Variazioni Meridiano – 5: Marco Giovenale

10 marzo 2008
Pubblicato da

industria / distruzione

distruzione delle vite e distruzione del tempo delle vite sono prassi e procedure che si sono moltiplicate e sono diventate industria, nel percorso del secolo passato.

questo fatto carica di uno spessore di ombra aggiunta lo spazio dei segni, e dunque — in fondo — anche la scrittura di versi, che già per statuto suo è o può essere luogo laterale e asimmetrico rispetto al sermo communis.

all’interno delle forme e dei lessici si può cioè sommare quella macchia di assenza, di violenza e distacco, che le innumerevoli vite ferite, offese o perse (e il loro tempo bruciato) testimoniano o puramente sono. (fuori da linguaggi).

Paul Celan:

Der Andere

 

Tiefere Wunden als mir
schlug dir das Schweigen,
größere Sterne
spinnen dich ein in das Netz ihrer Blicke,
weißere Asche
liegt auf dem Wort, dem du glaubtest.

 

 

L’altro

 

Più profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
più grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
più bianca cenere
giace sulla parola cui hai creduto.

 

Testo del 10-12-1952. Traduzione italiana di Michele Ranchetti, in:
P.Celan, Conseguito silenzio (Einaudi, Torino 1998, pp. 14-15)

è il silenzio o la torsione in sé di chi non ha difesa né tempo né vita. un prisma e un prima asemantico. scompagina le parole note. dissipa e riedifica da zero il discorso di chi resta e parla, forma strutture.

e: fra sommersi e salvati, come fra silenzio e parola, c’è una estesissima fascia di crisi. di imminenza di naufragio.

forse in generale (oramai, direbbe Villa) è difficile avere altro sfondo che questo: la memoria o eco delle distruzioni recenti o in essere, l’evidenza di quelle attuali (il quotidiano sterminio per fame nei sud del pianeta), le limitazioni o negazioni della libertà di ciascuno, l’invadenza o meglio continua presenza-aggressione da parte della produzione e dei prodotti, lo sfruttamento, la volgarità che rimuove il peso della storia, delle storie, il lavoro che — precario nelle garanzie — dà però ampie certezze di morte o logoramento e servitù, l’annientamento del tempo individuale, e del piacere (una regola di funzionamento, nella vita nel tempo dell’industria, e dello Spettacolo. una regia. la schermata a cui il gioco non dà accesso).

personalmente, chi qui scrive non pensa di aver mai preso parola se non contro e però dentro quella distruzione. (sotto i colpi, cioè. per vicende precise, e non riferite se non distorte).

non essendo lack of experience, non è una postura (letteraria) né un topos, o atteggiamento. forse nemmeno eredità. sicuramente non una faccenda d’arte.

e tuttavia questo fatto, questo parlare sempre dentro=contro situazioni simili, conduce a ciò che è volentieri rubricato da molti come un limite e problema di reticenza.

l’autore di testi in cui il buio viene affrontato col buio è non di rado messo spalle al muro da un lettore che vorrebbe che la cortina venisse comunque attraversata, se non da fasci di luce da contraerea, almeno da striature di un nero meno nero. che fossero narrazione, didascalia, non cifra. (ossia non nuova cifra, aggiunta).

ma nel momento in cui qualcuno sta — e deve suo malgrado stare — al gioco che gli è capitato, al tempo e nastro che vive, non si dà margine. un fronte della vita si spende in resistenza e (contr)attacco, e un fronte — che è poi il medesimo — in forma non scissa.

vale a dire: l’identità o matassa di scelte di un autore è già forma, e parla — dall’interno di una definita esperienza delle cose. esperienza che è linguaggio; non se ne separa. così — in alcuni e per alcuni — il nero è=forma parole.

ecco che, se da un luogo simile si parla, lo si fa con le opacità niente affatto programmate e semmai franche e veridiche che ne vengono. (che vi erano implicite. inespresse). (che sono nuove, dove dette, impresse).

non sono sfocature applicate, il comando “blur/sharpen” è un clic astratto, un robot buono a malapena per ritoccare foto digitali. non funziona col linguaggio, se il linguaggio ha una veridicità. se cioè non è ‘affrontato’ e ‘usato’ come fosse uno strumento manovrato da attenzioni e intenzioni estrinseche.

il linguaggio in atto, nei versi, nelle prose, non è un tool a cui assegnare caratteristiche. difficile credere che esistano scrittori che effettivamente mettono — come il disegnatore dei Giardini di Compton House — le cose e il paesaggio da una parte, il riquadro-telemetro in mezzo, e al di qua il loro gesto, il segno. (non a caso l’artista di quel film devia dal suo compito e non è fedele, leale: anzi abbonda in ombre. i committenti del resto se ne vendicano).

il segno non nasce senza le cose, ma con queste: al loro interno: nella percezione — e intreccio — di una differenza da traccia a traccia continuamente spostata, diffratta, lungo assi imprevedibili, dove un puro riprodurre (ammesso che esista) non avrebbe parola. (né un deformare o annerire meccanico, inautentico).

la poesia di Paul Celan stabilisce — senza norma e però chiaramente — questa esperienza di linguaggio. misurandosi lui con un (o con il) picco negativo della vicenda storica del Novecento.

cosa c’è di paragonabile o accostabile alla Shoah? (la distruzione nucleare? ma attiene già a un’assenza totale e definitiva di umanità, e anzi a una negazione alla radice di possibilità di ogni esistenza sul pianeta, quale che sia, anche non umana).

in ogni caso: non ci si “misura” con tutto questo. si viene semmai misurati, inchiodati. così, per chi ha avuto origine da una negazione radicale di luce, il metro della prassi, nelle forme anche letterarie, è sempre in larga parte la qualità del buio, lo stile e materia di questo.

ciò porta da sùbito e ogni volta a decisioni e predilezioni parziali — ma non per questo immotivate o ingiuste. semplicemente altre rispetto a una qualche (degna e accolta, e diversamente veridica) poetica della trasparenza del segno.

mettere l’accento su opacità e buio e peso dei segni è uno dei modi e nodi possibili e praticabili della scrittura, non il solo. né è nuovo.

né il fatto che non sia nuovo lo garantisce in nulla. semmai lo fa ogni volta daccapo vulnerabile. (come ciò che lo origina).

 

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13 Responses to Variazioni Meridiano – 5: Marco Giovenale

  1. Apolide il 10 marzo 2008 alle 06:42

    L’uso dell’anafora mi affascina, la ripetizione ha un non so che di mistico, a mio parere… questa bella lirica, poi -tradotta magistralmente- ha una chiusa stupenda:

    più bianca cenere
    giace sulla parola cui hai creduto.

    ciao

    Apo

  2. Marina Pizzi il 10 marzo 2008 alle 08:46

    “la qualità del buio” : la qualità della mancanza stanno alla poesia come madre asperrima, addendo-sottraendo di una strage che dà parola. da qui un impegno strenuo ad armatura del respiro, spiraglio del segno=
    . grazie Marco, bravo davvero!

  3. véronique vergé il 10 marzo 2008 alle 15:47

    L’anima si annoda alla natura umana e agli elementi minuscoli della vita: un bagliore, una mano sulle spalle, un ramo.
    L’anima si disperde nel corpo della storia, la bocca della scrittura diventa la bocca del fantasmo, fa gallegiare le anime prigioniere, fa coro.

    Magnifico testo di Marco Giovenale. Diventa li Meridiano del corpo tutto.

  4. G. Carotenuto il 10 marzo 2008 alle 17:43

    Un lievo gorgo di “parole”, che prende dentro (“fra sommersi e salvati, come fra silenzio e parola, c’è una estesissima fascia di crisi. di imminenza di naufragio.) uno scenario apocalittico, che fa da maschera.
    Questa di Gioveneale mi sembra una difesa, non un affondo. Ne viene fuori una statura non appieno consolidata, impotente, un nascondersi fra le fratte.

    Consiglio un po’ di sana bisboccia nelle osterie romane a suon di frattaglia, abbacchio e vino della casa a volontà, niente farmaci.

  5. Marco il 10 marzo 2008 alle 18:27

    grazie a tutte/-i. anche per il consiglio sulle osterie. sempre pronto

  6. Marco il 12 marzo 2008 alle 11:45

    (mentre su “nascondersi” etc. un giro su google risponde)

  7. G. Carotenuto il 12 marzo 2008 alle 15:30

    Ho capito ok allora passi dal mio studio, a Roma, via Fratti 69, che la spoglio un po’…
    Ha bisogno di qualche goccia di Ansiolin, mattino, pomeriggio e sera. Troppa dipendenza da Google. Lei scambia l’azione del nascondersi con l’azione dell’apparire ovunque/dovunque.
    Sù, respiri profondamente e non smetta mai di contare, nemmeno quando dorme mi raccomando. La aspetto.

  8. Marco il 12 marzo 2008 alle 16:07

    spiacente per lei, sono eterosessuale. ma al suo indirizzo posso spedire una grammatica. contrassegno

  9. lorenzo carlucci il 15 marzo 2008 alle 23:42

    a me non pare che giovenale qui si nasconda. è un po’ difensivo, sì. ma ciò di cui sempre dovremmo curarci, a me pare, è quel che il poeta non sa di sé e del suo fare: “non sa l’uomo la sua via”. e tutto ciò che il poeta sa di sé, e che dice, non serve ad altro – quasi – che ad indicarci la posizione dello spiraglio che possa darci l’accesso al dominio – tanto più ricco umano debole – di ciò che il poeta ignora e non può che ignorare. proprio come la meridiana non può proiettare un’ombra oltre un perimetro dato ma può indicare (puntare verso) ogni direzione possibile. e in questo testo, mi pare, giovenale, indicando chiaramente e sinteticamente ciò che lui sa di sé, ci indica bene anche lo spiraglio che ci può dare accesso allo spazio d’ignoto – senza il quale lui, come qualunque altro poeta, non scriverebbe affatto (e lo stesso accadrebbe se tutto sapesse). in questo spazio di ignoto, come l’ombra dei “dati” additati qui sopra dall’autore (“industria, “prodotti”, “distruzione delle vite e distruzione del tempo delle vite”, “shoah”, etc.) da parte mia io vedo chiaramente un presupposto fondamentale del fare poetico di giovenale: una rassegnazione ad una condizione di passività dell’individuo umano verso il dato esteriore, e in special modo verso i propri prodotti (industria, prodotto, olocausto, etc.). “in ogni caso: non ci si “misura” con tutto questo. si viene semmai misurati, inchiodati.” e ancora: “è difficile avere altro sfondo che questo”. questo fondamento (al quale giovenale qui sopra dà una connotazione autobiografica e psicologica, ma che ha pure ovvie eco ideologiche) e non la “qualità del buio” del testo che ne risulta, mi rende ostico e forse del tutto inaccessibile il lavoro di questo autore. quasi che si rivolgesse non solo a chi ha attraversato – magari per poco – quella “estesissima fascia di crisi” ma esclusivamente a chi in essa soggiorna e, anzi, si sente in essa inchiodato, senza speranza e dunque senza desiderio di uscirne. oltre a ciò, mi permetto di chiedere: invece di confermare – opponendosi ad essa – la tanto sterile opposizione tra buio e luce, tra testo difratto e “trasparenza del segno” (e, in altri ambiti, tra scienza e arte) perché non incominciamo una riflessione rigorosa su un processo che sembra poter riguardare le più diverse (almeno in apparenza) forme delle arti contemporanee, e forse iniziato da una ventina d’anni a questa parte e che, per mancanza d’una terminologia migliore, posso chiamare il processo naturalizzazione dell’arte, mutuando l’espressione dalla ben nota “naturalizzazione della semantica”? di questa tendenza si trovano sintomi nella poesia più sperimentale e “buia” come in quella più “trasparente”.

    saluti,
    lorenzo carlucci

  10. lorenzo carlucci il 16 marzo 2008 alle 09:49

    a me non sembra che giovenale qui si nasconda. s’avverte un tono vagamente difensivo, ma questa è un’altra faccenda. ciò che dovrebbe sempre, credo, interessarci è quello che il poeta non sa di sé (“non sa l’uomo la sua via”), l’indicazione che l’ombra gettata dalle sue parole di consapevolezza (di poetica) ci offre verso lo spiraglio d’accesso al campo – tanto più umano e vivo e fragile – dell’ignoranza di sé. dell’ignoranza di sé e delle proprie cause senza la quale nessun poeta scriverebbe. proprio come la meridiana, che getta l’ombra all’interno di un cerchio di raggio finito ma è capace di indicarci tutte le direzioni. e questo testo qui su di giovenale mi sembra rivelare, come rivela un indice, almeno un fondamento del suo fare poesia: una agnizione della passività radicale dell’individuo umano verso il dato, in particolare verso i propri prodotti (“industria”, “prodotti”, “shoah”). “in ogni caso: non ci si “misura” con tutto questo. si viene semmai misurati, inchiodati.” e ancora: “è difficile avere altro sfondo che questo”. è proprio questo fondamento etico e gnoseologico (qui sopra presentato con connotazione psicologica ed autobiografica, ma ovviamente ricco di venature anche ideologiche), e non la “qualità di buio” del prodotto che ne risulta, a rendere per me aliena e quasi indecifrabile la poesia di giovenale. quasi che questa si rivolgesse esclusivamente non tanto a chi si è trovato a passare (magari per poco, e non per l’ultima volta) in quella “estesissima fascia di crisi” ma soltanto per chi in essa perennemente dimora, senza alcuna speranza – e dunque senza desiderio e volontà – di uscirne.

    oltre a ciò, mi sento di fare un’altra riflessione rapsodica. nel testo qui sopra ci sono spie che sembrano dirci chiaramente che l’autore ragiona in termini classicamente “mimetici” (come hanno fatto quasi tutte le avanguardie). o, se non ragione, ha almeno riflessi “mimetici”: *la qualità del buio è nel testo perché è nelle cose* ecco cosa ci dice il poeta, descrivendosi come “l’autore di testi in cui il buio viene affrontato col buio”. ma è davvero così? se leggiamo meglio forse possiamo trovare un accenno ad una direzione ben più feconda, e sulla quale credo sarebbe necessario riflettere, e che, superando lo sterile dualismo di “segno oscuro e difratto” vs “trasparenza del segno” (e in altri campi tra “scienza” e “arte”) va nella direzione di un processo che – per mancanza di termini migliori – chiamo ora di naturalizzazione dell’arte mutuando il termine dalla naturalizzazione della semantica in filosofia del linguaggio. è un processo che mi sembra riguardare tutte le arti forse da una ventina d’anni a questa parte. è un piano sul quale possono essere avvicinate insieme (i.e. con le medesime categorie) la poesia “oscura” e la poesia “chiara”. è forse quello che ci suggerisce qui lo stesso giovenale, insistendo, se leggo bene, sulla non arbitrarietà del segno (e dunque sulla “naturalezza” dei significati), quando accenna ad una genesi quasi causale (e di certo informata da un processo trascendentale) del segno dalla cosa: “il segno non nasce senza le cose, ma con queste: al loro interno: nella percezione”. è qui il terreno fertile, non tanto nel riconoscimento astratto della pari dignità delle diverse poetiche, né tanto nell’accento posto su una urgenza individuale e ineluttabilità psicologica e biografica di certe “decisioni e predilezioni parziali”. è forse questa la direzione più promettente che il testo qui sopra ci indica, come sua ombra, lo spiraglio che apre.

    saluti,
    lorenzo carlucci

  11. lorenzo carlucci il 16 marzo 2008 alle 15:49

    N.B. i due post qui sopra sono quasi uguali. il primo avevo provato a postarlo ier sera, e non mi era riuscito di vederlo comparire. allora stamattina l’ho riscritto (e lo vedo comparire oggi). la seconda versione è quella buona.

    scusate la quasi reduplicatio.
    lorenzo

  12. jan reister il 16 marzo 2008 alle 17:51

    lorenzo:
    http://www.nazioneindiana.com/netiquette/problemi-e-soluzioni/

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  13. [...] da nazione indiana, 10 marzo 2008 [...]