Dopo “NAZA”
di Alessandro Fiorillo
Il fascismo estetizza la politica e la guerra è la sua opera d’arte.
L’accelerazione tecnologica ha dispiegato un arsenale estetico senza precedenti.
Dopo NAZA, mi chiedo:
qual è la funzione estetica dello sterminio?
che cos’è quest’opera, accolta dalla più lunga standing ovation nella storia della mostra del cinema di Venezia?
a chi parlano le voci degli assassini?
NAZA è un film che inchioda: quando le luci ci portano fuori dalla notte di Tel Aviv e la memoria rimane inquieta su quelle immagini conclusive, sature di rovine e di lutto.
Dentro NAZA non ci sono le vittime, non ci sono i loro corpi e le loro voci.
Dentro NAZA ci sono le ombre dei carnefici che si stagliano contro le luci di una città insonne. Ombre contro il traffico, i palazzi, le case illuminate: ombre che raccontano la forma domestica dell’orrore.
Le voci cadono dall’alto: è il punto di vista di chi vede senza essere visto.
È la prospettiva dei droni che uccidono, degli schermi che indicano gli obiettivi e misurano gli effetti collaterali.
NAZA è l’interfaccia del genocidio, il filtro algoritmico dello sterminio.
Non c’è follia nella necropolitica; non c’è la forza irrazionale che alimenta un culto di morte, ma la logica crudele della gestione militare dell’esistente.
La scelta di perpetuare un genocidio ha una funzione: superare ogni limite per fare di ogni superamento la norma.
Dentro NAZA facciamo esperienza di un limite che diventa polvere, come gli ospedali e le scuole.
Un limite che si estingue, come quando uno degli assassini dice:
«Vedo ancora i nazisti come il male. Ma se loro sono il male, io chi sono?».
Uomini e donne nate in un sistema culturale votato al dominio.
Uomini e donne nate dentro una macchina di distruzione e di propaganda.
Uomini e donne che il 7 ottobre hanno percepito la crepa dentro il racconto coloniale.
Un limite che si dissolve; come quando un assassino dice che si sono sentiti superati in astuzia, e ora sono molto arrabbiati.
Scrive Abdaljawad Omar: il 7 ottobre ha infranto il tessuto simbolico che reggeva alcuni tratti centrali dell’identità israeliana. Il sogno dell’invincibilità dell’esercito, il culto del sistema di difesa più sicuro al mondo, il mito dell’intelligence.
La risposta è stata una strategia dell’annientamento che stride con l’immagine di eccellenza militare.
NAZA ci mostra una politica che ha smesso di celebrare l’estetica della guerra: il campo di battaglia è un campo di sterminio.
NAZA ci parla di una potenza di distruzione indifferenziata: macchina bellica che penetra ogni telefono, immagina obiettivi, disegna le stanze degli edifici ancora in piedi.
NAZA ci parla di uno Stato dove la tattica è l’assunzione di una percentuale di errore, il massacro è strategia militare.
Satelliti, algoritmi, sensori, modelli di intelligenza artificiale che deresponsabilizzano il gesto del soldato e, contemporaneamente, realizzano la logica punitiva del terrore: uso sproporzionato della forza, distruzione di infrastrutture civili.
Come si sopravvive a tutto questo?
L’anarchia del genocidio è fatta di procedure, calcoli, avvertimenti.
Falsa coscienza degli assassini.
Come quando informano la popolazione di un bombardamento imminente, poco prima di scaricare la furia omicida.
Come quando considerano il fabbisogno minimo calorico per ogni fascia di età e sesso.
Come quando prescrivono i generi alimentari che non possono entrare.
Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese non è solo l’annientamento fisico. Non si può sterminare un’idea di resistenza, ma si può inchiodare un popolo nel panico.
Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese è dimostrare che non esiste un limite alla forza distruttiva del potere.
Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese rivela la paura che si nasconde nel potere: è nel popolo che rinascono sempre le rivolte e le insurrezioni.
NAZA ci inchioda nel panico che non fa fuggire. Alla fine delle tenebre scendiamo all’inferno: la voce di un padre che cerca i figli tra le rovine, i piedi nudi delle vittime.
NAZA è la crepa che si allarga nel racconto dentro cui viviamo.
È un privilegio vivere nel mito.
La distruzione della Palestina è la distruzione del mondo.
*
Immagine: Palestina di Mario Schifano (acrilico su stampa digitale su PVC, 1990)
