di Antonio Moresco
Nazione Indiana sta organizzando per il mese di maggio, alla Fiera del libro di Torino, un incontro sull’editoria e, più in generale, su quanto sta succedendo in questi anni nel campo della cultura e delle sue proiezioni. Questo intervento vuole essere un contributo iniziale alla discussione.
Viviamo in un periodo di pesante restaurazione. Siamo alle prese con un’intossicazione che attraversa le strutture della vita, dell’organizzazione sociale e professionale, delle forme economico-politiche e democratiche, delle finalità scientifiche e tecnologiche, della religione, dei media, del pensiero, della cultura, dell’arte…
La domanda è questa: dobbiamo aspettare 10 o 20 anni per vederlo scritto nei libri o lo possiamo, lo vogliamo, lo dobbiamo vedere e dire lucidamente adesso, mentre stiamo vivendo questa situazione?
E ancora -detto in un altro modo- abbiamo o no la responsabilità di mostrare la macchina in azione nel momento stesso in cui agisce o dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia, tirare a campare e aspettare di vederla inoffensivamente descritta domani, come abbiamo letto -seduti in poltrona o prima di addormentarci- le narrazioni di altri periodi di restaurazione descritti da chi ci è vissuto dentro? E a leggere sembrava tutto chiaro ed era facile stare dalla parte dell’autore che ce ne mostrava il peso sulla vita umana e la sofferenza e il prezzo e ci dicevamo: “Cazzo, ma com’erano mediocri, ciechi, vili, trasformisti e corrotti gli uomini di quel tempo!”

(Su Nazione Indiana tendiamo a non riportare articoli già disponibili in rete. Per una volta, trasgredisco questo stile di comportamento incollando l’articolo del filosofo sloveno uscito sul
GIANNI BIONDILLO
Sebbene sussista ancora nel grande pubblico qualche pregiudizio, incentrato più che altro sul presunto minor valore artistico delle opere a soggetto sacro rispetto alla ritrattistica, la verità è che non è più il tempo di scoprire Lorenzo Lotto, come scriveva Flavio Caroli in un brillante saggio (
E’ morto Bellow, uno scrittore americano che ho cominciato a leggere da ragazzo e che amo in modo particolare. In questi anni, negli Stati Uniti, ci sono diversi bravi scrittori e, se è per quello, Bellow certe volte è anche irritante con quella sua esibizione di finta mediocrità e sano e basso sentire, come può esserlo anche Orazio tra i poeti latini. Eppure, se devo dire qual è lo scrittore americano di questi anni più vicino al mio cuore, allora devo dire Bellow. Se si escludono alcune eccezioni e soprattutto lo straordinario e trasmigrante Arcobaleno della gravità di Pynchon, è Bellow -che cammina su quel filo sottile che separa sempre ottimismo da nichilismo- a sembrarmi il più grande. Altri scrittori del suo paese sono magari bravi, bravissimi a usare il calco, prendono gli stereotipi del romanzo americano e ci danno dentro e tutti applaudono e ci sono, anche in casa nostra, molti cloni che vengono incitati a imitarli. Però si sente, anche nei migliori, che sono di quelli che “hanno imparato”. Bellow è più artista. E coi suoi libri riesce a darci una cosa preziosa che altri scrittori, magari anche più grandi di lui, non riescono a dare: quell’intrepido e tranquillo fervore che è raro incontrare nei libri e che non trovo di meglio che chiamare “felicità”.
GIANNI BIONDILLO
di Gianni Biondillo e Raul Montanari
Kant, con la posizione dei quattro paralogismi prodotti dalla ragione pura nella sua riflessione sull’uomo, ha inchiodato il pensiero occidentale all’impossibilità di dimostrare sia l’esistenza sia la non esistenza dell’anima, e ci ha consegnati alla più totale igonoranza.



di Francesco forlani communiste dandy
di Andrea Raos