… che era tornata normale:
Dario Voltolini
… che era tornata normale:
Dario Voltolini
di Carla Benedetti
1.2 Banalità del potere
Il titolo di questo secondo paragrafetto ricalca quello di Hannah Arendt, La banalità del male. Ma l’ho scelto solo perché è in antitesi al precedente (‘ le trame del potere’).
Se Pasolini non sfrutta il romanzesco del potere è anche perché gli interessa la sua banalità, la sua quotidianità, il suo rapporto con il costume, il suo essere intrecciato con la vita degli individui. Così infatti, dopo i “Lampi sull’Eni”, l’attenzione converge tutta sulla scena del ricevimento, nel salotto intellettuale della signora F.
Che cosa avviene dunque di tanto importante in questo salotto?
di Dario Voltolini e Raul Montanari
Questa dell’anarchico di destra è una treoria estetica nel senso specifico di essere un germe di Weltanschauung.
Il mondo e la vita sono qui visti da un angolo preciso e puntuale.
Non la moltiplicazionie dei punti di vista, bensì il loro collasso in un unico punto, apre una dimensione di senso e di significato – anche se entrambi negativi.
Dopo l’Obliquomo stavolta incontriamo, nella cover di Raul Montanari CAN, SING SWAN SONG, L’anarchico di destra.
di Giovanni Davide Maderna
Ringrazio di cuore Dario Voltolini che su questo sito ha consigliato il film “Les triplettes de Belleville” (in Italia “Appuntamento a Belleville”) di Sylvain Chomet. Forse senza quella dritta l’avrei perso. E avrei perso un capolavoro.
Sono andato ieri, di sabato pomeriggio, al cinema “ARTI” che per chi è di Milano e ha la mia età è l’indimenticabile sala di via Mascagni dove si sono visti i primi cartoni animati sul grande schermo.
di Carla Benedetti

La prima porta è: potere.La seconda: visioni. La terza: tempi. La quarta: mondo.
1. POTERE
L’ultima opera di Pasolini è un romanzo sul potere. Un susseguirsi di “Appunti” che si stratificano e si espandono avendo per asse il tema del potere. Perciò questa prima porta è obbligata. E’ la porta d’accesso a Petrolio, per entrare non si può che passare da qui.
di Giovanni Davide Maderna
Devo replicare all’intervento che, partendo dalla lettera madrilena di Moresco, giunge all’elogio del viaggio cinematografico di Sokurov per le stanze dell’Ermitage, perchè sento toccare alcuni nervi che sono, almeno per me, scoperti.
Sto leggendo in questi giorni i Canti del Caos seconda parte di Moresco e conosco abbastanza bene la filmografia del russo Alexandr Sokurov. Alcuni anni fa mi affascinò il film “Madre e figlio” e cercai di recuperare le opere precedenti del cineasta.
di Simone Ciaruffoli

Ho sempre pensato che il desiderio di fare cinema fosse una tensione comune a quella del guardarlo. Che l’autore del film incontrasse a metà strada, nel limitare baluginante dello schermo, l’emozione sempre nuova provata dallo spettatore. E che in un bacio, in una concupiscenza inattesa tra artista e rosicchiatore di pop-corn, scoccasse come un colpo di fulmine l’amore eterno. E’ ancora così?
di Antonio Moresco

Cari amici,
vi mando un paio di note che ho buttato giù nei giorni scorsi mentre ero in viaggio, aggiungendoci alla fine anche una piccola fantasticheria.
di Tiziano Scarpa
VITAMIN
Potassio calcio
Ferro magnesio
Biotina minerale
Zinco selenio carnitina-L
Adrenalina endorfina
Elettrolito coenzima
Carboidrato proteina
Vitamina A B C D
A un esistenzialista esausto, esaurito dai patetismi dell’anima, può dare sollievo constatare che il corpo in bicicletta è puro metabolismo, materia organica che funziona: sostanze chimiche, biocarburante bruciato nelle fibre. In questi anni il ciclismo, insieme all’atletica, ha messo in primo piano il carattere puramente macchinistico dell’atleta: vince chi è dopato meglio.
di Dario Voltolini
Il legno secolare dei grandi portoni ha strisciato sulle lastre di pietra e cigolando sui cardini ha spalancato la vista sull’esterno. Si è bloccato incastrandosi nei dislivelli dei pavimenti, ha ondeggiato, si è fermato. Ha fatto stridere i suoi chiavistelli e i suoi perni sulle selci, gli ambienti rimbombavano ai colpi subiti dal legno.
di Benedetta Centovalli
Ieri mattina alla radio ho sentito la notizia di un ragazzino palestinese di dodici anni ucciso da soldati israeliani a Ramallah, in Cisgiordania. I militari avrebbero sparato contro un gruppo di ragazzi che lanciavano sassi. Una mattina come un’altra. Tanti morti anche giovanissimi la cui tragedia rischia di non farsi più sentire. Non ne siamo colpiti, non ne siamo scandalizzati. Rumore. Poi silenzio. Quello che passa tra la notizia e il momento in cui dovremmo comprenderne il senso. Meglio allora tornare di corsa al rumore. Sta accadendo a tutti noi una cosa terribile: ci stiamo abituando. Ci siamo abituati ad alzarci la mattina e venire a sapere dell’ultimo attentato in Israele, in Iraq o altrove. Ci siamo abituati alle frasi di circostanza che descrivono la situazione, alle immagini e ai reportage che si ripetono.
di Tiziano Scarpa
Un mese fa ho comprato Tour de France Soundtracks dei Kraftwerk. L’ho ascoltato al tramonto, con gli auricolari, per due o tre sere di seguito, facendo lunghi giri in bicicletta nei boschi brandeburghesi. Il disco contiene poco meno di un’ora di musica plumbea, più cinque minuti di colori spalancati e felicità inventiva. In Tour de France Soundtracks quasi tutto è greve sfondo, ben poco si staglia in primo piano. Nessun ritornello memorabile. I rari decolli melodici vengono schiacciati sulle nervature ritmiche, quasi dovessero essere repressi.
racconto con link di Dario Voltolini
Il signor M. era costretto dal suo lavoro a passare lunghissime ore guidando l’automobile. Partiva presto al mattino e arrivava tardi la sera. Faceva tappa nei piccoli alberghi dei paesetti lungo le autostrade. Appena discosti, dietro una collina, oltre un fiume.
di Benedetta Centovalli

Nel 1917 un generale inglese conquistò la Mesopotamia e alla fine della prima guerra mondiale l’Iraq fu assegnato alla Gran Bretagna. Il primo bombardamento aereo non è stata la carneficina di Guernica ma la campagna inglese in Iraq tra il 1920 e il 1924, come racconta il comandante delle operazioni militari Arthur Harris: «Gli arabi e i curdi adesso sanno cosa vuol dire un vero bombardamento in termini di vittime e danni; adesso sanno che nel giro di quarantacinque minuti un intero villaggio può essere praticamente spazzato via».
Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag (Mondadori 2003), seconda tappa dopo Sulla fotografia (1977), è un libro sulla guerra o meglio è un libro che si interroga sulla rappresentazione visiva della guerra. Dalla guerra civile spagnola, la prima documentata modernamente con fotografi professionisti sul campo, a Dachau e Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, il Vietnam con l’uso delle telecamere, poi Kabul, Sarajevo, Mostar Est, Grozny, i sedici acri di downtown Manhattan all’indomani dell’11 settembre 2001, il campo profughi di Jenin… le fotografie del dolore ci mostrano quello che accade. Questa è la guerra. Come nelle acqueforti di Goya, I disastri della guerra, la cui narrazione si annulla in un effetto di accumulo devastante segnato dal binomio etica e sofferenza.
di Dario Voltolini
Domani è nelle sale, con il titolo Appuntamento a Belleville. L’ho visto in Francia questa estate. Mi è piaciuto veramente molto.
(Questo non è un articolo di critica, né un commento. E’ solo un passaparola come capita fra amici).
di Tiziano Scarpa
The Observer di domenica scorsa era succulento assai. Una ricostruzione storica di Weatherman, gruppo terrorista statunitense degli anni Settanta, un’anteprima su Kill Bill, l’ultimo film di Quentin Tarantino, un’intervista a Kenneth Branagh su celebrità e depressione, una a Lord Heseltine, pezzo grosso della destra inglese, un servizio su Grayson Perry, artista travestito da bambola che dipinge abusi sessuali sull’infanzia, un articolo sulle coppie lesbiche che fanno conoscenza in rete, notizie su un piano del governo britannico per mandare all’università gli studenti poveri e su un dispositivo da far indossare ai pedofili per tracciarli elettronicamente.
Andrea Raos
“Doctor? Can you hear me, Doctor? Can you hear me?”
Quasi tutte le mattine andavo a consultare la posta elettronica in un internet-café vicino al parco. È uno di quei posti dove si può anche telefonare in paesi lontani spendendo meno che con la Telecom (senza contare che c’è anche gente che non ha il telefono/segreteria/fax in casa – eh già, i poveri esistono ancora).
di Dario Voltolini
All’inizio degli anni 70 del secolo scorso eravamo teenagers e ci aggiravamo nelle medie inferiori, negli inizi delle superiori. Ora non riesco a ricostruire il momento esatto, ma il luogo e la persona sì. Siamo fra il ’71 e il ’73, a Torino, il mio amico Giorgio Prandi e io, a casa sua, in corso Palermo. Giorgio mi esibisce con entusiasmo un LP. La copertina è colorata: una strana creatura se ne sta minacciosa in una landa a strisce colorate sotto un cielo blu, più chiaro all’orizzonte. Ossa di carcasse biancheggiano in lontananza. Una quindicina di zanne o denti compongono una scritta: TARKUS.
Esistono due vie maestre per abbordare la questione del rapporto tra letteratura e realtà. La prima consiste nel considerare il termine “letteratura”, da un lato, come un sinonimo del termine “finzione” (discorso non referenziale) e il termine “realtà”, dall’altro, come sinonimo del termine “verità” (discorso referenziale).
di Simone Ciaruffoli

Mi permetto di replicare al pezzo di Raimo, che ritengo intelligente ma con una mira che slitta di poco sulla sinistra, mancando così il bersaglio e finendo sul groviglio delle nostalgiche “coraggiose indagini” cinematografiche. Indagini che a mio parere Bellocchio non ha ritenuto portare a termine non certo per codardia, ma per semplice disinteresse.