Anche più di quanto volevo bene alla buonanima di tuo padre. Adesso per me la cosa più importante è capire come posso aiutarvi, a te, a tuo fratello e a tutte le persone che sono in questa stanza. Il colpo di cui volete parlarmi coinvolge tutti noi?»
Scena 3
23 luglio 2024 – Casa d’appuntamento in via Wagner
Vedendomi, quella donnona cominciò a inveire contro di me: «Se entri qui, devi essere maggiorenne, altrimenti mi mandano gli sbirri e mi fanno chiudere.»
Per zittirla le allungai un bigliettone da duecento euro presentandoglielo come fosse la mia carta d’identità.
«Sei venuto bene in questa foto», mi rispose lei con uno sguardo malizioso mentre, guardando la banconota in controluce, mi lasciava libero accesso alla sala.
Squadrai la stanza: pesanti tende rosse alle finestre, abat jour in ottone che emanavano luci soffuse, donne seminude adagiate su divanetti di velluto, uomini che uscivano da varie porte mentre provavano a darsi un contegno aggiustandosi i capelli arruffati, rimettendosi la giacca o allacciandosi la cinta. Un bordello di alto rango nel cuore della Palermo bene, affollato come il foyer del Teatro Massimo e frequentato da gente con i piccioli.
Mi aggiravo per la grande sala alla ricerca del mio obiettivo: la nipote di Seminara, uno dei soci di mio padre, ma di lei nessuna traccia. Mi appoggiai a un pilastro in marmo per studiare la scena, concentrato. La concentrazione durò poco, però, perché la donnona dell’ingresso tornò all’attacco:
«E allora, bel ragazzo, come ti chiami?»
«Giulio.»
«Cerchi qualcuna in particolare? Le mie signorine sono tutte brave. Qui hai solo l’imbarazzo della scelta.»
Non le risposi e la grassona mi si avvicinò con un atteggiamento provocante che non si addiceva alla sua età.
Poggiò un pesante braccio flaccido sul mio collo e provò ad accostare la mia faccia alla sua, mentre l’altra mano partiva verso il cavallo dei miei pantaloni.
«Sei verginello? In questo caso ti farò provare io un’esperienza indimenticabile.»
Mi ritrassi schifato.
«Timidone!», mi gridò sfottendomi e tornando all’entrata per accogliere qualche altro pollo da spennare.
Io, intanto, da una delle decine di specchi alle pareti vidi comparire lei. Seguiva un uomo che usciva da una delle stanze adiacenti con un sorriso ebete stampato in faccia.
La raggiunsi al banco bar scostando in malo modo un cliente che le stava andando incontro.
«Angela, ho un colpo da proporti…». Le consegnai il biglietto da visita di mio fratello Teo. «Presentati a questo indirizzo fra tre giorni.»
Scena 4
26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce
«E quindi tu ti chiami Teo? E quel pazzo che è venuto a trovarmi al bordello è tuo fratello? E tutte queste altre persone chi sono? Io non c’ho ancora capito un cazzo. Di che colpo state parlando? Ma la cosa che mi preme di più capire subito è: al nonnetto, qui, gli regali una bottiglia da duecento euro per un vestito che ne vale sì e no venti e a me che oggi, per colpa vostra, ho perso un giorno di lavoro, che mi dai? Posso scegliere anche io un premio tra queste belle bottiglie?»
«Beh, diciamo che il vino che ho dato a Zucchello vale un po’ di più di duecento euro… Comunque, mia cara, la tua ricompensa, per il tempo che ci stai dedicando, è in quel baule là in fondo. Tutto il contenuto è tuo. Sia se accetti la proposta di unirti alla nostra impresa, sia se decidi di alzare i tacchi e tornartene dalla tua maîtresse. Però io ti consiglio di restare e di ascoltare il nostro progetto. Sono sicuro che lo troverai interessante. Angela, tu non puoi ricordarti di noi, eri troppo piccola, ma ti basti sapere che eravamo tutti molto legati a tuo nonno.»
Scena 5
24 luglio 2024 – Officina di via Giorgio Gemmellaro
Che truffaldino che era quel meccanico. Prima di portarla nella sua officina, la mia auto era perfetta, l’avevo revisionata io stesso che sono un maniaco ossessivo per le macchine. Invece, a senso suo, dopo un controllo superficiale durato poco meno di tre minuti, la mia Mazda MX-5 184 CV aveva la batteria difettosa, le pastiglie dei freni usurate, il disco della frizione da cambiare e i fusibili delle luci quasi bruciati.
Ma poi che significa quasi bruciati?
Decisi di continuare a mostrarmi un ingenuo incompetente, altrimenti gli avrei messo le mani addosso riempiendolo di cazzotti.
«Guarda, meno male che me l’hai portata in tempo, ancora un po’ e fondevi pure la testata del motore.»
Cosa? Io fondere la testata della mia piccolina? Dovetti ricorrere a tutta la mia forza interiore per contenere la rabbia che mi stava salendo.
«Davvero?», gli risposi fingendo un tono da imbecille. «Meno male che mi sono deciso a portarla da lei! Si vede che lei è una persona seria!»
Non colse il tono sarcastico, per fortuna.
«Sì, tutti me lo dicono. Sono una persona seria e onesta.»
Io lo colsi, invece, ma feci finta di niente.
Si allontanò per andare nel suo ufficio a preparare il preventivo lasciandomi solo, finalmente, libero di poter agire indisturbato. Raggiunsi il mio obiettivo: due gambe che uscivano da sotto una Hyundai i20 N. Bussai sul cofano e a poco a poco le gambe si trasformarono in un corpo intero con uno sguardo incazzato e una frase secca:
«Giulio, che vuoi? Pure qui vieni a rompermi le palle?»
«Salvo, ho un colpo da proporti. Presentati a questo indirizzo tra due giorni.»
Gli lanciai il biglietto da visita con le indicazioni per raggiungere il ristorante di Teo e me ne andai portandomi via la mia auto mentre ancora il proprietario dell’officina era intento a redigere il salatissimo preventivo.
Scena 6
26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce
«Teo, ma che sta succedendo? A Zucchello gli regali vino pregiato, alla ragazza un baule pieno di vestiti costosi. Io non voglio regali, sono qui solo per rispettare la memoria della buonanima di tuo padre ma senza infilarmi in affari sporchi. Quando ho visto entrare Giulio mi sono nascosto sotto una macchina per non farmi riconoscere, però a quanto pare tuo fratello era lì proprio per me. Sentite: io quel lavoro che ho in officina non lo voglio perdere. È l’unico che ho trovato da quando sono uscito dal carcere. Mi permette di campare giusto giusto, ma è sempre meglio che andare a rubare come facevo prima. Quindi, Teo, a meno che non mi stai per proporre un impiego onesto e ben pagato, qui nel tuo ristorante, io preferirei andarmene.»
«Salvo, se potessi, in onore della vecchia amicizia tra noi, te ne darei dieci di lavori nel mio ristorante. Qui però tra poco dovrò chiudere baracca, il pizzo mi sta mettendo in ginocchio. È per questo motivo che vi ho fatti convocare. Per proporvi di riemergere dalla merda in cui siamo precipitati tutti. Quando mio padre, Seminara e tuo padre erano ancora in vita, e noi eravamo ragazzini, non ci mancava niente, ti ricordi? Non ci mancavano i soldi ed eravamo felici. Adesso ci vedi? Siamo un gruppo di poveracci!»
Scena 7
25 luglio 2024 – Abbigliamenti Luis in via Mariano Stabile
Chiusi la telefonata con il commesso e mi precipitai fuori casa.
Il piano organizzato per incontrare Mario in un posto neutro si stava rivelando geniale, come avevo immaginato.
Nei trenta minuti che mi servirono per raggiungere il negozio e parcheggiare l’auto, il commesso-complice mi inviò una decina di foto e altrettanti messaggi whatsapp. Mi scriveva che gli stava consigliando di indossare altri abiti perché quelli scelti non gli rendevano giustizia e nelle fotografie c’erano le prove: Mario inquadrato di spalle con indosso vestiti sempre diversi.
Gli inviai un messaggio vocale in risposta:
Ha capito qualcosa? Si è sgamato che il buono acquisto che gli ho fatto recapitare era un trucco per attirarlo al negozio?
Le spunte blu di lettura tardavano a comparire, il commesso di certo non poteva ascoltare l’audio: doveva essere troppo vicino all’inconsapevole e fortunato vincitore del premio.
«E il buono acquisto che mi avete inviato a casa che valore ha? Questo vestito blu rientra nel budget a disposizione?»
Udii queste parole appena entrai nel negozio: era la voce di Mario, l’inconfondibile voce di Mario Candito, da tutti conosciuto come Candy.
Il commesso-complice, ben istruito su cosa dire, gli rispose:
«Signor Candy, per lei non ci sono tetti di budget. Mi dica quale vestito preferisce e la mia azienda sarà ben felice di regalarglielo. L’abbiamo scelta come testimonial dei nostri abiti perché lei rappresenta l’immagine della nostra città, ne è la voce.»
Bravo. Indubbiamente bravo a recitare, mi dissi.
«Grazie, saprò sdebitarmi. Vi farò tanta pubblicità con i miei fan e vi dedicherò pure una mia nuova canzone. L’ho già in mente. Senti, senti qua: E davanti a te mi sono tolto questa giacca accattata nni Luuiiis.»
La strofa improvvisata, con una melodia alla Nino D’Angelo, uscì dal camerino poco prima di Mario Candy con il suo impeccabile vestito blu.
Mi vide subito ma gli ci vollero un paio di minuti per riconoscermi.
«Oh, ma tu sei Giulietto? Il fratello piccolo di Teo. Giulie’, come stai? Miii da quanto tempo non ci vediamo! E che fai qui? Anche tu per gli abiti ti servi da Luis?»
«Ehm, in realtà sono uno dei proprietari. Mia madre ha comprato le quote di questa catena di negozi.»
Mi girai verso il commesso per liberarmene: «Adesso puoi lasciarci. Ci penso io al grande Candy.»
Rimasti soli, allungai a Mario Candito il biglietto da visita di Teo con l’indirizzo e pronunciai la mia frase di rito: «Ho un colpo da proporti. Presentati al ristorante di mio fratello domani.»
Scena 8
26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce
«Ma veramente io non mi sento nella merda come voi poveri straccioni. Tu, Teo, ti lamenti che il ristorante è in bancarotta, Zucchello piange per un vestito da venti euro, questa ragazzina fa la prostituta per campare e Salvo è aggrappato a un lavoro di merda da meccanico. Io sono il grande Candy e il grande Candy è una leggenda. Il grande Candy ha venduto un milione e mezzo di copie del suo ultimo disco. Per trent’anni sono stato il re indiscusso del neomelodico panormita.»
«Sì, e adesso è da cinque anni che non chiudi più un contratto né per un disco e neanche per una festa di piazza nell’angolo più remoto della città.»
«Oh, maleducata! Teo, ma chi è questa ragazzina che si permette di parlare così al grande Mario Candy?»
«È Angela, la nipote di Seminara, è una di famiglia. Qui siamo in famiglia. Seminara era amico fraterno di tuo padre e del mio, del padre di Salvo e di Zucchello. Noi due siamo cresciuti insieme come fratelli e non serve prenderci per il culo. Lo sappiamo tutti che la ragazza ha ragione: sono anni che sei caduto in disgrazia. Ormai tutti questi giovincelli che fanno trap in napoletano hanno milioni di follower e tu, caro amico mio, non hai più il seguito di una volta. Quindi sì, Mario, anche tu, come noi, sei nella merda. Per cui, stai ad ascoltarmi: ti propongo un ultimo concerto. Un concerto che potrà fruttarti più di un milione di euro. Tu non dovrai fare altro che cantare, a tutto il resto pensiamo noi.»
Scena 9
25 luglio 2024 – Centro scommesse di piazza Noce
Sapevo dove trovarlo, Luigi. L’avevo già incrociato una decina di volte nella zona di piazza Noce e tutte le volte entrava o usciva dalla sala scommesse di proprietà di Peppuccio Minestra, un prestanome della famiglia reggente del quartiere. Il problema era come avvicinarlo senza farci vedere insieme né da quel curtigghiaru del Minestra né da qualunque altro confidente che potesse raccontare del nostro incontro agli sbirri o ai mafiosi.
Chiesi aiuto a Maciste, il padre.
Luigi, detto Luigione per via della sua mole mastodontica, e Maciste avevano litigato due anni prima a causa del vizio del gioco. Luigione aveva dilapidato tutti i suoi averi con le corse dei cavalli e con il totonero e Maciste faceva la ronda, ogni giorno, in ogni sala scommesse del quartiere, per trovare e riportare a casa suo figlio e appena lo beccava, finiva sempre a schifìu. Era uno spettacolo vederli litigare: un metro e ottanta di muscoli ciascuno, quattro braccia con un diametro di trenta centimetri l’una, due sguardi che facevano cagare addosso. L’unica differenza, oltre l’età: Maciste andava sempre in giro con una bombola d’ossigeno nel carrellino da quando un proiettile gli aveva perforato un polmone rendendoglielo inutilizzabile.
Incontrai Maciste – Maciste era il soprannome, chiaramente: il suo vero nome non lo conosceva ormai quasi nessuno – nella piazza, intento ad attraversare la strada per raggiungere la sala scommesse. Lo chiamai restando seminascosto dietro la statua di Padre Pio, tra le auto, parcheggiate dovunque, che intasavano la rotonda.
Mi riconobbe subito: «Giulie’, minchia quanto sei cresciuto! Ma come stai? Che ci fai qui? E tuo fratello Teo come sta? L’ultima volta vi ho incontrati al funerale di vostro padre.»
L’abbracciai, contento di rivederlo. Maciste era stato uno dei miei eroi, uno dei miei preferiti della banda di mio papà. Nei miei sogni di bambino lui era quello che, come Bud Spencer, con un paio di cazzotti ben assestati salvava sempre la situazione. Me lo ricordo ancora quando in una lite, durante una festa di quartiere, per difendermi da un gruppo di ragazzi più grandi di me, figli di giostrai, spaccò in mille pezzi le macchinine dell’autoscontro.
L’abbraccio durò a lungo e ne approfittai per sussurrargli all’orecchio di consegnare a suo figlio il biglietto con l’indirizzo e di riportargli questa frase: «Luigione, io e Teo abbiamo un colpo da proporti. Presentati al suo ristorante domani.»
Scena 10
26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce
«E immaginati tu, Luigione, cosa potresti fare con un milione. O ti liberi una volta e per sempre dal vizio delle scommesse o te lo vai a giocare tutto a Las Vegas! Ognuno dei due casi è comunque meglio che vivere sotto il ricatto di quello strozzino di Peppuccio Minestra.»
«Teo, se io avessi quella montagna di soldi farei due cose in primis: ricominciare l’università… mi mancano solo sette materie per prendermi la specialistica in Economia e commercio… e comprare una casa a mio padre, una casa con tutti i comfort e un’infermiera h24 per lui; però deve essere bona, così gli risolleva pure il morale…»
«Sarebbe il regalo perfetto per Maciste! Me lo ricordo a tuo padre quando eravamo giovani: era un fimminaru, sempre appresso alle ragazze stava. Poi ha incontrato tua madre e si è messo la testa a posto.»
«Aspe’, Zucchello, fallo finire. Luigi, ti prego, continua. Cosa stai dicendo?»
«Teo, che devo aggiungere ancora? Io ci sto. Qualunque cosa ci proponi di fare, sono sicuro che alla fine accetteranno anche tutti gli altri qui presenti. Angela, Candy, Salvo, non è vero che accetterete? Penso che per me, come per loro, peggio di così è difficile che possa andare. Se ci dai una speranza per risollevarci, io sono tutto orecchie.»
«Grazie, Luigi.»
«No, grazie a te e a Giulio che mi avete cercato.»
«Ok, allora andiamo subito al sodo. Anche perché, se ci state, dobbiamo prepararci in fretta. Questo colpo non sarà una passeggiata. Tra nove giorni avremo il primo abboccamento con la nostra vittima. Da qui a quel momento ognuno di voi dovrà saper recitare la propria parte e vi assicuro che se domenica prossima andrà male potremo dire addio ai dodici milioni di euro che ci aspettano. Per potervi spiegare tutto, però, ho bisogno dell’aiuto di una persona.»
«Io ho un brutto presentimento, vuoi vedere che è…»
«Sì, Salvo. Ma ti prego, non ti incazzare, so che tu e tua sorella non vi parlate più da tempo, so che avete litigato pesantemente, ma è proprio a lei che mi riferisco. È sua l’idea di questo colpo. Lori, per favore, puoi raggiungerci?»
Scena 11
26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce
Dalla cucina del ristorante, accanto alla grande sala, avevamo ascoltato tutta la conversazione in attesa che Teo ci chiamasse.
Il dialogo tra lui e gli altri ci arrivava comprensibile in tutti i passaggi e rispecchiava l’idea che c’eravamo fatti delle diverse reazioni: Zucchello e Luigione i più ricettivi, Mario spocchioso e Salvo il più riluttante.
Di Angela, la nipote di Seminara, non c’eravamo fatti un’idea. Nessuno di noi la conosceva abbastanza. Conoscevamo bene suo nonno e anche i suoi genitori, prematuramente scomparsi. Lei era rimasta sola in giovanissima età e per campare si era dovuta arrangiare come poteva. Lei era la vera incognita del gruppo, l’unica con la quale non avevamo ricordi condivisi. Tra di noi invece ci frequentavamo tutti sin dall’infanzia: io e mio fratello con Lori e suo fratello Salvo, con Luigione e con Mario c’eravamo cresciuti. Ogni incontro dei nostri genitori era una scusa per stare insieme. E i nostri padri si vedevano spesso, spessissimo, per le feste comandate, per le scampagnate, per le partite della nazionale, per dividersi le refurtive, per pianificare nuovi furti.
Noi, da bambini, ci consideravamo gli eredi dei nostri padri, anche noi c’eravamo fatti la nostra banda e Lori era la mente. L’unica femmina del gruppo, Lori: doveva farsi valere in mezzo a noi maschi e le riusciva bene. Non era solo la più geniale, era pure molto forte, si allenava tanto per esserlo: Maciste, il padre di Luigione, la teneva sotto la sua ala e le aveva insegnato a tirare di boxe fin dalle elementari.
In quel momento, dentro la cucina, a pochi passi dal resto del gruppo, era nervosissima, non so se per l’imminente incontro con il fratello dopo anni dal litigio o per paura che il suo piano venisse messo in discussione da qualcuno dei presenti. Aveva macinato chilometri avanti e indietro durante tutta la durata della discussione tra Teo, Zucchello, Salvo, Mario, Angela e Luigione.
Io la guardavo camminare impaziente e la sua ansia me la sentivo tutta addosso. Lori era sempre stata irrequieta e io sempre dipendente dal suo stato d’animo. Da ragazzino ero segretamente innamorato di lei, ma era un amore non ricambiato, perché lei sbavava per mio fratello Teo che però era – lo è ancora – gay, ed era interessato a Mario che invece, anche lui, andava pazzo per Lori.
Un gruppo incasinato, il nostro. Fatto di amore, passione, competizione e dispute continue su tutto, anche sulle sciocchezze, sui posti assegnati a tavola durante le cene insieme o sulle mete da raggiungere nei nostri viaggi sognati, programmati e quasi mai realizzati.
Meno male che a un certo punto, quando la banda dei nostri padri si sciolse, anche noi ci separammo, altrimenti sarebbe presto detonato tutto in un casino ingestibile.
Quando Teo chiamò Lori, lei fece un’entrata trionfale assicurandosi l’attenzione di tutti i presenti.
Soprattutto quella di suo fratello Salvo che, pur dopo diverbi e discussioni familiari che li avevano portati a non rivolgersi più la parola, non riusciva a staccarle gli occhi di dosso per quanto lei sapeva essere magnetica, per quanto sprizzava carisma.
Senza pause, Lori raccontò il piano ideato, il ruolo che aveva cucito addosso a ognuno di noi e le notizie in suo possesso sulla montagna di soldi che avremmo potuto rubare da una cassaforte della quale conosceva marca e modello.
E ci riferì, nei minimi dettagli, le informazioni sui sistemi di sorveglianza e sui trasferimenti di denaro, raccolte durante gli appostamenti dall’alto della sua cabina di autista del camion della nettezza urbana, lavoro che faceva ormai da un anno e mezzo e che le aveva permesso di ricostruire ogni movimento attorno alla casa dove era custodito il tesoro dei Mangiaracina.
Filippo Pistoia (Palermo, 1975) è manager di progetti culturali in Sicilia. A poco meno di cinquant’anni ha scoperto che esiste un modo diverso di scrivere da quello per il fundraising per l’imprenditoria culturale: una scrittura per raccontare le storture della terra che ama, la Sicilia. Nel 2025 ha pubblicato il suo primo romanzo, Terra colta (Ianieri Edizioni).
