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Viaggio in Argentina #9

di Antonio Moresco

deserto mendoza2.jpgMendoza
La mattina dopo, partenza per Mendoza. Ancora vento, pioggia. Arrivando col taxi all’aeroporto, per le strade e gli incroci allagati, e costeggiando di nuovo il Club des Pescadores, e poi ancora, mentre l’aereo decolla, la vista del Rio della Plata a fianco della pista, con la sua acqua limacciosa, livida, gialla. Grandi onde, come fango in burrasca.

Il tempo lentamente si apre, mentre l’aereo vola verso Mendoza. Le zone verdi a poco a poco finiscono, cominciano zone semidesertiche, e poi deserte. Grandi strade diritte e piste che si incrociano a x con altre strade che corrono nel deserto, asfaltate, in terra battuta, senza una baracca, una casa per decine e decine di chilometri. L’aereo sembra volare basso, si distingue ogni cosa, ma forse è solo per la trasparenza dell’aria. Poi, di nuovo, le prime chiazze di verde qua e là, grandi cerchi disegnati nella pianura, man mano che ci avviciniamo alla grande oasi ai piedi delle Ande all’interno della quale c’è la città di Mendoza. Cominciano già ad apparire, da zone ancora qua e là deserte, le sterminate distese dei primi quartieri periferici con le baracche e le case dal tetto di lamiera che luccicano al sole come specchi. Fa male agli occhi guardarle.

Alla dogana ci fanno aprire le valige e gli zaini, chiedono se ci sono dentro frutti o semi, che è severamente proibito portare in quest’oasi dove temono l’aggressione di malattie vegetali venute dall’esterno, che potrebbe sterminare la vegetazione dell’oasi.
C’è una ragazza argentina ad aspettarci con la macchina. È di origine siciliana, si chiama Eugenia ed è amica di Laura. Mi guardo attorno, contro la prima immagine del profilo lontano delle Ande.
La macchina si avvicina alla città, a questo sogno vegetale costruito in mezzo al deserto, con le sue strade e i suoi viali alberati simili a gallerie verdi, ai lati dei quali corrono ovunque canali che ogni tanto vengono allagati dall’acqua che scende dai ghiacciai delle Ande, per irrigare le piante. Siamo a ottocento metri d’altezza, ma non sembrerebbe. C’è un caldo forte, ma asciutto. Posiamo i bagagli nella casa dove ci fermeremo a dormire. Usciamo a mangiare, camminando in mezzo a questo delirio vegetale strappato al deserto, in questa città interamente ricostruita dopo l’ultimo terremoto che l’ha rasa al suolo alla fine dell’Ottocento. I marciapiedi intatti, addirittura lucidati da quelli che vivono nelle case adiacenti, con degli spazzoloni che si vedono ogni tanto vicino alle porte. Ci sono inferriate ovunque. Viali ombrosi, file d’alberi anche in mezzo alle strade, piazze che sembrano boschi, l’immenso parco San Martin col suo enorme bacino di acque andine, nelle vie del centro le vetrine con le fotografie delle ragazze mendozine elette «Regina della vendemmia» nel corso del tempo, perché qui c’è anche una grande produzione di vini, per il consumo interno ma anche per l’esportazione. Lo champagne Moët & Chandon lo producono qui – mi racconta Laura – e poi lo portano via con le navi, così come il nostro Benetton è padrone di una zona della Patagonia grande come due intere regioni italiane, dove c’erano gli indiani Mapuche. Va là ogni tanto, dove possiede una grande villa, ha greggi sterminati di pecore e pare che non paghi neanche le tasse all’Argentina. Le pecore le tosano i neozelandesi, che girano il mondo per la tosa, arrivano qui al momento opportuno con le loro macchine che riescono a tosare una pecora in meno di un minuto, fanno anche gare di velocità tra di loro. Lo stesso che mette in giro tutte quelle pubblicità politicamente corrette, i bei bambini di tutti i colori nei bidoni di latta, i malati di Aids, i mutilati col mozzicone di braccio-cucchiaio…
Si vede che siamo vicini al Cile perché ci sono molte facce andine in giro per le strade, e indiane con i bambini ferme agli incroci ombrosi a vendere frutta e verdura. Andiamo a mangiare in un enorme mercato coperto, ai cui lati corrono bancarelle con negozi di frutta candita, spezie dai mille profumi, patatine fritte dalle forme mai viste e dai mille colori, pezzi di animali appesi, scuoiati, intestini, ghiandole mammarie, una fila di grandi cazzi appesi a un uncino. Hanno come una zona frastagliata, marrone, come le rose del deserto, sul fondo. Chissà che cos’è?, domando. Laura dice che è merda. Mangiamo il nostro solito bife, monumentali pezzi di pollo alla griglia, insalata russa, che qui è molto comune, come la maionese. Ne fanno un uso smodato, ci sono scaffali interi di maionese nei negozi, nei supermercati. Come del mate. Girano per le strade con i thermos dell’acqua calda. Lo bevono sempre, in ogni momento, dappertutto. Laura dice che ha visto degli argentini che lo bevevano persino mentre stavano in bilico su delle pensiline vegetali sulle voragini di fango delle cascate dell’Iguazù, che hanno inventato persino un marchingegno per poterlo bere mentre guidano l’auto.
Intorno a noi le cameriere portano agli altri tavoli carni impanate che qui chiamano milanesas, piccole griglie che mettono vicino ai tavolini, per tenere in caldo gli enormi pezzi di carne mentre i clienti finiscono di mangiare i primi grandi bocconi nel piatto. Parliamo un po’ di abitudini alimentari. Laura racconta l’esilarante storia di due veneziani che ha conosciuto qualche tempo fa, i quali, di ritorno dall’Argentina, hanno portato due topi cucinati avvolti nella carta velina…

I topi
…Non proprio topi, due cavie, che gli avevano regalato degli amici argentini prima della partenza, come prelibatezze. Quando arrivano in Europa, all’aeroporto di Parigi, mi pare, i cani antiterrorismo fiutano i topi. I doganieri fanno aprire i bagagli, trovano uno dei due topi nella carta velina unta. «Che cosa diavolo è questa roba?» chiedono ai due. «Topi!» rispondono tranquillamente quelli. «Non si possono portare topi cotti in Europa!» si incazzano i doganieri. «Ve ne dovete liberare!» «Ah sì?» si incazzano i due. Si mettono a mangiare golosamente il topo di fronte ai doganieri e ai cani che li guardano con la lingua fuori, la bava alla bocca, uggiolando. Spolpano bene le ossa, ad una ad una, passandosi l’un l’altro i piccoli pezzi. Buttano via alla fine le ossicine spolpate nel cestino dei rifiuti, si puliscono la bocca tutti contenti perché intanto così nessuno si è accorto che c’è un altro topo cotto nello zaino, nella sua carta velina unta, che possono portarsi a Venezia e mangiarsi con comodo a casa loro.

Usciamo. Facciamo un lungo giro nel centro della città vegetale. Ci sono in giro dei poliziotti ciclisti su biciclette da corsa, in calzoncini e caschetto da corridori, con la pistola al fianco. Entriamo in un locutorio per fare delle telefonate. Passiamo sotto il grande stemma della città, tutto pieno di alberi anche quello. Prendo il coraggio a due mani e chiedo a Laura di entrare in una farmacia per comperarmi dei microclismi di glicerina, che io chiamo pere, perché sono ormai otto giorni che non vado, se ho tenuto bene i conti. Me n’ero portata una da Milano, di pere, per sicurezza, me la sono sparata dopo quattro o cinque giorni nel mio hotelito, ma senza nessunissimo effetto. Lei all’inizio protesta. Le dico che solo lei parla bene il castigliano e riesce a farsi capire, che se si vergogna può sempre dire che è per un niño, un niñito, e io per rendere credibile la cosa mi posso mettere vicino a lei succhiandomi il pollice. Esita ancora un po’. Le dico: «Guarda che è una situazione grave, qualcosa deve pur accadere…» Si decide finalmente ad entrare. Sta dentro molto, c’è fila, perché qui nelle farmacie vendono di tutto. Alla fine esce. Mi dà una scatola. «Le pere non c’erano!» dice. «C’erano solo supositorios!» «Che cosa sono?» «Supposte!» «Allora vada per i supositorios!»
È una vera amica. Le dico che le sarò riconoscente per tutta la vita.

Nella mia stanza, mi infilo uno di questi supositorios, che hanno la forma di stalattiti. Aspetto un po’. Nada de nada.

Il deserto
Viaggio a Lavalle e poi nel deserto. «Ma cosa ci andate a fare nel deserto?» aveva detto la madre di Eugenia, prima della partenza. «Per di più nell’ora della siesta! Morirete dal caldo! E poi per vedere cosa? Nel deserto non c’è niente!» «Sì, lo sappiamo» le avevamo risposto, «ma a noi interessa esattamente quella cosa lì!»
Guida il fratello di Eugenia, che porta l’apparecchio per i denti e sembra molto più giovane dei suoi diciotto anni. Il verde della vegetazione diminuisce sempre più, attraversiamo una piccola città con le strade assolate e deserte nell’ora della siesta, imbocchiamo una strada interminabile, diritta, deserta. Solo, ogni tanto, qualcuno su un carretto oppure a cavallo, qualche baracca col tetto di lamiera lungo la strada, due o tre uomini che camminano sul ciglio, più avanti, con i capelli grigi fino alle spalle e barbacce lunghe, per proteggersi dal sole e per la mancanza d’acqua per radersi, in questi posti. Poi più niente. Andiamo avanti. Ci fermiamo alla «Reserva Telteca». Dovrebbe esserci qualcuno, invece non c’è anima viva. Andiamo ancora avanti. La strada è dritta, non una baracca, un cartellone pubblicitario, solo l’enormità del cielo basso e sereno e senza una nuvola, l’allucinatoria immagine liquida della fata morgana che si ripete più volte sul nastro della strada rovente. La macchina è un forno. Eugenia, seduta su uno sgabellino di nylon in un piccolo spazio ricavato nel bagagliaio, tira fuori il thermos e comincia a preparare il mate. Ne bevo lunghe sorsate calde, nel caldo torrido. Mi sento bene. Da quanto tempo non mi sentivo così bene? Ho il naso libero, anche la testa è libera, mentre il mate caldo mi scende lungo l’esofago in quella giornata rovente. Forse adesso ho capito qual è il mio posto, dove potrei stare bene!
Ai lati una vegetazione sempre più secca, come savana. Fermiamo la macchina, raggiungiamo a piedi alcune dune di sabbia. Ci saliamo sopra. Mi tolgo le scarpe. Camminiamo per un po’ sopra la cresta. Scendendo, vengo giù di corsa, franando, coi piedi nudi in quella massa calda che mi porta. Piante mai viste, qualche microscopico scatenamento vegetale persino qui, l’accenno di qualche piccola lingua, di qualche fiore.
Sulla via del ritorno, ci fermiamo a bere un po’ d’acqua a un distributore di benzina. Mi allontano da solo di qualche passo, vado a guardare la strada che corre davanti. Entrano di tanto in tanto dei vecchissimi camion arrugginiti e sfasciati, con lunghi musi bombati antidiluviani, i bordi della strada un po’ polverosa sono appena stati annaffiati da un vecchio camion-cisterna crivellato che si vede ancora sul fondo, passano di tanto in tanto carretti trascinati da cavalli, sovraccarichi di persone, vecchie macchine e furgoni disastrati e coi fianchi sfondati, guidati da indios e pieni di bambini con gli occhi lucenti, ragazzi scalzi su biciclette scassate dai manubri mai visti, ricavati da chissà cosa, lunghissimi e ascensionali come corna e senza manopole, mentre la morsa del caldo comincia a calare e la cosiddetta vita esce come se niente fosse allo scoperto anche qui, nella polla di questo invisibile posto del mondo. Ecco, adesso per un istante mi sembra di essere al mio posto nel mondo, qui fuori dal mondo.
Alla sera una grande parillada di carne nel patio della casa di Eugenia. Appesa a una delle pareti una pelle di capra portata dal Neuquen, nella Patagonia, dove l’anno scorso Eugenia ha vissuto assieme agli indiani. Suo padre gira i pezzi sulla griglia e li taglia con un lungo coltello dal manico a strisce colorate. Poi ci porta, in piena notte, con la macchina, in un punto sopraelevato da cui si vede tutta l’estasi di Mendoza scintillare.

«Se i minerali velenosi, se quell’albero, / il cui frutto a noi, altrimenti immortali, / la morte ha destinato, se il capro lascivo, / se il serpente invidioso non possono / essere dannati, perché dovrei esserlo io?»

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Pubblicato su “Fernandel” n. 4, ottobre-dicembre 2003. La foto è di A. Moresco.

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