Da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa
di Biagio Cepollaro

- Fare questi pastelli
Fare questi pastelli mi è essenziale in questi miei giorni: ormai più di un anno di lavoro quotidiano. Oggi il numero 614. La stessa sensazione della poesia: aver significato un giorno, aver dato un senso interno, più profondo, più lussuoso. Eppure pronto a buttare via tutto, perché quello che conta non è il fatto ma la voglia di fare ancora. Il senso è la voglia di creare, di tracciare un segno che nessuno chiede e che a nessuno serve. E a nessuno è asservito.
- Le notifiche
Appena sveglio, a controllare le notifiche di Facebook e di Instagram. Un tempo il termine “notifica” aveva quasi sempre un sapore minaccioso: era il Tribunale, erano le Tasse, era comunque qualcosa che veniva comunicato oggettivamente, implacabilmente, impersonalmente. Raramente una notifica era irrilevante. Appena sveglio, mi informano sugli atti di persone che in realtà non conosco e che, propriamente, non compiono atti ma cliccano e postano, si distraggono e si anestetizzano, come me, dal dolore contemporaneo.
- L’aria di primavera e Albert Camus
Mi piace l’odore umido del bucato sullo stendino, mi piace anche stirare le camicie; mi piace il ripetersi periodico, la scansione come l’alba e il tramonto, la ripetizione delle stagioni, la sorpresa ogni anno della prima aria di primavera, quella sottile eccitazione, promessa di emozione, di fragranza, il sapore dell’immanenza quando sei dentro, assorbito nel momento senza residuo, come nel gesto pittorico o scrittorio. È un fendere l’acqua nell’avanzare, un tracciare una rotta che poi si scioglie, si cancella al richiudersi dello squarcio. È il clima della mia tesi di laurea sul giovane Albert Camus, sulla sua Algeria metafisica, sul nucleo tragico della sua felicità corporale. Se non avessi conosciuto quell’aria della primavera del Mediterraneo, non avrei mai capito Camus, non avrei capito Il mito di Sisifo e non avrei neanche capito, per contrasto, per assoluto contrasto, La critica della ragion pura di Kant.
- L’arte come esperienza di immanenza
L’arte come una via per giungere all’esperienza dell’immanenza. Dentro la cosa che stai facendo, dipingendo, scrivendo. Una logica e una dinamica che sono dell’oggetto, del manufatto che si va creando sotto ai propri occhi: perfetto equilibrio tra caso e intenzione, tra desiderio e frustrazione, tra ciò che capita e ciò che si vuole. In assenza di istituzioni culturali che abbiano conservato adeguata autorevolezza per valutare, ognuno è solo con il proprio esito. L’esito del lavoro ci accompagna in una solitudine che fino a trenta, quaranta anni fa era impensabile. Allora si poteva essere apocalittici oppure integrati. Si poteva essere anche tante altre cose. Oggi la stessa integrazione ha un sapore apocalittico o la stessa apocalissi ha un sapore di integrazione. L’esito del lavoro ci lascia soli: bisogna percorrere le strade dell’immanenza; queste strade sono circolari, sono eternamente ritornanti. Ogni giorno, apparecchiando la tavola e liberando ogni volta il tavolo. Ogni giorno, dopo ogni pranzo. È l’opera. È La curva del giorno.
- Il sapore dell’immanenza
L’immanenza è il non uscire da un certo grado di realtà e verità. Questo grado non sta di fronte a noi: è tutto intorno, è una condizione. In questo senso, ne Il mito di Sisifo, l’Assurdo e la “logica dell’assurdo” indicano la fedeltà alla propria condizione: non evadere, non consolarsi, restare. È in questa fedeltà che si realizza l’immanenza. Non molto distante, per analogia, è la nozione dell’estetica indiana di Rasa: succo, essenza, sapore. L’immanenza ha un suo sapore. Si è dentro un certo sapore.
- Aderire e sparire
Il movimento dell’aderenza si porta con sé paradossalmente l’immagine della sparizione. Dentro la curva del giorno, nella concretezza del fare, ci si stacca dalla propria immagine che si pensa visibile agli altri, una sorta di proiezioni sociale, di avatar. Ci si allontana da quell’immagine con la sensazione di sparire. E proprio quando la presenza si fa più intensa, come può solo la presenza che aderisce, proprio allora si guarda in faccia la paura di sparire e ci si accorge che esiste una sola presenza, quella della curva del giorno, che l’altra è solo una fantasia collettiva.
- La complessità dell’ordinario
Una poetica dell’aderenza può riferirsi al nesso tra gioco linguistico e forma di vita, alla configurazione — o costellazione — di senso che la poesia, come manufatto retorico-stilistico, costruisce a partire dall’ordinario, il quale, lungi dall’essere semplice, è altamente complesso. Basta considerare la qualità e la quantità di tecnologia richiesta per ogni singolo atto compiuto in casa, e le implicazioni culturali degli oggetti che la arredano.
- Un mare di compulsioni
Siamo tutti immersi dentro un mare di compulsioni. Comunichiamo in qualsiasi momento, di qualsiasi cosa, a chiunque e in ogni luogo. È una furia espressiva che inizia al nostro risveglio (sempre che non ci siamo svegliati una o più volte durante la notte) e finisce quando ci addormentiamo (sempre che riusciamo a dormire davvero e non semplicemente ci assentiamo a tratti). A confronto di questo mare di compulsioni, la vita distratta che lamentava Pascal era ancora pura meditazione sulla punta del naso. Una volta si diceva che l’agitazione non faceva star fermi; adesso non è uno stato psicologico il nostro: è la stessa infrastruttura della comunicazione. Una tecnologia basata sull’emissione e la ricezione di segnali ha sostituito la psicologia, al di là di ogni nostra buona intenzione di disciplinare il nostro comportamento. Noi siamo spinti a comunicare anche se, propriamente, non abbiamo nulla da dire né da ascoltare né da leggere né da scrivere. Il dolore è cresciuto così tanto da richiedere dosi molto più massicce di anestetico. Il mare di compulsioni in cui i vecchi si ritrovano e i giovani nascono è un mare di anestetico. Non è forse una coincidenza il fatto che questo mare abbia cominciato ad allagare le nostre terre proprio nei decenni in cui la crisi economica diventava permanente. Sono quarant’anni che la vasca del mondo continua a riempirsi, fino a che la misura sia colma.
- La necessità di cambiare
Un’esperienza non facile, quella di dover constatare l’esaurimento di un certo assetto formale, di una certa configurazione stilistica, di una determinata costellazione di senso. Si dice che la Seconda guerra mondiale — come del resto la Prima — sia stata molto importante nel mutamento stilistico delle traiettorie di molti poeti, come Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sereni, Caproni e tanti altri, con il crollo dell’Ermetismo e l’apertura al lessico del quotidiano, alla coralità, alla testimonianza diretta. Era accaduto qualcosa di traumatico a livello globale nella cultura: penso al passaggio da L’Étranger a La Peste di Camus. Continuare con i modi dell’anteguerra sarebbe suonato come automanierismo, retorica fatua, autoreferenzialità insostenibile, sopravvivenza zombie di un mondo che di fatto non esisteva più. Fu necessario creare nuovi strumenti, intendere in modo nuovo il rapporto tra lingua e mondo, smettere, in alcuni casi, gli occhiali della metafisica per indossare quelli della storia.
- Da Pound a Instagram: suono, immagine e senso
Le domande intorno alla poesia che sanno di metafisica mi hanno sempre irritato, mentre il pensiero di Ezra Pound al riguardo mi ha convinto dalla prima volta che l’ho letto. La poesia è suono, immagine e senso: non si può negare nessuno di questi elementi, si può solo variarne la proporzione. Vi può essere una poesia che giochi le sue carte retoriche più sull’immagine che sulle altre componenti, o più sul suono o sul senso, ma non ci può essere poesia che sia del tutto priva di una di queste dimensioni. Ecco perché la cosiddetta poesia sonora, facendo sacrificio dell’immagine e del senso, non è sufficiente, così come non lo è la cosiddetta poesia visiva, che spesso sacrifica, a vantaggio delle strategie retoriche dell’immagine, sia il senso sia il suono. E neanche l’epigramma e la poesia gnomico-sentenziosa, spingendo troppo sul senso, possono sacrificare l’immagine e il suono. Un pensiero, insomma, non può costruire una poesia se non s’incarna nel suono e nell’immagine. Certo, è una questione di gradazioni e di diverse proporzioni, ma questi tre elementi devono giocare tutti e tre la loro partita. C’è da chiedersi oggi, rispetto alle parole di Pound, che ne è, nel nostro universo attuale della comunicazione e dell’estetica, dell’immagine, del senso e del suono che vanno a costituire la poesia. Questi elementi e la loro combinazione sono ancora gli stessi per le nostre percezioni, abituate a contesti differenti? L’immagine, ai tempi di Instagram, è ancora l’immagine dell’inizio del Novecento oppure ha acquisito una potenza diversa? L’immagine era qualcosa di raro e prezioso; in passato si esaltava l’immaginazione come facoltà creatrice proprio di immagini, ma oggi l’immagine è ancora questo sorprendente tesoro? Oppure l’inflazione dell’immagine ne ha irrimediabilmente mutato il senso all’interno della poesia? Lo stesso ragionamento va fatto per il suono, per la moltiplicazione esponenziale dell’accessibilità della musica e di ogni sorta di materiale sonoro. E il senso? Forse il senso è quello meno toccato da queste trasformazioni epocali. Sembra che il senso, con tutto il suo portato etico, emotivo, fàtico, abbia fatto un passo indietro. Sembra che il senso, progressivamente la comunicazione sociale, nella sua attuale estetizzazione, possa fare sempre più a meno del senso, come nella propaganda politica: una sorta di paradossale realizzazione di un programma dadaista su scala globale.
- Le distanze come punti di partenza
Resistere nell’involucro dell’immanenza vuol dire realizzare quasi visivamente la distanza da tutti gli altri. Soprattutto da coloro che fanno parte del nostro “ambiente”. Anzi, proprio il presunto “ambiente” che si presenta come nostro contesto a ben guardarlo si sbriciola, si disintegra sotto i colpi dell’immanenza che richiama ad aderire alla propria situazione. La distanza del nostro lavoro da quello degli altri è proprio incommensurabilità talvolta e quindi la sensazione della strada solitaria da percorrere diventa acuta: ci si pente di aver agito come se ci fosse comunanza e somiglianza. La comunità ermeneutica inizia davvero quando le distanze sono acquisite come punti di partenza, luoghi da cui si comincia a parlare.
- La sperimentazione nel territorio dell’etica
La crisi che rese necessario il passaggio dalle forme di Fabrica a quelle di Versi nuovi non fu soprattutto linguistica: non si trattava di passare dal “pastiche idiolettico” all’italiano standard, ma di realizzare un’autocritica costruttiva che avesse per oggetto il modo di considerare le maniere di relazionarsi agli altri attraverso le proprie attività. Si trattava di rimettere in gioco i temi che riguardavano il bene e il male, temi poco frequentati fino ad allora, temi che spostavano l’attenzione verso l’etica. La sottolineatura delle dimensioni linguistiche della poesia aveva portato, soprattutto nella storia delle neoavanguardie ma anche nelle manifestazioni delle postavanguardie, a non far cortocircuitare la ricerca formale con questioni dichiaratamente etiche. Il timore del contenutismo teneva lontani da queste zone che alla fine del Novecento a me sembravano particolarmente urgenti. Si trattava di portare gli strumenti della sperimentazione proprio in queste difficili zone, in questi territori minati dal buon senso e dal senso comune.
- Un rumore
Periodi in cui non si ha nulla da dire. Si ascolta, si legge. Non si commenta, oppure sì, ma senza un piano, come per reazione. Periodi in cui non si “posta” nulla sui social, neanche una foto, neanche una frase. Periodi in cui, non avendo nulla da dire, non si dice nulla. Al tempo dell’espressività diffusa, questa condizione sembra mettere a rischio di sparizione. Così come può venir meno, in una camera stracolma di rumori, un singolo rumore: forse un gracchiare, o un tintinnare, o un fischio, o un battito di posate.
- Il movimento
Il movimento non implica una fine, un risultato, l’opera che conclude e che premia gli sforzi, l’opera che resta e che immortala o sostituisce. Il movimento non implica una fine né un risultato, ma un procedere: un processo fatto di fini e di risultati temporanei, come se il movimento fosse la vita stessa e i suoi giorni. Finché ci sono giorni, si va avanti, di lato, indietro, intorno: si va. E da ogni direzione c’è bottino, davanti, di lato e indietro, perché la vita è il bottino quando prende corpo nella ricerca e nel ritrovamento.
- Il colore è anche segno
Il colore è anche segno, come accidente della materia. L’incresparsi della materia definisce un segno, la sua ferita o la sua callosità, i suoi graffi o le sue incisioni. Gli accidenti della materia che è già colore producono i segni che sono sempre incarnati sia nella materia che nel colore. Nulla di astratto, nulla di mentale ma movimento della materia nella curva del tempo contemporaneo a tutto il resto, anche a noi che osserviamo o passiamo distratti.
- La profondità è fatta da superfici
Non esiste profondità che non sia costituita da superfici successive, impilate, per così dire. La parola poetica mente quando pretende di aver attinto alla profondità se non è passata da superficie a superficie, da apparenza ad apparenza, variando di scala e di contesto, ma non — soprattutto — di densità. La grande poesia di John Donne credo che sapesse già tutto questo. Ma i più aderenti di tutti, i più sapienti, gli insuperabili, sono i tragici greci: la parola qui è direttamente la situazione, la parola qui è la cosa.
- La pittura come la poesia è una pratica
La pittura, come la poesia, è una pratica, cioè un processo continuo. All’interno di questo processo ci sono poi molte articolazioni: i cicli, le serie, le varianti. E poi gli inizi, i consolidamenti, le estenuazioni e infine le opere davvero riuscite, che sono pochissime. Cinque, sei quadri, forse. Tre libri o, all’interno dei libri, alcune poesie. Ecco: ciò che davvero conta, per una vita, è il processo, non il singolo momento, la singola concrezione. Quelli che dicono — come dico io, con Rothko e con Mario Persico — “fare arte per me è respirare” indicano una forma di adattamento, un’ossessione poco nociva e talvolta molto gratificante. L’artista lo riconosci da questo: non c’è la sua vita da una parte e il suo fare dall’altra. La sua vita è impensabile senza il suo fare.
- Non mi penso più attraverso
Non mi penso più soltanto attraverso le parole della poesia, non penso più il mondo soltanto attraverso le parole della poesia ma mi penso attraverso i colori, le materie, i segni della pittura informale, penso il mondo ora come lo pensa un pittore informale, attraverso i colori, le materie e i segni. Passaggio definitivamente avvenuto intorno ai sessant’anni dopo una quarantina di poesia.
- Orientarsi
Dai molti che sono passati — da Eschilo, da Omero, fino agli ultimi cantautori — e anche dall’idea della fine dell’autore ma non della sua funzione, magari svolta da un computer, come Balestrini già dagli anni Sessanta, vengono tracce dell’impermanenza, del breve tratto del nostro passaggio. Suona retorico detto dall’umanista in un Trionfo della morte, suona meno retorico detto da un poeta zen. Suona retorico a chi è ancora giovane, a chi si crede immortale perché finora non gli è accaduto nulla di così importante da spaventarlo. Poi, a una certa età — anche a quarant’anni — può succedere di avvertire improvvisamente che è tutto vero: che stiamo qui per qualche giorno e che di questi pochi giorni ne impieghiamo tanti solo per orientarci. Tra distrazioni e traumi, tra illusioni e consapevolezze sempre parziali. Una vita ben vissuta, forse, è una vita che ha saputo, a un certo punto, orientarsi e che così facendo ha dato una ragione a tutto il disorientamento.
- Pavese e il donare poesia agli uomini
Scrive Pavese alla fine: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti». Condividere le pene io lo leggo dentro ho dato poesia, perché ho dato poesia è dentro ho lavorato. C’è un lavoro specifico dello scrivere poesie che non è l’esibizione dell’artificio ma la direzione di esso. Il labor limae è rivolto alla condivisione delle pene. Solo sulla base di questa esperienza l’esercizio della poesia diventa un donare agli uomini. Chi pensa oggi alla poesia come un dono? A partire dagli anni Ottanta, dopo il festival di Castelporziano a Roma, sembra che il dono non sia più rivolto agli uomini quanto al poeta stesso; gli uomini sono spariti nel disinteresse generale, nella smorta ritualità delle presentazioni disertate, nella banalità dei tornei, confronti, slam tra poeti come gladiatori nell’arena. Gli uomini non ci sono più a cogliere un dono che non c’è. Sembra invece quasi una punizione inflitta quella di noiose letture di poesia, punizione che sopporta chi dovrà infliggerne un’altra subito dopo o alla presentazione successiva. La frase di Pavese è scritta al culmine di un raccoglimento speciale, perché volto a tirare le somme, a concludere, a fare un bilancio, una sintesi in una sola frase ma definitiva. Una frase che necessariamente deve avere il potere di mettere in pace, di pacificare, rassicurare, nobilitare, scegliere il livello alla cui altezza pensare la propria vicenda e tradire, per una volta, la sua raccomandazione di guardare basso per guardare giusto. Basso invece non guarda, non concede spazio a “pettegolezzi”; piuttosto, a due mesi dallo Strega che ai suoi occhi premiava il suo lavoro, lo sforzo, la fatica, la serietà, la costanza, la severità del fabbro, guarda in alto, al dono agli uomini, a ciò che concretamente ha fatto dei suoi giorni e della sua vita. Per poter dire che il lavoro da fare è stato fatto. Che ha fatto ciò che doveva fare e il resto non conta più nulla. Mi viene in mente, a questo proposito, 4.44 Last Day on Earth, un film scritto e diretto da Abel Ferrara che prevedeva la fine del mondo: la madre della protagonista, che è una giovane pittrice, rassicura la figlia dicendo più o meno: «Tu non hai colpe, tu hai provato ad abbellire questo mondo, a donare bellezza». Anche nel film c’era questo dono, il lavoro e la condivisione delle pene degli uomini.
(N.d.A.: Questi pensieri sono tratti da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa. Si tratta di un work in progress dal 2020. L’opera si articola per ora in sei sezioni: Una poetica dell’aderenza, Esercizi di presenza, Prime campiture, Seconde campiture, Paleografie e Risposta senza domanda. 420 pensieri, suddivisi in 70 per ogni sezione, dedicati per lo più alla condizione mediale contemporanea che definisco “espressività diffusa” in cui siamo immersi e alle implicazioni estetiche sulla poesia e sulla pittura a partire dalla mia pratica, dalla mia esperienza)
(N.d.R.: l’immagine è opera dell’autore ed è Tracce A-27, 2025. Mista su carta , formato A4.)
