La generazione dei padristi

26 febbraio 2004
Pubblicato da

di Tiziano Scarpa
goya.jpgLa civiltà italiana è in declino. Gli intellettuali tacciono. La letteratura degli ultimi tre anni fa schifo. E poi non conta nulla all’estero. Gli scrittori non discutono le loro poetiche, ammesso che sappiano ancora che cosa sono. Il teatro è assente. Il cinema sta ancora peggio. Il paragone con trent’anni fa è imbarazzante. Eccetera.

Solita storia. Ormai siamo abituati. Questa volta la lamentazione l’ha fatta Romano Luperini. Non varrebbe neanche la pena di rispondere. La scena è sempre la stessa. Ripetuta talmente tante volte da assomigliare a una gag comica, un classico del cinema chiacchierone: il critico letterario di turno, lo studioso di turno, lo scrittore di turno (intellettuali a loro volta!) che scuotono la testa costernati di fronte al deserto intellettuale e creativo italiano: negli ultimi anni lo hanno già fatto Luigi Baldacci, Cesare Garboli, Giulio Ferroni, Alfonso Berardinelli, Giovanni Raboni, Mauro Covacich… Adesso anche Luperini. (Non tutti. Bisogna essere onesti: Goffredo Fofi, Cesare Segre, Vittorio Spinazzola, Renato Barilli, Angelo Guglielmi non hanno mai smesso di essere curiosi a tutto campo e valorizzare ciò che nasce e cresce nella cultura italiana).

Questa volta però c’è qualcosa di più. Un caso di padrismo.

Luperini scrolla le spalle sardonico: poco male – dice –, è successo tante altre volte che la cultura saltasse una generazione. Questa qui, dai cinquantenni in giù, non sta dando nulla: la storia la scavalcherà. Arriveranno i barbari a rinsanguare la lingua, gli immigrati stanno già scrivendo i romanzi italiani del futuro. (Lo splendido sottinteso è: nel frattempo, che resti in carica la generazione di Luperini!).

Ci sono almeno quattro modi di conservazione del potere. Il padrone, il padrino, il paternalista e il padrista.

Il padrone possiede le armi e può sfidare apertamente oppositori e alleati: se riuscite a rovesciarmi, fate pure. Io sono il più forte. È facile identificarlo nell’Italia di oggi. È il sistema di potere culturale e politico di Silvio Berlusconi che, in una democrazia mediatica, possiede tutta la propaganda che conta.

Il padrino coopta, annette, adotta figliocci: conserva il potere culturale facendo mostra di cederlo e concederlo. Un esempio recente: Enzo Siciliano. Uno attuale: Franco Cordelli. Uno sempiterno: Maurizio Costanzo.

Il paternalista si fa avanti ad aiutare i figli fin da subito, per affiancarsi a loro prima che diventino consapevoli della loro forza e per lui sia troppo tardi. Attutisce i traumi, è sempre presente per parare il colpo al posto dei figli. Per sacrificarsi, in apparenza. Per essere sempre presente a governare la situazione, in realtà. Elementi paternalistici si riscontrano in Goffredo Fofi, e nei grandi vecchi del Gruppo 63.

Il padrista fa di più. Anche lui inorridisce alla prospettiva della propria eclissi. Ma non cede nulla. Elimina completamente il passaggio di testimone. Come ci riesce? In nome del bene comune: “Lasciare il mondo in mano a questi inetti qui? Volete scherzare?” Geniale: non dice di farlo in proprio nome (come farebbe il padrone), e nemmeno in nome del bene dei figli (come il padrino e il paternalista), ma in nome del mondo! Quel mondo che lui stesso gestisce… Baldacci, Garboli, Ferroni, Berardinelli, Raboni, appunto. E ora Luperini.

La strategia del padrista è generazionale: mira a far fuori la generazione successiva. Sono generazionali anche la sua logica e la sua retorica: il padrista seziona artificialmente la situazione separando le generazioni una dall’altra (è la specialità italiana: separare, separare sempre: vecchi e giovani, padri e figli, destra e sinistra, per tenere vivo il conflitto, personalizzarlo invece di affrontare le cose, additare un nemico al posto dei problemi). In questa separazione artificiale, il padrista si schiera, si mette in scena proprio in quanto padre. E si accaparra pure i padri morti, se ne fa portavoce e tutore. Si arroga la facoltà di giudicare le generazioni attuali. Come se il mondo non fosse di tutti. In un certo senso ha ragione: il mondo non è affatto di tutti. È in mano ai padri (a questo tipo di padri che ci ritroviamo, autocrati autolegittimati), che non mollano e non vogliono mollare il potere. La mossa del padrista è negare l’esistenza stessa dei figli: “Non governerete il mondo perché non esistete nemmeno. Non avrete il nostro certificato di esistenza”.

Il padrista è Crono che tenta di divorare e annientare le generazioni che lo seguono. È Crono perché si mette in una prospettiva cronistica, temporale, generazionale: i paragoni fra trent’anni fa e oggi! Vale a dire: Valori Calcificati contro Vita Culturale in Ebollizione. I libri degli ultimi tre anni… Luperini ha letto Kamikaze d’Occidente di Tiziano Scarpa? Ha letto i Canti del Caos di Antonio Moresco? E I cani del nulla di Emanuele Trevi? E Io non ho paura di Niccolò Ammaniti? E A perdifiato di Mauro Covacich? E Nel condominio di carne di Valerio Magrelli? E La camicia di Hanta di Aldo Busi? E Chiudi gli occhi di Raul Montanari? Le poesie di Ivano Ferrari? Le inchieste di Gianfranco Bettin? I reportage di Sandro Veronesi? Ha visto la Tragedia endogonidia della Societas Raffaello Sanzio? I film di Matteo Garrone e di Emanuele Crialese? Ha dato un’occhiata agli atti del convegno Scrivere sul fronte occidentale? E al Tradimento dei critici di Carla Benedetti? E all’Invasione di Moresco? E Alla periferia di Alphaville di Valerio Evangelisti? E ai suoi thriller metastorici? E a quelli metacontemporanei di Giuseppe Genna e dei Wu Ming? E ai libri fuori da ogni classificazione di Antonio Franchini e Michele Mari? E al lavoro culturale di Daniele Del Giudice per Fondamenta? Si è mai connesso alla rete? Ha visto che sono sorte riviste culturali e politiche come Carmilla, I Miserabili, Nazione Indiana? Ha mai verificato quante traduzioni dei romanzi italiani circolano all’estero?

Il padrista dice: “Non siete nemmeno figli. Semplicemente non siete. Il mondo passerà sopra le vostre teste. Vi abbiamo fatto attendere a lungo, invano. Siamo riusciti a tenervi buoni senza farci spazzare via, con le promesse di cooptazione, la blandizie paternalistica. Non arrivava mai il vostro turno, vero? Come vi abbiamo infinocchiati! E voi, incredibile!, ve ne siete stati lì in attesa del passaggio di testimone. Adesso c’è l’ultima sorpresa: aprirete il testamento e leggerete che l’eredità è per qualcun altro!”

Abolire il presente, per decreto. Dichiarare che la vita è sempre altrove, la storia non passa più di qui, ogni passione è ormai cenere, il fermento è morto… Cancellare una generazione intera, rammaricandosi pelosamente che questa si sia cancellata da sé, non essendo mai riuscita a nascere… Il delitto perfetto.

Eppure siamo qui. Vivi e fortissimi. In attitudine di combattimento e di sogno. Non abbiamo paura di Crono perché non è nostro padre. Non abbiamo padri. Rifiutiamo questa logica generazionale. Non riconosciamo in nessun luogo alcun padre o madre. Semmai creature: fratelli, sorelle, amici, avversari. Vecchi o giovani che siano. Esseri umani. Comuni mortali.

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Pubblicato su “l’Unità del 23 febbraio 2004.

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33 Responses to La generazione dei padristi

  1. franz il 26 febbraio 2004 alle 08:43

    Scommetto (anzi sono sicuro) che Crono non ha nemmeno sfogliato Le cose come stanno di Franz Krauspenhaar. Con quel cazzo di nome, quello è un tedesco e l’ultimo tedesco che Crono ha letto (pendolo di Foucault alla mano) è stato – minimo –
    il Guenther Grass in occasione del Nobel.

  2. luminamenti il 26 febbraio 2004 alle 10:19

    Il problema mi sembra quello per cui una certa critica nella sostanza non fa critica, ma giudica. La differenza è abissale. Il giudizio suppone criteri preesistenti (valori superiori) e preesistenti da sempre (all’infinito del tempo), così da non poter cogliere quel che c’è di nuovo in un esistente, né presentire la creazione di un modo di esistenza. Molta critica continua a funzionare così! I libri citati da Tiziano Scarpa sono tutti libri forti, pieni di vita, di problemi, esprimono al meglio i sentimenti del presente, sono fecondi. E’ a forza di ammirare che si fa la vera critica, che si sa risalire ai problemi. In tutta la modernità, in tutto ciò che è novità, c’è conformismo e creatività, invenzione; una conformità insipida, ma anche una “piccola musica nuova”; qualcosa di conforme all’epoca, ma anche qualcosa di intempestivo, e separare l’uno dall’altro dovrebbe essere il compito di coloro che dovrebbero fare critica sapendo amare e ricordandosi che i veri distruttori sono insieme creatori. Invece quello che accade è l’introduzione del giudizio di Dio nei libri, l’uso errato di un principio trascendentale, perché invece Dio si limita a fare esistere e non cancella, perché l’uso (parlarne, anzi, esattamente, saperne parlare è il suo uso, agire, per dirla con Wittgenstein) trascendentale del libro è quello di arrecare, apportare forze, vettori alla vita pratica non più separata alla vita interiore, liberare proprio l’umanità. Fintantoché ci si mantiene in un paradigma letterario, in un mondo ideale, il critico letterario, un certo tipo di critico letterario, è come colui che ha una sorta di nostalgia per tutto ciò che come il ghiaccio appare abbagliante e assoluto, e finisce così per accecarsi, impedendosi di scavare lo strato di ghiaccio per vedere il terreno scabro. Non può vedere.

  3. Massimiliano Governi il 26 febbraio 2004 alle 10:41

    tiziano, si diventa quello che più si combatte. e la mia sensazione è che tu combatti troppo. lo conosci troppo bene il nemico, lo hai osservato, studiato, nei minimi particolari, e rischi di assimilare i suoi odiosi difetti, i suoi colpi bassi, i suoi metodi, e un giorno – tra dieci, vent’anni – di trasformarti in lui. quanti figli sono diventati come i padri?
    un saluto fraterno,
    m.

  4. Anna il 26 febbraio 2004 alle 11:03

    Sono laureata in fisica e ho lavorato nella ricerca per più di 10 anni. Poi per una serie di quelle che mi sembravano fortunate coincidenze ho cambiato vita e sono diventata editore, piccolissimo editore, e per di più per ragazzi!
    Quando facevo il fisico ero giovane, inesperta e non particolarmente geniale: un normale lavoratore dell’industria della ricerca. Eppure scrivevo ai maggiori luminari mondiali e ricevevo risposte. Si lavorava insieme, indiscriminatamente, senza bisogno di esibire titoli o referenze.
    Adesso faccio l’editore e anche solo trovare l’e-mail di qualche Autore Autorizzato mi risulta impossibile. Filtri, segreterie, redazioni, mamme e fidanzate intercettano, cancellano e, rarissimamente, rispondono “è troppo impegnato”. Per non parlare di quello che succede nel cercare di contattare altri editori, redazioni o, peggio, qualche Agente Letterario Autorizzato. Questo avviene anche nel mondo dell’editoria per ragazzi, considerato insignificante dal punto di vista culturale e sicuramente inesistente dal punto di vista economico (un paio di best sellers non costituiscono un mercato).
    Ho aperto una collana di divulgazione scientifica per ragazzi, la dirige Giorgio Parisi. Dovrei dire il Professor Giorgio Parisi (teorie quantistiche all’università di Roma), uno degli rarissimi fisici italiani ammessi all’Accademia Americana delle Scienze (oggi ce ne sono solo altri 2: Carlo Rubbia e Nicola Cabibbo), cioè non esattamente l’ultimo arrivato. La dirige per una cifra irrisoria e passando alcuni pomeriggi con me a discutere di come Oresme, scienziato e vescovo, giustificava i miracoli! E questo per spiegarlo ai ragazzi!
    Nessun Autore Autorizzato dirigerebbe una collana di narrativa per una cifra simile e per una casa editrice piccola come la nostra.
    Eppure, chi fa cultura? Tra Fermi e Calvino (tutti e due fondamentali per la mia formazione personale) chi ha cambiato di più il modo di pensare del mondo? Tra le teorie del caos di Giorgio Parisi e tanti romanzi di oggi, chi passerà alla storia? Chi trasformerà il modo di pensare e di vivere dei nostri figli?
    Il problema è che gli Autori Autorizzati ci arrivano attraverso i media e diventano star (mi spiace, non riesco a scrivere “stars”), quindi vengono ricercati da tutti e si devono difendere. Lo capisco, non ce l’ho con loro. Se cerchi un fisico, per quanto importante possa essere la sua ricerca per il mondo, è felice del solo fatto che conosci il suo nome. Tutto questo lo so, ma mi dispiace, penso che la “letteratura” ci rimetta.
    Forse il problema è come al solito economico: la ricerca scientifica è sovvenzionata dagli stati, la “letteratura” deve vendere, altrimenti l’editore chiude, e quindi… benvengano le star! A scapito della ricerca.

  5. franz il 26 febbraio 2004 alle 11:54

    Massimiliano mette il dito su una piaga purulenta. Ora, pur non conoscendo personalmente Tiziano (a proposito, Tiziano, se ti piace la birra e la vodka e hai un attimo di tempo…), sinceramente -dalla lettura dei suoi scritti e dei suoi libri – non mi pare che questo rischio ci sia, per lui; voglio dire il rischio di diventare a sua volta un Crono. Io credo che Scarpa combatta “troppo” perchè ha questo carattere combattivo, punto e basta. Se sbaglio mi corrIggerete… E oltre ad essere combattivo dimostra un certo coraggio, diciamoci la verità. In questo articolo per l’Unità che ci ha postato Scarpa si scaglia duramente contro i veri, reali, fottuti (je m’excuse)padrini delle lettere italiche. Eccheccazzo, mica caramelle… è chiaro che gli girano le palle… Va bè, je m’excuse aussi per questo verso ben poco poetico che ho rubato al mio amico Pinketts (un vero, simpatico trombone della letteratura però non certo un aspirante Cronos). E’ chiaro che questa gente se ne fotte, non allegramente, della nostra generazione, è chiaro che il sistema è – grosso modo-mafioso. Questi sono ancora vivi e vegeti e non vogliono mollare la presa. Lo scontro è di potere. E qui Governi in parte ha ragione. E comunque ciò non dico che è sano (ogni scontro per il potere, ogni scontro tout court è un atto di violenza, epperò la violenza fa parte della natura umana e a volte è pure giusta), ma è naturale, quasi un passaggio obbligato. Tempus fugit e Cronos si avvia sulla china di un disperato declino. A me questi vecchi arnesi fanno più pena che rabbia, sinceramente. Hanno pochi secondi per far fuori un’intera generazione. Ma il tempo è galantuomo con chi ne ha a disposizione, perlomeno sulla carta d’identità, di più.
    Dunque che Tiziano si mantenga giovane molto, molto a lungo. E’ un augurio sincero.

  6. gianni il 26 febbraio 2004 alle 11:56

    Tanto poi muoiono anche loro.
    Non lo dico come fosse un malaugurio, ma proprio perché è così! Si muore. Le posizioni prese, difese fino allo stremo, si dissolveranno, con chi le difende.
    E’ la moralità della morte, diceva Pasolini. (ma questo è un altro discorso).
    Sono quasi completamente d’accordo con Scarpa. Quasi, però. Non credo, ad esempio, che si possa fare a meno di un padre. Anche poi per poterlo smentire, per litigarci, per mandarlo a cagare. Ma ci vuole. Così come ci vuole una prospettiva storica. Senza che questa diventi “autorità”. Tutto il Novecento è stato un “ricominciare”, un abbandonare il padre, un rifondare. (se ne è parlato, tempo fa anche qui su NI).
    Non mi interessa. Non voglio perdere il piacere di confrontarmi con Gadda o con Dante. Anche con un po’ di riverenza, perché no?
    Non sono “loro”, i padri, che devono farci esistere, darci la patente. Siamo “noi” che dobbiamo crescere. E darci visibilità. I “padri” ci usano, usiamo i padri. Facciamo judo, usiamo la loro forza per sgambettarli.
    Io, l’ho già detto, non credo che esistano (tranne pochissime) delle star, come dice Anna, oggi, della letteratura. La letteratura è una disciplina ornamentale, marginale, nella cultura contemporanea italiana. Tutti (dico: TUTTI) i nomi citati da Scarpa non li conosce nessuno al di fuori del mondo “culurale”.
    Dobbiamo riprendere visibilità. Dare alla cultura il giusto peso POLITICO (della polis, non dei partiti. non parlo di “intellettuali organici”).
    Lumina accenna (dico “accenna” perché non è il solito chilometrico commento): la critica. Giusto.
    Per capire la “nuova” letteratura, secondo me, ci vuole una “nuova critica”. Manca (ma non del tutto, a dir la verità) la nuova generazione di critici che sappiano interpretare la nuova scrittura (che non è, necessariamente, generazionale. E’, nuova scrittura, nuovo pensiero). Ma il passato c’è. Sono figlio di chi ha costruito le cattedrali gotiche, le chiese barocche. Anche se non sono credente esse mi appartengono (diceva il solito PPP difendendo “la ricotta”). Il passato mi da dimensione. Su di lui spingo con i piedi per fare il mio salto. Se no potrei credermi un genio, dire: “massì che cazzo ne capivano quei coglioni dei secoli scorsi? Hanno mai visto un computer?” E restare, così, infinitamente piccolo, infantile.
    In ultimo: anch’io aspetto il nuovo sangue, anch’io aspetto l’orda barbara rigeneratrice. Ma questo aspettare è raccontabilissimo.
    Ho fiducia.

    Scusate la confusione, un abbraccio, Gianni

  7. kanji il 26 febbraio 2004 alle 14:53

    credo che l’odore di naftalina che si porta appresso Crono, aleggierà ancora per qualche annetto. ma Crono ha ascoltatori solo fra i suoi coetanei, i lettori hanno fame di sapori nuovi. aspettiamo con le bave alla bocca i vostri nuovi lavori, più di quanto immaginiate. viviamo ora, una quotidianità che parla un linguaggio diverso da quello di Crono, noi non capiamo quello che ci dice, di sicuro non lo vogliamo capire. Kanji.

  8. andrea barbieri il 26 febbraio 2004 alle 15:14

    Tiziano è combattivo e dimostra coraggio, come dice Franz, ma ha anche capacità gigantesche. In genere quelli così non aspettano di essere padri per diventare dei Cronos, secondo me partono Cronos per diventare iper-ultra-mega-Cronos, occupano i posti giusti, amministrano, accumulano. Il fatto che Tiziano non faccia così mi sembra già una garanzia della sua stoffa. Dài diamogliene atto.

  9. andrea barbieri il 26 febbraio 2004 alle 15:17

    Ah vanno aggiunti ai nomi citati da Tiziano anche i lavori del Teatro delle Albe e del Teatro della Valdoca.

  10. valeria il 26 febbraio 2004 alle 19:04

    apprezzo il tono e la sostanza dell’intervento di Tiziano Scarpa, ma non ho letto tutti i libri che nomina. In compenso ne ho letto altri, e vorrei sapere se il suo elenco è importante anche per quello che non dice e tralascia. Ad esempio, cosa ne pensa, se li ha letti, dei libri, romanzi e racconti, di Elena Ferrante, Erri De Luca, Gianni Celati, Beppe Sebaste eccetera (mi fermo qui). Sono nomi per me molto significativi di chi ha firmato opere che hanno a che fare con la vita e per questo importanti, ma anche opere sperimentali per il loro lavoro sulle forme…

  11. Elio Paoloni il 26 febbraio 2004 alle 19:22

    Anna: Tra Fermi e Calvino (tutti e due fondamentali per la mia formazione personale) chi ha cambiato di più il modo di pensare del mondo? Tra le teorie del caos di Giorgio Parisi e tanti romanzi di oggi, chi passerà alla storia? Chi trasformerà il modo di pensare e di vivere dei nostri figli?

    Bella domanda. Alla quale nessuno, probabilmente, si azzarderà a rispondere.

    Franz: Scarpa si scaglia duramente contro i veri, reali, fottuti (je m’excuse) padrini delle lettere italiche.

    Ne siamo certi? Lo sono ancora?

  12. franz il 26 febbraio 2004 alle 20:22

    Elio, io a rispondere ci provo. Perchè no?
    Fermi, natuerlich!
    Alla domanda che fai sui je m’excuse padrini del vapore letterario a dirti la verità non so rispondere con precisione. Insomma, a me pare semplicemente che abbiano una buona fetta di potere. Poi non so. Penso che gente qui in NI molto più addentro potrebbe rispondere con una certa cognizione di causa.
    Comunque le guerre tra poveri sono sommamente brutte. E le guerre tra scrittori sono guerre tra poveri.
    Ciò non toglie che debbano essere portate fino in fondo.
    Ti piace la Ceres? Non mi dire che ti piace la Weissbier…

  13. helena il 26 febbraio 2004 alle 22:11

    noo, la Weissbier, no!
    Parlando di cose crucche, mi viene in mente che J.W.Goethe, detto l’Olimpico, di tutti quelli che aveva visto nascere letterariamente e spesso morire purtroppo non letterariamente – Hoelderlin, Kleist, Novalis, Hoffmann, Heine – non ne ha praticamente riconosciuto UNO. Perché era pirla? Direi di no. Perché era stronzo e voleva star da solo lì in cima all’Olimpo? Sarà anche un così, ma è davvero tutto? Non esiste anche il problema che a un certo punto si perde proprio la capacità di riconoscere il nuovo, cosa che coincide essattamente col diventare vecchi. E fa parte della coscienza moderna, cioè di qualcosa di già strutturato ai tempi di Goethe (che aveva definito il “sentimentalischer” Dichter – quello complicato, lacerato, non quello sentimentale) vivere con crescente frustrazione questa difficoltà di stare dietro ai cambiamenti.Meccanismo che rende poi molto attraente l’incapponirsi sempre di più sulla convinzione che di nuovo, di nuovo e di buono, non arrivi più nulla. Ergo: coloro che lo sostengono non sono passé.
    Credo che i rapporti generazionali siano governati da questa vera e inevitabile ambivalenza. I padri desiderano riconoscere i segni di una vitalità nuova nei figli – anche questo da’ il senso di essere ancora, come si dice, “al passo coi tempi” – e contemporaneamente non lo desiderano perché è comunque segno del loro decadimento. E a seconda di dove fra questi due poli cade il peso maggiore, verrà fuori uno dei quattro tipi di padri definiti da Tiziano.
    Comunque oggi nessuno si vede più beatamente come leggitimo custode della conservazione, nessuno può più affermare che una poesia, se non è un sonetto petrarchesco, non merita di essere chiamata tale.
    Questo rende un processo necessario e naturale di ricambio E continuazione, forse più complicato e doloroso per tutti di quanto non fosse in tempi di canoni canonici.
    Per quanto riguarda le invasioni barbariche: vi accontentate per ora della sottoscritta e di Franz col suo cognome che ancora oggi Thomas Mann si rotola nella tomba pensando “ma perché dei miei molti personaggi non ne ho chiamato uno Krauspenhaar? Krauspenhaar!”
    Ma noi non sembriamo sufficentemente barbarici e non abbastanza italiani. Pazienza.
    Forse sto vaneggiando, sono stanchissima.
    Se adesso mi bevessi una Ceres, mi addormenterei sulla tastiera.

  14. gianni il 26 febbraio 2004 alle 23:10

    Tra l’altro nella cultura uno i padri se li sceglie, non è mica come nella biologia.
    Cioè: forse Elio un po’ ha ragione. Chi cazzo sono questi lamentosi? Ma chi li conosce? Ci ho mai mangiato insieme? Sono veramente loro i veri, reali, fottuti (je m’excuse, aussi) padrini delle lettere italiche?
    Io i miei padri putativi so chi sono. Al punto, per assurdo, che da figliol prodigo, al ritorno dal mio viaggio iniziatico, sono pronto a prendere per mano il mio vecchietto, accarezzarlo, che poveretto non ce la fa più.
    Perché? Perché sono padre anch’io. E lo sono per non essere più figlio, mostruosamente figlio. Siamo la generazione dei figli ad oltranza, non mi interessa. Adotto un padre che diventa un mio figlio. Cioè: come già altri hanno fatto, adotto libri, esponenti culturali dimenticati o un po’ sottaciuti (ah, il mio Dossi!). Dò loro spazio, dò, perciò, le mie coordinate.
    I giovani per sempre non mi interessano. Un po’ come quelli del gruppo 63, che mi sembrano tutti così (eroici avanguardisti, i ragazzi del ’99).
    Helena ricorda Goethe. E vogliamo parlare del nostro Croce che, pace all’anima sua, ha costruito una impalcatura estetica che ha orientato tutta la cultura italiana del ‘900 e non ha riconosciuto un solo scrittore contemporaneo che sia uno? Che non ha mai “visto”, per fare un nome, Italo Svevo?
    Insisto: moriranno. Hanno preso i giornali, l’università, i premi, tutto… ma moriranno pure loro. E’ la vita.
    Ma anche qui, attenzione. Mi ricordo una pletora di cialtroni che teneva in mano la mia facoltà. Per parlare con uno di loro dovevi fare anticamera per giorni. Una volta scrissi a un grande, un (nel bene e nel male) genio della critica architettonica. A Roma. Io, giovane laureato, lui, laurea honoris causa in decine di università del globo terracqueo. Ci siamo scritti per anni (non l’ho mai conosciuto di persona), mi ha fatto pubblicare (sotto sua spinta) due librettini di critica, mi ha mandato gli auguri per il mio matrimonio, etc. etc. Ecco. Un padre.
    Sono passati anni. Il “maestro” è morto. Gli stronzi che tenevano in mano la facoltà ora si aggirano sui 65-70 anni e li vedo confusi, si chiedono: “Ma come? Io non ero la giovane promessa? Io non dovevo spaccare il culo ai passeri? Io non dovevo cambiare la storia dell’architettura?”
    Eh no, cari miei. Questo siete. Burocrati della cultura, nomi dimenticabilissimi. Vi siete sentiti divini perché ve la raccontavate fra di voi, ma fuori di qui, i vostri ex studenti vi hanno dimenticati. Siete dimenticabili. Andrete in pensione, morirete.
    Biologicamente, perché culturalmente parlando siete già morti da anni.
    (quanto era più giovane il vecchio, mai conosciuto di persona, Bruno Zevi).

    Ciaociao, Gianni

  15. bob dylan il 27 febbraio 2004 alle 01:05

    I was so much older then, i’m younger than that now, per dirla con parole mie.

  16. franz il 27 febbraio 2004 alle 09:18

    Too old for rock & roll, too young to die (Jethro Tull).
    Ben detto, Helena e Gianni.
    Helena, sto scrivendo i Krauspenbrook… Non suona male; più che altro suona “parodia”… Già il mio nome senza inventato! Quello che dici è giusto, ma questo non riconoscimento da parte di certi padrini non può essere dato semplicemente, in certi casi, dalla loro effettiva miopia colpevole? Dalla loro, in altre parole, effettiva stronzaggine?
    Quello che dici su “barbarici e italiani è giusto”. Io personalmente sono orgoglioso di essere un bastardo.
    La Weissbier la odio, comunque. La Ceres non mi fa impazzire. Mi piace la normale, teutonica, leggera birra chiara. E, unica tra le celtiberiche, la Guinness.
    P.s.: lo so che questo sfoggio di cultura sulle birre può risultare antipatico per qualcuno, ma a me il vino fa schifo.

  17. Manco Ilario il 27 febbraio 2004 alle 09:27

    Mai visto un Edipo più squallido di Scarpa, più sciatto, sbavazzante, senza metafisica in corpo. Verrebbe quasi di dar ragione a Luperini.

  18. aldo il 27 febbraio 2004 alle 09:28

    il problema purtroppo è che qualcosa di vero secondo me c’è da entrambe le parti. La letteratura italiana giovane c’è, quanto di importante stia creando lo capiremo bene forse dopo. Vorrei vedere anche un minimo di autocritica anche nei più giovani. E’ con l’autocritica, l’essere non autoindulgenti che si migliora. E le critiche dei vecchi dovrebbero essere uno stimolo a lavorare,non a chiacchierare. Per questo ho apprezzato la riflessione di Covacich di qualche tempo fa ( che dovrebbe essere un punto di partenza e non di arrivo). A me fanno tristezza sia le chiacchiere dei vecchi, dei padri, che quelle dei figli che piangono perchè dicono alla mamma che sono bravi a scuola, che il papa’ ha torto.
    io vorrei vederle bruciare le scuole, vorrei che si parlasse di mondo e di letteratura mondiale, perchè se andiamo avanti a parlare di italia rischiamo di parlarci addosso fino alla morte, di riempire le pagine di nazione indiana, dell’unità, del manifesto, ecc….
    a.

  19. Marco Lodoli il 27 febbraio 2004 alle 15:02

    Non c’è dubbio che da parte dei padristi ci sia scarsa attenzione e nessuna generosità, però io credo che i motivi non siano culturali. Credo che si tratti di questioni fisiologiche. Quando si invecchia si comincia a prendere congedo, il presente interessa sempre di meno, lo si percepisce come l’ennesima onda che s’alza orgogliosa e che presto sarà spianata. La vita inizia ad apparire sempre più chiaramente come qualcosa di insensato, e tutte le teorie letterarie sembrano fumo. La linfa della curiosità oramai è secca, viene voglia di riprendere in mano solo vecchi libri. Credo che funzioni così. Appassionarsi da capo per uno scrittore giovane che, come tutti gli scrittori, racconta la pena del mondo, non è più necessario. Ciò che si doveva capire lo si è capito, e basta e avanza. Dispiace magari che questa naturale involuzione o evoluzione non venga percepita con chiarezza come un fatto personale, e che si dia la colpa della propria legittima indifferenza a chi scrive e barcolla e immagina nel presente. Invecchiare continuando ad amare gemme e fiori freschi è difficile ma non mpossibile. Speriamo di diventare anziani senza amarezze né ciechi sdegni. Forse gli scrittori che esordiranno nel 2040 non ci interesseranno più, non avremo più spazio per loro nei nostri pensieri, ma promettiamo solennemente di non sputargli addosso.

  20. franz krauspenhaar il 27 febbraio 2004 alle 15:51

    Lodoli, lei, essendo giovane, immagina bene; oppure parla per esperienza, nel senso che alcuni di questi padri padrini li avrà conosciuti. Ma alla base di questa indifferenza non c’è, forse, la mancanza di generosità? Questa mancanza la possiamo riscontrare nel vecchio padrino senza più emozioni come nel giovane rampante e arrembante che sputa sui vecchi senza alcun rispetto (è pieno anche di queste figure, ho riscontrato, e non so davvero quale delle due categorie non preferire di meno); ma ora stiamo parlando dei Mogul, dei Mogol, ecc. La vecchiaia è un fenomeno fisico irreversibile, lo sappiamo tutti. Tutti diventano vecchi, se hanno fortuna. Ma dal punto di vista emozionale è possibile rimanere giovani, se si è mantenuta freschezza, curiosità, una certa dose di purezza di cuore. Per scoprire il cuore, diciamo così, dei vecchi dobbiamo andare a ripassare i loro battiti giovanili: è dai quei battiti più o meno palpitanti che nasce la loro gioventù più o meno protratta nel tempo.

  21. gianni il 27 febbraio 2004 alle 16:44

    Eppure no, scusate, non sono d’accordo. Io voglio proprio invecchiare, voglio vivere questa esperienza, voglio che muti il mio modo di essere, che si arricchisca, che sia più “saggio”.
    A me tutta la mitologia dei poeti che muoiono giovani fa un po’ senso. Non voglio mantenere il cuore giovane è una delle cose più patetiche che esistano. (mi sembra di essere uno di quelli che si tinge i capelli, si mette i jeans e poi va in balera a cuccare… avete letto “Avanzi di balera” del mitico Franz?).
    E’ un problema di qualità umana, NON di generazione. Io non difendo nessuna generazione di scrittori. Io ho parlato di “nuova scrittura” non di “nuova generazione di scrittori”.
    Non a caso il vecchio (già citato) Svevo lo scovò un giovane ventisettenne che faceva di nome Eugenio Montale. Montale, cioè, era in sintonia con la “nuova scrittura”, anche se proveniva da uno di una generazione avanti alla sua. Non è un caso che Camilleri è stato amato prima dalle nuove generazioni di lettori che dalla critica a sé coetanea. E, d’altronde, potremmo dire lo stesso di Moresco.
    Spesso alcuni “vecchi bacucchi” sono molto più “giovani” dei “giovani scrittori”. Però, vi prego, troviamo altre categorie, queste non le sopporto.
    Un po’ come (e qui so che Elio mi darà ragione) destra e sinistra, genericamente. Fuffa. Il solito Pasolini diceva: “stare a sinistra politicamente non vuol dire starci anche a livello letterario, e viceversa”. Gadda, conservatore di cultura, era molto più estremista dei giovani emergenti/emersi scrittori post guerra.
    E poi la distanza aiuta. Ci sono centinaia di nomi di autori che non si sa più nulla di loro, che scrivevano e vivevano glorie effimere negli anni di Pavese o di Calvino (e così nella musica, nel cinema, nelle arti in genere). Chi cazzo se li caga più?
    La critica, insomma. Ecco di cosa abbiamo veramente bisogno. Un nuova critica, che sappia leggere una nuova letteratura. E non mi interessa sapere se chi scrive o chi interpreta ha più o meno di 40 anni.
    Se qualcuno mi annoverasse nei “giovani scrittori”, magari per farmi un complimento, mi incazzerei. Sono uno scrittore “emergente” non uno scrittore “giovane”. Ho una moglie e una figlia. Basta.
    Sono stato figlio, voglio essere padre. Non ho paura di invecchiare, è nelle cose del mondo.

    Abbracci, Gianni

  22. franz il 27 febbraio 2004 alle 17:17

    Mi dispiace dirtelo, ma fin quando non avrai compiuto perlomeno 40 anni ci sarà qualcuno che ti chiamerà “giovane scrittore”. Insomma, Gianni, perchè continui a tingerti i tuoi boccoloni di nero e poi ti lamenti?…
    Un abbraccio da un grigione doc.

  23. gianni il 27 febbraio 2004 alle 17:21

    ssshhh, Franz, non svelare il mio segreto, se no racconto in giro che in balera ci vado con te!

    g.

  24. uvizeta il 27 febbraio 2004 alle 17:47

    Più che la lotta tra generazioni (la solita storia), colpisce la geografia. Sembra che non esistano scrittori e critici a sud di Roma. E gli scrittori si concentrano a nord / nord-est. Un caso?

  25. luminamenti il 27 febbraio 2004 alle 18:57

    Il fenomeno delle generazioni e il guardiano del dogma. Karl Mannheim ha guardato alla rilevanza di questo fenomeno proponendo un concetto, quello di “stratificazione dell’esperienza” che può tornare utile ponderare. Le prime impressioni hanno, secondo Mannheim, la tendenza a fissarsi come “concezione naturale del mondo”. Pertanto ogni esperienza posteriore si orienta in base a questo gruppo di esperienze, sia che venga sentita come conferma e completamento di questo primo strato d’esperienze, sia che venga sentita come negazione ed antitesi dello stesso. Siamo tutti soggetti a qualcosa di simile all’imprinting dell’ochetta Martina di Lorenz quando fissa a lungo, appena nata, con un solo occhio l’etologo che diviene sua madre o al bambino freudiano segnato per sempre da un trauma infantile. Il carattere inevitabilmente gerarchizzato delle esperienze fa sì che alcune arrivate prima divengano giudici di quelle successive e che con il passare del tempo si producano sempre meno eventi significativi e decisivi e vada cadendo la disponibilità ad apprendere. Fin qui, più o meno, è ciò che sostiene Mannheim. Ma, correggerei l’angolazione di questo discorso e mi chiederei cosa introduce nell’esperienza quella che M. chiama “concezione naturale del mondo”; e proietterei altrove l’apprendimento. Il problema è platonico. E’ Platone che segna e inaugura le condizioni dell’apprendere. Per lui apprendere è veramente il movimento trascendentale dell’anima, irriducibile al sapere quanto al non-sapere; così dall’apprendere e non dal sapere vanno prelevate le condizioni trascendentali del sapere. Evitiamo di indagare adesso sulle ragioni che portano Platone a compiere questa operazione grandiosa. Piuttosto questa operazione chiarisce perché Platone determini le condizioni nella forma della reminiscenza, introducendo così il “tempo nel pensiero”, non come tempo empirico del pensatore (potremmo dire questo dello scrittore contemporaneo? la mia risposta è sì!)sottoposto a condizioni di fatto e per il quale pensare (scrivere) prende tempo, ma come tempo del pensiero puro o condizione di diritto (il tempo prende il pensiero), onde la reminiscenza trova il proprio oggetto, il proprio memorandum,nella materia specifica dell’apprendimento, ossia nelle domande e nei problemi in quanto tali, nell’urgenza dei problemi indipendentemente dalle loro soluzioni, nell’Idea. L’invenzione platonica del concetto di Idea è la soluzione gnostica di Platone, una straordinaria e prolifica modalità di apprendimento e creazione, che tuttavia ha mostrato nel tempo i suoi limiti, limiti che oggi debordano, mostrando, già se ne era accorto Kant, che le Idee sono essenzialmente “problematiche”, mentre i problemi sono le Idee stesse che ci precipitano in falsi problemi. Da qui la messa in crisi dell’Idea stessa di valore ( i valori).
    La ragione per cui è inevitabile che tanti princìpi fondamentali, riguardanti cosa significa pensare e scrivere, siano compromessi dalla reminiscenza, dipende, come ho accennato, dal fatto che il tempo platonico non introduce la sua differenza nel pensiero, né l’apprendimento la sua eterogeneità, se non per subordinarle ancora una volta alla forma mitica della somiglianza e dell’identità, dunque all’immagine stessa del sapere (non è forse questo il problema irrisolto della critica? che tuttavia ritiene, ingenuamente, di averlo risolto). Così tutta la teoria platonica, che ha investito di prassi la nostra vita, funziona come un pentimento, schiacciato dall’immagine dogmatica nascente, e suscita un senza-fondo che è incapace di esplorare. I padri dicono ai figli: dovete pentirvi, siete colpevoli di non ricordare, cioè di non sapere, di rifiutare il sapere. Ma un Menone moderno direbbe che il sapere non è altro che una figura empirica, un semplice risultato che cade e ricade nell’esperienza (per cui direi che non occorre rigettare i padri e il passato, piuttosto non sentirsi subordinati), ma che l’apprendimento è la vera struttura trascendentale che unisce senza mediarle la differenza alla differenza (è qui che si gioca il vero riconoscimento del passato con un nuovo presente, che non è ciò che è apparso del passato, non è la sua identità), la dissomiglianza alla dissomiglianza, e introduce il tempo nel pensiero, come forma pura del tempo vuoto in generale (riempire con il pensiero questo tempo vuoto è l’immanenza!), e non come un passato mitico, piuttosto un presente da creare come mito. Ancora una volta appare qui la necessità di rovesciare le relazioni, cioè le supposte ripartizioni dell’empirico e del trascendentale. Il rovesciamento platonico allora si configura come il pensiero che nasce nel pensiero e non supposto nella reminiscenza: è il pensiero senza immagine stessa del sapere. Questo è il difficile, realizzare quell’antiplatonismo che impedisce ai figli di comportarsi poi come i padri. La critica, la maggioranza della critica come ancora oggi viene pensata, segue invece il postulato della fine o del risultato, postulato del sapere: la subordinazione dell’apprendere al sapere, e della cultura al metodo. Il postulato del sapere agisce nel presupposto dell’essenza come nella scelta (arbitraria, poiché data nella reminescenza) degli esempi e, presi tutti insieme, formano l’immagine dogmatica del pensiero, e la critica si pone allora come il guardiano del dogma.

  26. riccardo ferrazzi il 28 febbraio 2004 alle 12:04

    Tiziano, nel tuo articolo ci sono parecchie osservazioni che meriterebbero di essere allargate dal contesto letterario a uno storico-antropologico. Mi piacerebbe che scrivessi una “Guida agli italiani” (guelfi e ghibellini, il palio di Siena, Milan-Inter, i-comunisti-che-mangiano-i-bambini e berlusconi-vicario-del-demonio, ecc. ecc.). Io credo che il padrismo abbia delle radici più profonde che la semplice conservazione del potere. Che ne dici ? E’ forse il caso di rivalutare “Totem e tabù” ?

  27. Mario Bianco il 1 marzo 2004 alle 17:33

    Non ho letto l’articolo di Luperini, ma scrivo lo stesso.
    Io, essendo vecchio, dovrei parteggiare per almeno qualche tipo di padre mio coetaneo o quasi, invece non parteggio per nessuno, ne padre né figlio o filgliastro perché farei dell’irreale la mia bandiera.
    Di fatto di questi padri padroni citati da Tiziano che conosco appena di nome o cognome non so proprio io che poltrone occupino, quali poteri gestiscano o quali nipoti favoriscano o quali figli vogliano divorare, essendo io lontanissimo da quei cadreghini.
    Io, con il rischio di semplificare ridurrei tutta la questione a due o tre punti:
    1. L’Italia vive da anni (molti, almeno 20)) una situazione dolorosa, di disagio psicologico e sociale larvato ma drammatico, grave. Qui sotto gira una sorta di oscuro vermone sotterraneo che divora le radici di questo popolo, secondo me ne è testimonianza il decremento demografico: siamo il paese con il tasso più basso di natalità del mondo. Dicono gli etnologi che le femmine di alcune popolazioni in gravi anni di carestia diventino sterili. Qui in Italia pure le donne fertili hanno molte difficoltà nella gestazione e nel parto.
    La cultura, le arti, la narrativa sono sempre lo specchio di un popolo: un popolo in crisi esprime questi suoi strazi con opere in genere poco vive, poco fertili, di non alto livello estetico, lungimiranti o profetiche.
    A mio modo di vedere la società italiana, già di per sé viziata da secoli di paternalismi, nepotismi, servilismi, lecchinismi di ogni genere non è che proprio ora, in tempi miserabili, possa manifestare improvvise conversioni di rotta etica ed estetica: anzi è probabile che la letteratura italiana stia dando del peggio, in alcuni settori, che però è immagine di questo momento storico.
    Ora il mercato librario è piccolo e stantio, i lettori sono pochi e gli apprendisti letterati sono tanti ( anche per via del facile uso del pc, o, per essere strabuoni, per la meravigliosa capacità creativa degli italiani), i gestori del marchingegno culturale come ovvio hanno paura di esser soppiantati da giovinotti di dure maniere e quindi puntano i piedi, smaniano, cercano di tenersi stretti al loro circolo, alle loro cattedre, e favoriscono al massimo i nipotini, il figlio della marchesa o il cicisbeo del senatore..
    2. In altri tempi del Novecento già si è vista questa saga: basti pensare ai futuristi ed ai loro manifesti insulsi pieni di paroloni liberoni tutto distruggi il museo è una merda i vecchi borghesi sono tutti stronzi bacucchi ci vuole il nuovo il nuovo il nuovo e la guerra è la sola igiene del mondo…
    ed alcuni bei tomi marinettiani si sono presi cattedre e posti all’Accademia d’Italia e via così… (ed a volte non hanno fatto affatto del male, però, a volte)
    Ed il gruppo ’63 che sbertucciava ingiustificatamente i padri Cassola e Bassani paragonandoli a Liala, sbagliava gli obbiettivi e non è che abbia dato grandi prove letterarie, bei romanzi ( qualche bella poesia, Sanguineti, forse, de gustibus…). Ora i residui partecipanti del gruppo fanno i cattedratici e parlucchiano più basso, meno male.
    3. Ridurrei davvero tutto ad una questione psicoantropologica, qua i Cronos che si vogliono divorare i figli o buttarli in un rogo e là i giovani superstiti che tentano la scalata titanica al cielo.
    Poi, siccome non tutti i padri amano gustarsi i figli crudi, perché a volte sono disgustosi, vi sono altri genitori, di quelli buoni, che li aiutano a crescere senza ricatti: ma costoro sono pochi perché ( ripeto) il mercato è piccolo, la clientela poca e ci si mangia il fegato tra circostanti per avere un po’ di spazio vitale: una sorta di striminzito pollaio insomma ( mettiamoci qualche gallina di Busi il grande, vààà).
    4. Però una volta c’erano dei vecchi speciali:
    Calvino e Levi Primo risposero ad una mia lettera dopo 15 giorni 15, scrivendomi almeno 1500 parole ciascuno, invece anche tra i giovani e assai poco famosi non mi risponde quasi nessuno.
    Guarda un po’ che roba, vàààà…..cuma l’è pöei mai al mund…..
    5. Ci sono luoghi vitalissimi invece, basti guardare gli universi indiano e cinese che danno grandi prove d’arte narrativa ed altro.
    6. Con tutti i rimpianti che ho, spero che l’Italia sia uno dei primi paesi a crearsi davvero una cultura ibrida, meticcia, “globalizzata” nel senso migliore che la renda più viva più vitale più profonda e più sottile.
    La misticanza già è avvenuta secoli fa con le invasioni barbariche e tutte le altre dopo, in saecula saeculorum.
    7. Tuttavia mi contraddico: qualche buon testo, qualche bel racconto, qualche discreto romanzo contemporaneo io lo trovo e lo leggo e magari non si trova nell’elenco di Scarpa, chissà perché…..?

  28. Elio Paoloni il 1 marzo 2004 alle 20:11

    Mario, la discussione si è spostata più sopra (stessa icona)

  29. Mario Bianco il 1 marzo 2004 alle 23:42

    Un Goya ripetuto fa sempre bene

  30. martina il 13 marzo 2004 alle 11:49

    ho letto commenti di così detti intellettuali del nostro panorama italiano. bè, io non lo sono, ho quasi 21 anni e sono iscritta all’università di pisa, lettere moderne (tra l’altro seguo il corso della prof.ssa benedetti). una sola cosa: luperini è stato drastico, radicale. ed è un obbligo il contestargli questo senso di morte e di rassegnazione, quasi come se non si potesse più o, peggio, non si fosse più capaci di fare cultura vera, con la C maiuscola, di opposizione. e questo è terribile per un ventenne che legge, scrive, ed ha la terribile e funesta ambizione di rimanere nell’ambiente universitario, di fare dottorati di ricerca (che fine faranno i ricercatori? moratti al muro). su questo non transigo. (e anche sulla questione sollevata dalla benedetti, ok, è vero, l’unità almeno un punto interrogativo poteva concederlo ma d’altronde non avrebbe significato “smorzare” il messaggio di luperini? la cultura si fa col dibattitto e voi, io, stiamo dibattendo. dunque..). la cosa che invece non capisco, è questa premesso che l’avete visto come un attacco (per forza dev’esser stato così, vi siete inviperiti tutti, e avete anche ragione epr carità) e quindi vi siete difesi, ma l’umiltà? ribadito che ne abbiamo piene le tasche di queste lamentele, che sono demagogiche, avvilenti e non fanno bene a nessuno, tantomeno in questo periodo in cui si dovrebbe cercare di produrre, fare e resistere il più possibile uniti, ribadito e premesso tutto ciò, ma l’umiltà? dico io, l’umiltà? sono rimasta basita dalla risposta di scarpa. avete letto “io non ho paura” di ammanniti? non ho niente contro di lui, anzi, “ti prendo e ti porto via” era anche un libro discreto, mi è piaciuto, ma “io non ho paura” è un romanzo di una modestia infinita. e così, più o meno, per gli altri. (dico più o meno, moresco mi sembra bravo, così aldo busi, ma wu ming? libri discreti, ben fatti sicuramente, appassionanti ma da leggere sotto l’ombrellone. è questa la cultura che difendete? non voglio dare ragione a luperini, badate bene, ma francamente mis embra che, con tutte le debite prese di distanza, abbia in parte ragione. questa roba (non uso il termine roba come dispregiativo) non è alta letteratura. è letteratura sicuramente. ma non è alta. non è pasolini. non è calvino. se luperini voleva dire questo, scusate, ma aveva ragione. se voleva dire che non si produce nulla di nuovo, scusate aveva ragione. i film di matteo garrone. belli. molto, anche. ma allora? che ci ha dato di nuovo? scusate ancora, ma l’impressione che mi fate è che vi siate involuti in voi stessi, nei vostri circoli, piccole cerchie di amici e giochiate a fare gli intellettuali di sinistra, andando a giro col manifesto sotto il braccio. per carità, io sono come voi. anche io sono di sinistra e anche a me, troppo spesso, escono dalla bocca frasi che sembrano uscite da “ecce bombo” di moretti. “no, perchè, cioè io..” non lo so, ma se volete essere intellettuali alla umberto eco, una specie di primadonna che si svende ad ogni manifestazione che puzzi vagamente di intellettualoide, che si mette in una cosa come “giustizia e libertà” con una persona dubbia, losca e fascistissima come debenedetti, allora va bene. ma a me non va. non mi piacete. anzi, vi disprezzo anche un po’. questo essere intellettuali (eco poi è un altro discorso, dev’essere uno che adora essere al centro dell’attenzione, una specie di ex ragazzo complessatissimo e sfigato che ha supplito con la cultura enciclopedica. io tra l’altro il pendolo di foucault lo adoro, ma quel suo sincretismo da 4 soldi francamente è triste, motlo triste. la cultura non è lì). di sinistra, in questo modo ostentato è falso come l’ottone. ho letto l’articolo di genna su miserabili e mi sono trovata d’accordo su molte cose. oramai la cultura è per sentito dire, leggo una pagina di un filosofo e la rimarino in un mio libro e chi s’è visto s’è visto. tutta questa polemica è piuttosto avvilente. la cultura, come dice genna ed è proprio quello che mi è piaciuto di più, si fa facendo bene il proprio lavoro, studiando, scrivendo. non siete sociolgi, non scrivete di sociologia. e basta. quando scarpa si risente perchè luperini scrive che la cultura italiana non è esportabile all’estero ecc. ma lo sarà anche, ma che significato ha? quando in francia va un tizio italiano che si chiama antonio tabucchi che figura ci si fa? direte voi, come, uno scrittore, un esperto di pessoa (io sulle capacità di critico portoghese di tabucchi non so giudicare, quindi sto zitta) ma è un uomo di uan modestia intellettuale infinita (tra l’altro i suoi romanzi sono acqua calda), ho letto dei suoi articoli sul manifesto e la mia idea non ha potuto che rafforzarsi. questo dovremmo esportare? ben inteso, va bene, non è che gli altri abbiano chi sa che, in francia impera uno che di nome fa daniel pennac, libri divertentissimi i suoi, io li ho letti tutti, spiritosi, ma è letteratura? bho, non lo so. o facciamo i debiti distinguo o qui ci stiamo tutti a portarci per le natiche. anche sui siti. io vado su nazione indiana, carmilla. ma ogni tanto. così, quando non ho che fare. francamente non mi aggiungono nulla. la resistenza, che voi sbandierate tanto, io la faccio informandomi, leggendo, andando alle manifestazioni, cercando di rendermi attiva, scrivendo magari. ma non mi sento investita da chissà quale compito. voi, invece sembrate di sì. non stiamo producendo grandi cose (ma non è un attacco, vorrei che fosse chiaro, se mai scriverò qualcosa e la pubblicherò la mia prima certezza sarà di non aver aggiunto nulla di nuovo al panorama culturale, perchè i tempi storici sono questi, non nascerà un gadda ora. o comunque ora non c’è.) la cultura è serietà, disciplina. è il professor orlando, non so se conoscete, la benedetti sicuramente sì, perchè insegna teoria della letteratura a pisa, che si alza tutte le mattine a 70 anni e va insegnare con entusiasmo, con gioia, serio, coltissimo di una cultura vera e tangibile. che sta nel suo e fa il suo sempre nel migliore dei modi. questa è la vera, unica, eterna cultura. altro che umberto eco. tutto il resto, chicchiere sui giornali, è roba da buttar via.

  31. martina il 13 marzo 2004 alle 11:49

    ho letto commenti di così detti intellettuali del nostro panorama italiano. bè, io non lo sono, ho quasi 21 anni e sono iscritta all’università di pisa, lettere moderne (tra l’altro seguo il corso della prof.ssa benedetti). una sola cosa: luperini è stato drastico, radicale. ed è un obbligo il contestargli questo senso di morte e di rassegnazione, quasi come se non si potesse più o, peggio, non si fosse più capaci di fare cultura vera, con la C maiuscola, di opposizione. e questo è terribile per un ventenne che legge, scrive, ed ha la terribile e funesta ambizione di rimanere nell’ambiente universitario, di fare dottorati di ricerca (che fine faranno i ricercatori? moratti al muro). su questo non transigo. (e anche sulla questione sollevata dalla benedetti, ok, è vero, l’unità almeno un punto interrogativo poteva concederlo ma d’altronde non avrebbe significato “smorzare” il messaggio di luperini? la cultura si fa col dibattitto e voi, io, stiamo dibattendo. dunque..). la cosa che invece non capisco, è questa premesso che l’avete visto come un attacco (per forza dev’esser stato così, vi siete inviperiti tutti, e avete anche ragione epr carità) e quindi vi siete difesi, ma l’umiltà? ribadito che ne abbiamo piene le tasche di queste lamentele, che sono demagogiche, avvilenti e non fanno bene a nessuno, tantomeno in questo periodo in cui si dovrebbe cercare di produrre, fare e resistere il più possibile uniti, ribadito e premesso tutto ciò, ma l’umiltà? dico io, l’umiltà? sono rimasta basita dalla risposta di scarpa. avete letto “io non ho paura” di ammanniti? non ho niente contro di lui, anzi, “ti prendo e ti porto via” era anche un libro discreto, mi è piaciuto, ma “io non ho paura” è un romanzo di una modestia infinita. e così, più o meno, per gli altri. (dico più o meno, moresco mi sembra bravo, così aldo busi, ma wu ming? libri discreti, ben fatti sicuramente, appassionanti ma da leggere sotto l’ombrellone. è questa la cultura che difendete? non voglio dare ragione a luperini, badate bene, ma francamente mis embra che, con tutte le debite prese di distanza, abbia in parte ragione. questa roba (non uso il termine roba come dispregiativo) non è alta letteratura. è letteratura sicuramente. ma non è alta. non è pasolini. non è calvino. se luperini voleva dire questo, scusate, ma aveva ragione. se voleva dire che non si produce nulla di nuovo, scusate aveva ragione. i film di matteo garrone. belli. molto, anche. ma allora? che ci ha dato di nuovo? scusate ancora, ma l’impressione che mi fate è che vi siate involuti in voi stessi, nei vostri circoli, piccole cerchie di amici e giochiate a fare gli intellettuali di sinistra, andando a giro col manifesto sotto il braccio. per carità, io sono come voi. anche io sono di sinistra e anche a me, troppo spesso, escono dalla bocca frasi che sembrano uscite da “ecce bombo” di moretti. “no, perchè, cioè io..” non lo so, ma se volete essere intellettuali alla umberto eco, una specie di primadonna che si svende ad ogni manifestazione che puzzi vagamente di intellettualoide, che si mette in una cosa come “giustizia e libertà” con una persona dubbia, losca e fascistissima come debenedetti, allora va bene. ma a me non va. non mi piacete. anzi, vi disprezzo anche un po’. questo essere intellettuali (eco poi è un altro discorso, dev’essere uno che adora essere al centro dell’attenzione, una specie di ex ragazzo complessatissimo e sfigato che ha supplito con la cultura enciclopedica. io tra l’altro il pendolo di foucault lo adoro, ma quel suo sincretismo da 4 soldi francamente è triste, motlo triste. la cultura non è lì). di sinistra, in questo modo ostentato è falso come l’ottone. ho letto l’articolo di genna su miserabili e mi sono trovata d’accordo su molte cose. oramai la cultura è per sentito dire, leggo una pagina di un filosofo e la rimarino in un mio libro e chi s’è visto s’è visto. tutta questa polemica è piuttosto avvilente. la cultura, come dice genna ed è proprio quello che mi è piaciuto di più, si fa facendo bene il proprio lavoro, studiando, scrivendo. non siete sociolgi, non scrivete di sociologia. e basta. quando scarpa si risente perchè luperini scrive che la cultura italiana non è esportabile all’estero ecc. ma lo sarà anche, ma che significato ha? quando in francia va un tizio italiano che si chiama antonio tabucchi che figura ci si fa? direte voi, come, uno scrittore, un esperto di pessoa (io sulle capacità di critico portoghese di tabucchi non so giudicare, quindi sto zitta) ma è un uomo di uan modestia intellettuale infinita (tra l’altro i suoi romanzi sono acqua calda), ho letto dei suoi articoli sul manifesto e la mia idea non ha potuto che rafforzarsi. questo dovremmo esportare? ben inteso, va bene, non è che gli altri abbiano chi sa che, in francia impera uno che di nome fa daniel pennac, libri divertentissimi i suoi, io li ho letti tutti, spiritosi, ma è letteratura? bho, non lo so. o facciamo i debiti distinguo o qui ci stiamo tutti a portarci per le natiche. anche sui siti. io vado su nazione indiana, carmilla. ma ogni tanto. così, quando non ho che fare. francamente non mi aggiungono nulla. la resistenza, che voi sbandierate tanto, io la faccio informandomi, leggendo, andando alle manifestazioni, cercando di rendermi attiva, scrivendo magari. ma non mi sento investita da chissà quale compito. voi, invece sembrate di sì. non stiamo producendo grandi cose (ma non è un attacco, vorrei che fosse chiaro, se mai scriverò qualcosa e la pubblicherò la mia prima certezza sarà di non aver aggiunto nulla di nuovo al panorama culturale, perchè i tempi storici sono questi, non nascerà un gadda ora. o comunque ora non c’è.) la cultura è serietà, disciplina. è il professor orlando, non so se conoscete, la benedetti sicuramente sì, perchè insegna teoria della letteratura a pisa, che si alza tutte le mattine a 70 anni e va insegnare con entusiasmo, con gioia, serio, coltissimo di una cultura vera e tangibile. che sta nel suo e fa il suo sempre nel migliore dei modi. questa è la vera, unica, eterna cultura. altro che umberto eco. tutto il resto, chicchiere sui giornali, è roba da buttar via.

  32. martina il 13 marzo 2004 alle 11:50

    ho letto commenti di così detti intellettuali del nostro panorama italiano. bè, io non lo sono, ho quasi 21 anni e sono iscritta all’università di pisa, lettere moderne (tra l’altro seguo il corso della prof.ssa benedetti). una sola cosa: luperini è stato drastico, radicale. ed è un obbligo il contestargli questo senso di morte e di rassegnazione, quasi come se non si potesse più o, peggio, non si fosse più capaci di fare cultura vera, con la C maiuscola, di opposizione. e questo è terribile per un ventenne che legge, scrive, ed ha la terribile e funesta ambizione di rimanere nell’ambiente universitario, di fare dottorati di ricerca (che fine faranno i ricercatori? moratti al muro). su questo non transigo. (e anche sulla questione sollevata dalla benedetti, ok, è vero, l’unità almeno un punto interrogativo poteva concederlo ma d’altronde non avrebbe significato “smorzare” il messaggio di luperini? la cultura si fa col dibattitto e voi, io, stiamo dibattendo. dunque..). la cosa che invece non capisco, è questa premesso che l’avete visto come un attacco (per forza dev’esser stato così, vi siete inviperiti tutti, e avete anche ragione epr carità) e quindi vi siete difesi, ma l’umiltà? ribadito che ne abbiamo piene le tasche di queste lamentele, che sono demagogiche, avvilenti e non fanno bene a nessuno, tantomeno in questo periodo in cui si dovrebbe cercare di produrre, fare e resistere il più possibile uniti, ribadito e premesso tutto ciò, ma l’umiltà? dico io, l’umiltà? sono rimasta basita dalla risposta di scarpa. avete letto “io non ho paura” di ammanniti? non ho niente contro di lui, anzi, “ti prendo e ti porto via” era anche un libro discreto, mi è piaciuto, ma “io non ho paura” è un romanzo di una modestia infinita. e così, più o meno, per gli altri. (dico più o meno, moresco mi sembra bravo, così aldo busi, ma wu ming? libri discreti, ben fatti sicuramente, appassionanti ma da leggere sotto l’ombrellone. è questa la cultura che difendete? non voglio dare ragione a luperini, badate bene, ma francamente mis embra che, con tutte le debite prese di distanza, abbia in parte ragione. questa roba (non uso il termine roba come dispregiativo) non è alta letteratura. è letteratura sicuramente. ma non è alta. non è pasolini. non è calvino. se luperini voleva dire questo, scusate, ma aveva ragione. se voleva dire che non si produce nulla di nuovo, scusate aveva ragione. i film di matteo garrone. belli. molto, anche. ma allora? che ci ha dato di nuovo? scusate ancora, ma l’impressione che mi fate è che vi siate involuti in voi stessi, nei vostri circoli, piccole cerchie di amici e giochiate a fare gli intellettuali di sinistra, andando a giro col manifesto sotto il braccio. per carità, io sono come voi. anche io sono di sinistra e anche a me, troppo spesso, escono dalla bocca frasi che sembrano uscite da “ecce bombo” di moretti. “no, perchè, cioè io..” non lo so, ma se volete essere intellettuali alla umberto eco, una specie di primadonna che si svende ad ogni manifestazione che puzzi vagamente di intellettualoide, che si mette in una cosa come “giustizia e libertà” con una persona dubbia, losca e fascistissima come debenedetti, allora va bene. ma a me non va. non mi piacete. anzi, vi disprezzo anche un po’. questo essere intellettuali (eco poi è un altro discorso, dev’essere uno che adora essere al centro dell’attenzione, una specie di ex ragazzo complessatissimo e sfigato che ha supplito con la cultura enciclopedica. io tra l’altro il pendolo di foucault lo adoro, ma quel suo sincretismo da 4 soldi francamente è triste, motlo triste. la cultura non è lì). di sinistra, in questo modo ostentato è falso come l’ottone. ho letto l’articolo di genna su miserabili e mi sono trovata d’accordo su molte cose. oramai la cultura è per sentito dire, leggo una pagina di un filosofo e la rimarino in un mio libro e chi s’è visto s’è visto. tutta questa polemica è piuttosto avvilente. la cultura, come dice genna ed è proprio quello che mi è piaciuto di più, si fa facendo bene il proprio lavoro, studiando, scrivendo. non siete sociolgi, non scrivete di sociologia. e basta. quando scarpa si risente perchè luperini scrive che la cultura italiana non è esportabile all’estero ecc. ma lo sarà anche, ma che significato ha? quando in francia va un tizio italiano che si chiama antonio tabucchi che figura ci si fa? direte voi, come, uno scrittore, un esperto di pessoa (io sulle capacità di critico portoghese di tabucchi non so giudicare, quindi sto zitta) ma è un uomo di uan modestia intellettuale infinita (tra l’altro i suoi romanzi sono acqua calda), ho letto dei suoi articoli sul manifesto e la mia idea non ha potuto che rafforzarsi. questo dovremmo esportare? ben inteso, va bene, non è che gli altri abbiano chi sa che, in francia impera uno che di nome fa daniel pennac, libri divertentissimi i suoi, io li ho letti tutti, spiritosi, ma è letteratura? bho, non lo so. o facciamo i debiti distinguo o qui ci stiamo tutti a portarci per le natiche. anche sui siti. io vado su nazione indiana, carmilla. ma ogni tanto. così, quando non ho che fare. francamente non mi aggiungono nulla. la resistenza, che voi sbandierate tanto, io la faccio informandomi, leggendo, andando alle manifestazioni, cercando di rendermi attiva, scrivendo magari. ma non mi sento investita da chissà quale compito. voi, invece sembrate di sì. non stiamo producendo grandi cose (ma non è un attacco, vorrei che fosse chiaro, se mai scriverò qualcosa e la pubblicherò la mia prima certezza sarà di non aver aggiunto nulla di nuovo al panorama culturale, perchè i tempi storici sono questi, non nascerà un gadda ora. o comunque ora non c’è.) la cultura è serietà, disciplina. è il professor orlando, non so se conoscete, la benedetti sicuramente sì, perchè insegna teoria della letteratura a pisa, che si alza tutte le mattine a 70 anni e va insegnare con entusiasmo, con gioia, serio, coltissimo di una cultura vera e tangibile. che sta nel suo e fa il suo sempre nel migliore dei modi. questa è la vera, unica, eterna cultura. altro che umberto eco. tutto il resto, chicchiere sui giornali, è roba da buttar via.

  33. martina il 13 marzo 2004 alle 11:58

    scusate m’è saltato il pc l’ho postato duecento volte. sorry!



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