In guerra nella scuola

30 gennaio 2004
Pubblicato da

di Sergio Nelli

scuolatene.jpgSono in guerra con lo stato italiano e in special modo con uno dei suoi ministeri: quello della pubblica istruzione. Il ministero a cui ho dichiarato guerra è un ministero determinato, ma la mia guerra vale anche contro i precedenti ministeri, contro i precedenti governi e dunque ancora contro lo stato.

Quando il governo trascura i diritti dell’uomo e del cittadino, quando per anni e anni si perpetra un’ingiustizia, quando quest’ingiustizia assume le forme del grottesco, allora non c’è che da disseppellire l’ascia e pitturarsi il viso.

Io sono un uomo mite. Non farei e non farò del male a una mosca. Se per male s’intende violenza, non sarò violento. Ma la mia guerra è già in atto da tempo.

Venti anni fa cominciai a prestare la mia opera nella SCUOLA. Ero precario e il precariato mi piaceva. Mi piaceva una vita precaria. Faccio questo lavoro e domani un altro. Accumulo qualche risparmio e poi vado a fare un viaggio. Oggi così, domani si vedrà. Era quel che volevo. Prestavo la mia opera e per ciò venivo pagato. Se c’era una donna, una fidanzata, con cui avevo bisogno di stare tre mesi interi a letto senza mai alzarmi, non accettavo incarichi e vivevo d’amore. Se decidevo di scrivere un libro mi davo alla macchia e ci provavo, lo scrivevo. Poi, i tempi dell’editoria la disponibilità dell’editoria la filosofia dell’editoria, insieme alla mia talpa autocritica producevano effetti distruttivi e io distruggevo. Ma questa è un’altra storia.

All’inizio, nel lavoro, fu così. Ma poi la mia opera cominciai a prestarla per anni interi. Mi piaceva lo stesso prendere l’automobile all’alba e percorrere, per esempio, la faentina fino al Mugello. A volte al ritorno mi assopivo in automobile, guardavo le fronde degli alberi, la terra arata di fresco che riluceva, e a un certo punto mi addormentavo di schianto. Ma non sono mai uscito di strada! Arrivavo alle porte di Firenze, mi davo uno schiaffetto, mi umettavo gli occhi con un po’ di saliva, recuperavo la messa a fuoco, accendevo un’altra sigaretta.

Io sono precario, tutto in me è precario, mi dicevo. Perché non dovrebbe essere precario il lavoro?

Guadagnavo abbastanza e avevo una famiglia alle spalle: dei genitori vivi e vegeti, attivi. Per questo non me la presi poi tanto quando l’allora ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Jervolino introdusse un decreto che toglieva lo stipendio estivo ai precari. I precari potevano esser pagati fino alla fine della scuola a giugno, e poi arrangiarsi con altri lavoretti, se proprio ne avevano bisogno, e richiedere semmai un sussidio di disoccupazione per i mesi non lavorati. Erano ormai dieci anni che prestavo la mia opera. Feci buon viso a cattiva sorte.

Sono passati altri dieci anni. Niente è cambiato. Se c’era possibilità di peggioramenti ulteriori, qualcosa è peggiorato.

Faccio degli esempi per conoscenza.

Esempio 1° – Prima dell’inizio dell’anno scolastico, cioè nell’ultima settimana d’agosto, il Provveditorato agli Studi ha delle cattedre vacanti da assegnare. Allora convoca (si fa per dire, perché bisogna seguire tutto in proprio, altrimenti si è fuori)) un numero notevole di precari secondo graduatorie. Ma non li convoca chessoio per insegnamenti contigui e in giorni scaglionati. Cercano di fare tutto in un giorno o due. Magari en passant danno un’aggiustatina alle graduatorie, tempestati da un numero tale di ricorsi che per affrontarli adeguatamente ci vorrebbe come minimo una settimana. Risultato: caos, reclami, dentro un caldo bestiale, con un soprannumero di entità umane in stanze non predisposte, e minacce, spossatezza, fatalismo, disorientamento, depersonalizzazione, derealizzazione, afasia da incredulità, fou rire, sindrome del vagone di bestiame, sindrome dell’assalto al forno ecc. ecc. Chi va via con la cattedra lì per lì cerca di non pensare. Non pensare che per esempio si è fregato con le proprie mani, perché c’è roba profumata che uscirà tra una quindicina di giorni e andrà in ballottaggio per altri canali. No, fa spallucce e se ne va via con la sua pagnotta, con le mani infarinate.

Il mangiafuoco (e chierichetto attempato) di questa sagra dell’imbecillità planetaria è uno che vedo da venti anni. Si sarà mai chiesto se si potrebbe agire diversamente? Io ho qualche dubbio. Ce lo dirà presto, di sicuro. Secondo me si ritiene anche utile, addirittura indispensabile.

I rappresentanti sindacali garanti dello stato di diritto si saranno chiesti se lo stato di diritto è minacciato? Perché non hanno fatto mai nulla di significativo? Forse questa – sindacalisti, funzionari del provveditorato, dirigenti scolastici -, è una schiatta temprata alla sofferenza, gente che ritiene superfluo il confort, la scelta ponderata, un minimo di riflessione e di agio fisico! Non entra nella testa di questi funzionari che si dovrebbe predisporre il tutto in forme più agevoli, più rispettose e razionali?

Conseguenza della seduta suddetta: di mille persone convocate, un centinaio se ne va con la cattedra, con tanti dubbi che sopraggiungono subito appena usciti dal vagone. Solo chi ci va per sport, per osservare, se la cava benino.

Esempio 2° – Il precario uscito senza cattedra da questo bagno di folla e di sudore, durato invece che una settimana una giornata (d’agosto), viene successivamente reclutato tramite telefonata o telegramma. Ha ventiquattro ore per presentarsi sul luogo di lavoro dove troverà altri precari che gli contenderanno l’osso. Se, facciamo il caso, la cosiddetta supplenza dura una quindicina di giorni troverete all’appello solo neolaureati. Ma se l’incarico è annuale? In ventiquattro ore il precario ‘fisso’ o storico, diciamo così, quello che vive di quel lavoro e non è ancora reclutato, deve decidere, presentarsi, e alla fine, se gli tocca per graduatoria, deve scegliere. In ventiquattro ore deve cioè decidere la propria vita di un anno (scolastico e non). Le ricadute, soprattutto se la cattedra è a cinquanta chilometri da casa, si possono immaginare.

Naturalmente questa appendice vale anche per l’esempio 1.

Esempio 3° – Ammettiamo che il precario ‘fisso’ abbia problemi di salute, il che è tanto più probabile visto che alcuni hanno davvero tante primavere. Se si ammala ha diritto a un mese di retribuzione piena. Il secondo e il terzo mese gli vengono pagati al 50%. Il quarto mese zero. Non esiste più. Cancellato. Estinto dalla pubblica istruzione. Per sovrappiù non gli è riconosciuto nemmeno il servizio in termini di punteggio.

Esempio 4° – Quanti anni ci vogliono per essere riconosciuti lavoratori a tutti gli effetti… Mistero. 15, 20, 30? Nessuno lo sa…

Di fronte a cose come queste sembra tutto normale. I presidi considerano normale che si assegnino cattedre in un giorno di fine agosto con le modalità suddette, e se tu protesti di non essere un pompiere non capiscono nemmeno quello che dici. Le segretarie delle scuole considerano normale che una donna con tre figli decida nel giro di 24 ore la sua vita di un anno (scolastico), i funzionari del provveditorato considerano normale che un lavoratore venga estinto dopo quattro mesi di malattia, i sindacati non parliamo dei sindacati, gli stessi colleghi di ruolo (che d’altronde accettano quello che viene dal ministero tipo prontuario da applicare automaticamente), tutti guardano come un paesaggio incrollabile e necessario questa abissale sproporzione tra diritti e doveri. E se fai scioperi o azioni dure, tipo blocco degli scrutini, i media alzano canti di lamentazione sull’insensibilità di chi lavora nel pubblico, intervistano le famiglie degli studenti, si mobilitano per l’interesse generale…

Mi fermo perché diventa noioso proseguire. E domando e mi domando: chi è lo staff che nei governi che si succedono (la cosa non cambiò né con Berlinguer né con De Mauro) mette in piedi tali massacri? Chi è che appone la propria firma a simili bestialità che le bestie nemmeno si sognano? Quale rete dirigenziale ancorché anonima alimenta queste storture e le sottoscrive?

Qualche tempo fa, per dire, ho richiesto all’INPDAP il pin e il quadro contributi della mia ormai ventennale carriera. Aspetto ancora peraltro il pagamento del tfr (trattamento fine rapporto) relativo agli anni 1999-2003. Mi è arrivata una letterina in cui mi si dice che loro non hanno nessun quadro e che dovrei farmelo da solo: ricostruire, dunque, con la matita dietro l’orecchio, il blocknotes, l’automobile, una cartina geografica con le bandierine visto che sono stato itinerante per quindici anni… come il detective di un film americano.

Quanto alla guerra, per ora non voglio scoprire nemmeno una carta. Ma state pur certi li prenderemo di sorpresa. E li metteremo faccia a faccia con la loro impunita violazione dell’integrità, della decenza.

Nel frattempo – aspettando un futuro migliore che non può tardare, mentre la mente si attarda comunque a contemplare mille altre cose negative di questa grande fabbrica scuola (tira una brutta aria a tutti i livelli) – a ruota, mi è arrivata comunicazione dell’INPS che, entrata in sospetto evidentemente per la cifra iperbolica dei miei 26-28 milioni annui di vecchie lire, ha deciso di fare indagini sulla mia spesa sanitaria… Nel frattempo arrivano gigantesche multe con la “mora”, tutte per divieto di sosta, fatte in strade e piazze in cui non c’è alcun posto per sostare, o bollettini di parcheggi da me scientemente ignorati, lievitati mostruosamente… Nel frattempo, mentre il tesoro può permettersi di pagare lo stipendio con un mese di ritardo (ma il record è quattro mesi), dopo 45 giorni dalla data di scadenza delle bollette, della rata, dei pagherò, altri (Enel, Telecom, Banche, Assicuratori, Usurai) tagliano, taglieggiano, appesantiscono… Nel frattempo…

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One Response to In guerra nella scuola

  1. giorgio mascitelli il 30 gennaio 2004 alle 20:31

    Massima solidarietà da un insegnante di ruolo per la condizione dei precari. Alla descrizione realistica della loro condizione, aggiungerei solo che i piani di taglio delle spese per il personale della scuola vedono un caposaldo nell’eliminazione dei precari e dunque tutte le misure descritte, nonché l’indifferenza dei vari ministri, non sono dovute ad un accanimento burocratico, ma a una scelta politica. Piccola postilla: un tre anni fa ho partecipato a uno sciopero per i precari, nella mia scuola fummo in tre e solo uno era precatio.



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