di Elio Paoloni
Sono uno scrittore di secondo grado. Intendo dire che la scrittura, per me, sta in secondo piano. “Mi occupo d’altro, io” scriveva Hemingway in Verdi colline d’Africa. “Le assicuro che faccio una gran bella vita” diceva all’interlocutore, e alla domanda scettica “Cacciando kudù?” rispondeva “Certo, cacciando kudù e facendo un sacco di altre cose”.
Gli scrittori di primo grado sono reclusi che sacrificano tutto alla loro opera: D’Arrigo, Proust, Eduardo (che verso la fine confessò – più o meno: “Mi ha accompagnato il gelo. Tanto gelo”) ma anche, non trattandosi qui di eccellenza della scrittura, autori minori che, senza ottenere risultati grandiosi, hanno deciso di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, di consumarsi in questa monomania. Io non intendo consumarmi. Non intendo consumare neanche l’interno dei pantaloni (nel suo diario di viaggio in Russia Antonio Moresco racconta serafico di essersi ritrovato – poco prima della partenza -a pinzare con la cucitrice il cavallo dei suoi unici calzoni pesanti).