A Gamba Tesa / Quiero No Quiero/Lettera aperta a(d) Aldo Nove

di
Francesco Forlani

- Mi chiamo Roberta, ho quarant’anni e guadagno 250 euro al mese - scrive lei
- Va bene! rispondo io. E allora?

Cioè non va bene per niente, pero’ mi interrogo. Tralascio la questione letteraria e identifico un fatto. Escono in Italia dei libri sul lavoro precario. Non sono in realtà dei libri sul lavoro, credo di capire, da quanto letto degli articoli reportage pubblicati su Liberazione, ma riflessioni su come sia cambiato oggi rispetto al passato il senso del lavoro. Del resto Aldo Nove, dovendo tracciare un denominatore comune tralascia, e a ragione, il tipo di attività, mettendo l’accento sulla busta paga. in altri termini sia che Roberta svolga una professione che le piaccia, sia che lei offra il proprio corpo a prezzi stracciati, tutto questo non interessa. Anzi vi diro’ di più. Se di euro ne guadagnasse 4000 facendo pompini, per Aldo Nove sarebbe un mito. Per i 4000 euro o per i pompini? Lascio la questione aperta.

Lo scandalo, per quanto riguarda i libri in questione, é nei 250 euro al mese. E nei quarant’anni. I primi.
Tempo fa in treno, da Torino a Roma mi sono imbattuto in una banda di banlieusards, ed uno indossava una maglietta con la scritta : “jo no quiero trabajar/ quiero solo ganar dinero”. Non bisogna aver girato molto per incontrare in un numero sempre maggiore e nelle situazioni più disparate, persone che sembrano non amare il proprio lavoro. Cioè una società dove la busta paga non è sullo scambio simbolico il riflesso di un merito o di una gratifica - come l’amico che ti diceva e sembra un secolo fa, adesso vado a meritarmi da mangiare, insomma lo stipendio - il fine ultimo è il potere d’acquisto, ultimo a tal punto che potrei anche non lavorare ed essere felice, sembrano voler credere.

Tantissimi di quelli che non lavorano, e che sopravvivono grazie ai parenti, agli amici e quant’altro, felici non sembrano. E i lavoratori? Infelici anche loro. Sicuramente i “dipendenti” più di quanto non avvenga con gli indipendenti. Di quegli indipendenti s’intende che non “dipende” dalle proprie origini, dalla propria classe sociale, dalla propria appartenenza a una lobby o peggio ancora a una casta.
Allora perchè non dire che Roberta è piuttosto sfigata perchè l’Italia è una società tra le più arretrate al mondo in termini di mobilità sociale? Perchè non dire che in Italia la maggior parte dei dentisti ha un figlio dentista, spesso anche un nipote dentista da cui vanno il signor Rossi, il figlio del sig. Rossi, e anche il nipote del sig. Rossi? Che gli studi di avvocati che funzionano sono quelli che funzionarono un secolo prima e che funzioneranno tra un secolo?E le università? Le università poi…

Che nei giornali italiani, anche e soprattutto in quelli che si vogliono illuminati, i giornalisti trasmettono il proprio posto ai figli, ai nipoti, alle amanti. E le università? Perchè, e su questo non ci sono dubbi, per quella tradizione tutta italiana dei giornali di sinistra, in Italia c un giornalista free lance presso Liberazione, il manifesto,o l’Unità guadagna quanto in un call center, se guadagna, essendo giornalisti molto free e poco lance.
Insomma diciamolo pure il nostro è un paese del cazzo, altro che coglioni! Insomma é un paese retrogrado, medievale nelle sue corporazioni - ma oggi restano solo corpi altro che mestieri, e
con o senza Berlusconi .

Allora perchè cercare nella e dalla letteratura quello che la comunità non sa esprimere nei fatti? Ecco i libri che trattano il mondo del lavoro senza alcuna pretesa di disinnesco di certi dispositivi, ma solo come cronaca, regalando l’illusione a una massa di giovani e meno giovani sfigatissimi che si parli di loro spingendone perfino alcuni a spendere anche dieci euro di quello sparuto budget, i famosi 250 euro, per acquistare il libro. Libri, sicuramente ben scritti ma incapaci, come ha scritto Fofi nell’Internazionale, di produrre una mise en abyme di questi mondi. Anzi, e so che con questa frase mi faro’ molti nemici, queste letture, Nove, Scarpa, Moresco, confortano nonostante i “programmi” radicali che si danno, quel mondo. Nulla di nuovo dal fronte occidentale. E’ la società dello spettacolo, ragazzi allora sorridete! Non incazzatevi, per Dio! Do you remember Guy Debord?

La mia tesi è semplice. Non solamente questa letteratura non è pericolosa per la società, ma addirittura nefasta per gli altri, gli infelici. Ecco perchè in Italia puo’ esistere il filone letterario dell’autore che non trova l’editore, scritture di parole, o che un eccellente scriba come Genna possa produrre un reality show, suor Jo per la televisione di stato, e tanti di voi sorriderne come quando vi appare Moresco, nei panni di un improbabile Imam. Scrittori finissimi animare atelier di scrittura nella più grande truffa letteraria, the great Ghost Writer Swindle che sono le scuole di scrittura. Ho visto le migliori menti della mia generazione scrivere dialoghi per un posto al sole!!! E a farci credere che siamo di fronte allo stesso caso dei grandi autori americani che scrivevano per Hollywood!!

Tempo fa un iluminato amico filosofo Michèa mi faceva notare come tutta la letteratura e i movimenti da essa provocata dal dopoguerra in poi sul modello di Emmaus, dell’Abbé Pierre, ovvero del volontariato dedito alla raccolta di fondi attraverso donazioni per i senza tetto o l’istituzione di mense popolari, servivano alla società ultraliberista per tenere buoni gli altri.

Ma chi sono gli altri? Altro è Andrea (non i nostri Inglese e Raos di nazione indiana) che di euro ne guadagna ottocento e che quindi non rompesse i coglioni se c’è Roberta che ne guadagna duecentocinquanta. Peggio per chi ne guadagni mille cinquecento come i professori di liceo che sbarcano nelle aule con dei musi lunghi e una voglia e un entusiasmo simile a quello mio quando leggo gli ultimi post sul nostro amatissimo blog.

La frase “mi chiamo Roberta ho quarant’anni e guadagno 250 euro al mese” dovrebbero allora stamparla a caratteri cubitali all’entrata dei licei, delle università, davanti agli uffici di collocamento, alle agenzie pubblicitarie, come un monito, qualcosa che suoni sinistro almeno quanto ” meglio vivere un giorno da assicuratore, bancario, ricercatore universitario, consulente, che cento da Roberta. La povera Roberta, che in tutto questo non sa nè mai saprà che ci sono persone che stanno peggio di lei. Di lei che almeno puo’ dire, perché ne ha il diritto: Basta!

158 commenti

  1. gianni biondillo
    Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 13:28 | Permalink

    Francesco, con tutta l’amicizia: mi pare un po’ confuso, questo post (apri molti discorsi, ma mi sembra che non li sviluppi né li chiudi affatto). Riesci a spiegarmelo meglio, come se avessi 5 anni? ;-)

  2. Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 14:39 | Permalink

    Al di là delle mafie eccellenti in tutti i settori c’è un oggettiva “sciagura” di economia di mercato globale. Non c’e ripresa, e se continua così sarà tanto guadagnare 100 miserabili euro nei prossimi mesi. Sono l’unico RSA della mia azienda, entrata ora nella ennesima fase della mobilità, ovvero di licenziamenti collettivi di decine e decine di impiegati. Che fare? emigrare in Cina che detiene un PIL sorprendente oppure più semplicemente applicare dei correttivi politici mai attuati da nessuna coalizione? Certo è che il trend oggi in atto accentua una riflessione sul modo di fare politica, insufficiente ai reali bisogni!, dobbiamo, forse, scendere in piazza per avere ascolto…?

  3. marco v
    Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 15:36 | Permalink

    una volta un post di N.I. mi ispirò (e sconfortò) e scrissi questo:

    http://vistocogliocchi.splinder.com/post/7196695/Ho+smesso.

    ma ora non so… forse lo cambierei completamente… per questo sono d’accordo con Biondillo.

  4. Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 17:27 | Permalink

    ah, ecco, non volevo dirlo -anche i nick hanno una loro dignità -perchè pensavo fosse un problema mio: ma non c’ho capito una mazza!

  5. fm
    Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 17:44 | Permalink

    Sono perfettamente d’accordo con la tesi centrale del tuo scritto, Francesco. Tesi che c’è, è ben chiara e precisa. A me è bastato leggere con attenzione una seconda volta, per averne conferma. Hai proprio ragione: oggi più di ieri, anche gli slanci avanguardistici e di denuncia in campo letterario sono funzionali, nella stragrande maggioranza dei casi, a prescindere dalla volontà degli autori, al mantenimento di tutte le logiche abominevoli dello status quo che si vorrebbe, magari, combattere.

  6. Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 17:59 | Permalink

    @ fm

    Vorrei capire come un libro inchiesta di Nove sul precariato possa mantenere le logiche abominevoli dello status quo che si vorrebbe combattere, casomai può non servire a nulla, ma mantenerle…
    stavolta non ti seguo. E un emoticon è d’obbligo. :-)

  7. fm
    Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 19:27 | Permalink

    Cara Gabriella, credo che il libro di Aldo Nove (più che il libro, comunque, il titolo) fosse solo lo spunto per una riflessione generale del postante sui rapporti tra letteratura e quotidiano/disagio/sopravvivenza. Indipendentemente dai nomi citati (e non mi sembra, quello di effeffe, un post che ha a cuore lo specifico eminentemente letterario, piuttosto la sua “ricaduta” sociale) è la sua tesi (”questa letteratura non è pericolosa”, perché non mette in cortocircuito l’esistente, non provoca “crisi” e non incide) quella sulla quale ero, e sono, d’accordo. Non faccio l’interprete di nessuno, ma ad essere oggetto della “denuncia” mi sembra soprattutto la deriva di una sorta di moda generazionale che ha perso ogni carica di “sovversione” silenziosa, sotterranea, anche solo delle coscienze.

    p.s.

    Sei una persona troppo intelligente e troppo vera per cadere anche tu nel circolo vizioso che porta a credere che chiunque nomini qualsivoglia autore fuori dalle lodi sperticate, ma lo fa in senso costruttivo e critico, voglia soltanto attaccarlo o lo stia facendo. ;-)

  8. giulio
    Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 21:16 | Permalink

    perché, c’è ancora qualcuno che crede Nove o Desiati e via coglioneggiando, SCRITTORI?
    ma fatemi il piacere!

  9. Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 21:45 | Permalink

    @ fm

    No, infatti non lo penso. Penso che ritornare a parlare del lavoro in letteratura sia importante. Insomma prima si diceva che gli scrittori non parlavano piò del sociale e giravano attorno al loro ombelico, ora giovani scrittori hanno ripreso a parlarne scrivendo di precariato che mi sembra essere piaga costante della nostra società, e non va bene ancora. A me pareva un segnale di qualcosa che si sta muovendo e non conformismo generazionale. Vedi personalmente preferisco voci imperfette al nulla di maniera e sono anche stanca di leggere critiche al poco esistente. Questa letteratura non è pericolosa perchè si sono modificati i rapporti col disagio/sopravvivenza, non è solo un problema di letteratura, è un problema politico, sociale. Se pensiamo che tutto serva per mantenere la cultura ultraliberista non ci muoviamo più, bloccati nello stallo e stagnanti. E allora qualsiasi movimento anche il più impercettibile andrebbe alimentato, altrimenti andiamo tutti a vivere in tanti piccoli eremi coltivando i nostri personali orticelli e non se ne parli più.

  10. Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 22:19 | Permalink

    gianni, c’hanno fregato! tutti gli altri avevano capito benissimo!

  11. fm
    Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 22:44 | Permalink

    @ Gabriella

    Per quanto mi riguarda, tutto “è un problema politico”, a maggior ragione la letteratura, per il fatto stesso di essere tale, con tutto il carico di ambiguità, di legami, di utopie, di cedimenti, di compromessi che invariabilmente si porta dietro, e non solo perché magari affronta tematiche immediatamente ascrivibili alla sfera del “sociale”. Ci sono scrittori, e poeti, intrinsecamente politici, nel senso più critico del termine, anche se apparentemente non affrontano queste tematiche specifiche, magari lavorano sul linguaggio e cercano di far emergere, e di preservare, le forme e i nuclei refrattari alle logiche della comunicazione che si spende nelle dinamiche del potere e dei circuiti quotidiani controllati e funzionali al suo mantenimento. Così come ci sono scrittori, anche di grido, che pur affrontando determinati temi, restano a girare, circumnavigandolo in lungo e in largo, “intorno al loro ombelico”.

    Ora, fatto salvo il valore di taluni scrittori, bisogna anche chiedersi che senso abbia “aspirare” alla vetrina della grande editoria, avere le recensioni che contano, emergere dal culto di nicchia verso la visibilità più ampia possibile, senza rinunciare alle proprie tematiche taglienti, oblique e trasversali, e poi finire a sceneggiare telenovelas o a scrivere librettini dei quali si farebbe volentieri a meno. Non è che in quel preciso istante si sta rispondendo a bisogni indotti dal mercato e che, per ciò stesso, si è già parte integrante di quel sistema che “vocazionalmente” si voleva minare dall’interno? E’ allora che il “sistema” ha già vinto e che ogni opera, comunque rivestita, ne esce snaturata alla radice, depotenziata di quella carica critica che sola può incidere realmente. Forse effeffe parlava di questo, come credo, con tutta l’urgenza del dire che nasce quando ci si rivolge a persone dalle quali ci si aspetta molto, perché valgono, e lo hanno dimostrato: nessuno di noi, mi auguro, avrebbe tempo e voglia di fare le pulci a saltimbanchi e leccaculo di regime, comunque camuffati.

  12. Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 23:11 | Permalink

    @ Aldo Biscardi:
    mica vero, che avevo capito… o meglio ho capito qualcosa leggendo il commento di fm. :-)

    @ fm
    E secondo te Nove, Scarpa, e Moresco rispondono a bisogni indotti dal mercato? confortano i lettori? Moresco conforta i lettori? sinceramente da lettrice , e senza nessuno spirito di polemica con Francesco che ha scritto il pezzo, non riesco proprio a capire come si faccia a dire una cosa del genere. Un saluto affettuoso.

  13. fm
    Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 23:56 | Permalink

    @ Gabriella

    “Confortano quel mondo”, non “i lettori”: credo ci sia una differenza non da poco, e in questa differenza il senso esatto dello scritto di effeffe: uno spazio aperto tra Debord e Michèa (a proposito di quest’ultimo, vedo un chiaro riferimento al post dei giorni scorsi, significativo, e utilizzabile ampiamente, anche per l’intelligenza di questo scritto). La logica della società dello spettacolo e della merce (cioè del potere), sta tutta nella sua capacità di usare strategicamente il “radicalismo” in funzione autoassolutoria, per far passare l’idea che il progetto culturale che vende è il migliore possibile, non ce ne sono altri, perché non nega voce e visibilità all’altro da sé (pensa, ad esempio, alle strategie pervasive/persuasive del ducetto di arcore: la mia è la vera democrazia, perché solo io so dare voce - lavoro, fama, ricchezza - a quanti pure mi criticano dall’interno delle mie aziende). La balla di cui sopra, alla quale crede solo chi si è integrato e chi aspira a far parte del sistema, si commenta da sola: il suo unico scopo è deprivare di sangue e di linfa ogni possibile alternativa, fagocitando in una melassa informe ogni spunto di autentica, dissidente radicalità. Ora, se io provo a rileggere il testo di effeffe sostituendo con un asterisco i tre nomi evidenziati, la sostanza del discorso mi sembra (”a me” sembra) proprio questa. E la condivido in pieno, sapendo ad esempio, tanto per essere chiaro fino in fondo, che la mia grande stima nei confronti del Moresco scrittore non ne esce minimamente intaccata.

  14. fm
    Pubblicato 29 Aprile 2006 alle 23:57 | Permalink

    @ Gabriella

    Un saluto (ancora più) affettuoso anche a te. :-)

  15. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 09:08 | Permalink

    Ma la famosa “dialettica teoria-prassi” dov’è finita? Serve ancora la critica sociale, anche attraverso la letteratura, se poi nessuno ha più voglia o coraggio di agire, anche violentemente? Perché il punto - “la prova del Nove” - sta proprio lì. In questo “paese del cazzo” (hai ragione Forlani), catto-fascista nel profondo, le lobby e le mafie hanno imparato bene ad ammazzare le persone che danno fastidio. Continuano a farlo individualmente e collettivamente. Ci sono tanti modi di ammazzare una persona e molti non prevedo l’eliminazione fisica. Perché dovrebbe essere un reato desiderare la morte di chi è a capo di queste mafie, lobby e centri di potere? Perché non desiderare l’eliminazione fisica/sociale del ministro che va in televisione a versare lacrime di coccodrillo per i militari italiani morti in Iraq, quando è proprio lui la causa di quelle morti e dei centomila iracheni morti in questa sporca guerra? Perché non desiderare l’eliminazione fisica/sociale di chi ancora sostiene che la legge Biagi è una buona legge? Loro continuano, con le leggi, le bollette che aumentano di mese in mese, con l’incultura televisita elevata a modello, con la propaganda, loro continuano a uccidere. Ogni giorno. Allora l’intellettuale, colui che ha la possibilità di incidere nel sociale attraverso la scrittura, ha la sua possibilità di scelta. O di salvarsi il culo, diffondendo anestetico, o di rischiarlo, dando fuoco alla benzina. C’è un libro importante che è uscito in questi giorni: “Un contadino nella metropoli” di Prospero Gallinari, ed. Bompiani. Uno splendido memoir autobiografico dell’ex brigatista rosso, che ripercorre in maniera narrativa, con una scrittura davvero notevole (non con le immagini stucchevoli dell’ultimo - pessimo - libro di Adriana Faranda), la sua storia, le sue scelte, la storia tragica del nostro paese e del mondo dagli anni cinquanta in poi. E’ vero, si tratta di “non-fiction”, quindi è - qui da noi - una letteratura di serie B, tuttavia è un libro che lascia il segno. C’è una bella considerazione di Gallinari in uno dei capitoletti iniziali. Dice, “La vita di tutto è regolata da contraddizioni che, nel loro sviluppo, possono provocare sofferenza. Niente ne è immune. La scelta di incidervi implica sempre un’assunzione di responsabilità con la quale occorre ogni volta sapersi misurare.” Che dire? …anzi: Che fare?

  16. effeffe
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 11:06 | Permalink

    carissimi tutti
    tanto per cominciare grazie a francesco per i suoi “aggiustamenti” che hanno sviluppato il breve scritto nel senso che mi sarei augurato. La questione che emerge da una parte dei commenti conforta la mia solitudine “letteraria” per una serie di motivi che cerchero’ di elencare

    @ Gianni
    quando passi al maurizio costanzo show per parlare del tuo libro (splendido) su quarto oggiaro sei uno scrittore che cerca di aumentare le possibilità di “irruzione” del proprio scritto nel mondo dei lettori. e fin qui va benissimo. se fossi andato al maurizio costanzo show per un tuo libro pamphlet contro la televisione, avresti più o meno “rappresentato” in pieno questo dispositivo di cannibalismo reciproco che lega le migliori menti del nostro paese a un sistema “spettacolare” in cui tutto puo’ passare. Libri sul lavoro precario pibblicati da case editrici che si fondano su quel sistema, stages, contratti micro e macro, ccc,ccoccooc, pubblicizzati da giornali che sopravvivono grazie a questo sistema di sfruttamento e da pubblici dibattitti in cui tutti si dicono “scandalizzati” come se non sapessero o non volessero semplicemente tenere a mente la telefonata fatta cinque minuti prima per piazzare un figlio presso lo studio dell’amico o il giornale diretto dal parente trasuda Ipocrisia, gianni, e sarebbe ancora più ipocrita se persone sensibili e impegnate non denunciassero questo tipo di truffa

    @ Gabriella
    le difficoltà che abbiamo di comunicare su certi soggetti dipendono da una diversa visione del mondo pero’ ti prego scendi un po’ dalla tua torre splendida dove la letteratura é tutto e cerca di ragionare almeno su due cose. Eravamo a casa da te quando abbiamo visto alcune sequenze di suor jo. Quando il gruppo di scrittori cui fai riferimento un giorno su due attacca la televisione italiana e poi rappresenta quella cosa li’ dimenticando veramente il danno intellettuale e psicofisico prodotto dai reality show sulla gente - i loro autori andrebbero portati al tribunale dell’Aja- e soprattutto ignorando- e questo é ancora più grave- il peso delle rispettive opere nell’analisi del nostro bel paese, tu hai due possibilità;una é quella che fai tu di mettere il passaggio in cui Moresco predica non mi ricordo cosa della guerra santa in fermo immagine, e riderci sopra, e fare cazzo quant’é figo, oppure andare di là per evitare di lanciare i canti del caos sullo schermo. Agli occhi della società dello spettacolo, Moresco puo’ fare anche una pubblicità per gli assorbenti e poi scrivere delle donne italiane che sanguinano, non gliene fregherà a nessuno una beata mazza. Le riflessioni sul lavoro fatte all’interno del sistema si pongono “inconsapevolmente” su un terreno pericolosissimo. La mise en scene di sdf, di precari sfigati, (perché poi si dimentica che ci sono precari fortunatissimi) insomma dei poveri cristi puo’ diventare uno strumento di controllo sociale. Come? Lo scrivevo nel testo: uno statale medio guadagna più di 250 euro al mese, e allora come spiegare la sua infelicità? Ecco il problema. Come la spieghi Gabriella la tua infelicità? Se una letteratura non “spiegasse” ma si preoccupasse di trovare un senso a quell’infelicità avrebbe in minima parte fatto il proprio dovere.

    chiaro no?`
    effeffe

  17. effeffe
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 11:45 | Permalink

    @ Prodan
    l’umanità ha prodotto due tragedie: il nazismo e le brigate rosse. la parola eliminazione mi fa venire la pelle d’oca. sono in trasferta e non posso accedere al back del sito. un commento cosi’ dovrebbe essere censurato e lo dico io che non ho mai censurato nessuno.
    effeffe

  18. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 12:36 | Permalink

    effeeffe: *non posso accedere al back del sito. un commento cosi’ dovrebbe essere censurato*. se potesse, lo censurerebbe? Prima, bisognerebbe togliere un refuso di Prodan: *Ci sono tanti modi di ammazzare una persona e molti non prevedo l’eliminazione fisica*; poi ragionare, e infine decidere.

  19. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 13:13 | Permalink

    Ci tengo a sottolineare che non sono un fiancheggiatore né delle brigate rosse né di qualsiasi altra forma di terrorismo. Non ho mai praticato la violenza. Questo non mi impedisce tuttavia di ragionarci sopra e di cercare di capirne le ragioni. Ragioni che, a un’attenta analisi, non sono sempre così facilmente classificabili come “male” o “bene”. In verità volevo porre, forse in maniera eccessivamente provocatoria, l’accento sulla funzione della scrittura come elemento propulsivo delle trasformazioni sociali (che poi era il tema che si intersecava con l’articolo di Forlani).
    Detto questo, mi scuso se le mie parole hanno offeso la sensibilità di qualcuno. Potete anche censurare il commento. La cosa mi lascerà indifferente.

  20. wovoka
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 14:03 | Permalink

    Il disincanto, e persino il cinismo, contemporaneo è secondo me semplicemente una presa di coscienza dell’irrilevanza personale sui destini del sistema, del quale si intuisce sempre meglio il l’irriducibile complessità, e quindi la terrificante inerzia. Si capisce sempre meglio che ben poco si può fare di buono per il mondo - mettersi un po’ a posto la coscienza, o farsi belli agli occhi di cui ci importa, con delle opzioni di comportamento marginali (molto più facile appare “lasciare un segno” attraverso il male, come Gallinari) - ma si è costretti al contempo agitarsi moltissimo per se stessi, nuotare freneticamente soltanto per tenersi a galla. Devo dire che alcuni riescono a combinare le due cose in maniera piuttosto raffinata, ma la sostanza non cambia poi di molto. Dovrei spiegarmi meglio, lo so, ma non ne ho gran voglia.

  21. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 14:37 | Permalink

    Wovoka è tornato! Viva Wovoka!

    Dopodiché torno ad assistere in laico silenzio al confronto in corso.

    Saluti, StZ

  22. fm
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 15:11 | Permalink

    @ Stefano

    A me piacerebbe molto, invece, leggere il tuo parere sullo scritto di effeffe. :-)

  23. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 15:22 | Permalink

    Francesco, sei un grande. Il re è nudo!, per dio. Bravo.

  24. jan
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 16:47 | Permalink

    Io plaudo a Francesco Forlani!

  25. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 17:17 | Permalink

    *Ci sono tanti modi di ammazzare una persona e molti non prevedo l’eliminazione fisica*
    se l’autore non corregge, lo faccio io (e se sbaglio?): *Ci sono tanti modi di ammazzare una persona e molti non prevedono l’eliminazione fisica*. Penso voglia dire che si può ammazzare metaforicamente, in figura: ignorare ad es., tu per me non sei nessuno ecc. Nel “Parmenide” di Platone si parla senza mezzi termini di “parricidio” nei confronti di Parmenide appunto, sottintendendo che senza ucciderlo non si sarebbe potuto proseguire nell’indagine della verità.

  26. maria luisa venuta
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 18:02 | Permalink

    Penso che anche se un po’ faticosamente cominciamo a toccare il nervo scoperto. Viviamo in un contesto sociale e lavorativo che ha legittimato e legittima i conflitti d’interesse a tal punto da impedirci di visualizzarli. Dire che è il re è nudo nell’editoria, nell’università e nelle dinamiche lavorative è un primo passo. trovare modi che ci consentano un’espressione libera e una vita dignitosa è il passo successivo. Grazie f.f. per il primo passo Plaudo plaudo

  27. antonio
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 18:47 | Permalink

    Bravo! quasi come ai vecchi tempi (casertani). ciao

  28. roberto
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 19:38 | Permalink

    VITA DA CANI
    Immaginate che palle uscire di casa, raggiungere gli studi della Sette, partecipare come ospite a una trasmissione televisiva.
    Essere costretti per forza a dire qualche cosa di interessante, a interpretare il ruolo del protagonista culturale che parla del suo libro.
    Insomma, mettetevi dalla parte di Aldo Nove per favore. Invitato alla Tavola Rotonda di Lo Sapete Chi sono io?, sono Giuliano Ferrara.
    Dover spiegare che il tuo nuovo libro non è il romanzo del secolo ma un semplice reportage, un modo per mescolare il racconto alla cronaca dei fatti. Tutto questo senza buttarla in caciara sulla legge Biagi.
    Duecentocinquanta euro si guadagnano (anche) così.
    Perché scandalizzarsi tanto?

    P.S.
    Gallinari?

  29. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 20:48 | Permalink

    @ fm

    Rispetto alla seconda metà del pezzo di Francesco, la mia opinione si riconosce, espressa molto meglio di quanto io stesso potrei fare, nei tuoi due commenti delle 17:44 e delle 22:44 di ieri.

    Rispetto alla prima metà, mi pare che il ganglio più importante sia quello relativo al cambiamento del “senso del lavoro”, questo sì un argomento che l’arte letteraria potrebbe trattare con profitto, senza tradire le proprie specificità estetiche, che secondo me ci sono e vanno difese e rigenerate, e senza fare troppe concessioni a un’attualità che in quanto tale smorza agevolmente ogni carica critica contenuta nei suoi critici e antagonisti, siano essi veri o presunti, in buona o mala fede.

    Insomma, rispetto all’oggetto della discussione, la mia opinione è che la letteratura potrebbe effettivamente approfondire, con più lungimiranza e spirito diacronico di quanto non faccia la scrittura d’attualità con il tema del precariato, il tema del lavoro e del cambiamento del suo “senso” da un punto di vista esistenziale, con spirito fenomenologico e poetico ad un tempo, senza perdere di vista il proprio orizzonte d’azione e di significato, che non è quello di cambiare il mondo, ma di capirlo il più a fondo possibile, fino a diventare, nei casi migliori, critica (spietata), profezia (involontaria) o utopia (insperata).

    Dopodiché vorrai scusarmi, ma non sono abbastanza edotto per sapere se in giro c’è già qualcuno che abbia saputo fare o stia facendo quello che ho appena vagheggiato. Certo è che, dal momento che quella di un Nove si presenta come “inchiesta”, non vedo come la si possa criticare sul piano di una qualche “letterarietà”, dal momento che letteratura non è.

    HerlzichSt

    P.S. Se ti va di lasciarmi un tuo indirizzo e-mail tra i commenti del mio blog, sarei felice di contattarti.

  30. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 21:23 | Permalink

    @ db
    “se l’autore non corregge, lo faccio io (e se sbaglio?): *Ci sono tanti modi di ammazzare una persona e molti non prevedono l’eliminazione fisica*.”
    Va bene, non pensavo che il mio povero testo - in odore di scomunica - meritasse un tale esegesi. Comunque va bene. Anzi invito tutti a modificarne il contenuto a piacimento… cp

    p.s.: se è per questo anche “l’incultura televisita” sta per “l’incultura televisiva”…

  31. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 22:27 | Permalink

    @Cristoforo: quando c’è odor di scomunica, meglio andare coi piedi di piombo, come insegna Galileo - al qual proposito, nessuno ha avuto da obiettare a Zizzi che ieri: *Faraoni, scribi degli dei: Eraclito, Porfirio, Apuleio, Petronio, Arnaldo da Villanova, Bruno, Francesco Colonna, Rabelais, Gogol, Manganelli, Gadda, Proust, Moresco, Borges, Pinchon, Mccarthy, D’Arrigo, Bene, Roberto Calasso. Va da sé che se è il mondo a trasformarsi la scrittura anagogica oltrepassa anche le ‘discendevoli’ capacità di organizzazione della forma dal ‘di fuori’, oltrepassa l’idea della lingua come di uno strumento, di un fine, di una cosa, oltrepassa la pretesa di fare delle scienze cognitive la base della conoscenza, va da sé che il rapporto soggetto – oggetto si deve situare in uno spazio allotrio rispetto a quello dell’ebreo Galileo*.

  32. wovoka
    Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 22:48 | Permalink

    Ciao Stefano, grazie, troppo buono …

  33. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 23:08 | Permalink

    allora la questione è: che senso ha scrivere libri sui precari per einaudi senza parlare dei precari presso einaudi?

  34. Pubblicato 30 Aprile 2006 alle 23:12 | Permalink

    Il 14 maggio 1940 le truppe tedesche entravano a Parigi. L’emigrazione italiana antifascista si disperde. La famiglia di Venturi è già partita per gli USA, Franco invece è rimasto a Parigi. Vuole assistere all’ingresso dei nazisti e solo dopo pensa di raggiungerla. Ma sfortunatamente non riesce ad arrivare in Portogallo, da cui doveva imbarcarsi: riconosciuto in Spagna viene denunciato da una spia. Arrestato viene gettato per circa un anno e mezzo in un carcere franchista, il sotterraneo di un convento, dove in un clima soffocante o rigido a seconda delle stagioni, gli oppositori del regime franchista venivano ammassati, senza neppure lo spazio per distendersi e costretti a cantare inni religiosi se volevano mangiare. I reclusi mancavano di tutto, nada era il vocabolo con cui si indicava l’assenza drammatica del cibo, e Nada sarà uno dei nomi di copertura che Venturi adotterà nella clandestinità italiana. Ai primi di marzo del 1941 fu consegnato al console italiano e trasportato a Torino, dove fu interrogato il 17 marzo. Dopo altri due mesi di carcere fu infine assegnato al campo di concentramento di Monforte Irpino, dove riprese subito a lavorare e, pur in difficili condizioni, tradusse la herderiana Auch eine Philosophie der Geshichte. Dopo la caduta di Mussolini egli tornò a Torino, assumendo a 30 anni la direzione di tutta la stampa clandestina del Partito d’Azione.

  35. Pubblicato 1 Maggio 2006 alle 12:50 | Permalink

    @effeeffe

    la mia torre splendida dove la letteratura è tutto?
    Boh, faccio la fisioterapista tutto il santo giorno in mezzo a malati di ogni genere e della letteratura non mi frega più di tanto. Mi dipingi come una mezza cretina… Moresco potrebbe fare la pubblicità delle supposte per quanto mi riguarda, ma rimango dell’idea che il tuo discorso impeccabile ha sbagliato i bersagli. Detto questo torno nelle mia splendida torre di malati di sclerosi e ictus fra puzze e lamenti. Saluti.

  36. roberto
    Pubblicato 1 Maggio 2006 alle 15:30 | Permalink

    @stefano
    @francesco forlani
    @fm

    mi sembra che concordiamo su un punto: la differenza tra letteratura e giornalismo, tra romanzo e reportage. L’inchiesta di Nove non basta a capire il mondo “il più a fondo possibile” perché non è pronta a farsi
    “critica (spietata), profezia (involontaria) o utopia (insperata)”, che sono tutte caratteristiche romanzesche.
    Sappiamo che il reportage è una forma di scrittura viziata dal punto di vista dell’autore (giornalista o scrittore che sia), dalla sua ideologia, dal suo stile, che si mascherano dietro il mito della (presunta) “obiettività” giornalistica per legittimare una tesi che è “la tesi” del libro (siamo figli dei call center). Dimostrare che la “precarietà” economica/esistenziale è il tratto della tarda modernità capitalistica non basta. Rifugiandosi nella cronaca dei fatti, Nove dimostra di essere a un punto morto della sua ricerca narrativa, dopo i fasti woobindeschi che almeno erano un tentativo di riscrivere lo spaesamento del soggetto di fronte ai cambiamenti della realtà. Scrivere un reportage invece è come scegliere il male minore: rifugiarsi nell’indagine sociologica, fatta sul campo, fonti alla mano, in una laboriosa raccolta di testimonianze, non significa rappresentare fino in fondo la realtà. Nove non è il solo e non va crocefisso.
    Altrove, r.r. ha scritto pagine “scorrettissime” su questa incapacità del romanzo italiano di raccontare, tutta intera, la STAGIONE storica e sociale nella quale siamo immersi, al di là dei cataloghi di autori che conosciamo tutti. Come dire, non cadiamo nell’errore dei nostri padri, quelli che nei famigerati anni ottanta hanno raccontato storie private, viaggi e pere, sesso e grandi concerti rock, dimenticando la funzione civile della letteratura (1). Pensiamo a una scrittura “performativa” che sia in grado di cambiare la realtà.
    Il romanzo politico del futuro sarò storico e politico, parlerà di Roberta e del giorno in cui il partito democratico decise di tassare le pensioni-baby per finanziare la ricerca. Quando una nuova e aggressiva classe politica di sinistra riformista e populista restituì il maltolto alla generazioni boyleana dei “giovani vecchi”, dopo quarant’anni di finanza allegra, contratti a tempo indeterminatissimo e una serena vecchiaia passata in balera.
    Se il reportage di Nove è uno specchio del presente, il romanzo politico del futuro deve guardare oltre lo specchio. Prefigurare quello che sta accadendo: una lenta erosione dei diritti consolidati mentre emergono nuovi diritti, agili e prensili. Oltre la legge Biagi, verso l’Uomo Nuovo, il lavoratore felice del Partito Democratico. Non è fantascienza, parliamo dei prossimi quindici anni. In quale Italia vivrà Roberta dopo la caduta del secondo governo Prodi e le successive elezioni vinte da Wolly Veltroni?

    1. Una tesi frequente, questa del disimpegno e dell’eterno weekend degli intellettuali dalla politica e dalla storia. Una tesi che va discussa, perché anche i nostri padri a modo loro hanno saputo provocare dei cambiamenti nella realtà. Se c’è un romanzo tragicamente politico, nella letteratura dell’ultimo ventennio, è proprio “Camere Separate”, che mette al centro della narrazione un tema che negli ultimi anni è diventato una delle bandiere culturali della destra. Provate a leggere cosa dice il Foglio sulla inefficacia del condom e capirete che Tondelli, morente, aveva intuito il giro di vite clericale che stava per abbattersi sulla società italiana. Per agire, non per sfuggire, cercò strade alternative, misticheggianti e solitarie, in una personale interpretazione del cattolicesimo, ricca di pathos. E’ uno degli esititi più controversi del suo percorso di narratore.

  37. Pubblicato 1 Maggio 2006 alle 19:53 | Permalink

    D’accordo, Roberto. Tocchi un mio tasto sensibile quando dici:

    “non cadiamo nell’errore dei nostri padri, quelli che nei famigerati anni ottanta hanno raccontato storie private, viaggi e pere, sesso e grandi concerti rock, dimenticando la funzione civile della letteratura”.

    Anche se personalmente patisco soprattutto il fatto che questi stessi padri, così facendo e affermandosi grazie alla “facilità” del loro narrare, della letteratura abbiano spesso dimenticato anche il vero e faticoso cimento estetico, il suo carattere artistico/artigianale insomma e perfino artificiale, tanto che ormai non mi stupisco più né di continuare a riconoscere modelli e affinità, per quanto mi sforzi, soltanto tra le opere dei “nonni”, né che quello che scrivo possa venire liquidato da uno dei padri in questione come semplicemente “letterario”, nel senso, dallo stesso giovane vecchio specificato, di “lontano dalla vita e dalla strada”. (Brrr!)

    Per il resto e forse anche per il romanzo che vagheggi tu, non dispero, anzi: qualcosa mi pare che stia accadendo. Un esempio che ho già fatto in passato: Gianluca Gigliozzi. Uno che oso adesso: Marco Mancassola.

  38. roberto
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 03:16 | Permalink

    @stefano

    Caro Stefano, sarò sommario perché l’ora è tarda e il lume trema.
    Perdona refusi e sviste.
    Avevo sentito parlare di “Neuropa” ma non l’ho letto, nè conosco Mancassola. Consigli preziosi che terrò in considerazione, ma vorrei aggiungere un paio di precisazioni.

    La prima. Quando parlo del romanzo del futuro non mi riferisco alla fantascienza, nemmeno a quella clinicamente turbata di Dick, ma piuttosto alle “anticipazioni” realistiche e sovversive di Boyle o Houllebeq, assolutamente plausibili come il Partito Democratico che si sta rafforzando sempre più velocemente in tutta Europa (vedi l’Eaton Democratic Front).
    Sarà un romanzo attivo, storico, realistico, basato su una precisa documentazione.

    In secondo luogo, e vengo al discorso che ti sta cuore, nella nota sul romanzo di Tondelli mi riferivo alla vulgata critica che risolve senza assolvere le scritture degli anni ottanta come disimpegnate e frivole, succubi dell’imperativo kerouachiano dell’andare, e della noiosa assuefazione del pronome io (il giogo autobiografico). Se la stanchezza non mi tradisce, contro quei tempi bui si è scagliato con virulenza Raimo.
    Be’, Tondelli non ha scritto il romanzo politico del futuro che aspettiamo tutti. Ma come negargli il tentativo di raccontare la STAGIONE? E non solo quando corre verso il Mare del Nord ascoltando i Kraftwerk, no, questo è il marchio, la “firma” che vogliono venderci per festeggiare l’anniversario di Altri Libertini. Il Tondelli che amiamo invece è quello che torna a casa, in quella provincia italiana troppo spesso svalutata (dalla critica e dall’industria culturale) dove vissero i nostri “nonni”: ricorderemo, una per tutte, la vecchia distrutta di fatica di “Casa d’Altri”.
    In questo ritorno, che è anche un ritrovare forme narrative dimenticate, c’è un tentativo - forse fallito - di descrivere la STAGIONE, dopo Bologna, il ‘77, le Br, e la roba.
    Ma basta a delirare che l’ora è tarda.

  39. -elli
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 04:22 | Permalink

    Morselli, Manganelli, altro che Tondelli.

  40. stefano
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 07:16 | Permalink

    Molto istruttivo, Roberto.
    Oltretutto, ti confesso, anch’io a pelle avrei considerato piuttosto i nomi fatti da Mr. Suffisso, qui sopra, ma la tua piccola demistificazione della vulgata tondelliana - di cui io stesso rimasi vittima, fino a snobbare i libri del nostro fin da subito, quando mi ritrovai imberbe nella selva della letteratura nostrana - mi convince.
    Assolutamente d’accordo, infine, su Houellebecq.
    Buona giornata, StZ

  41. francesco forlani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 09:43 | Permalink

    Note per una letteratura d’evasione

    C’è un luogo a Parigi che vale più di tutti il detour e si chiama Baron Rouge.Un nome cosi’ alto- nel senso di altitudini e duelli- è il prodotto di un refuso. All’origine si chiamava: baron bouge, il barone si muove, o muoviti, come si voglia vederla. E’ qui che ho incontrato andrea inglese mentre il post faceva il suo corso più fortunato di quanto nelle premesse- il non intendimento- lasciava credere. E abbiamo parlato. Tra le altre cose di letteratura. Le note che seguono sono anche il frutto di quelle conversazioni e allora ringrazio il mio interlocutore- Michel Bridenne, fumettaro e amico http://www.nazioneindiana.com/2006/01/11/a-gamba-tesa-michel-bridenne/ gli ha fatto su mia richiesta una caricatura che spero sarà presto pubblicata . La solitudine letteraria è infatti situazione feconda, l’isolamento no.

    @ Gabriella ovvero della letteratura come evasione

    Mi dispiace averti offeso ma non era questa la mia intenzione. Riprendo però quanto scrivi del tuo viaggio agli inferi e propongo un senso possibile proprio attraverso il letterario. In uno dei più bei libri scritti sul romanzo, da Marthe Roberts, La vérité littéraire, racconta un episodio che per me è fondamentale. Va a trovare un amico dottore in campagna per leggere e studiare. Fuori ogni giorno venivano per farsi visitare persone molto ammalate. Si manifesta cosi’ un dispositivo curioso secondo cui talune opere potevano sostenere lo sguardo di quei moribondi, altri no. In questi giorni ho letto - un testo l’ho anche postato sabato- due opere di evasione. nel senso di evasione dalla prigione. In uno la protagonista è un’ex terrorista, nell’altro un prigioniero politico durante la dittatura in Uruguay. per pote sopravvivere Mauricio Rosencoff si prefigura al posto dell’espadrilla una gatta (in spagnolo alpar-gata) Privato di tutto riesce a procurarsi un pezzo di matita e a scrivere sull’interno dei pacchetti di sigarette conversazioni poetiche con la sua gatta, poesie che usciranno di prigione nascoste nel risvolto degli indumenti che ogni mese mandava alla famiglia perchè li lavassero. Scrittura come kit di sopravvivenza: E se fossimo anche noi prigionieri? Di un qualcosa che ci dicono essere a seconda dei giorni sogni o incubi? Te ne dedico una che traduco dal francese di Guy lavigerie (splendido e rivisto con l’autore)

    45
    il gatto
    si ripara
    inquieto
    dietro
    alla scatola
    si appiattisce
    al suolo
    teso.
    E’ quasi
    quasi
    una espadrilla
    48
    e impra
    a parlare:
    Halloperidol
    dice lui
    Melleril *
    dico io

    *Halloperidol, Melleril, tranquillizzanti

    Tu
    tu non sei
    un gatto
    gli dico.
    Non sei
    niente altro
    che una espadrilla
    senza vita.
    Ci pensa su.
    E tu?
    mi dice

    @ Prodan

    sono io a scusarmi con te e sono felice di non essere entrato nel back office per fare una cosa che spero per le ragioni di cui sopra di non fare mai, ovvero censurare alcunchè. Avevo appena postato il pezzo di Paola de Luca da un tempo che almeno dovrebbe insegnarci qualcosa. bisogna escogitare un dispositivo che permetta di disinnescare l’apparato cannibale e digestivo del sistema in cui siamo. Se solo riuscissimo a non limitarci all’informazione e a cercare il racconto sarebbe un primo passo.

    @ Roberto
    Sono asolutamente d’accordo con te e penso al Saviano, ovvero al romanzo documento ( la parola mi sembra migliore di reportage)dove tutti si mettono in gioco, il narratore, quello che narra e il lettore si spera.

    @ A chi diceva “il re è nudo” grazie. A cui aggiungo come una timida espadrilla uruguaiana
    e tu? e noi?

    effeffe

  42. Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 10:51 | Permalink

    Confinati a Ventotene, Eugenio Colorni (filosofo, del PSI) Ernesto Rossi (economista, di GL) e Altiero Spinelli (comunista, del PCI) elaborarono nel 1941 il primo manifesto del federalismo: trascritto su cartine per sigarette e nascosto nelle viscere di un pollo, fu portato a Roma dalla moglie di Colorni. Tradotto in più lingue, il manifesto varcherà poi la frontiera.

  43. roberto
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 11:53 | Permalink

    @francescoforlani
    @elli
    @db

    precisare, precisare, dettagliare.
    Il “romanzo-documento” si avvicina a quello che non riesco ancora a dire, ma non basta, non esaurisce l’argomento: come raccontare la vita al tempo della Morbida Dittatura?
    Il documentarismo in realtà funziona come una rampa di lancio: partire dalle fonti, scavare negli archivi, “dossierare” seguendo il metodo di De Lillo (come il bel post su Ventotene di db). Insomma, raccogliere induttivamente le tracce e le scorie del passato in vista di un intreccio futuro (diceva Missiroli che non c’è niente di più inedito dell’archivio).
    Nello stesso tempo il documentarismo non basta, perché dovrebbe accompagnarsi a uno scarto puramente romanzesco: come dici, dobbiamo passare dalla “informazione” al “racconto”.
    Sì, è vero, c’è il “contro-passato prossimo” che Elli ha evocato saggiamente con icastica brevità. Ma a differenza di Morselli, il nostro romanzo politico dovrebbe restare incatenato mani e piedi alla terra, perché Wally Veltroni esiste davvero, non in una realtà parallela, voglio dire che il culturalismo come governo sociale non è un’invenzione della psicostoriografia seldoniana.
    Ripeto: come vivrà Roberta all’epoca del Partito Democratico?
    Titoli di testa. Una serie di foto in dissolvenza ripercorrono le date fondamentali della storia repubblicana, tra la fine degli anni settanta e il 2015. Da anni, l’Italia è governata dalle sinistre. La destra cerca disperatamente un suo campione con il carisma del vecchio Berlusconi, che nel frattempo ha preferito rifugiarsi negli Stati Uniti, ritirandosi a vita privata.
    La fantascienza come nuovo realismo? Forse è così.

    1. La definizione di reportage, di “inchiesta”, non è farina mia ma del granaio di Nove. Se ne parlava alla corte di “Lo Sapete Chi Sono Io, Sono Giuliano Ferrara”.

    2. Elli, fai bene a distinguere Morselli da Tondelli. Diciamo che la discussione sui “Padri” è altra cosa da quella sul romanzo politico.
    Mi premeva semplicemente approfondire un elemento ricorrente del dibattito indiano, quello sui micragnosi anni ottanta, che dal mio modestissimo punto di vista probabilmente nascondono molte più sorprese di quanto siamo disposti a immaginare.

  44. francesco forlani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 12:06 | Permalink

    @ Roberto

    tutto il mio romanzo in atto è una ricerca di fonti anzi della fonte per eccellenza quella della voce dello scriba inseguito, immaginato, sognato, e di cui si dice non sia rimasto più nulla. Pavese a cui “il farsi mito” ha tolto ogni cosa, compreso la voce attraverso l’idea che non esista di lui alcuna registrazione (audio o video). E allora me ne vado in lungo e in largo per l’italia (ma non solo) a farmi dire da chi l’aveva conosciuto bene come fosse la sua voce (sì proprio fisicamente). Ho a volte l’impressione che la letteratura abbia per solo suo scopo (e dei suoi editori) quello di far capitolare libri. E’ la fine del racconto, dice Benjamin, una letteratura fatta di soli libri. E invece dovremmo cercare, studiare, analizzare, le voci (in capitolo). Raccontare, insomma

    effeffe

  45. webster
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 12:26 | Permalink

    9 non scrive una parola da quattro cinque anni. ’scrive’ libri solo per onorare il contratto e perché l’anticipo è buono, collettando gli scarti del passato. parlare degli scrittori finiti è una fatica inutile. webster

  46. -elli
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 12:32 | Permalink

    @ ff:
    Complimenti, questo post è una boccata d’aria fresca, qui ultimamente non si respirava più di tanto.

    @ roberto: capisco i tuoi intenti e condivido quasi in toto il tuo discorso su tondelli, mi premeva ricordare quei nomi anche perchè secondo me buona parte di questa partita si gioca sulla LINGUA (ne parlammo con furlen). Non solo sul genere, sulla trama, sul contenuto, sul ruolo del narratore-autore. Oggi come oggi a mio avviso nessuna storia può essere “sovversiva” se non usa un linguaggio “sovversivo”. Il mercato pretende uno stile piano e semplice, la famosa lingua mediatica, schierarsi contro i suoi meccanismi vuol dire sabotare questo stato di cose. L’esempio che hai fatto prima, “casa d’altri” di d’arzo-comparoni, mi pare significativo in questo senzo, così come i due -elli prima citati.

    @ db: un abbraccio virtuale

    Saluti e baci.

    Adriano P.

  47. fm
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 12:44 | Permalink

    @ Roberto e Stefano

    Ottime riflessioni e spunti degni di nota e di approfondimento. Condivido.
    L’utilizzo del linguaggio in chiave “sovversiva” è una delle poche strade praticabili. Il resto, voluto o meno, è, o finisce in, omologazione.

  48. fabio
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 13:42 | Permalink

    @roberto
    @francescoforlani
    @elle

    “raccontare, raccontare”…

    ma anche “sovvertire, sovvertire”…

    “raccontare, raccontare”: e cioè tentare di rappresentare IN letteratura il presente (storico)- che risuona del passato (storico) - IMMAGINANDO il futuro (storico, futuribile ma non fantascientifico).

    Con “visionaria precisione” e con effetti (”performativi”) sul lettore (sui lettori: NEL cinema, IN teatro, NELLE riviste, NELL’attività critica, ecc: una nuova “STAGIONE” culturale…- ma questo è un altro discorso…).

    “raccontare, raccontare”: mercè ricerca delle fonti (o della fonte), decrittazione degli archivi: mercè paziente studio, lunghe discussioni, incalzanti indagini sul reale, ricerche sui documenti e il corso del presente, “immaginazione” e “analisi” sui rivoli carsici nei quali si (ri)organizza e si (ri)produce il potere, sui suoi tendenziali riposizionamenti, eccetera.

    quindi, s’immagina, con un linguaggio CHIARO (la visionaria PRECISIONE).

    per farlo, per rivolgersi ad una COMUNITA’ (questa l’idea performativa del “nuovo” romanzo politico: niente a che fare con visioni anagogiche, un po’ stravolte e iniziatiche, che sono passate da qui….), occorerebbe anzitutto mettersi d’accordo sul fatto che il linguaggio sarebbe (sarà, è) di certo un passaggio cruciale, forse quello centrale, per la “resa” (e gli “effetti”) del testo…

    Bisognerebbe insomma accordarci su un punto (secolare: “avanguardia” o “realismo”?…): il linguaggio da usare per il “nuovo” romanzo politico a venire starà (deve, dovrebbe stare) nel rapporto non aggirato nè fintamente attraversato con la TRADIZIONE e con QUESTA REALTA’, con il presente.

    bene fa roberto (amico e, lui sì, ottimo critico-scrittore…) a recuperare e ri-leggere la stratificata stagione letteraria che abbiamo alle spalle (anni ‘60, ‘70, ‘80). Questo servirebbe, al di là di schemi critici approssimativi, a TROVARE un linguaggio, uno STILE, oltre che dalle “sollecitazioni” del presente, anche a partire dalle migliori scritture (di “ricerca”) degli anni che arrivano fino a oggi: senza bisogno, insomma, di rifarsi esclusivamente a modelli letterari d’oltreoceano (de lillo&c.).

    Per questo, bisognerebbe che il “nuovo” romanzo politico effettui anche una nuova “svolta” linguistica: strappare l’uso del linguaggio “veicolare”, medio e comunicativo, dalle mani non solo del “potere” (e della “pangea” letteraria di cui si parla a proposito del sistema culturale globalizzato, nel quale l’Italia fa parte come provincia dell’Impero), ma anche dalle mani degli autori (stars-system) che di quel linguaggio si servono, ma per farne un uso autoreferenziale, “debole”, consolatorio, intimistico o meramente cronachistico (davvero una fetta variopinta e assai consistente, e come se no?, del nostro mercato editoriale: da De Carlo ad Ammaniti, da Nove a Desiati, passando per certi Raimo…). Questi autori coinvolgono il lettore nella innocua o piatta, patetica o rabbiosa, riuscita e fedele, inerte registrazione dell’esistente (il lettore di Desiati, poniamo, eslamerà, alla fine del libro, nella fruizione più conservatrice, perchè simpatetica, di un testo “letterario”: cazzo, che bello, questo sono io, i miei problemi al lavoro, le mie radici, la metropoli, l’amore e la paranoia, gli altri e me stesso!….).

    Il “nuovo” romanzo politico dovrà (deve) uscire dal cerchio dell’io, buttarsi nella rete delle immagini, e dei “realia”, nei linguaggi e nei “fatti” di questo presente, entrando nel cerchio degli scomparsi e degli altri, nel bosco del presente e del futuro, nelle stanze del passato (della Storia).

    Per farlo, e cioè per “sovvertire”, nessuno sperimentalismo comecchesia, per inziati (da Gigliozzi a Mancassola…). Nessuna insufficiente “mimesi” dello status quo, per il pubblico dei più, a caccia di consolanti identificazioni (da Nove a Desiati…). Ma, forse, il ricorso ad un linguaggio “autenticamente” comunitario (referenziale ma “forte”, “visionario” ma “preciso”), per una comunità. A venire….

  49. Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 13:52 | Permalink

    NON SCRITTORI RESISTONO

    “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese” di Dante Livio Bianco, scritto di getto nei primi mesi successivi alla guerra, pubblicato la prima volta nei «Nuovi Quaderni di Giustizia e libertà», quindi, con una prefazione di Franco Venturi, presso la nuova ed effimera casa editrice del partigiano e compagno d´armi Arturo Felici (Panfilo) all´inizio del 1946. L´autore è un giovane avvocato che dopo la «grande vacanza», com´egli chiama i venti mesi della guerra partigiana, combattuta nelle valli del Cuneese, ritorna a fare l´avvocato. L´idea centrale del diario è che la guerra partigiana non è una guerra militare, come tutte le altre, perché è prima di tutto una guerra politica e ideologica. Il giovane avvocato diventato comandante di una banda non cita testi di strategia militare, ma evoca i suoi maestri di antifascismo, Rosselli e Gobetti, e «un gobettiano, tutto intransigenza, tutto rigore morale» lo chiama Nuto Revelli (un altro scrittore nato dalla Resistenza). L´autore si nasconde dietro i fatti nudi e crudi che parlano da soli, e l´unico vocabolo del gergo militaresco che accoglie nel suo linguaggio è lo pseudonimo: «piantagrane». Presso lo stesso editore (Panfilo) uscì nello stesso anno “Banditi” di Pietro Chiodi, allora professore di filosofia al liceo di Alba: diventato poi professore di filosofia all´università di Torino, sarà noto soprattutto come traduttore di Heidegger, morto precocemente nel 1970. Protagonista è Leonardo Cocito, professore nello stesso liceo, fucilato a Carignano il 7 settembre 1944. Il giorno della fucilazione, vedendo il cappellano portare le insegne delle SS sulla croce, commenta: «Se vado di là e Dio è in divisa da SS mi metto a fare il partigiano di Satana». Quando Chiodi, scampato, apprende la notizia della morte dell´amico, annota: «Vorrei piangere ma non posso. Inorridisco di me stesso, ma non posso. Chiudo gli occhi e sento dentro di me che è tutto finito ed io più di tutto. Anch´io sono con loro. Chissà dove. Ora capisco perché non provavo dolore dopo le scene di orrore di Bolzano e davanti a quella donna sul treno. Stavo morendo, a poco a poco. Loro mi uccidevano». Il racconto rapido, essenziale di Chiodi è una storia di morti, e a ogni morte la lotta diventa più aspra, più esasperata. Al comandante repubblichino che nel giorno della resa implora il perdono, Chiodi butta in faccia questo monito: «O per voi, o per noi non c´è più posto in Italia». Scritto 2 anni dopo la liberazione per esortazione di Croce, il “Diario partigiano” di Ada Gobetti esce da Einaudi soltanto nel 1956. Ada è la vedova di Piero: negli anni del silenzio vive traducendo dall’inglese e fa dell´appartamento dove aveva abitato col marito un luogo d´incontro di antifascisti durante il regime, di partigiani dopo l´8 settembre 1943. Il diario ha inizio il 13 settembre 1943 e termina il 25 aprile 1945. Qui il tema dominante non è tanto la spietatezza della guerra quanto la fraternità d´idee e d´armi, la solidarietà nel pericolo, l´eccitazione e l´incitamento al fare e allo sperare insieme. Ricco di personaggi che vanno e vengono, sempre affaccendati e sempre un po´ misteriosi, discutono e compiono azioni ardimentose, s´incontrano e si scambiano opinioni sulla guerra e sull´incerto avvenire, il libro pullula di piccoli fatti, di una miriade di piccoli fatti che compongono uno dietro l´altro, uno dentro l´altro, con la loro apparente casualità, un grande disegno. La parte centrale è costituita da una relazione minuta e vivacissima di una missione a Grenoble fra la fine del 1944 e il febbraio 1945. Il libro non è un messaggio e tanto meno una predica; non ha alcun programma da proporre se non quello che bisogna continuare a compiere sino alla fine l’umile e semplice lavoro dell´operaio della buona causa.

    Norby

  50. elio pasi
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 13:53 | Permalink

    a me sembra piuttosto che forlani non sappia scrivere. e basta.

  51. Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 14:07 | Permalink

    Facile, si trova tutto in rete!
    reportage, mica reportage: Capote non cominciò con un reportage? Ci vuole vita (mente/cuore) e lingua (tecnica/mestiere). Armiamoci, e partite!
    Sottomano ho un esempio-bomba: Arno Schmidt, Il Leviatano, Linea d’ombra ed. 1991. Sono 31 paginette! Si potrebbe parlare con Fofi e spararle in rete. NI farebbe un gran regalo a tutti. Parla di un giorno del 1945 in Germania, nella disfatta. Arnocon esso vinse un premio consegnatogli da Döblin nel 1949. Poi rimase povero in canna (anzi, nemmeno quella, perché gli pignorarono il tandem, unica sua proprietà di valore). Lavieri ha pubblicato adesso Dalla vita di un fauno, qui mostrato su NI. Ma il Leviatano è introvabile.
    In rete ho visto che Baraghini ha messo diversi Millelire gratis, tra cui il Giovane Cacciari.
    Effeeffe, se fai davvero il libro su Pavese, prendimi come correttore di bozze (così cominciai a 18 anni, L’Unità, e così finirei volentieri). Con Prodan sei stato bravo, con Gabriella meno (e difatti stanotte non ha dormito): falle subito qui le scuse come si deve!

  52. Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 14:21 | Permalink

    Dice Forlani nel suo “post” principale:

    “Allora perchè cercare nella e dalla letteratura quello che la comunità non sa esprimere nei fatti?

    La mia tesi è semplice. Non solamente questa letteratura non è pericolosa per la società, ma addirittura nefasta per gli altri, gli infelici. Ecco perchè in Italia puo’ esistere il filone letterario dell’autore che non trova l’editore, scritture di parole, …”

    e successivamente:

    “Se solo riuscissimo a non limitarci all’informazione e a cercare il racconto sarebbe un primo passo.”

    Forse ci sfugge un elemento in tutta questa discussione. Siamo sicuri che la letteratura la fanno gli scrittori? Secondo me no.

    A questo proposito vi rimando al bellissimo articolo di Roberto Calasso “L’editoria come genere letterario” (in Adelphiana n. 1, Adelphi 2002), in cui si evidenzia il ruolo dell’editore come soggetto attivo che ha “la capacità di dare forma a una pluralità di libri come se essi fossero i capitoli di un unico libro”. Calasso propone nell’articolo un’ipotesi suggestiva: “Cercate di immaginare una casa editrice come un unico testo formato non solo dalla somma di tutti i libri che vi sono stati pubblicati, ma anche da tutti gli altri suoi elementi costitutivi, come le copertine, i risvolti, la pubblicità, la quantità di copie stampate e vendute, o le diverse edizioni in cui lo stesso testo è stato presentato. Immaginate una casa editrice in questo modo e vi troverete immersi in un paesaggio molto singolare, qualcosa che potreste considerare un’opera letteraria in sé, appartenente a un genere specifico.” E - dice, proseguendo, Calasso - “Considerando le case editrici in questa prospettiva, apparirà forse più chiaro uno dei punti più misteriosi del nostro mestiere: perché un editore rifiuta un certo libro? Perché si rende conto che pubblicarlo sarebbe come introdurre un personaggio sbagliato in un romanzo, una figura che rischierebbe di squilibrare l’insieme e di snaturarlo.”

    Se questa ipotesi è vera, allora la capacità di incidere nel sociale da parte dello scrittore è mediata dalla casa editrice. O meglio, è la casa editrice che incide nel sociale. Per contro, se la casa editrice - o il mezzo di diffusione equivalente (internet per es.) - abdica alla sua “funzione editoriale”, inseguendo solo le mode o - peggio ancora - i nomi (mutatis mutandis, si veda il caso tipico dell’etichetta discografica ECM di Manfred Eicher, in cui la cosiddeta “linea editoriale” è legata esclusivamente ai nomi degli esecutori), allora le possibilità di incidere nel sociale si riducono a zero. E, a questo punto, ogni discussione sul genere migliore da adottare per poter incidere nel sociale cade a priori. In un post a un suo post, qui su NI, Christian Raimo sostiene “… l’idea che le parole si trasformino in azioni, o che producano intervento, è credo quello che auspica chiunque scrive…” concludendo “…ma l’obiettivo per me è l’essere popolari”. Purtroppo, per quanto detto, non è lo scrittore, preso singolarmente, che diventa “popolare”. Lo diventa nella misura in cui diventa uno dei “personaggi” di una casa editrice nel senso calassiano. Né è possibile che le parole si trasformino in azioni da sole.
    (cp)

  53. francesco forlani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 14:30 | Permalink

    “a me sembra piuttosto che forlani non sappia scrivere. e basta. dici tu Elio e qualcosa, il che è meno grave del fatto che tu, caro Elio non sappia leggere.”

    @db

    la risposta (la prima) un po’ dura a Gabriella era motivata da quella stizza, da “non c’ho capito un cazzo”, che trovavo assolutamente fuori luogo. Per il resto non ho da chiedere scusa a nessuno. Come molti (sicuramente non tutti) cerco di capire. E cercare di capire in un universo letterario dove tutto è ridotto alla questione dello scrivere bene lo si deve fare ad ogni costo, anche a quello di scrivere male. Il cosa scrivere e la questione della lingua proposta da Adriano, ovvero non come solo tecnica, restano per me fodamentali. Non è colpa mia se in questi quindici anni di assenza dal mio paese ha furoreggiato l’appiattimento della forma romanzo a quella giornalistica (fateci caso, gli editors ormai di fronte a testi complessi reagiscono come i caporedattori di un tempo: non è abbastanza lineare, il lettore si perde, purchè sia breve, conciso, logico ecc)cosi’ come si sono sviluppati corsi e corsi di scrittura, atelier di scrittura, stages di scrittura, e tutti a scrivere, alla stregua dei propri maestri mettendo le virgole e le mezze virgole, i due punti. Come se da quei ricettacoli da polli di allevamento potesse uscire il nuovo Chandler o Celine. E infatti te lo fanno credere e giù colle recensioni del meraviglioso romanzo dell’ex allievo Bocconianholdeniano con tanto di postfazione, prefazione, assuefazione, dello scriba autoritario e fantastico.
    Comunque db sei assunto sul campo e non sono un autore difficile, di quelli che per carità quella virgola sta bene li’ dov’è. A me interessa talvolta quello che succede prima, altre volte quello che accade dopo.

    @ Gabriella , scusa, se ce ne fosse bisogno

    @ db
    ti facevo più giovane. All’Unità lavoravi come correttore precario o assunto?
    effeffe

  54. Orno
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 14:54 | Permalink

    Confermo: il giovane db fu eroico freddatore di ortografici furori. Già un classico dell’arte tipografica le bozze rivedute&corrette di Gita scolastica e Vicina di casa: lunga vita al proto-db!

  55. francesco forlani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 15:19 | Permalink

    @ Cristoforo Prodan

    Innanzitutto sono molto contento di vederti(leggerti). Per quanto riguarda Calasso sono assolutmente d’accordo con te e con lui, sul fatto che si debba leggere il catalogo di una casa editrice come un solo libro, e tanto più d’accordo che questo principio l’ho fatto mio nella creazione e direzione delle riviste di cui mi occupo. Riviste non come antologie ma come testi (immagini) che dialoghino tra loro. Detto questo vorrei citare un episodio accaduto ad un amico presso una casa editrice altrettanto importante italiana. Al momento della correzione delle bozze l’editor voleva assolutamente che il traduttore e curatore del libro (mio amico) eliminasse alcune parole perchè non “….iane” (Mondadoriane, einaudiane, adelphiane…, parole, ben inteso che l’autore aveva usato nella versione originale. Come accettare una violenza del genere? E poi, come spiegare che ormai ci sono pochissimi autori che pubblicano per la stessa casa editrice? Forse perchè non ci sono più linee editoriali? Perchè non ci sono soldi e allora si pubblica da chi paga di più?

    Il discorso sul letterario (non sull’editoria) che tento di affrontare con i differenti post ( concordo con te sulla suddivisione del mio pezzo in un post principale cui seguono altri post) riguarda l’anomalia tutta contemporanea di una scrittura che, per quanto a prima vista sovversiva, abiti il palazzo che vorrebbe distruggere e di come tale anomalia sia necessaria al palazzo per esistere. Un Palazzo nel mezzo di una regione, quella nostra dove sembra sempre più prevalente la formula riportata da Walter Benjamin nello scritto “il narratore”

    Il fondatore del Figaro, Villemessant (che tradurrei con facendomessadicittà) ha definito l’informazione con una celebre formula: “Per i miei lettori, diceva volentieri, un fuoco di caminetto nel Quartiere Latino è più interessante di una rivoluzione a Madrid”

    Pensate che esageri? date una’occhiata ai blog
    Sulla scorta di quanto si chiede ai giornalisti culturali (mi raccomando, fate gossip) prevale quest’universo della chiacchiera, anzi del pettegolezzo.
    Scrivi un post in cui si parli di blog, di bloggers lialeschi, lialati, anche un po’ scemi e in ventiquattr’ore il tuo post avrà fatto il giro della rete. Appena metti su qualcosa di veramente importante, in cui credi e credi possa arricchire il dialogo , un cazzo. Philippe Muray, Jean Claude izzo, Massimo Rizzante, Michea…
    Pare che l’esistenza o meno di commenti non corrisponda alle letture, d’accordo, ma aprire una discussione su quei temi?
    E invece si dovrebbe scrivere sotto le testate dei giornali, dei blog, delle riviste, citando la fonte:

    “Non fate troppi pettegolezzi” Cesare Pavese
    effeffe

    ps
    Per il cazzeggio, trattandosi di arte, vale un altro discorso

  56. Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 15:38 | Permalink

    Caro Borso, mettere in rete Leviatano sarebbe un’ottima cosa. Lei conosce Fofi? Può contattarlo?

  57. Gemma Gaetani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 16:16 | Permalink

    Se alcune (poche) delle considerazioni di Forlani sono condivisibili, appre davvero errato il bersaglio.
    Nove può apparire il cantore dei pompini soltanto a chi abbia appena sfogliato uno dei suoi libri.
    Tiziano Scarpa, Isabella Santacroce e Aldo Nove sono le uniche voci che resteranno nella storia della letteratura italiana degli anni Novanta, perché hanno inventato uno stile, oltre ad aver rivoluzionato il rapporto coi contenuti, hanno (de)scritto una generazione e allo stesso tempo la fine del mondo. Nove in particolare. Di “Woobinda” si dovrebbero ricordare racconti come “Marta Russo” più che “Un attimino bella”. Ma andando ancora più indietro, basterebbe aver letto i primi versi di un Nove ventenne, che sono poi stati ristampati in “Fuoco su Babilonia!”, per non aver dubbi sul fatto che la scelta artistica di Nove non è mai stata quella del ribelle di sistema.
    La recente scelta di Nove, per chi conosce la sua opera prima poetica e poi narrativa, dunque, per chi la conosce bene, intendo, appare un puro suicidio, da un punto di vista prettamente artistico. Perché è la scelta di zittire la propria voce per farsi portavoce di una realtà che si vuole contribuire a denunciare, e quindi a combattere, enunciando la poetica del “non è più tempo di trasfigurare, in versi o in prosa, ma di dire“. Scelta che era stata preannunciata da poesie come “Essere comunista nel 2005″, dalla collaborazione con “Liberazione”, dalla decisione che diventava vieppiù evidente e che è confermata in pieno da questo ultimo libro-non libro che raccoglie appunto le interviste fatte per “Liberazione”, di “scendere in campo” in quanto artista, di asservire il proprio palcoscenico artistico all’impegno politico oltre che intellettuale. Balestrini, De André, Fo: questi sono gli intellettuali e gli artisti a cui Nove si è rifatto, e dei quali ha seguito, negli anni e nei decenni, la strada.
    L’accusa che gli muove Forlani è dunque ridicola.
    Dimostra scarsa conoscenza del percorso specifico di questo autore, dimostra scarso senso della realtà, anche: cosa dovrebbe fare Nove per mostrarsi davvero impegnato, per non essere accusato di essere “organico” al sistema contro cui dichiara di voler combattere e combatte nel modo più estremo possibile, rinunciando cioè a scrivere di sé e a scrivere per sé? Diventare un terrorista?
    Assurdo è che proprio Forlani gli muova quest’accusa, Forlani che se non ci fossero stati Tiziano Scarpa e Aldo Nove, tra gli altri, a fondare e portare avanti Nazione Indiana, non avrebbe un palcoscenico dal quale lanciare questo “j’accuse” e raccogliere due applausi, Forlani che oggi accusa lo scrittore affermato e ieri ci ha postato un estratto da un romanzo che sta scrivendo, Forlani che non sa scrivere, non sa spiegarsi (ed è così e sfido chiunque a dimostrare il contrario) e come pasticcia con la lingua italiana sembra pasticciare con le idee e le argomentazioni.
    Fare gli scrittori o i pensatori vuol dire innanzitutto saper scrivere. Soprattutto se, in questo ruolo, si vanno a contestare scrittori che hanno dimostrato di saper scrivere inventando un nuovo linguaggio, e poi hanno rinunciato a farlo per far parlare un mondo che tracolla e chiede di essere ascoltato.
    Altrettanto disgustoso, in questo senso, ho trovato l’intervento di Michelangelo Zizzi, infarcito di attacchi a personali nemici cui corrispondevano, opportun(istic)amente, elogi a personali amici.
    Scagliarsi contro qualcuno, ma per affermare qualcun altro.
    Questo sarebbe l’impegno vero?
    Ma tu ci credi davvero a quanto hai scritto, Forlani?
    (Quest’ultima è una domanda retorica. Non richiede risposta. Sentivo soltanto il bisogno di dire la mia opinione. E non credo sia soltanto la mia.)

  58. fabio
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 16:23 | Permalink

    sul finire degli anni Settanta Calvino ebbe modo di scrivere pagine levigate su quei tempi dominati da “una visione della società come fallimento d’ogni progetto politico”, all’interno della quale era difficile scorgere una letteratura “che non sia mimetica, a rimorchio dell’esistere” (ne parla anche Belpoliti, nel suo “Settanta”).

    ci si dovrebbe soffermare sul rapporto tra il “fantastico” (calvino), il “manierismo” o lo “sperimentalismo” (manganelli e calvino), come poetiche prevalenti messe in atto dagli scrittori di quegli anni, e di altri fino ad oggi; tra l’inefficacia di certa letteratura “mimetica” e la sfiducia nel cambiamento (il “fallimento d’ogni progetto politico”), le vicende reali sotto (e dietro, e davanti) ai nostri occhi.

    questo vale, e forse qui roberto non sarà d’accordo, anche per scrittori come Celati e Tondelli, per il legame tra le utopie sociali degli anni Settanta, il “fervore” degli anni ottanta e gli esiti finali della loro ricerca testamentaria (per Tondelli), in corso (per Celati e tanti altri).

    questo, ad esempio, sarebbe un primo passo per addentrarsi tra i territori (fertili) della tradizione. visto che il problema, come dice forlani, è (anche) un discorso sul “letterario”.

  59. fabio
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 16:43 | Permalink

    @emma

    Nove (come paradigma di una corrente letteraria, ben inteso, niente di personale) ha sempre puntato sulla riproduzione linguistica, in chiave distorcente (di denuncia) e di immersione fenomenologica (di rivivimento fenomenologico e “generazionale”), degli idola e delle “merci” del presente (diciamo woobinda). Questa è, secondo il tuo parere, la “voce” e lo “stile” che “hanno (de)scritto una generazione e allo stesso tempo la fine del mondo”. poi, guarda caso, Nove si allontana gradualmente dalla sua prima pronuncia, per approdare ad una diemensione di scrittura (che prende tutto: poesia giornalismo pubblicazione di libri-reportages-inchieste-interviste) valida per far parlare la realtà “ex ore suo” (ma questo lo dicevano, in realtà, cesarano e raboni di una grande, e misconosciuto poema ITALIANO degli anni ‘70: le descrizioni in atto di roberto roversi).
    anche perchè il buon nove si è accorto verosimilmente che il suo marchio di scrittore si stava tramutando appunto in marchio esso stesso(fagocitando nella sua scrittura “giovanile” tutti i “marchi” del nostro presente di plastica e di estetismo diffuso): e vedi allora la (precoce) parodia che, se non sbaglio, di lui (della sua “voce”) si fece con “aldo dieci”.
    il punto è di verificare se nove (I e II: ma come paradigma, niente di personale) abbia saputo o sappia davvero “incidere” sull’oggetto della (sua) scrittura (il presente); e sull’obiettivo della (sua) scrittura: produrre “effetti” sul lettore (la denuncia o la trasfiguarzione realistica, eccetera eccetera eccetera).
    quindi, difendo l’intervento di forlani. non c’era, mi sembra, niente di personale nel suo come negli altri post. Solo un tentativo di ricognizione dell’(in)esistente.

  60. francesco forlani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 16:56 | Permalink

    @ Gemma Gaetani

    Io li avrei ringraziati, credimi, se solo non fossi intervenuta!!! Non avrei mai incontrato sul mio cammino persone come te, e se incontro gente come te lo devo solo a Nazione Indiana. Il guaio è che persone come te le considero feccia gelatinosa e viscida (dipinta in toni glamour come se avessi sedici anni e sedici anni non hai)…
    avevo cominciato il mio intervento cosi’, poi mi sono detto: perchè rispondere a una grande poetessa in prosa, no,perchè arrabbiarsi ,lei merita una poethiquette ed ecco che Le rispondo cosi’. . Metto su un pezzo di Clap your hand , details of war
    e attacco

    Puethiquette J’aime moi non plus (t’)*
    je t’aime moi non plus, canzone di Serge Gainsbourg, dimenticavo

    Jo me teniat très bien sto aprèsmidio
    a repensar el libello à la courente
    gratia de sti vojagi sin frontera

    en somme j’etais un dio, si sulemente
    esta scrianzat qui para publicar sturnell
    facette ancetta de destrugar la ggente

    nun se le presentasse histerica à sta porta.
    Ke l’io credeva che l su nervo ardente
    zumpasse solo au nom de lello Voce

    et instead of malgrè moi pur sanza
    venia par disturbar de todos pace
    et me purtette gelo et pur o’ mal’è panza

    Pourquoi ne se tait elle et sitte et se sta bone?
    Pourquoi l’ha da venir aqui à ‘nsultar et de raggie
    c’est la parol pompin ke l’ussessiona?

    à l’aggie pace Gemma ecoute bone
    tu sine l’aldo nove seria personne
    et à l’ecrivain que j’ai lu tout par entier

    je l’aime et le Woobinda in doie versiones
    l’amore mio infinito aggie adurate
    car l’ennemi de Nove si seulement tu

    et alors ma chere te prego nun venir plus!!!!

    effeffe

    * per chi come la destinataria di questo componimento non capisce un cazzo di francese spiego che il titolo si deve all’assonanza , J’aime Gem, dedicatoria sacrificando sull’altare il t’ della autentica dichiarazione d’amore Je t’aime

  61. francesco forlani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 17:14 | Permalink

    A R I D A T E M I ANDREA BARBIERI!!!!!
    effeffe

  62. francesco forlani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 17:21 | Permalink

    e comunque ringrazio NI e iddio che per ogni Gemma Gaetani, poche per fortuna, che incontro , ve ne sono tanti, ma tanti che da queste pagine tessono, a volte faticosamente, quella rete che fa un gran bene vedere, soprattutto quando sei in alto e corri sul filo.
    effeffe

  63. Gemma Gaetani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 17:31 | Permalink

    Forlani, non ti invito nemmeno a mantenere un tono meno volgare ed offensivo nei miei confronti: non ti stimo, come pensatore, non mi interessa cosa pensi di me. Per quanto mi spiaccia che tu abbia decodificato le mie parole come un attacco personale. I miei “attacchi” sono soltanto intellettuali, a te come a chiunque altro, e nascono per amore del confronto intellettuale, e spesso della verità. La tua lettera fa acqua da ogni punto di vista. Ma è evidente che hai difficoltà di decodificazione, oltre che di codificazione. “La libertà di pensiero l’abbiamo avuta. Ora manca il pensiero”. L’ha scritto Karl Krauss, sembra scritto per te.

    Fabio, quella di Nove è la parabola di un artista che sceglie di trasformare uno spazio artistico in spazio di denuncia non mediata, né nei contenuti, né nella forma, dall’arte; un gesto artistico in un gesto politico. Dopo, appunto, c’è solo il gesto terroristico. Secondo me. Che trovo più utile chiedersi se “Le iene” o “Striscia la notizia” sono organici al sistema che fingono di contestare, non Tiziano Scarpa o Mario Desiati o Aldo Nove, perché so che tentano, in tutti i modi, di farlo, e da un palcoscenico molto più impegnativo e meno seguito di quello televisivo, quello della letteratura, quello de “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani o “La morte in banca” di Giuseppe Pontiggia (questi esempi per dire, anche, a Forlani che di infelicità del lavoratore a tempo indeterminato hanno già scritto, ma oggi siamo di fronte all’impossibilità di essere infelici come lavoratori a tempo indeterminato, siamo storicamente condannati a quest’impossibilità).

  64. Aldo Nove
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 17:33 | Permalink

    Caro Forlani,
    c’è una piccola cosa che smentisce l’oggetto della tua “lettera aperta”. Ed è il contenuto del libro a cui ti riferisci. Non è obbligatorio leggerlo. Ma sarebbe auspicabile, per porvi una questione, addirittura pubblica, a mo’ di riflessione collettiva, averlo sfogliato un po’. Un saluto
    Aldo Nove

  65. francesco forlani
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 17:51 | Permalink

    carissimo Aldo
    ho letto le tue “croniche” e forse per il loro essere distribuite sul tempo, ne ho colto pù di quanto non accadesse leggendo il libro. Cosa che naturalmente ho fatto, come del resto delle altre tue opere. ne possiamo parlare? Certo, ci mancherebbe altro, però vorrei che tu mi dicessi la tua su quanto riportato nel post.

    Quando traduci il tuo impegno politico e letterario nel viaggio nel lavoro precario, e lo fai sicuramente per dare una voce, uno spazio, visibilità a chi è carne da macello nel mondo del lavoro, non ti coglie il sospetto, ad ogni invito in trasmissioni televisive, ad ogni recensione ben pensante che qualcosa deve essere pure mancato al tuo libro per permetterne l’assorbimento e in seguito la digestione dalla macchina tritatutto (giornali, televisione e quant’altro )che più di tutte genera precarietà e controllo sociale? e se qualcosa manca cos’è che manca? La discussione confronto su questo post riguardava come vedi una domanda semplice. Puoi dire la tua?
    effeffe
    ps
    adesso devo correre a spostare transenne per una mostra (non scherzo) ma dovrei tronare tra un’ora. spero di avere tue nuove
    effeffe

  66. Aldo Nove
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 18:15 | Permalink

    Ad ogni invito a trasmissione televisiva ho l’opportunità, nel mio piccolissimo, di dire a qualcuno che non legge libri quale è la situazione della maggior parte dei quarantenni che conosco. Odio la televisione, non la guardo da anni e parteciparvi mi richiede uno sforzo enorme che faccio nella donchisciottesca idea di essere utile nello scopo che mi sono preposto con questo libro, che non parla solo di stipendi ma di nuove e drammatiche prospettive esistenziali.

  67. r.r.
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 18:19 | Permalink

    @aldo nove

    leggo e fedelmente “do’ voce” (trascrivo):

    roberto Says:

    April 30th, 2006 at 19:38

    VITA DA CANI

    Immaginate che palle uscire di casa, raggiungere gli studi della Sette, partecipare come ospite a una trasmissione televisiva.
    Essere costretti per forza a dire qualche cosa di interessante, a interpretare il ruolo del protagonista culturale che parla del suo libro.
    Insomma, mettetevi dalla parte di Aldo Nove per favore. Invitato alla Tavola Rotonda di Lo Sapete Chi sono io?, sono Giuliano Ferrara.
    Dover spiegare che il tuo nuovo libro non è il romanzo del secolo ma un semplice reportage, un modo per mescolare il racconto alla cronaca dei fatti. Tutto questo senza buttarla in caciara sulla legge Biagi.
    Duecentocinquanta euro si guadagnano (anche) così.
    Perché scandalizzarsi tanto?

  68. Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 18:31 | Permalink

    forlani. mi sembra che basti il cognome…

  69. Luca Catone
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 18:41 | Permalink

    @ effeffe

    Ma dimme, fra’, chi t’ ‘o fa fa’
    a parla’ cu chi nun vo’ sentì
    E sante, tu ‘o saje, nun s’hanno a tucca’
    ‘e sante s’hanno sulo allecca’
    So’ cumme ‘e criature chiene ‘e sturce
    si ‘e dice “guaglio’ nun fa’ accussì”
    chiammano ‘a mamma o ‘a sora pe te fa’ cazzià
    Ma dimme, fra’, chi t’ ‘o fa fa’
    vìdele, tèneno ‘o vestitiello nuovo
    e si tu allucca se po’ spurca’
    Nun sanno chiù che so’ ‘e pazzielle
    so’ addeventati grandi, mo’ so’ piezze gruosse
    scrivene libbre tuoste: cumm’ è ‘o fummo.

  70. Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 18:42 | Permalink

    Questa di Gian Paolo Serino è, senza ombra di dubbio, una delle battute più originali e divertenti degli ultimi anni.

  71. r.r.
    Pubblicato 2 Maggio 2006 alle 18:54 | Permalink

    @serino, eccetera…..

    A proposito di “capire” “dare voce” “far sapere” “andare alla sette”. E “rischiare”.
    Ancora con il vizio di “trascrivere” (Pier Paolo Pasolini, Serino sa…):

    “Allora [gli anni della Resistenza], ciò che univa era la necessità
    del combattere - dell’agire-, oggi, che quel paradigma va sciolto
    nei suoi termini logici e riportato all’analisi, della necessità di capire.
    (Si badi che noi parliamo da intellettuali, non da politici: anche se la distinzione vale solo alla superficie).

    E la comprensione del mondo, l’atto del capire, può realizzarsi anche in una posizione che non sia resa estrema da una scelta: può realizzarsi anche in una posizione intermedia (ma non di terza forza o di aprioristica coalizione!), in cui chi vi si trova abbia una coscienza chiara (e soffra magari un dramma sincero) della propria impossibilità di scegliere: assumendo questa impossibilità a dato storico.

    [...]

    Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude,
    anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire: mai un fare è stato
    in così immediata dipendenza da un conoscere. E se una conciliazione
    dei vari modi di conoscenza (o almeno dei due fondamentali) è possibile, questa, ripetiamo, non può essere che drammatica: religiosa, senza autolesionismi o irrazionalismi mistici.

    Come allora a unirci erano le difficoltà e i pericoli esterni,
    oggi dovrebbero essere le difficoltà e i pericoli interni:
    se le istituzioni e gli ideali democratici non sono minacciati
    da una scatenata violenza di eserciti, ma da una scissione che disgregando la società in una pratica e ideologica lotta di classe,
    disgrega in realtà la vita stessa, nella pienezza che questa raggiunge attuandosi nei singoli individui.

    E l’equilibrio (quello, supremo, della Resistenza) non va certo raggiunto cancellando uno dei termini del dilemma: ma vivendo il dilemma nel modo più rischioso, intellettualmente e sentimentalmente”.

  72. peron