Un impegno politico e antiideologico

di Dario Voltolini

Esiste una specifica funzione politica dello scrittore e della scrittura? O, in generale, qual è il rapporto fra la scrittura e la politica nella nostra società, occidentale e ancor più occidentalizzata, pervasa da tecnologie dell’informazione altamente progredite?

Tre motivi

Vorrei limitarmi, nel mio intervento, a queste due domande, che sono una incapsulata nell’altra. Tuttavia vorrei subito dire che la risposta più sincera che posso dare, di primo acchito, è: “non lo so”. Sia alla prima domanda, sia alla seconda.

Posti così i termini della questione, provo comunque a radunare alcune osservazioni, che hanno il valore di meri appunti per un discorso che è necessario fare, ma che per adesso ha i contorni ancora molto indefiniti.

Ho la sensazione che quando si parla di scrittura, cioè di una parte della letteratura colta nel suo farsi, occorra soprattutto oggi ricominciare tutta la riflessione dal principio. Sulla funzione della letteratura nell’orizzonte della comunicazione e dell’intrattenimento sappiamo forse tutto quanto è necessario sapere: egemonie culturali e linguistiche, marketing, estetiche, ricezione, distribuzione, mercato, pubblico, e così via. Sono tutti aspetti studiati, espliciti. Anche sulle letterature collocate meno centralmente nelle logiche di mercato sappiamo abbastanza, sebbene forse ciascuno di noi solo relativamente alle letterature nella propria lingua o in poche altre. Non di questo dunque vorrei parlare.

Recentemente [1] lo scrittore Salman Rushdie ha preso la parola per intervenire pubblicamente in favore del collega francese Michel Houellebecq, chiamato in tribunale da quattro istituzioni musulmane che l’accusano di “oltraggio razziale” e di “fomentare l’odio religioso” con i suoi libri. L’appello di Rushdie (che naturalmente è da condividere in toto) richiama in causa un diritto basilare che una persona in una società libera deve vedersi garantito, cioè il diritto di poter esprimere la propria opinione, qualunque essa sia. Per converso, se una società non garantisce un simile diritto, non può dirsi libera. Non è nemmeno il caso, spero, di aggiungere che difendere il diritto di esprimere un’opinione non implica né presuppone l’adesione a quella opinione.

Ora, ho citato questo caso – di uno scrittore che interviene in difesa di un altro scrittore – per tre motivi. Il primo è che questo è un esempio base di un nesso fra scrittura e politica: lo scrittore (in questo caso Rushdie) prende la penna e interviene esplicitamente in una questione politica. Il secondo è che questo è un esempio di un nesso secondario fra scrittura e politica: lo scrittore (in questo caso Houellebecq) scrive libri che non viaggiano in uno spazio separato, meramente letterario, ma toccano e sono toccati da tutta la sfera del vivere sociale, politica inclusa. E questo avviene comunque, direi per definizione, indipendentemente dai contenuti espressi nei libri. Il terzo è che questo è un esempio di un nesso originario fra scrittura e politica: lo scrittore (Rushdie) deve ribadire ciò che dovrebbe essere già stabilito, già acquisito, ricominciando ogni volta un discorso già fatto mille volte, ripartendo sempre da un punto iniziale, in questo caso difendendo il diritto di uno scrittore (Houellebecq) a esprimersi.

Questo terzo esempio è quello che mi interessa discutere qui.

Rbadire un diritto

In questo terzo esempio è un fatto congiunturale, benché significativo e importante, che lo scrittore chiamato a ribadire un diritto e lo scrittore leso in quel suo diritto siano due scrittori diversi. Si tratta di un caso particolare: il caso generale è quello in cui lo scrittore è chiamato a ribadire un proprio diritto. In altri termini, uno scrittore è sempre e in ogni circostanza nella condizione di ribadire un proprio diritto. Scrivere è anche questo. Implicitamente perlopiù, esplicitamente talvolta, scrivere è ribadire il diritto di poter scrivere. Ciò emerge in determinate situazioni, di censura o anche solo di scontro. Ma quello che in tali circostanze emerge è una condizione di fatto costante, anche se – per fortuna – spesso lasciata inerte sullo sfondo.

Non è lecito farsi illusioni circa lo sviluppo progressivo di questo – come di altri (forse di tutti) – i diritti: una volta postulati, i diritti vanno ripostulati. Per quanto angosciante sia questa condizione, è quella reale. Un diritto è lì per resistere all’assalto di chi lo vuole sopprimere. Non dipende da chi lo difende se esistano o no coloro che lo vogliono sopprimere. Quando costoro si palesano, si deve ricominciare daccapo, rifare tutto il discorso di fondazione, come se non fosse mai stato fatto. Si può solo sperare in periodi di tregua, che siano lunghi il più possibile.

Il diritto di poter enunciare la propria opinione tramite la scrittura, però, è il derivato di un diritto più generale ancora, cioè quello di poter esprimere la propria opinione tout court. Da questo punto di vista e in questa prospettiva, lo scrittore non fa altro che ribadire un diritto che è anche altrui, che non è appannaggio del solo scrittore, bensì di chiunque. Quando tiene aperto questo campo di diritto, questa possibilità, lo scrittore stabilisce un punto fermo che vale per chiunque. Nel fare questo, ovviamente lo scrittore non è solo: chiunque ribadisca un tale principio compie esattamente la stessa operazione. Ma allora, esiste uno specifico modo dello scrittore di fare ciò?

Un requisito per la libertà d’opinione: la complanarità

È del tutto evidente che un conto è la questione di principio, un altro la possibilità pratica di operare in difesa di certi diritti. Se si guarda al modo che una persona ha di esprimere un’opinione, si vede immediatamente che nei fatti alcune modalità sono semplicemente precluse non solo a una maggioranza, ma addirittura alla quasi totalità delle persone. Il diritto di sostenere un’opinione non può essere svuotato e considerato semplicemente in vitro, evitando di prendere in considerazione le circostanze che possono annullare totalmente la validità comunicativa del fatto di espressione. In altri termini, il mio diritto di sostenere un’opinione è il mio diritto di essere ascoltato e capito mentre la esprimo. Ed è lo stesso diritto che ha un mio oppositore di esprimere la sua opposizione essendo ascoltato e capito da me. Potremmo chiamare questa condizione un requisito di complanarità. Io ho il diritto di enunciare ciò che intendo enunciare all’interno di un ambito in cui tale diritto è garantito a tutti, e allo stesso modo. Ho il diritto di vedere contrastata la mia opinione da un’altra opinione, non da altre forme di interazione, come la violenza fisica, la sordità, il salto di piano (verso un livello legale, per esempio: come nel caso ricordato sopra), e così via.

Tutto ciò è veramente un quadro grezzo della questione. Dovrebbe essere raffinato moltissimo per avere un minimo di valore. Tuttavia può forse bastare per introdurre un’immagine della scrittura come campo aperto di confronto generale in cui il requisito di complanarità è non solo auspicato, ma addirittura necessario.

Lo scrittore opera in un ambito che è già occupato da altre scritture, aggiunge la sua voce in un vociare che lo precede e che lo accompagna (e che perdurerà in seguito). Anche la scrittura letteraria si pone su questo piano. Non c’è nessuna differenza di piano fra espressioni diverse, quali per esempio la narrativa e la saggistica. La produzione della scrittura è sempre anche produzione di un confronto (magari di uno scontro) con altra scrittura. Il punto secondo me più importante di tutto questo è che nello stesso momento, con lo stesso atto, ogni scrittore ribadisce quello stesso diritto e si pone anche in aperto conflitto con altre scritture [2]. Nello stesso momento in cui si opera in concordia (ribadendo insieme un diritto) si può operare nella massima discordia (divergendo radicalmente nel contenuto di ciò che si sostiene (e anche nella forma, nelle modalità, e così via). Il conflitto può essere anche radicale, ma ciò non tocca il principio di diritto, anzi lo conferma.

Capita che la forza di presentare al cospetto di tutte le altre scritture una scrittura antagonista derivi da tensioni già in atto nel piano generale della scrittura. Ma capita anche che lo scrittore attinga a territori del tutto alieni dalla scrittura questa forza. Capita, anzi, che lo scrittore debba attingere a tali territori per poter entrare in quel piano di discorso e qui ribadire il proprio diritto di esistere (non c’è più nessuna differenza, per uno scrittore, fra il diritto di esprimere opinioni e il diritto di esistere). Questa necessità, che è insieme quella di ribadire un diritto, quella di creare un’opera, di esprimere un’opinione, di produrre una forma inedita, di affrontare come nuove questioni depositate, di affrontare come inerti tendenze considerate innovative, di tante altre cose, e infine di esistere, implica che il piano della scrittura è sempre scosso da intrusioni, da avventi di materiale esterno. Il canale attraverso cui questa materia esterna, questa alterità entra nel piano della scrittura è lo scrittore, la sua scrittura. Ma lo scrittore è un canale organico, non un collettore asettico, meccanico.

Miele

Si dice che il miele sia un cibo straordinario, un nutrimento eccezionale per i nostri corpi, proprio perché è già passato attraverso un altro corpo, un altro organismo vivente (l’ape). Il miele proviene da un filtro organico, di più: è stato prodotto da un corpo. Per quanto possa essere inerte come materia, la sua genesi non lo è stata (e la materia ne conserva memoria).

Io vedo il processo di scrittura più o meno così, come un passaggio di materiali i più disparati all’interno di un organismo che trasforma, e che produce [3].

Ho sentito più volte dire che l’unica specificità politica che pertiene a uno scrittore è relativa alla sua scrittura. Che l’intervento politico di uno scrittore non è altro che il suo rapporto con la lingua che va scrivendo. Solo nella lingua che lo scrittore usa esiste uno spazio politico per lui. Il che significherebbe che l’ambito di intervento politico di uno scrittore è selezionatissimo, ultraspecifico, determinato: la scrittura. La responsabilità politica di uno scrittore è una responsabilità nei confronti della lingua che usa.

Questo, secondo me, da un lato è vero ma banalmente vero, dall’altro è vero ma non del tutto vero. È banalmente vero perché è ovvio che le questioni linguistiche siano un campo specifico di intervento dello scrittore, un ambito di responsabilità. Così come il codice stradale per un taxista. Non è del tutto vero perché riduce la scrittura all’ultimo strato del processo che la genera, l’esito di superficie, che però è il primo a vedersi. Considerando così la scrittura, la si riduce a poco più di un oggetto da analizzare in termini di stile. L’ambito di intervento politico di uno scrittore sarebbe dunque il suo stile? Io credo di no.

La questione è infinitamente più complessa, invece. La scrittura come processo e come impegno è una cosa assai stratificata. Di più: è un processo organico, dove a “organico” si dia l’accezione più ampia possibile.

Il processo organico di trasformazione in scrittura di alterità le più disparate è un processo non deterministico. Non esistono esiti di scrittura dati a partire da premesse o circostanze o alterità date. Nessuno può prevedere quale forma, quale oggetto, quale senso uno scrittore produrrà. Non esiste un’algebra, non esiste un algoritmo, nemmeno sofisticato, nemmeno il più raffinato possibile. Non esiste in linea di principio: infatti non esiste la possibilità di stabilire quale alterità lo scrittore affronterà di volta in volta (quale alterità verrà a esistere, a presentarsi al lavoro dello scrittore). Quando si sente la vulgata “tutto è già stato scritto”, si sente un’eco di una riflessione profonda e venerabile circa la scrittura, ma sorprendentemente falsa. A guardare le cose da un punto di vista meno interno al campo generale della scrittura, si può semplicemente affermare che tutto è, come sempre, da scrivere.

È per questo che mantenere aperto il campo della scrittura, mantenerlo vivo, è un compito politico, in un senso di “politico” che riguarda le condizioni dello schierarsi e non lo schierarsi. Sebbene io sia una persona con un certo orientamento politico, e lo esprima con un voto come chiunque altro, in quanto scrittore so che il mio impegno politico non si risolve in un’appartenenza, tantomeno in un’adesione ideologica, o anche semplicemente pragmatica alla vita sociale e decisionale che mi circonda. Non sono le mie idee politiche a essere significative nel mio impegno di scrittore, anzi: talvolta queste sono un limite, spesso invalicabile, drammatico. Mantenere aperta la possibilità che uno scontro anche radicale possa avvenire in un ambito di complanarità (in un ambito creativo) mi sembra invece un compito politicamente più specifico per uno scrittore.

Alterità

Forze distruttive, materiche, cieche; spinte e tensioni, urti, collassi, catastrofi producono incessantemente devastazione. Con noi o senza di noi, contro di noi o a nostro favore, da noi scatenate oppure patite, casualmente, indifferentemente. Quest’alterità totale impone alla trasformazione in scrittura una rilevanza speciale, che istituisce il senso, il significato, l’immagine che la scrittura produce. Tutto questo non è qualcosa che abbia a che fare direttamente con l’atto singolo di scrivere un testo, un racconto, un saggio, un dramma teatrale, un romanzo. Ma ha a che fare con le condizioni, se non addirittura con le precondizioni che permettono l’apertura di un senso, l’instaurarsi di una comunicazione significante. Alla radice, lontana e più sprofondata che profonda, del nostro diritto di esprimerci (di esprimere un’opinione, dicevamo) c’è un’alterità nel confronto con la quale si apre per noi la zona del significato, del senso delle nostre parole, delle nostre frasi, della nostra lingua. Si apre la possibilità che le nostre opinioni, che tanto vogliamo esprimere e sostenere, abbiano un senso. Il diritto di esprimere cose senza senso alcuno non è mai un diritto minacciato. Non è mai un diritto, forse. L’impegno politico specifico di uno scrittore, se posso tentare una formulazione in qualche modo riassuntiva, è dunque quello di mantenere aperta la possibilità di una parola che abbia un significato, che possa scontrarsi con altri significati, che possa impegnarsi anche nei giochi più arditi di stravolgimento del vero e del falso, proprio perché non azzera la differenza fra il vero e il falso. Questo non è un compito roboante come questa formulazione potrebbe suggerire. È un compito che può al contrario essere umilmente quotidiano, discosto, attutito.

L’impegno politico di uno scrittore, allora, in quanto scrittore (non, poniamo, in quanto elettore, o membro di un gruppo, o opinionista in un giornale, ecc…) è un impegno del tutto non ideologico. Anzi, nella sua inevitabile evoluzione ciascuna ideologia è precisamente un apparato di progressiva sottrazione del senso, di impoverimento del significato. L’impegno politico di uno scrittore in quanto scrittore è antiideologico.

Un paradosso

Ma anche nella complanarità ci sono rischi evidenti per un impegno simile. La sfera mediatica si è talmente espansa da apparire come il modello principale di complanarità. Nel suo grembo c’è posto per tutto, in particolare per la narrazione del mondo nella sua totalità, per la narrazione dei fatti che coincide con il loro accadere. Questo mito si autopropone, si autoalimenta. L’assenza, in questa sfera, di un lavoro organico sull’alterità (può esistere qualcosa che è altro dal tutto-narrato, dal tutto-filmato, dal tutto-riportato? Per definizione, no) rende fragile, scheletrico il senso e il significato del racconto, quotidianamente raccontato, del mondo. Questo assottigliarsi, questo infragilirsi è una lebbra anche per lo scrittore, sebbene questi si senta magari protetto grazie alla lunga tradizione letteraria e testuale che ha alle spalle, dalla leggera dislocazione che la scrittura ha ancora nei confronti del piano comunicativo, mediatico. Ma non è affatto protetto, anzi: è aggredito con una potenza che non ha precedenti. È a repentaglio la sensatezza del suo mezzo espressivo, della sua parola. Non voglio dire che la sfera mediatica sia qualcosa di negativo in sé, questa sì che sarebbe pessima ideologia. Voglio però dire che tende a sostituirsi a ciò che intende rappresentare. La rappresentazione si sostituisce al rappresentato. E così facendo, oltre agli innegabili progressi in termini di riduzione della nostra ignoranza (è bene ricordare questo aspetto), propone al nostro lavoro di trasformazione organica dell’alterità in scrittura qualcosa che non è più un’alterità, ma una vicinanza (che è già una lavorazione, che è già una rappresentazione). O, meglio, avvolge in questa maglia (anche) il nostro lavoro di scrittura, ne diviene inevitabilmente il contesto.

Lo spazio occupato dalla scrittura portatrice di senso (produttrice di senso) è un luogo sospeso tra due estremi che sono il silenzio assoluto (impossibilità di espressione) e il rumore assoluto (compresenza di ogni espressione). Esiste quindi uno squilibrio da non prendere sottogamba quando si parla di diritto di ciascuno all’espressione: è un diritto salvaguardando il quale si evita il baratro del primo estremo, il silenzio, ma non l’equipollenza insignificante del secondo, il rumore. D’altra parte a questo pericolo non è stato trovato ancora alcun rimedio di principio. Anzi, la stessa diffusione della Rete ha riproposto questo problema con ancora maggiore evidenza. È un paradosso della concezione democratico-liberale della libertà d’espressione [4].

In termini del tutto approssimativi si può dire che quando si parla di diritto di parola in generale, si sottintende diritto di parola con significato. Questo a me pare che sia il lavoro politico in cui ogni scrittore è impegnato, vale a dire un impegno in difesa di un diritto di principio, ma con un’accezione che concerne i fatti: se la libertà di parola (di espressione, di opinione) è un diritto generale e astratto, la produzione di una parola significante (di un’espressione di qualcosa, di un’opinione particolare) è un lavoro concreto. Mi piace pensare che sia il lavoro dello scrittore. So che punte raffinatissime di analisi critica hanno messo in crisi il paradigma stesso di una parola che abbia un significato, conosco i meriti e il fascino della riflessione decostruttiva sul “logocentrismo” inteso come potere. Tuttavia, in un modo assai francescano e assai poco agguerrito (neppure concettualmente, neppure filosoficamente o in generale criticamente), vorrei dire che a me, in quanto scrittore, questa linea di pensiero appare sostanzialmente ideologica. In quanto scrittore, il mio impegno va naturalmente contro questa linea di pensiero.

Va però detto che certa scrittura etichettata come postmoderna, lungi dall’accettare in linea poetica il dettato di una tale ideologia come spesso generalizzando si tende a credere, ha in verità toccato un nervo importantissimo, proprio in relazione al limite che ho chiamato del rumore. L’enorme sfera mediatico-comunicativa ha inglobato (o ha tentato e sempre tenta di inglobare) la scrittura (quindi anche la letteratura). Ora, la costruzione di testi di marcata adesione a una poetica (a una scelta compositiva) metanarrativa presenta due aspetti. Il primo aspetto è quello di una narrativa autoreferenziale che si autoalimenta, che vive nel mito dell’autoalimentazione testuale e culturale. Il secondo aspetto è quello di una narrativa che nell’autoreferenzialità pone un atto di negazione e di critica. Una narrativa che pone la produzione narrativa a cui si riferisce (e quindi si autoriferisce) come un’alterità. La differenza può sembrare minima, una semplice questione di sfumature. Invece è una differenza strettamente imparentata con quella che c’è fra il cosiddetto Truth-teller (“questa frase è vera”) e il paradosso del Mentitore (“questa frase è falsa”). A me sembra che qui passi uno dei confini fra una funzione depotenziata della parola e una funzione critica della parola. E, se un impegno politico deve mettere capo infine a una scelta, io scelgo la seconda funzione. Meglio il paradosso della morte termica!

Il cittadino lettore

In un’interessante intervista [5] lo scrittore Robert Coover esprime con lucidità una linea di pensiero che la narrativa (la sua, almeno) ha seguito. Di fronte a questa massa che si sostituisce all’alterità (alla realtà?) lo scrittore può produrre strutture di sabotaggio. Può porre come alterità precisamente questa massa che si è così autocollocata nella nostra prossimità. Può così infilare nel cuore della rappresentazione totalizzante una macchina paradossale, un cortocircuito che smascheri la rappresentazione per quello che è e per quello che non è. Si tratta di un compito autolimitato alla pars destruens, ma è un compito importante. L’impegno politico in senso lato potrebbe essere allora quello di produrre testi per un lettore che intenda resistere e non assuefarsi all’invasività della grande narrazione mediatica. Che questo sia un atto politico è facile vederlo. Alla domanda se un buon lettore sia un lettore ribelle, Coover risponde che “un buon cittadino è un lettore ribelle”.

Ho citato questo autore, ma avrei potuto citarne altri. L’ho citato per segnalare una funzione critica che la scrittura può mantenere in vita anche utilizzando i più sofisticati ed estremi esiti della letteratura colta e autoconsapevole. Una funzione critica che però non nasce da sé, ma dalla decisione dell’autore di esercitarla. Il punto da cui non si sfugge, però, è che si tratta sempre costitutivamente di una funzione difensiva, della pars destruens del lavoro. Mentre invece la produzione di senso è la pars construens. E questa parte del lavoro di uno scrittore materia di fatto, non di diritto. Una volta garantita la possibilità di svilupparla, occorre svilupparla. Questo lavoro è il lavoro organico di conversione di alterità nel campo della parola [6]. Della parola che abbia un senso, che cerchi il suo buon cittadino, il suo lettore.

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NOTE

[1] Salman Rushdie, Houellebecq e la libertà di scrivere, “La Repubblica”, lunedì 30 settembre 2002.

[2] Anche in accordo, naturalmente, ma adesso questo caso non è interessante come l’altro.

[3] Un organismo non produce solo miele, purtroppo. Anche fiele, per fermarci al gioco di parole. Bisognerà difendere il diritto di esprimere la propria opinione senza essere condannati da un tribunale anche nel caso del fiele, non solo del miele. Mi riferisco qui a un caso analogo a quello citato di Houellebecq, e cioè al libro di Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio (Rizzoli, Milano 2002).

[4] Una delle innumerevoli tematizzazioni di questo paradosso la si può trovare nel romanzo di Per Olov Enquist Il medico di corte (trad. dallo svedese di Carmen Giorgetti Cima, Iperborea, Milano 2001). Ovvero: come la libertà di stampa si ritorca contro chi la propugna.

[5] “Soy un realista intransigente“, intervista a Robert Coover di Susana Pajares Tosca, Espéculo. Revista de estudios literarios. Universidad Complutense de Madrid, 1999. Disponibile anche in versione inglese.

[6] “Lavoro” qui va inteso proprio come lavoro, fatica, difficoltà, sforzo, tentativo. Persino un autore come Italo Calvino, nei cui esiti letterari tutto appare tranne la fatica, ci conferma in questa accezione del termine “lavoro”: «Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare» (Italo Calvino, Lezioni americane, pag. 6, Garzanti, Milano 1988). Calvino ha poi dato una risposta personale (calviniana!) a una condizione che è generale. A me qui interessava parlare della condizione assai più che delle risposte. Per uno scrittore è un impegno politico difendere questa condizione di lavoro, che fonda la possibilità di risposte le più svariate, le meno condivisibili anche. Si tratta di un impegno analogo a quello dell’ecologo che ritiene indispensabile proteggere la biodiversità sul pianeta. Il problema concreto è: cosa fare dei virus letali? delle zanzare? dei batteri fastidiosi? Vanno difesi come il panda, il rinoceronte e la foca monaca? Come scrittore rispondo con un chiaro “sì”, ma ammetto che provo un grande sollievo nel non dover prendere questa decisione in qualità di ecologo.

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(Questo è il testo di una relazione tenuta nell’autunno del 2002 all’università di Chambéry, nell’ambito di un seminario dal titolo “Scrittura e politica”, i cui atti saranno pubblicati a cura del CEFI-Centre d’Études Franco-Italiennes)