Sommessamente, sulle scuole di scrittura

16 marzo 2004
Pubblicato da

di Raul Montanari

scrivere.jpg Se Riccardo Ferrazzi ha fatto fatica ad arrivare in fondo al discorso di Veronesi, io ho addirittura saltato qua e là perché proprio non ce la facevo.

Spero nessuno si offenda se dico che questo discorso è molto scombinato; ci sono scrittori bravi a scrivere romanzi – e Veronesi è sicuramente uno di questi – che però magari hanno qualche problema a teorizzare. Tralascio di commentare la stravaganza del fare un intervento critico sui corsi di scrittura all’interno di un corso di scrittura, e facendo riferimento alla propria esperienza di docente presso la Holden. Ma il discorso rimane divagante e qua e là contraddittorio, interessante soprattutto come contributo critico di Veronesi alla disamina della propria attività di scrittore (vedi il pezzo sulla ben nota “crisi del secondo romanzo”).

Il risultato è che, quanto a dibattito sui corsi di scrittura, la colonna di commenti al post “Il professionista e il dilettante”, anche se breve, è fin qui molto più interessante del pezzo che l’ha originata.

Dico la mia in due parole.

1. Quando ero ragazzo i corsi di scrittura (l’idea dei corsi: allora c’era solo quello di Pontiggia) mi facevano orrore. Ero fiduciosissimo di poter diventare uno scrittore facendo tutto da solo.

2. Adesso i corsi li tengo.

3. A parte gli inizi come ospite in corsi altrui, e qualche ciclo di conferenze (le definirei conferenze, non corsi) fatte in giro insieme a Tiziano Scarpa, tengo corsi a Milano, in una sede fissa, strutturati su un minimo di 10-20 incontri. Questo è il modo corretto di fare un corso, per il semplice motivo che una lezione di scrittura creativa non può non essere teorico-pratica. Quindi: tre quarti d’ora di spiegazioni e confronto, altrettanto tempo passato a commentare testi scritti di volta in volta dai partecipanti. Scritti a casa e corretti in prima battuta a casa, si capisce: è scocciante, ma va fatto. Questo è il mio impegno, e funziona. In che senso funziona? Nel senso che negli anni ho visto gente arrivare entusiasta ma completamente sprovveduta e diventare poi molto, molto brava. Ciascuno in relazione ai propri obiettivi.

4. Se da ragazzo avessi frequentato un corso di questo genere, non so se sarei diventato uno scrittore migliore di quello che sono; so di certo che avrei risparmiato 10 (dieci) anni, più o meno fra i miei 20 e i miei 30 d’età, persi in tentativi disordinati, disorganizzati, strampalati. Avrei avuto da subito le idee chiare su cosa chiedere a me stesso, sul mondo editoriale, e su un sacco di altre cose.

5. Potrei fare un elenco di autori, soprattutto americani, che sono usciti dalle scuole di scrittura. Ne faccio solo uno e spero che basti: Bret Easton Ellis, che personalmente considero uno dei più straordinari narratori angloamericani viventi, perdipiù un vero maestro della scrittura, con uno stile personalissimo in cui non si vede traccia di quel “compitino con tutte le cosine a posto” che uno potrebbe legittimamente aspettarsi dallo studente di creative writing. E questo fin dai primi racconti di Ellis, che in parte si trovano in “Acqua dal sole”, per non parlare del suo precoce capolavoro “Meno di zero”.
Un altro, una donna, per equità: Erica Jong.

6. Non sto a ripetere ovvietà che dovrebbero essere chiare a tutti e che in buona parte Riccardo Ferrazzi ha già spiegato nei commenti e nelle reazioni al pezzo di Veronesi.
Non si capisce perché qualunque arte presupponga l’acquisizione di una tecnica, e quindi uno studio preliminare, mentre la scrittura dovrebbe essere abbandonata ai monsoni dell’intuizione, dell’autodidassi, del talento che viene fuori da sé. Questo è un punto di vista molto ingenuo, che confonde il linguaggio d’uso – quello che adoperiamo quotidianamente – con il linguaggio letterario. Anche il linguaggio letterario apparentemente più sbracato, o più banale, o più mimetico del quotidiano, deriva da una messa a punto molto complessa, che può (certo: non DEVE) anche essere aiutata da uno scrittore più esperto. A proposito: meglio da uno scrittore, non da uno che si improvvisa docente di scrittura creativa senza avere personalmente affrontato la trafila dei tentativi, del confronto fra uno o più suoi testi con la risposta di pubblico e critica, ecc. Difficile fare l’allenatore se non si è mai giocato al calcio.
E’ evidente che l’autodidassi funziona meglio con la letteratura che con qualsiasi altra arte che impieghi un medium tecnico o tecnologico (cinema, per esempio); ma è altrettanto evidente che non c’è nulla di male a farsi aiutare. Poi, come al solito, se il talento c’è verrà fuori.

7. E se non c’è, o c’è il talento ma non c’è la vocazione? Un punto molto debole del discorso di Veronesi, per quello che sono riuscito a capire, è l’idea che il partecipante ai corsi abbia la fissa (l’”ingombro”) di farsi pubblicare, che questo sia il suo scopo primario, e che la scrittura sia in un certo senso un passaggio quasi fastidioso, un ostacolo fra te e la fama che ti attende.
In parte questo è vero, naturalmente, e i casi umani nei corsi di scrittura si sprecano, esattamente come in mille altri contesti nei quali vengono messe a contatto esperienze di egocoinvolgimento molto profonde. Ma è anche vero che ci sono i talenti autentici, e che accanto a loro c’è un sacco di gente che è contenta di coltivare semplicemente un interesse, una gioia.
Io ho avuto persone che hanno seguito i corsi senza mai scrivere una riga, perché in ogni caso il tipo di sguardo che veniva offerto sul fenomeno della scrittura era abbastanza affascinante in sé, trovavano che valesse il prezzo. Ne ho altri che scrivono un racconto all’anno.
Potrà sembrare strano, ma lo studente di un corso di questo genere può benissimo porsi obiettivi limitati e molto facili da raggiungere: scrivere, farsi leggere, magari partecipare ogni tanto a un concorso tipo Subway, o a un’antologia, pubblicare su un sito Inernet. Basta. Non è detto che la pagina bianca sia una porta spalancata verso l’infinito; può essere benissimo l’accesso a gratificazioni più a portata di mano.
Ci sono moltissime persone che sono iscritte a circoli scacchistici pur sapendo benissimo che non diventeranno mai dei campioni: il gioco li appassiona, studiano la teoria, analizzano le partite dei grandi, giocano fra loro, partecipano con accanimento ai tornei sociali. Non è lecito fare questo anche con la scrittura?

8. Che ci sia in giro molta gente che vende fuffa è ovvio. Questo vale per tutti i campi in cui esista un mercato di prestazioni, con le sue promesse mantenute o disattese. Basta andare a rileggersi uno straordinario post di Gianni Biondillo, lasciato pochi giorni fa, per farsi un’idea. Biondillo (ora assurto a meritata gloria con il suo “Per cosa si uccide”) incontra il tenutario di un corso di scrittura, e questi si dimostra completamente all’oscuro della narrativa italiana contemporanea. Bravo!

9. Su questo argomento, come sempre quando si parla di letteratura, o in genere di parola e campi contigui, ogni opinione è lecita, comunque.
Avete presente il famoso meccanismo del tema di maturità? Quando uno faceva la maturità, fino a poco tempo fa (ora non so se è cambiata), presentava obbligatoriamente uno scritto di italiano, il tema, più un altro compito scritto che poteva essere matematica, greco, ecc.
Bene, secondo le testimonianze del famoso membro interno della commissione, il tema era la cosa su cui si scatenavano le discussioni, su cui tutti avevano la loro da dire. Il professore di matematica venuto dal Tigullio alzava la testa ed eccepiva sul contenuto, quello di latino smetteva di sbadigliare e faceva commenti non richiesti sulla punteggiatura, e così via.
La scrittura, come il calcio, è questo: qualcosa su cui tutti hanno la loro da dire, e parametri di giudizio granitici, inchiavardati, fissi, non ci sono.
Quindi, ora magari qualcuno mi risponderà che la Jong è una zoccola che non sa scrivere e Ellis un poveraccio a cui andrebbero tagliate le mani, per cui gli esempi che ho fatto non hanno valore; sono opinioni accettabili anche queste.

10. Erano sicuramente bei tempi, come dice qualcuno, quelli in cui si potevano mandare i manoscritti in casa degli scrittori e avere una risposta; però, a parte che anche dieci o vent’anni fa la cosa non era poi così semplice, non è colpa degli scrittori se adesso gli aspiranti scrittori si sono moltiplicati.
Un fenomeno secondario abbastanza interessante, a latere, è lo sviluppo delle agenzie letterarie, che in Italia stanno avendo una vera fioritura, e che dovrebbero coprire proprio questa zona grigia fra la scrittura e la ricerca di uno sbocco, o almeno di un interessamento. Le agenzie letterarie lavorano spesso in parallelo con le scuole di scrittura, sono complementari.
La realtà di oggi è questa, e non ci si può fare nulla, anche se la nostalgia è più che lecita.

Saluti a tutti e scusate la lunghezza.

PS. A un commentatore che ha lasciato due post al pezzo di Veronesi, solo perché credo che il tema sia di interesse generale:
Caro Capote, non fare mai (cioè: fallo sempre, quando vuoi; sei libero!) quel tipo di critica. Tu prendi un’argomentazione di Ferrazzi e, senza entrare nel merito, citi due frasi estrapolate da suoi testi narrativi, per screditarlo. Questo è il metodo Berlusconi, no?
“Ma che parlate a fare voi, che siete comunisti?”
Sì, ma la spesa pubblica…
“Comunisti!”
Eh, ma la scuola, le tasse, la guerra in Iraq…
“Comunisti! Comunisti!”
La sanit…
“Siete comuniiiisti!”.
Ma, a parte la non pertinenza (in termini seri: Veronesi è ovviamente uno scrittore più bravo di Ferrazzi, ma può darsi benissimo che Ferrazzi, o Mastingarli, o Straparlanti sullo specifico abbiano ragione e Veronesi no), quel sistema di prendere pezzi di frase e usarli per mettere in ridicolo chi li ha scritti è proprio cattiva critica. Così si può prendere per il culo chiunque, da Dante in giù. Non ci vuole proprio niente. Si può prendere per il culo perfino Truman Capote, quello vero.
Giuro.

Tag: ,

67 Responses to Sommessamente, sulle scuole di scrittura

  1. Malatesta il 17 marzo 2004 alle 03:25

    Considerando in premessa i limiti e i rischi in cui incorre chi, come me, parla di qualcosa di cui non ha una diretta esperienza (le scuole di scrittura), pur avendo partecipato in passato a un “laboratorio di poesia” (ma gratuito) e pur avendone una certa conoscenza indiretta per averne letto o sentito; e premettendo inoltre che la realtà delle scuole di scrittura, come qualsiasi realtà, è naturalmente più complessa degli schematismi e delle formule di cui ci serviamo per parlarne (ci sono scuole e scuole, insegnanti e insegnanti, allievi e allievi: noi, naturalmente, parliamo in linea di principio e in generale), faccio alcune pacifiche osservazioni su quanto sopra.

    Montanari scrive: “Quando ero ragazzo i corsi di scrittura […] mi facevano orrore. Ero fiduciosissimo di poter diventare uno scrittore facendo tutto da solo.” E non gli è forse riuscito? Non è forse, attualmente (per quanto la mia conoscenza della narrativa italiana contemporanea non sia impeccabile), uno dei più validi narratori italiani dell’ultima generazione?

    Inoltre, Montanari aggiunge: “Se da ragazzo avessi frequentato un corso di questo genere, non so se sarei diventato uno scrittore migliore di quello che sono; so di certo che avrei risparmiato 10 (dieci) anni, più o meno fra i miei 20 e i miei 30 d’età, persi in tentativi disordinati, disorganizzati, strampalati.” Che gli anni dei “tentativi disordinati, disorganizzati, strampalati” siano stati anni “persi” questo è un giudizio che non mi sento di condividere (mi scusi Montanari se per un istante mi metto a giudicare la sua vita e la sua carriera letteraria), anzi potrei anche ribaltarlo: magari quelli sono stati gli anni più proficui, più “ben spesi”. Il provare e riprovare, l’andare avanti per tentativi come a tentoni nel buio, l’apprendimento attraverso l’errore, la ricerca faticosa della propria strada… È proprio sicuro lo scrittore Montanari che quelli siano stati anni “persi”, che potevano essere “risparmiati”? È sicuro che il cercarsi e costrursi, anche a forza di prove abortite, uno stile e un mondo di scrittura è lo stesso che averlo non dico bell’e pronto, ma più a portata di mano? È dimostrato come spesso un grande romanzo nasca da un’idea germinale coltivata anni prima, da uno schizzo o da un raccontino o abbozzo di racconto giovanile, come anche lo stile si formi dai primi lavori grezzi e larvali… Non è forse per questo che si studiano di un autore anche le opere giovanili dal punto di vista letterario mediocri? Per rinvenire idee in embrione, immagini, spunti ecc… Davvero lo scrittore Montanari, se gli fosse realmente possibile, “risparmierebbe” quegli anni? E quando dice: “non so se sarei diventato uno scrittore migliore di quello che sono”, non considera che sarebbe potuto anche diventare uno scrittore “peggiore” di quello che è?

    Gli esempi di Ellis e della Jong sono interessanti. Naturalmente, trattasi di eccezioni nel paronama della letteratura mondiale: la regola, statisticamente parlando (anche se non ho molta simpatia per le statistiche), è quella dell’autodidassi. Rimane poi da chiedersi se i pochi scrittori di valore usciti dalle scuole di scrittura debbano la qualità della loro pagina all’esercizio scolastico o a un talento che si sarebbe estrinsecato comunque (e magari anche prima o meglio, chi lo sa) senza la partecipazione a una scuola di scrittura…

    Ma per non sembrare il gustafeste e polemico a priori, concludo con un elogio di Raoul Montanari. Me lo faceva notare già qualche giorno fa Tiziano Scarpa, durante una discussione sul sito di Lello Voce, a proposito di un intervento di Montanari su Moresco. Trovo Montanari uno scrittore di una grande onestà intellettuale: dice quello che pensa senza paura di offendere o di non sembrare amico di chicchessia. Quando si scrive di amici, conoscenti o gente di cui si ha stima, è sempre difficile essere obiettivi: il rischio è di anteporre, volontariamente o incosciamente, in malafede o buonafede, il principio dell’amicizia e della stima all’esercizio imparziale delle proprie capacità critiche. Montanari (lontano anni luce da Genna che, pur di fargli il favore e tenerselo amico, presenta il suo “Chiudi gli occhi” senza neanche averlo letto e tramite una serie di impressioni di lettori ritagliate col copia e incolla da qualche altro sito) non si fa problemi di sorta: giudica in maniera limpida e onesta, anche a costo di sembrare offensivo. Sia detto senza ironia né lusinga.

    P.S. Mi si perdoni la radicalità di certe asserzioni: spingo al limite il ragionamento per toccare nervi scoperti, infastidire e contrariare, stuzzicare reazioni e obiezioni, non certo per cattiveria (e a proposito: l’esempio di Berlusconi – comunisti!comunisti! – non calza molto in riferimento all’uso di criticare per frammenti estrapolati e decontestualizzati…)

  2. capote il 17 marzo 2004 alle 10:41

    no, malatesta, hai ragione, il paragone non calza per una cippa. quelli di berlusconi sono slogan, frasi preconfezionate. quelle di ferrazzi sono frasi di ferrazzi. concepite e scritte da lui. da lui che parla di ferri del mestiere. ma che ci fa, mi chiedo, ferrazzi, con i ferri del mestiere? se ce li ha – e dubito che ce li abbia – come minimo li usa dalla parte sbagliata…

  3. Raul Montanari il 17 marzo 2004 alle 10:48

    Tutto quello che dice Malatesta è ragionevole, e lo ringrazio del garbo con cui lo dice e della gentilezza che mi dimostra.
    Potrei alimentare la mia tesi aggiungendo altri nomi all’abbozzo di elenco fatto con Jong e Ellis, o sottolineando che non è strano che tutti o quasi tutti gli scrittori che conosciamo non escano da una scuola di c.w. (non c’erano!), oppure ribadendo che dall’interno sono un buon giudice quando parlo per me di anni “sprecati”, ma questi non sono argomenti.
    C’è anche da osservare che negli USA le scuole di scrittura creativa spesso non sono scuole come le intendiamo noi, ma veri e propri corsi universitari, materie all’interno dei corsi di laurea in lettere e simili; il modo in cui un ragazzo li incontra è quindi differente da quello in cui si viene a contatto con un corso privato e autogestito. Bisognerebbe senz’altro prendere in considerazione anche questa differenza, e non lo dico a vantaggio ma, parzialmente, a svantaggio della mia tesi.
    E’ evidente, credo, che in quello che ho scritto c’è una buona componente di autodifesa per una parte del mio lavoro, quella appunto di insegnante di creative writing, che è cominciata anni fa semplicemente come “indotto” dell’attività di autore nonché arrotondamento dei magri introiti delle royalties, e che ora mi appassiona a volte quanto la scrittura stessa. Giulio Mozzi arriva a dire che in questo periodo della sua vita l’insegnamento lo appassiona addirittura di più, al punto da interferire seriamente con la sua “produttività” di autore. Io non ci trovo niente di strano.
    I due discorsi contrapposti mi sembrano molto chiari; adesso chi legge può giudicare.
    Un caro saluto a Malatesta e a tutti.

  4. Malatesta il 17 marzo 2004 alle 10:54

    “E’ evidente, credo, che in quello che ho scritto c’è una buona componente di autodifesa per una parte del mio lavoro, quella appunto di insegnante di creative writing, che è cominciata anni fa semplicemente come “indotto” dell’attività di autore nonché arrotondamento dei magri introiti delle royalties”
    Caro Montanari, lei conferma il mio giudizio di sopra. Lei è di un candore intellettuale spiazzante…

  5. Raul Montanari il 17 marzo 2004 alle 11:10

    Allora, schematizziamo a beneficio di Capote. Lui dice che quelli di Berlusconi sono slogan, ma io non parlo di Berlusconi bensì del suo immaginario interlocutore, Bertinotti, poniamo. Quindi Capote fa parecchia confusione.
    Lo schema è questo:
    Ferrazzi difende i corsi di scrittura.
    Capote ribatte elegantemente (tanto, chi lo conosce? Ma questa è una vecchia polemica) non con un discorso sul punto, come Malatesta, ma citando testi di Ferrazzi che dimostrano che lui non sa scrivere.
    Parodia mia:
    Bertinotti parla, non so, della riforma della scuola.
    Berlusconi ribatte elegantemente (come Capote) non con un discorso sul punto, ma citando il fatto che Bertinotti è comunista e alleato di comunisti; nella vita (ma anche negli scritti, per restare il più possibile aderenti al discorso) di Bertinotti è ovviamente rintracciabile questa “scrittura” (io sono comunista) che Berlusconi considera di pessima qualità e usa per eludere completamente il nodo della questione e limitarsi a screditarlo.
    Capito, Capote?
    Ci arrivi?
    E’ ovvio che ho fatto un parallelo che comporta un salto metaforico, e anche un piccolo (molto piccolo) sforzo di comprendonio. E’ altrettanto ovvio che fra me che dico quello che ho detto provando a ragionare (come Malatesta) e te che te la prendi con Ferrazzi usando l’odioso sistema dell’estrapolazione, il frequentatore del sito può giudicare chi sia più in buona fede.
    Tanto ti era dovuto, con te non ho più niente da scambiare.
    Come ti ho scritto, sei libero di dire quello che vuoi, specie sotto la capote, il cappuccio insomma.

  6. capote il 17 marzo 2004 alle 11:30

    sei uno scrittore e ti scandalizzi degli pseudonimi, dei nomi fittizi? nei tuoi romanzi il protagonista si chiama sempre raul montanari?

  7. Claudio Ciriaco il 17 marzo 2004 alle 12:07

    Quello che ti ha detto Montanari, caro Capote, cerca di tenertelo bene in mente, se ci riesci. E fallo a sangue freddo, magari.
    Il discorso di Montanari ha chiarito anche a me alcune cose. La sua onestà intellettuale è da sempre fuori discussione. Se c’è qualcuno in questo paese che ha i numeri (etici e professionali) per insegnare qualcosa a qualcuno -parliamo di scrittura, più che altro, ma potrebbe insegnare anche altro, leggendolo ne sono convinto, di questo) questo è Montanari. Il candore intellettuale spiazzante di cui parla Malatesta dovrebbe essere la norma. Lo scrittore ci racconta senza peli sulla lingua tutto quello che c’era da dire, e lo fa facendoci capire buona parte dei concetti principali e raccontandocene anche le ragioni pratiche e personali. Poi facciamo un confronto con quella specie di brodaglia servitaci da Veronesi, nella quale si possono capire solo il senso di un generale nonsenso. Quando parlavo di “quali corsi scegliere” cercavo di individuare un approccio, da parte dello studente, dato un tale tipo di “maestro”.
    Per finire: i due esempi portati sono a mio parere validi entrambi.
    ERica Jong: paura di non piacere. Paracadute a forma di preservativo.
    Bret Easton Ellis: un grandissimo scrittore. Nient’altro da dire.

  8. anna il 17 marzo 2004 alle 12:10

    “Potrà sembrare strano, ma lo studente di un corso di questo genere può benissimo porsi obiettivi limitati e molto facili da raggiungere: scrivere, farsi leggere, magari partecipare ogni tanto a un concorso tipo Subway, o a un’antologia, pubblicare su un sito Inernet. Basta. Non è detto che la pagina bianca sia una porta spalancata verso l’infinito; può essere benissimo l’accesso a gratificazioni più a portata di mano”.

    sono d’accordo! è, di fatto, la mia esperienza personale: un corso di scrittura, un sito (bellissimo, e scusate la faziosità) realizzato subito dopo con i miei compagni di corso. e questo perché tutti ci siamo appassionati al “gioco” (non messi in gioco, ci tengo a specificare, perché la differenza è sostanziale e l’espressione, oltrettutto, non mi piace affatto). per cui se con gli scacchi funziona (appassionarsi senza essere campioni, studiare teorie e possibilità di gioco, giocare partite e organizzare tornei) con la scrittura, posso dire, altrettanto.

  9. capote il 17 marzo 2004 alle 12:33

    ok, rigiriamo la cosa. ci sono scrittori bravi a teorizzare (e veronesi non è uno di questi), ma che non sono bravi a scrivere romanzi (e montanari è uno di questi). io la vedo così.

  10. gabriella fuschini il 17 marzo 2004 alle 13:58

    E cosa c’entra con il discorso sulle scuole di scrittura? Scusi Capote i suoi interventi sono sempre fuori tema… le zucchine costano tre euro al chilo, ah ma io amo sciare. Non le piace come scrive Montanari? più che lecito… da qui a dire che Montanari non è bravo a scrivere romanzi, mhm avendoli letti, le assicuro che i romanzi li sa scrivere!

  11. capote il 17 marzo 2004 alle 14:29

    come holden. ricordi? andava sempre fuori tema. ma io non sono holden. e nemmeno uno studente della holden.

  12. Gianni Biondillo il 17 marzo 2004 alle 14:54

    Raul, bentornato, ci mancavi. ma ora non sparire. E non farti abbindolare dai provocatori. “Non ti curar di loro ma guarda e passa.”

    g.

  13. Gianni Biondillo il 17 marzo 2004 alle 14:58

    Prima che qualche filologo perdigiorno scassi la minchia: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa.” (Dante, Inferno, III, 51)

    G.

  14. incandenza il 17 marzo 2004 alle 14:58

    Ecco biondillo, buono per tutte le stagioni.

  15. capote il 17 marzo 2004 alle 15:04

    se montanari dice che il testo di sandro veronesi è confuso, scombinato, molto debole, “dà dei pareri”; se io dico che montanari sarà bravo a teorizzare ma non è bravo (secondo me) – e non in senso stilistico – a scrivere romanzi, “provoco.”
    non quadra.

  16. Malatesta il 17 marzo 2004 alle 15:18

    Naturalmente, non volevo avvalorare le tesi di Capote col mio intervento. Il fatto di osservare che l’esempio non era estremamente calzante, non significa essere d’accordo con una critica, come l’ho definita, “per frammenti estrapolati e decontestualizzati”. Faccio un esempio concreto. Nel suo blog su http://www.teatronaturale.it, Maurizio Cucchi dichiara che Fabrizio De André non è un poeta perché un poeta non scrive un verso come “sparagli Piero, sparagli ora, e dopo un colpo sparagli ancora”. Un modo davvero vile di sostenere la non-poeticità dell’opera musicale di De André, 1) perché i versi citati si riferiscono a una delle primissime canzoni di De André, ancora influenzato dalla canzone popolare e soprattutto dai moduli poetico-narrativi-musicali di Brassens; 2) perché i versi citati sono appunto una parte minima dell’intera opera musicale di De André, per cui allo stesso modo potremmo citare un paio di versi stupendi (es. “porto il nome di tutti i battesimi / ogni nome il sigillo di un lasciapassare” detto dei rhom, o altri ancora) e sostenere che in base a questi De André è il più grande poeta italiano contemporaneo. L’esempio e la campionatura sono certamente mezzi leciti della critica, ma naturalmente devono essere legati a una veduta d’insieme, a un discorso generale e attento a testo, contesto, ipertesto e chi più ne ha più ne metta.

  17. Malatesta il 17 marzo 2004 alle 15:25

    Caro Capote, Montanari ha disseminato i suoi post di frasi del tipo: sei libero di dire quello che vuoi, continua a fare le tue critiche ecc. Osserva che non ti ha contestato il giudizio negativo nei confronti di Ferrazzi scrittore, ma il modo in cui l’hai esposto, cioè prendendo due frasi in rappresentanza di tutta la sua opera. A questo punto puoi anche fare un passetto indietro…

  18. Malatesta il 17 marzo 2004 alle 15:29

    Caro Capote, Montanari ha disseminato i suoi post di frasi del tipo: sei libero di dire quello che vuoi, continua a fare le tue critiche ecc. Osserva che non ti ha contestato il giudizio negativo nei confronti di Ferrazzi scrittore, ma il modo in cui l’hai esposto, cioè prendendo due frasi in rappresentanza di tutta la sua opera. A questo punto puoi anche fare un passetto indietro…

  19. Raul Montanari il 17 marzo 2004 alle 15:41

    Insomma, Capote, ma ci sei o ci fai?
    Che razza di obiezioni sono le tue?

    “Sei uno scrittore e ti scandalizzi degli pseudonimi, dei nomi fittizi? nei tuoi romanzi il protagonista si chiama sempre raul montanari?”

    Ma si può avere il cervello così incasinato? Bisogna spiegarti tutto come ai bambini?
    Nei romanzi l’autore mette i nomi che vuole, nomi inventati, ma sulla copertina c’è il nome suo! Nei libri l’autore ci mette la faccia, come si suol dire. E’ responsabile di quello che dice. Infatti tu puoi stizzirti con Ferrazzi, prendere a sproposito dei pezzi che lui ha scritto e tiraglieli in faccia, invece Ferrazzi con te non lo può fare. E anche la cosa irritante (immagino)che ho scritto io adesso, o quella che ha scritto prima Gabriella Fuschini, se la diciamo a Capote ti fa un effetto, se la diciamo a, metti, Giuliano Rossi (il tuo vero nome, che provo a immaginare adesso) te ne fa tutt’altro.
    Tu hai in faccia la maschera di Capote; ti sputacchiano? Ti prendono a pugni? Certo, dà fastidio, ma ti puoi spostare, togliere la maschera e dire: “Cazzo, mi hanno rovinato la maschera, ma la faccia è a posto”.
    Invece se tu tiri un pugno in faccia a Ferrazzi o Montanari o Biondillo o Fuschini, loro se lo prendono proprio in faccia.
    E’ per questo che chi usa i nick dovrebbe sentirsi quasi in obbligo di essere attento, di essere più riguardoso di chi non li usa, in presenza di una disputa, o almeno di esserlo altrettanto: perché l’uomo dietro il nick è come uno che combatte con la conchiglia e la maschera paracolpi contro uno che combatte nudo.
    Io non ho niente contro i nick, l’ho già detto altre volte. Non sono d’accordo con la battaglia che Carla Benedetti e Tiziano Scarpa hanno condotto sul tema l’estate scorsa, anche se il loro era un punto di vista pedagogico, non volevano tanto criticare l’uso del nick quanto sottolineare certe conseguenze psicologiche generalizzate di questo uso.
    Se una persona per motivi di timidezza, di riserbo, o perché si è appena operata di rinoplastica, o perché stamattina ha avuto la rottura di un capillare, o perché semplicemente le va di fare così, mi vuole incontrare e vuole parlare con me tenendo la faccia nascosta, lo può fare benissimo: mi interessa quello che vuole dirmi, non la sua faccia. Ma se questa persona approfittando dell’anonimato mi caccia un coltello in pancia e scappa, allora non andiamo più d’accordo, perché io non ho nessun modo di inchiodarla alle sue responsabilità.
    E adesso davvero basta.

  20. riccardo ferrazzi il 17 marzo 2004 alle 16:00

    Scusate se mi intrometto. Vorrei aggiungere che:
    1) ho seguito il dibattito e rispetto l’opinione di Malatesta (e degli altri che hanno espresso opinioni analoghe), ma resto della mia idea. Credo che abbia diritto di provare a scrivere anche chi non è un genio. E credo che un genio abbia solo da guadagnare a conoscere le regole (magari per superarle meglio). Così come abbiamo tutti quanti il diritto di dire che Tizio o Caio sono degli scribacchini. Torno a ripetere: il riscontro della professionalità sta nel prodotto.
    2) Capote ha tutto il diritto di scrivere che le mie frasi gli danno il voltastomaco. Non c’entra con l’argomento in discussione, ma lui la pensa così e perché non dovrebbe dirlo ? Lo ringrazio. Ho intenzione di scriverne altre, e lo terrò presente.

  21. capote il 17 marzo 2004 alle 16:11

    ha anche disseminato i sui post di “ci arrivi?”, “schematizziamo a favore di capote” e di “con te non ho più niente da scambiare”. rileggi, rileggi…
    quanto alla mia presunta superficialità nel criticare lo stile di ferrazzi scrittore, vorrei farvi presente che voi, parlando di veronesi insegnante, e riferendovi soltanto a un pezzo sbobinato dalla minimum fax (e sicuramente non riletto dall’autore), siete stati molto più superficiali di me. dove avete letto che veronesi non crede nella tecnica e nei ferri del mestiere? chi ve l’ha detto? ve lo siete inventato. montanari si è autocelebrato dicendo: il mio sì che è un modo corretto di fare un corso, e facendo intendere implicitamente che quello di veronesi invece no, non lo è corretto. ma che ne sai, montanari? che ne sai qual è il modo di veronesi di fare un corso? e poi il superficiale sarei io!

  22. capote il 17 marzo 2004 alle 16:24

    quanto a ferrazzi, è più intelligente e libero di voi. quelle due sue frasi a me non sono piaciute, e nemmeno quei due racconti da cui ho estrapolato le frasi. non mi è piaciuta la lingua. comunque conto di leggere altre cose. il suo libro, per esempio. non l’ho bollato. solo che mi sono stupito quando, riferendosi al pezzo di veronesi, parlava di ferri del mestiere. secondo me, lì, in quei due suoi racconti, i ferri li aveva usati male…

  23. Marco Candida il 17 marzo 2004 alle 16:54

    Ciao, Raul. Mi chiamo Marco Candida. Ho letto il pezzo, è bello. Come faccio a iscrivermi ad un dei tuoi corsi? Milano è vicina, mi potrebbe interessare. Grazie. Ciao.

  24. franz il 17 marzo 2004 alle 18:42

    Ecco, si bravo Capote; prima di parlare, e di scrivere) fatti una cultura…

  25. hemingway il 18 marzo 2004 alle 11:39

    Lasciate perdere Truman, è sempre stato una checca inviperita.

  26. capote il 18 marzo 2004 alle 14:48

    meglio checca inviperita, che checca latente, quale tu sei stato per tutta la tua vita.

  27. malavoglia77 il 18 marzo 2004 alle 20:08

    scusate, mi sono persa qualche passaggio. ma il tema è: corsi di scrittura creativa o corsi di scrittura aggressiva?

  28. luminamenti il 19 marzo 2004 alle 05:14

    Montanari dice: “A proposito: meglio da uno scrittore, non da uno che si improvvisa docente di scrittura creativa senza avere personalmente
    affrontato la trafila dei tentativi, del confronto fra uno o più suoi testi con la risposta di pubblico e critica, ecc. Difficile fare l’allenatore se non si è mai giocato al calcio”.
    Quanto affermato qui da Montanari è un’assioma indecidibile! e assolutamente non paradigmatico!
    Quel “meglio” è l’errore principale. E naturalmente il “meglio” non è neanche il “non-scrittore” in senso generico e astratto.
    Non basta essere un filosofo per farne un’insegnante di filosofia, non basta essere il migliore venditore di una azienda per farne un
    formatore di venditori, non basta essere uno scrittore per divenire un insegnante di scrittura, non basta essere un grande calciatore per farne nemmeno un mediocre allenatore, non basta essere un campione di bodybuilding per farne un allenatore che sa costruire nuovi fisici . Le qualità che servono alla didattica appartengono a un segmento dell’apprendimento che non può ignorare un principio fondamentale: il modo come io apprendo non è necessariamente o sempre possibile esportarlo e fatto proprio da altri. Un bravo didatta, di qualsiasi cosa si tratti, deve, dovrebbe capire quali sono le vie, i metodi più consoni all’esperienza soggettiva dei suoi allievi, di ogni suo singolo allievo.
    Un bravo insegnante di italiano, pur non essendo uno scrittore, se è un bravo didatta, è in grado di insegnare scrittura, come certamente ci saranno scrittori che sono anche bravi insegnanti, in possesso di didattica. L’acquisizione non è però automatica, né certificata dalla categoria dello scrittore.
    Ci sono anche bravi scrittori incapaci di insegnare scrittura perché non riescono a trasferire la loro esperienza di apprendimento ai presunti allievi, né sono in grado di strutturare un piano di scoperta
    dell’esperienza della scrittura per i loro allievi; ignorano la possibilità e la necessità di dover capire come un loro allievo
    potrebbe, per come è strutturato, apprendere. E’ evidente che chi insegna qualcosa debba avere una seppure esperienza minima di cosa insegna, ma è una grande ingenuità pensare che “insegnare qualcosa” sia travasare come io ho appreso (sempre che poi io sappia come apprendo, e
    poi eventualmente sappia comunicare come io so di avere appreso, e qualora sappia e sappia fare tutto questo, non basta, non è assolutamente detto che vada bene per un altro; in genere non va proprio bene per un altro!) ad un altra persona. Non sono contro le scuole di scrittura, spero ne sorgano di più ma competenti; ma certo
    che di persone valide che sanno insegnare a scrivere ce ne sono poche.La sensibilità linguistica, l’interesse ai molteplici aspetti della comunicazione scritta e della scrittura in generale o nello specifico dei generi di scrittura, gli aspetti del significato, l’esercitazione ai temi della complessità dell’infrastruttura semantica fluente,
    dell’intensionalità e dell’estensionalità, del differenziale cronodetico fra progetto linguistico ed espressione, l’esercitazione al
    disvelamento dell’implicito, l’esercitazione all’attenzione percettiva della realtà, l’esercitazione a sottolineare la reificazione e
    all’introiezione della logica cosale, lo studio e l’esercitazione sull’alone semantico, sulla natura segnica della scrittura (ambiguità,
    indeterminazione, genericità, metafora, metonimia, polisemia, ecc…), sui meccanismi semantici dell’inconscio, sulla distinzione di
    traferibilità fra linguaggio profondo e linguaggio superficiale, sull’uso della parti del discorso (aggettivi, verbi, ect…) sono una
    necessità didattica e rimedio forte all’abuso d’inconscio che diversi scrittori che insegnano scrittura esercitano nei confronti dei loro
    allievi, in quanto ignorano tutto questo e ciò che poi alla fine insegnano è quello che meno importa e serve a chi vuole scrivere, e che potrebbe benissimo fare a meno di questo tipo di scrittore che crede di insegnare scrittura. C’è tutta una mitologia fantastica su certi
    scrittori famosi, di successo, di tendenza che hanno insegnato scrittura nelle università o altrove. L’anticipazione della noesi e della prassi è incremento e disvelamento delle potenzialità multiple. Fin dai primordi della psicologia sperimentale e della psicofisiologia dello sport, si prese in esame l’effetto cronodetico dell’allenamento (aumento della velocità di esecuzione e miglioramento delle prestazioni). Quindi la sperimentazione rivelò che l’allenamento ad agire con crescente
    rapidità, precisione e duttilità non appartiene solo al genere di attività come suonare uno strumento musicale, scrivere a macchina o
    camminare in equilibrio su una fune, ma anche alle attività conoscitive, alle azioni complesse, al lavoro intellettuale. Esiste
    nell’agire umano una quota parassitaria di coscienza che va gradatamente soppressa con l’allenamento e l’esercitazione (tralasciando la letteratura specializzata su questo discorso, ricordo: Kohler W. 1945, Keys K.S.195; Bagnara S. 1984, 1986; Dilts R, Grinder, Bandler Delozier 1980).
    Ma un punto è molto importante: mentre gli errori dell’esecuzione musicale vengono pazientemente corretti e il ritmo utilmente e
    gradatamente accellerato, mentre l’imbarazzo e la legnosità delle prime esecuzioni cedono alla ricchezza di coloriti e di sfumature, questo
    procedimento non viene seguito nella preparazione degli scrittori che
    insegnano, dagli insegnanti nelle scuole, nella preparazione dei quadri professionali, scientifici e intellettuali in relazione al pensare, allo scrivere, parlare, fare un lavoro di ricerca, condurre operazioni complesse (o meglio: questo tipo di allenamento connessionale, quasi completamente ignorato da molte scuole di scrittura o a scuola e all’università, viene oggi utilizzato molto settorialmente e solo per alcune attività complesse come ad esempio nelle scuole di arte teatrale e cinematografica, o nelle forme nuove di training per la pubblicità e nel marketing).
    In più devo dire con forza un cosa in senso lato sull’apprendimento. Nel presente periodo storico ciò che viene insegnato ai bambini e poi ai ragazzi delle scuole secondarie e agli studenti dell’università è rallentare tutto: i ridicoli divieti di iscriversi alla prima classe elementare prima di una certa età non sono che l’altro volto della generale credenza che gli esseri umani divengono intelligenti solo
    quando incominciano a somigliare agli adulti: la psicologia cognitivistica attuale, gli scacchi, l’informatica e gli studi sulla delinquenza minorile dicono sperimentalmente il contrario!
    Altro discorso è poi ciò che viene fatto a scuola!

  29. moody il 19 marzo 2004 alle 10:12

    no, luminamenti no!

  30. Fabrizio Corselli il 19 marzo 2004 alle 11:18

    Grande Lumina!! ciao ciao

  31. Fabio Mastrangelo il 19 marzo 2004 alle 11:57

    Raul Montanari non è nuovo a queste operazioni. Già in passato parlò male di Paolo Nori, e colse l’occasione per magnificare sé stesso e i suoi metodi di lavoro. (E’ tutto documentato in una cassetta, è inutile che qualcuno si affanna a smentire. C’era un tizio – tale Cocco – che era lì e ha ripreso tutto. Poi infatti Montanari ha avuto seri problemi con Nori). Qui fa la stessa cosa. Scredita il modo di condurre il corso di scrittura di Sandro Veronesi e coglie la palla al balzo per esaltare il suo di corso: “questo è un modo corretto di fare un corso, e funziona.”
    Dopo aver letto il pezzo di Montanari, posso dire una cosa: l’avverbio del titolo è sbagliato. Io toglierei “sommessamente” e metterei “ipocritamente.”

  32. Elio Paoloni il 19 marzo 2004 alle 12:40

    Una difesa dell’assente: la sbobinatura di una lezione, anzi di un dialogo con gli studenti, riesce sempre deludente alla lettura (provate a leggere la parte dei Tre usi del coltello di Mamet che riporta pari pari una lezione e confrontatela con la parte più saggistica, “scritta”). Non so come insegna Veronesi, certamente non posso farmene un’idea leggendo le trascrizioni dall’orale, senza i dati sulla circostanza, la “temperatura” dell’ambiente. A me sembra una sorta di Master, cioè qualcosa che viene dopo, o accanto a, le ordinate lezioni di retorica che vengono invocate da più parti. Un dire per allusioni, per suggestioni, per sottrazione. Sulla necessità di dimenticare quanto appreso, di abbandonare gli ingombri, sul TOGLIERSI DI SCENA (non avrà citato il Sommo a caso). Petrarca NON era innamorato, diceva Manganelli: per scrivere d’amore bisogna essere freddissimi. E giustamente Veronesi chiosa: i professionisti, quando soffrono, smettono di scrivere. Professionista, qui, è nel senso di padrone dell’arte.

  33. riccardo ferrazzi il 19 marzo 2004 alle 15:57

    Scusate, forse sono io che non capisco, ma mi pareva che il tema del discorso fosse: “le scuole di scrittura: un bene o un male ?” C’è stato un contributo iniziale di Veronesi, ce n’è stato un altro di Montanari, (mi piacerebbe che ce ne fossero anche di Scarpa e di Mozzi), ci sono stati interventi a favore e contro, ciascuno con rispettabili motivazioni. Ma che c’entrano discorsi del tipo “dice così per farsi pubblicità”, “l’ha già fatto due anni fa a Castelgrasso di Sotto”, ecc. ecc. ? Tutto (o quasi) è lecito in un blog, sono il primo a sostenerlo. Ma sarebbe simpatico, credo, riuscire a discutere serenamente di un tema senza tentare colpi bassi ( e perché poi ? per aver ragione a tutti i costi ?), scambiandoci opinioni differenti ma motivate. E’ così difficile, o così noioso, portare argomenti anziché insinuazioni ? E soprattutto è così insopportabile restare della propria idea anche se si sa che c’è chi non la condivide ?

  34. Malatesta il 19 marzo 2004 alle 17:02

    Pur dicendo in sessanta righi quello che, forse, poteva essere detto in trenta, condivido naturalmente il post di luminamenti. Quando parla dell'”effetto cronodetico dell’allenamento” conferma quanto andavo dicendo a Montanari a proposito degli anni “persi” (parlo in generale ora, può darsi anche che quegli anni siano stati effettivamente poco proficui). E’ chiaro che una cosa è sapere che l’endecasillabo è composto di undici sillabe e un’altra è scrivere, inizialmente anche sbagliando, centinaia di endecasillabi, alla fine la musica del verso ti entra in circolo…

  35. Claudio Ciriaco il 19 marzo 2004 alle 18:04

    Dunque dunque dunque. Per prima cosa rifletterei
    sulle ultime righe del Malatesta, che, anche senza il permesso dell’autore, vado testè a citare:”E’ chiaro che una cosa è sapere che l’endecasillabo è composto da undici sillabe e un’altra è scrivere, inizialmente anche sbagliando, centinaia di endecasillabi, alla fine la musica del verso ti entra in circolo…” Non fa una ricca piega a proposito del discorso dull’autodidattica, mi pare.

    Mastrangelo: mi scusi, ma se lei ha problemi con Montanari perchè non manda una email direttamente all’interessato? “Già in passato parlò male di Paolo Nori…” Ma è sicuro che Montanari, nel suo pezzo, intedesse screditare Veronesi magnificando sè stesso solo perchè a suo parere con Nori ebbe dei problemi? La silloge non funziona. E poi non basta scrivere qui: “E’ tutto documentato in una cassetta, un certo Cocco ha ripreso tutto…” Vada da questo Cocco, sbobini, ne riporti il testo integrale e poi vediamo di che si tratta. Ma lei non lo farà. E sa perchè? Perchè usa un metodo abbastanza vecchio, frusto e rifrusto: difende la sua parrocchia (evidentemente) screditando qualcuno che non le piace; poi è da verificare quanto “parrocchia” sia la sua e quanto c’entri Veronesi e quanto Montanari nelle sue personali beghe parrocchiali. Veronesi, Montanari, lei, io, abbiamo lo stesso diritto di parlare. Non sbobinerà un bel niente perchè si accontenta di farci sapere che “Montanari ha avuto problemi con Nori”. E allora? Problemi loro, appunto. Per meglio dire: cazzi loro. Lei che c’entra, scusi?

    Paoloni: lei dice cose giuste fino a un certo punto, a mio “sommesso” parere, ma alla fine dice una cosa, mi perdonerà, che non condivido per nulla:”Iprofessionisti, quando soffrono, smettono di scrivere. Professionista, qui,è nel senso di padrone dell’arte”. Non mi dica che Dostojevski scriveva solo quando c’era un bel cielo azzurro e tanti soldi e niente debiti… E questo signore era padrone dell’arte, o no? Ed era anche un signor professionista della scrittura, o no? Va bene fare la difesa dell’assente,ma non crede che, in buona sostanza, Veronesi (che stimo moltissimo come romanziere)sia un “maestro” molto più bravo nello scritto che nel parlato?

  36. Malatesta il 19 marzo 2004 alle 18:32

    Aggiungo una postilla a quanto scritto da luminamenti contro il principio, sostenuto da Montanari, per cui uno scrittore è, quanto a insegnamento, migliore di chi scrittore non è. Non solo nella pratica, ma anche nella teoria, questo non è vero, e in fondo è lo stesso Montanari che ce lo conferma, facendoci notare (un po’ in contraddizione con se stesso) che “ci sono scrittori bravi a scrivere romanzi – e Veronesi è sicuramente uno di questi – che però magari hanno qualche problema a teorizzare”.

  37. Malatesta il 19 marzo 2004 alle 18:32

    Aggiungo una postilla a quanto scritto da luminamenti contro il principio, sostenuto da Montanari, per cui uno scrittore è, quanto a insegnamento, migliore di chi scrittore non è. Non solo nella pratica, ma anche nella teoria, questo non è vero, e in fondo è lo stesso Montanari che ce lo conferma, facendoci notare (un po’ in contraddizione con se stesso) che “ci sono scrittori bravi a scrivere romanzi – e Veronesi è sicuramente uno di questi – che però magari hanno qualche problema a teorizzare”.

  38. Massimiliano Governi il 20 marzo 2004 alle 01:12

    Io credo che il casino l’abbia fatto Raimo nel postare questa sbobinatura senza una riga di accompagnamento – sì, una riga c’era, ma non spiegava nulla. Veronesi è uno degli scrittori più vivaci che conosca ed è una persona generosa (credo l’abbia fatta gratis questa chiacchierata) e anche un narcisista vocale. L’hanno chiamato, lui è andato, ha parlato (a ruota libera, sicuramente), ha raccontato, l’hanno registrato. Le sue lezioni sono un’altra cosa. Giudicarlo da questa sbobinatura, è veramente ingiusto.

  39. luminamenti il 20 marzo 2004 alle 06:53

    Tengo a precisare che il mio intervento è di carattere generale e sebbene ho posto delle riserve su alcune affermazioni di Montanari, nulla ha a che fare con quanto Montanari fa come docente di corsi. Andrei volentieri a seguire un suo intervento, come ho stima di Veronesi. Ho buttato lì una serie di concetti, che penso possano essere utili e luogo di riflessioni, l’intento è costruttivo, dato lo stato di analfabetismo in cui mi sembra posteggi la scuola italiana. E la Moratti ci mette pure di suo!!! che non è poco!!!

  40. luminamenti il 20 marzo 2004 alle 08:34

    Per moody. E’ acerba la palinodia del morire, che resuscita ritorni ancestrali e concede di riascoltare la litaniante sequela che ti assicura i benefici della sua deità e l’usufrutto chierico della mia benevolenza creaturale che ti offro generosamente donanti il mio tempo! Quando arrivando a quel sacro spazio dove per sempre tu sarai congiunto al coro dei miei eletti, anche tu diverrai mia musica! Alle soglie accordato lo strumento su questo mio canto mi soffermo a pensarti. Questo svelamento del mio ritorno di luce (lumina-la-tua-menti) per fretum febris attraverso questo stretti al morire, m’illumina scorgere in queste vie il tuo tramonto. A me il tuo declino solo danno può recare! Mi dispiacerebbe che tu declinando sul pendente lucreziano ti acconci alla flagranza atomica e mercenaria del lucro nefasto delle fastose ordalie empiamente penitenziali, e reciti umilmente un deflagrante nunc dimittis che cerca il suo dio, e naufragando nomade vagabondo non vorrei che tu diventi l’antiveggente elegia o acerbo primaticcio, presago della disfatta del mio frutto postremo! Più profonde ferite che a me inflisse il tuo tacere, più grandi stelle ti irretiscono nella loro insidia di sguardi, più bianca cenere giace sulla tua parola cui hai creduto. Stai attento ai miasmi edenici della morta gora che crocefigge empiamente i gorghi indemoniati che ti possono fare affogare nel mio cifrario rabbinico delle sinossi kabbalhistiche e sotterrino lo Stige navigato dai tuoi cenci disfatti. Placa la tua lamentazione che non riesce a essere jobica,né ira di lamentazioni primordiali per violato verginale! Non liberarti da questa mia croce, legno inconsutile del tuo dolore insignificante che andrebbe reso possente, àncora segretamente luminescente che incatena la zavorra della vita alla terra trasvolata dall’ombra splendente della mia ala che falca l’infinito! Se mi ascolti, se ascolti il silenzio, se ti ascolti, se sfami l’astinenza tenebrosa con il mio numen, non puoi poi trastullarti con l’impotente gioco dei tuoi verbi muti e rassegnati al ghetto filisteo del transustanziato fonèma di una metonimia idolatra: mai nelle tue orecchie ti percosse un forte duolo? Se così fosse, c’è speranza che tu fiorisca dal meristema, nell’onda nudo come una preda dalla tristezza infinita mutante nell’innamorato moto specchiato su di me, e ti porterò a navigare gli indomati dolcissimi flutti egei e canterai per me fedele negli splendori luciferi l’ardente scirocco che inanella folate stellanti il frangersi insonne della tua onda appisolata sulla mia tempestosa in calma piatta. Figlio mio, come può accadere che tu soffra così miseramente a tal punto questo bello sconsolato che mi appartiene? Nell’anima si edifica la parola a farsi corpo, a seguir la Quinta lezione di ebraico, e annienta ogni mistero per quelli che stanno sulla pelle di toro stesa tra i fiumi. Così, Tempio del Tempo, in un sospir riassunto, eone yogico, salgo e m’abituo a questo puro punto inanimato che sei, e cinto del mio marin sguardo lontano, nell’offerta mia suprema, lo scintillio sereno dissemino, sopra l’altura un disdegno sovrano…

  41. Elio Paoloni il 20 marzo 2004 alle 08:42

    Ciriaco, si sa che gli scrittori sono professionisti della sofferenza più che della penna: senza scomodare Dost basta citare Salgari. Il punto è che i professionisti non scrivono, non all’istante, almeno, dei loro propri guai. Soffrono per una cosa e scrivono di un’altra. Non scrivono appena l’amata li ha abbandonati. Prendono una distanza. A volte questa distanza non è temporale, può sembrare che cronologicamente non ci siano spazi, ma quella capacità di sdoppiarsi non è, di solito, appannaggio degli studenti dei corsi.

  42. luminamenti il 20 marzo 2004 alle 09:23

    Quello che dice Elio mi sembra importante e con rapido excursus direi alcuni qualia dello scrittore (o della necessità formante all’atto di scrittura o anche scoperta del valore formante nella cura di sé attraverso la narrazione esistenziale o anche metodo di scoperta autobiografico): 1) la conquista (o riconquista) della solitudine come condizione ineliminabile della presenza, ben differenziata dall’isolamento quale contingenza ontica, carica di sofferenza. La gioia di essere solo non annulla i grandi temi dell’angoscia (traversante lo scrittore) e della Geworfenheit, ma dà loro una compresenza necessaria antitetica. 2)a) una non-innocenza esistentiva come modalità di fanatismo a freddo che permette di realizzare obiettivi importanti d’esistenza con piena partecipazione emozionale, ma senza rimanervi sincronicamente incatenati e diacronicamente prigionieri e che è dunque previsione, constatazione, utilizzazione e sorpassamento ironico delle caratteristiche hyletiche, patiche, sentimentali della routine della contrattazione umana. 2) b)una non-innocenza espistemologica: cioè consapevolezza acuta della necessità del minimalismo epistemologico. La connessione fra dimensioni e convinzioni “pubbliche” del proprio lavoro di scrittura e di ricerca e dimensioni e atteggiamenti “privati” della vita è una commistione di non-innocenza esistentiva e di non-innocenza epistemologica. 3) la non-identità: è un raffredamento totale del riflettere, senza che sia perso il calore dell’agire. La non-indentità permette la sospensione delle reazioni comportamentali in circostanze sfavorevoli, oppure il blitz della prassi (scrivente), quando ve ne siano la possibilità e l’utilità. 4) la disponibilità alla metanoia, che marca in modo netto l’aspetto emozionale e turbinoso del mutamento. 5) la non-identità comporta che sia acquisito l’abito mentale della considerazione sintelica, vale a dire la coscienza e la convinzione, immediatamente fungenti, che ogni attività umana, che ogni interesse, che ogni scopo, che ogni mutamento di tali attività, interessi o scopi, comportano l’inevitabilità dei sentimenti che vi corrispondono e dei loro mutamenti, secondo un copione mediocre che è già scritto e previsto: l’abito a questa considerazione trascina nel fuoco della coscienza riflettente questi stessi sentimenti (ed emozioni) e i loro mutamenti. Ciò permette lo sviluppo dell’autoironia e lo sdoppiamento interiore della persona che agisce con piena partecipazione, dalla persona che contemporanemente osserva e trae conseguenze. La scittura o lo scrittore è uno dei conseguenti!

  43. riccardo ferrazzi il 20 marzo 2004 alle 10:49

    Scusa, Lumina, ma non è che per caso ci stai prendendo tutti per il… ?

  44. Malatesta il 20 marzo 2004 alle 11:53

    Caro luminamenti,
    sei persona di non poca cultura e intelligenza. Perché sprecarle in un linguaggio così narcisistico ed ermetico?

  45. Claudio Ciriaco il 20 marzo 2004 alle 12:43

    Ecco Paoloni, perfettamente d’accordo. Basta approfondire un pò i discorsi, e lei l’ha fatto. Gli alunni dei corsi non sono – per forza di cose – dei professionisti nel senso che dice lei e dico anch’io, certo. Poi, è anche vero che non tutti gli alunni saranno uguali. La capacità di sdoppiarsi di cui parla lei è proprio l’elemento fondante dell’essere scrittori (dilettanti, professionisti, semiprofessionisti…). A me però pare che questo aspetto Sandro Veronesi non l’abbia sbobinato a sufficienza. Almeno io non l’ho recepito così.
    A ripensarci, il discorso di Governi sull’interpretazione di un nastro registrato lo trovo corretto ma c’è un ma; giudicare da una sbobinatura è non totalmente giusto, ma allora perchè mettere a verbale? La prossima volta si metta il discorso di Veronesi, o Montanari, o Palinfrasca in rete col Media Player o sailcazzo cosa. Non crede? Senza intenti polemici, ci mancherebbe.
    Luminamenti, lei è un pozzo di scienza ma francamente si fa un pò di fatica a seguirla.Non è che Ferrazzi potrebbe avere ragione?
    Ci faccia sapere se abbiamo torto a sospettare una presa per i fondelli…

  46. OttenebraCuli il 20 marzo 2004 alle 13:03

    luminamenti lo fa apposta per farci perdere tempo. è un palesemente un agente della controrivoluzione pagato per seminare non zizzania ma zozzonia pseudointellettuale. ha un programma di metamix testuale dove shackera un po’ di gergo nel gorgo a garganella gargantuesca, e poi riversa tutto giù nell’imbuto delle finestrelle dei commenti, per épater il pathé degli ochi… ce lo immaginiamo, deve ridere a crepapelle che ci sia addirittura qualcuno che legga i suoi ultracorpi alfabetici omegasemici crepandosi le palle. perché è così, non ci crederete ma è così! lui pensa davvero che quel che lui gragnuola sulla tastiera noi lo leggiamo! in questo ci fa persino tenerezza e, a nostro modo topologico nastrodimoebiusesco, gli vogliamo pure bene

  47. Claudio Ciriaco il 20 marzo 2004 alle 15:23

    E noi dovremmo credere a uno che – sebbene con estrosità divertentissima – si firma OttenebraCuli?
    Dài, dài, cercasi testimonianze più attendibili. (Senza offesa per OttenebraCuli, ci mancherebbe…).

  48. don giovanni il 20 marzo 2004 alle 15:29

    luminamenti credo che sia la persona che scrive peggio in italia (ma forse nel mondo). i suoi post, chissà perché, mi fanno sempre pensare a un’attrice che in un’intervista alla radio dichiarò: “io non amo fare teoria, anche se a volte me la faccio addosso, ma a posteriori…”

  49. Dario il 20 marzo 2004 alle 15:39

    Luminamenti dice: “Ci sono anche scrittori incapaci di insegnare scrittura perché non riescono a trasferire la loro esperienza di apprendimento ai presunti allievi, né sono in grado di strutturare un piano di scoperta
    dell’esperienza della scrittura per i loro allievi; ignorano la possibilità e la necessità di dover capire come un loro allievo
    potrebbe, per come è strutturato, apprendere.”
    Ebbene, io mi sento così. Luminamenti ha ragione. Da questo nascono tutti i miei problemi come insegnante di corsi di scrittura, che pure ho tenuto e in futuro magari terrò di nuovo. Quello che io temo è di NON essere un insegnate capace. Il mio timore di NON essere uno scrittore valido è totalmente di tipo diverso. La didattica è una cosa a sé, la mia esperienza di scrittore NON è la mia esperienza di insegnante. Sono due esperienze diverse. A uno che insegna l’inglese senza saperlo parlare io posso obiettare scandalizzato “ma CHE COSA insegni?”, mentre a uno che conosce perfettamente l’inglese ma lo insegna senza esserne capace, io posso obiettare “ma cosa STAI FACENDO?”

  50. riccardo ferrazzi il 20 marzo 2004 alle 16:50

    Se ho capito bene, le obiezioni di Malatesta e di Luminamenti+Voltolini alle scuole di scrittura sono le seguenti:
    1) un artista non è anche un bravo maestro.
    2) uno scrittore che insegna finisce per plagiare gli allievi e li fa scrivere imitando il suo stile
    3) quindi, meglio imparare da soli.
    Non sono d’accordo, e vorrei dire perché.
    1) ma chi l’ha detto ? Cimabue e Perugino (per dire i primi che mi vengono in mente) non erano artisti ? Non sono stati buoni maestri ? La vostra risposta è che Giotto e Raffaello sarebbero comunque diventati grandi artisti. E’ vero. Ma lo sarebbero stati di più se avessero fatto tutto da soli ? E che dire di tutti gli sconosciuti usciti dalle botteghe fiorentine, venete e comacine, che hanno riempito l’Europa di opere d’arte senza certa attribuzione, per non parlare delle migliaia di onesti artigiani che in bottega hanno imparato l’arte e l’hanno trasmessa per secoli ? Insomma, mi pare che anche fra gli artisti ci sia chi non sa insegnare e chi invece è piuttosto bravo anche come didatta.
    2) è probabile che un artista, anche se sa insegnare, tenti inconsciamente di plagiare gli allievi così come le donne di carattere tentano di plagiare i loro amanti (gli uomini, invece, vanno più per le spicce). Ma un allievo di una scuola di scrittura creativa non è un ragazzino di scuola elementare. E’ una persona che ha compiuto o sta completando i suoi studi, che ha alle spalle parecchie letture, che ha nel cassetto un certo numero di racconti e magari un romanzo. Una persona così sa ciò che vuole, è in grado di smascherare un tentativo di plagio e rifiutarlo fino a, eventualmente, mandare a quel paese l’insegnante. Se invece non ne è capace, allora non so come si possa proteggerlo dalle insidie del mondo: se i maggiorenni e vaccinati non devono frequentare le scuole di scrittura per paura di essere plagiati, allora bisogna che qualcuno (la società, presumo) si preoccupi di avvisarli ogni due per tre: “attento allo scalino”, “infila in bocca il cucchiaio”, e peggio…
    3) Non è che, se uno frequenta una scuola smette di leggere e scrivere, anzi. E se è vero che uno scrittore può non essere un buon maestro, a maggior ragione uno scrittore in potenza può non essere buon maestro di se stesso. E allora, da dove viene questa idolatria dell’autodidaché ? Non sarà che in fondo a questo chiudersi nella torre d’avorio c’è la banale paura di farsi leggere (e giudicare) ?

  51. franz krauspenhaar il 20 marzo 2004 alle 17:53

    Ecco, come ha detto Voltolini ci sono gli insegnanti più capaci e quelli meno capaci; poi è da vedere se un insegnante che si fa degli scrupoli (come Voltolini) non sia magari più bravo di uno che NON si fa degli scrupoli e pensa più che altro al suo mensile “rito di passaggio” alla cassa.
    Ci sono degli insegnanti di scrittura che non hanno mai pubblicato un libro. Ora, voglio dire che pubblicare vuol dire tutto e non vuol dire niente: puoi essere un cazzone pieno di grana ed essere anche uno scrittore perchè hai pubblicato. Puoi essere uno stronzo che non sa scrivere ma pubblichi, giustamente non vendi e strombazzi a tutto il mondo che sei un grande artista. Puoi essere un genio e morire giovane senza aver pubblicato un libro. Puoi essere Guido Morselli, tanto per fare un esempio non a caso. Con la pubblicazione comincia il guaio grosso. Ecco perchè io, personalmente, quando incontro gente un pò più giovane di me che ha quest’ambizione dico: “Ma te la senti proprio?. Guarda che sono dolori. Ci devi avere le palle, se non hai fortuna, e anche se hai fortuna” , Va bè, magari io me la vivo così, ma so che per molti è così. Poi se arriva il grande successo stappiamo il Krug e ci innaffiamo a vicenda, natuerlich!
    Faccio un esempio che posso fare a ragion veduta o perlomeno sentita: secondo me Raul Montanari è uno proprio tagliato per i corsi. Io sui corsi ho le mie perplessità, però di Raul mi fido. E non perchè è mio amico, non sono così fesso,non così tanto almeno; è che so che è un didatta nel senso che è portato per questo tipo di cose. Poi in Italia ci sarà gente che farà altrettanto bene o meglio questo mestiere, non posso giudicare. Ma insegnare a scrivere, così a spanne, secondo me è dura. (Se lo si vuole fare seriamente). Business is business, inutile tergiversare. Io concordo in buona parte con le tesi di Ferrazzi; gli alunni sono gente maggiorenne e vaccinata. Poi non tutti vanno lì con lo stesso potenziale e la stessa passione e gli stessi intendimenti. Magari alcuni vanno perchè gli è scaduto l’abbonamento alla filarmonica, non so. Ma credo che la maggior parte ci vada con serietà, con una passione che dentro cova, magari per ragioni che con la letteratura in senso stretto non hanno molto a che fare. Non sono d’accordo, Riccardo, con quello che dici sulle botteghe rinascimentali. Cioè, si sono attinenze, ma qui è in gioco qualcosa di più complesso, sembrerebbe paradossale ma è così. Non c’è la manualità, la bottega è fatta di arnesi. La scrittura è fatta soltanto di pensiero, dico così alla grossa. non credo che l’autdidatta si chiuda in una torre d’avorio. E’ anche una questione di carattere, credo. C’è chi preferisce crescere in solitudine per poi, arrivato a un certo stadio della sua maturazione, confrontarsi. Senz’altro questo approccio nasconde, come dici tu argutamente, una banale paura di farsi leggere e giudicare. Ma io aggiungere anche l’aggettivo “umana”.
    Saluti a tutti.

  52. Gianni Biondillo il 20 marzo 2004 alle 21:27

    “Solo l’incompetenza dilettantesca e l’idealismo banausico avranno difficoltà ad ammettere che ogni autentica attività artistica nel senso più ampio del termine esige una conoscenza dei materiali e delle tecniche disponibili esatta, e cioè una conoscenza adeguata al livello massimo di volta in volta raggiunto. Soltanto chi non si è mai assoggettato alla disciplina dell’opera e si immagina che essa nasca per intuizione, temerà che il contatto con i materiali e la conoscenza delle tecniche facciano perdere all’artista la sua qualità originaria. Chi non impara a conoscere ciò che è disponibile e non gli fa compiere un passo avanti, estrae dal proprio presunto abisso di profondità soltanto il residuo di formule ormai superate.”

    Theodor Wiesengrund Adorno, “funktionalismus heute” 1965, in Parva Aestetica. Saggi 1958-1967, Feltrinelli, Milano, 1979.

  53. andrea barbieri il 20 marzo 2004 alle 22:25

    Scusate, è tornata fuori la storia di Montanari Cocco e Nori. Siccome un po’ mi sento in colpa perché avevo partecipato sul forum di Fernandel a questa discussione, vorrei dire che è una colossale stronzata, che Montanari scrive cose diversissime da Nori e quindi non può che insegnare un metodo di scrittura totalmente diverso (e se Nori facesse un corso di scrittura insegnerebbe come sa lui, cioè diverso da Montanari). Se invece qualcuno avesse una cassetta dove Montanari dice Fiiichi qui si gode. Oppure L’unione sovietica i miei amici volevano i jeans, ecco la cosa sarebbe veramente curiosa e da strillo.
    State bene

    p.s. lunedì 21 marzo Nori è al teatro di Faenza per una serata sullo scrittore ammantato Learco Pignagnoli. Ore 21.00.

  54. andrea barbieri il 20 marzo 2004 alle 22:34

    scusate: lunedì 22 marzo

  55. Malatesta il 21 marzo 2004 alle 04:59

    Allora, circa le tre tesi con cui Ferrazzi ha sintetizzato i precedenti interventi di Voltolini, luminamenti e miei:
    1)“Un artista non è anche un bravo maestro” non è una formula molto precisa, nessuno ha detto questo. Sarebbe meglio dire “un artista non è SEMPRE anche un bravo maestro” oppure “un artista non è NECESSARIAMENTE anche un bravo maestro”. Questo è quanto penso io (e mi pare anche Voltolini e luminamenti). Dunque, nessuna equazione o identità perfetta. Anzi, qui si voleva ribattere al ragionamento di Montanari per cui, come insegnante, uno scrittore è SEMPRE migliore di un non-scrittore.
    2)“Uno scrittore che insegna finisce per plagiare gli allievi e li fa scrivere imitando il suo stile”. Il rischio c’è, è concreto e non dipende necessariamente dalle cattive capacità didattiche dell’insegnante. Naturalmente i talentuosi riusciranno a sgravarsi comunque da questo “ingombro”, ma appunto in forza del proprio talento che li avrebbe destinati, al di là di scuole e lezioni, comunque a un futuro di scrittori. A tal proposito, mi permetto un’obiezione: come mai Ferrazzi per questa tesi non estrae dal mazzo la solita carta-esempio delle “botteghe rinascimentali”? Forse perché tali botteghe sfornavano effettivamente eserciti di imitatori, artigiani e non artisti, tra i quali solo pochissimi, i davvero talentuosi, riuscivano a emergere disancorandosi col tempo dallo stile dei maestri?
    3)“Quindi, meglio imparare da soli”: sì, e cerco di spiegarmi meglio. Innanzitutto, Ferrazzi scrive che “se è vero che uno scrittore può non essere un buon maestro, a maggior ragione uno scrittore in potenza può non essere buon maestro di se stesso. E allora, da dove viene questa idolatria dell’autodidaché ?” Ma questo è un sillogismo abbastanza claudicante, anzi un vero e proprio sofisma. È evidente che Ferrazzi assimila apprendimento e insegnamento (apprendere come insegnare a se stessi). Ma le due cose non coincidono: una persona può essere abilissima nell’apprendere e avere serie difficoltà a trasmettere agli altri quanto appreso o come ben apprendere (come denuncia Voltolini).
    Io non sostengo che “è meglio imparare soli” in senso assoluto, ma che è meglio imparare soli la maggior parte di cose possibili, per il maggior tempo possibile e nella maggior parte dei casi. Assodato che si può benissimo arrivare a diventare dei grandi scrittori senza scuole, insegnanti e lezioni, il problema è, per usare la terminologia di Veronesi, un problema di “ingombri”. L’insegnamento ci libera (o dovrebbe liberarci) di alcuni di essi, ma al contempo, a mio parere, ci carica di altri (vedi il rischio di plagio, ma sarebbe meglio parlare di eccessiva influenza dello stile – ma anche del pensiero – del maestro). Artaud sosteneva che un ragazzo conosce qualcosa fino a quando non entra in una scuola, in quel preciso momento – diceva – finisce di imparare. È un pensiero estremistico, radicale, ma non manca di verità. In sostanza, se mi si spiega il pessimismo di Leopardi (individuale, storico, cosmico ecc.) o se io, leggendo le sue liriche, deduco e comprendo questo pessimismo e i suoi diversi sviluppi, è la stessa cosa? In quale caso avrò raggiunto una maggiore autonomia di pensiero, profondità, acutezza ecc.?
    E guardate che questa posizione non è qualcosa di anticonformistico, antintellettuale ecc. Già uno dei più importanti umanisti italiani, Leonardo Bruni, nell’ambito di un acceso dibattito sull’educazione (tra parentesi, dopo il medioevo le scuole incominciarono a ridiffondersi proprio grazie all’opera didattica degli intellettuali umanisti, che per questo non mancarono di interrogarsi in maniera anche molto approfondita sui principi dell’insegnamento), Leonardo Bruni, dunque, sosteneva che all’insegnante, dopo l’istruzione di base (scrivere e leggere), non è dato che di consigliare le letture consone e migliori all’allievo, che per il resto deve essere in grado di ricavarsi tutto da sé. Bruni portava una metafora alimentare: l’insegnante deve solo consigliare le letture come cibi, per il resto non spetta a lui di insegnare all’allievo a masticare e digerire.

    P.S. Parlo per me: da parte mia nessuna paura di farmi leggere e giudicare. Anzi. Sinceramente non penso sia questo il nocciolo della questione. Non vedo come il desiderio di pubblicare (cioè il principale motivo di partecipazione ai corsi di scrittura) possa essere disgiunto dal desiderio (o quanto meno dalla considerazione della necessità e ineluttabilità) di farsi leggere e quindi anche, volenti o nolenti, giudicare.

    P.P.S.S. a Gianni Biondillo: penso che qui nessuno contesti l’importanza della tecnica, che nell’arte è fondamentale, ma semmai il modo di apprendere la tecnica, se per assimilazione o concessione…

  56. luminamenti il 21 marzo 2004 alle 08:39

    Occorre aver chiaro un punto: non vi è nessuna facilità nuova di apprendimento, non vi è rimedio alla disperata vastità del campo, se la didattica non è volta alla riscoperta di nessi che “sono già” in parte “depositati in chi apprende” dalla “conoscenza traversante” e che sono per altra parte trascinati dagli interessi iniziali e dalle prime rotture dei precedenti sistemi di riferimento, come conseguenze necessarie della rottura stessa.

    La prima è più importante tappa è costituita così dall’acquisizione connessa di tre importanti capacità: la consapevolezza di ciò che manca nella formazione individuale; il disvelamento di ciò del tempo nostro che la coscienza traversante ha depositato dentro di noi (ciò che ci prepara ad apprendere “SUBITO” il nuovo quale momento preparato dalla connessione epocale); l’aver appreso dove mettere le mani.

    Appunto sulla conoscenza traversante. La conoscenza che attraversa l’uomo e che proviene dall’intero universo fisico (naturale e storico) in cui l’uomo è immerso è complessità di numerosissimi elementi tutti fra loro interconnessi e interreagenti. Questa complessità costituisce la trama semantica continua che sottostà a tutte le attività discontinue dell’uomo (qui dovrei aprire una parentesi sulla discontinuità in natura e quindi sul suo ruolo nell’apprendimento e sull’invenzione conseguente di metodi per apprendere ad apprendere e sollecitare la discontinuità. Sul concetto di discontinuità in natura disse cose importantissime il genio di Florenski, tra i contemporanei Giuseppe Sermonti, ricorderei i biofisici Henri Atlan e Mario Ageno, Serres. Va beh mi fermo qui).

    In questo senso i segni del linguaggio, i simboli logici e matematici, i movimenti, i gesti, le azioni, etc. non costituiscono solo astrazioni particolaristiche ed essenziali per la vita, circoscrizioni selettive di questo flusso, ma anche coaguli discontinui in una continuità di elementi più semplici. Questa è certamente una metafora e così se ne denunciano i limiti e i pericoli. Ma qui l’uso necessitato di metafore conferma il ragionamento che si può fare sulla coscienza riflettente. La coscienza riflettente coglie solo questi momenti coagulati che sono i segni verbali ma non può cogliere la connessione di questi con l’infrastruttura non-verbale e non-segnica (con buona pace dei semiotici). Questa viene pienamente vissuta, sentita ed agita, ma svanisce quando la riflessione la intenziona, lasciando al suo posto, in bella evidenza, solo il coagulo macroscopico della parola. Così il bravo scrittore ha imparato, per le sue vie, come produrre questo disvelamento (l’ho detto all’inizio). Insegnare ad altri allora “come” disvelare!

    Un punto qui deve essere anticipato: tutti coloro che conoscono molte lingue o che suonano molti strumenti sanno di poter aggiungere l’apprendimento di una nuova lingua o la possibilità di suonare un nuovo strumento con una facilità molto maggiore di coloro che invece conoscono solo una lingua straniera (oltre la propria) o suonano un solo strumento. Poiché ciò che rende facile, rapido, connettivo, continuamente intercambiabile quello che si apprende non è l’imposizione di un sistema operativo, ma – come la pedagogia avanzata tenta continuamente di segnalare alle altre specificazioni del sapere – la capacità di inventare sistemi operativi diversi (o , se si vuole, uno strato operativo più generale rispetto a molte possibilità realizzative). Questo esempio semplificato e appena allusivo ha una grande potenzialità attuativa nel campo della scrittura. Tutto inclina a far ritenere che questa connessione debba ottenersi con l’acquisizione di metodi per creare metodi, di invenzioni per fare invenzioni, di sistemi operativi di metalivello, di sistemi connessionali: è quello che fanno con intelligenza – nei giorni nostri – gli ingegneri, i tecnici, i programmatori, gli esperti di codici e di linguaggi artificiali, molti linguisti (la decifrazione della Lineare B da parte di M. Ventris è uno degli esempi più elevati che sia possibile dare di sistema connessionale: una struttura che connette operazioni di un campo esteso dalla linguistica e dalla filologia classica fino alle più recenti metodologie di decrittazione). Tutto questo è applicabile nel campo dell’insegnamento della scrittura, di qualunque tipo di scrittura si tratti. E’ perfettamente possibile una fenomenologia dell’apprendimento a scrivere che segua la maturazione dell’unità soggettiva secondo il proprio comportamento, dislocando la trasformazione collettiva o multipersonale nella singolarità umana, processo che può avere implicazioni politiche nella diffusione della radiazione della trasformazione plurale dei singoli. Di qui l’importanza decisiva dell’atto dello scrivere e del suo apprendimento come strumento di cambiamento. Lev S. Wygotsky è colui che probabilmente, dal punto di vista del materialismo rivoluzionario ha più approssimato una ricerca verso una teoria della morfogenesi.

    Attualmente nel mio lavoro mi sto occupando con una artista russa nonché studiosa e “agente” del suo corpo, dell’acquisizione di metodi per creare metodi mirati alla rappresentazione del movimento del corpo in sé e in relazione alla sua traduzione segnica in scrittura. Si tratta di un lavoro di ricerca su un campo connessionale, dove la “lettura del pensiero”, nel suo spontaneo, poco drammatico e asistematico manifestarsi nelle relazioni antropiche, altro non è se non la capacità di dare significato ai segnali delomatici che senza posa s’irradiano dalle strutture neurosomatiche del singolo. L’interiorità, continuamente si proietta nell’espressione (delosi): non si tratta qui di una intuizione filosofica o di una mera descrizione psicologica, bensì di una condizione neurofisiologica necessaria affinché si sviluppi la coscienza (teoria motrice della coscienza), si realizzi la percezione (teoria centro-periferica della percezione), si strutturino le connessioni e le Gestalt neurotiche, si producano le componenti somatiche delle emozioni. E’ comune nozione che l’emozione produca segnali ben visibili e interpretabili (componente delomatica dell’emozione), e infatti, oltre un certo limite, non è possibile, a colui che la prova, celare l’emozione. Ma anche il Pensiero, la Riflessione, l’Apprendimento producono delomi: i più evidenti fra tutti sono quelli della menzogna e dell’inganno. L’interesse di una singolarità per un’altra ne coglie le manifestazioni delomatiche e si allena ad essa. E’ quello che sto facendo adesso in relazione a questa artista; altrettanto fa questa singolarità umana per gli oggetti, per le ricorrenze di comportamento, per i segnali della presenza. Il suo talento ermeneutico è multivariato: non vi è solo la capacità di interpretare e tradurre in azioni di scrittura (questa è solo una delle modalità traduttive, quella che più in questi commenti ci riguarda dato che parliamo di scrittori) i segnali diretti (mimici, gestuali, posturali, cinetici, vocali), semplici e complessi, dell’altrui vita psichica, ma anche quella di collegare segnali sociali,circostanze, accadimenti singolari e plurali, coincidenze. Questa lista potrebbe essere molto allungata. Si tratta di inventare metodi per creare metodi all’allenamento connessionale. Un segnalazione. Con tutta probablità, fin da bambini veniamo dissuasi dall’interpretare consensualmente questo tipo di delomi; ne andrebbe di mezzo la tutela della segretezza reciproca e l’ipocrisia sociale.

  57. moody il 21 marzo 2004 alle 10:43

    lobotomizzatelo!

  58. franz krauspenhaar il 21 marzo 2004 alle 12:57

    La “paura” di farsi leggere e giudicare deriva spesso, per mia esperienza diretta, da un eccesso di spirito autocritico: “Finchè non ottengo un risultato che soddisfi prima di tutti ME, gli scritti abortiti me li tengo nel cassetto e magari butto via la chiave”. Dunque io facevo leggere e giudicare gli abbozzi giovanilissimi che più mi convincevano a pochi altri; ma il discorso, a grandi linee, lì si fermava. All’epoca (parliamo dell’inizio degli 80) di scuole di scrittura in questo paese si parlava poco o punto. Io personalmente ho sempre avuto una certa antipatia per la scuola; non tanto per gli insegnanti, ne ho avuti di ottimi e abbondanti (nel numero, sono stato ripetente): ma di sicuro per “l’istituzione”. Ribelli, in un certo qual senso, ci s’impone. E dunque a quel tempo, sull’argomento, la pensavo (a parole mie, ovviamente…) come la disse Artaud: estremisticamente, proprio. Col tempo si riesce anche a cambiare in meglio, per fortuna. Ora, il nocciolo del problema è piuttosto che (questa è la mia sensazione) nelle scuole di scrittura il confronto è parte importantissima della didattica, com’è giusto. Cosa ben diversa rispetto a un confronto disorganizzato e informale – ma a volte di un certo spessore corredato da genuino entusiasmo- tra potenziali scrittori autodidatti e amici e fidanzate (“oh, quanto sei bravo…”)e parentado unito. Chi avrà ragione? Il tempo (perso o ritrovato o entrambe le cose) darà la risposta.
    Gianni, la tecnica è indispensabile, ma senza le intuizioni la tecnica è niente, a mio parere.

  59. franz il 21 marzo 2004 alle 13:13

    Mi affretto a precisare che il mio “chi avrà ragione” era abbastanza ironico. Ognuno ha i suoi metodi d’apprendimento e la sua storia. Una cosa sicuramente importante è che se ci fosse stata una scuola di scrittura veramente valida con l’insegnante valido a quei tempi, e io l’avessi frequentata, ho la sensazione che avrei guadagnato tempo, o perlomeno mi sarei chiarito le idee sul mondo editoriale molto prima. Questo è un discorso secondo me basilare.

  60. andrea barbieri il 21 marzo 2004 alle 15:32

    Io volevo partecipare a un laboratorio sul racconto breve di Giulio Mozzi, poi ho saputo che bisognava leggere i propri racconti in classe e io non ho miei racconti, nemmeno ne avrò in futuro penso. Avrei potuto presentarmi con qualche inedito di Gianluca Morozzi magari sul tema dell’Uomo Ragno, poi ho lasciato perdere (a Mozzi sarebbero piaciuti troppo e avrei fatto una figuraccia alla Cyrano). Ma credo che una buona scuola sia utilissima, se lo è per la letteratura disegnata non vedo perché non dovrebbe per la letteratura e basta.

  61. luminamenti il 21 marzo 2004 alle 16:31

    Non trovo opposizione tra intuizione e tecnica. Si nutrono vicendevolmente. L’immaginazione trova la sua massima potenza e libertà nella scienza intuitiva. Il fare artistico sembra emergere dall’ordine necessario e fortuito delle affezioni del corpo, che l’unità strutturale con la mente trasforma in potenza dell’immaginazione. Ma esiste una potentia agendi – modulabile a seconda di come i pensieri e le idee delle cose vengono ordinati e concatenati nella mente – che induce una differenza nelle rappresentazioni della immaginazione. Ciò che modula è la tecnica. Se ne era accorto Giordano Bruno, per fare un nome. Oggi abbiamo a disposizione molti metodi che svolgono questa funzione di modulatore e che andrebbero usate nei corsi di scrittura, invece mi risulta poco usate: il productive thinking program di M.V. Covington, il programma Cort di De Bono, il problem solvin di Whimbey e J. Lochead, il Progetto Zero rivolto allo sviluppo artistico e simbolico che fa capo a Gardner, quello per lo studio delle abilità cognitive in campo artistico che fa capo a D. Perkins; l’arricchimento strumentale di Fuerestein, i programmi SDQ3R sviluppato da Robinson e basato sulle ricerche ai Ausubel sui cosiddetti organizzatori anticipati, e il programma DRTA di Stauffer, i modelli di spiegazione di Shank. Alcuni questi programmi oggi sono inseriti in scuole di scrittura creativa americana, dove non insegnano solo scrittori. Personalmente ho una idea articolata di come dovrebbe essere organizzata una scuola di scrittura. Sono d’accordo con Andrea, purché si sappia bene quello che si fa e non si basi tutto sulla propria esperienza di scrittore. Quello che ha detto Dario Voltolini mi sembra onesto e corretto. E’ un atteggiamento autocritico che non può che migliorare la formazione di esperienze di scrittura e la eventuale formazione di scrittori.

  62. gabriella fuschini il 21 marzo 2004 alle 18:37

    Dice bene Luminamenti, quando afferma che bisogna sapere quello che si fa e non basarsi solo sulla propria esperienza di scrittore. Per la mia esperienza, ci sono corsi di scrittura così definiti, che sarebbe più appropriato chiamare ciclo di conferenze sulla scrittura e lettura di testi. Nulla di male in questi corsi, di solito ci sono scrittori molto bravi che si alternano ogni lezione, il problema è che sono affollatissimi e che cambiando ogni volta l’insegnante, non c’è continuità didattica. Non credo nemmeno che alle spalle ci sia un lavoro, un progetto comune. Queste non sono scuole di scrittura. E poi ci sono corsi dove l’insegnante è sempre lo stesso, il gruppo è piccolo e si forma un laboratorio vero e proprio dove il confronto e l’apprendimento avvengono non solo attraverso l’insegnante, ma anche attraverso il gruppo. Ora dato che i partecipanti di questi corsi hanno un’età variabile dai venti ai sessanta anni, il rischio di plagio mi sembra molto lontano. Le persone che sono nel gruppo con me hanno stili di scrittura assai diversi e nessuno si sogna di modificare lo stile di un altro. Il problema del plagio è un falso problema, proprio perchè non esiste comunicazione neutra, credo che sia riconosciuto ormai in ogni campo della psicologia della comunicazione che è impossibile fornire comunicazione senza un contenuto emotivo e cognitivo. Piuttosto è compito di un insegnante fornire gli strumenti per un utilizzo critico dei contenuti. Ricordo una lezione universitaria dove il docente, spiegando, affermava cose con cui non ero d’accordo. Io guardavo i miei colleghi studenti e pensavo: ecco questa è una forma di plagio. Poi ripensandoci mi sono anche detta: come può un docente che ha sposato una teoria decodificarla e trasmettere un pensiero in modo critico? Credo sia impossibile, io allora avevo 38 anni, un vissuto, un’esperienza di vita che mi rendevano più critica dei miei giovani compagni di corso. Voglio dire che il senso critico è un qualcosa che si acquisisce srada facendo. Un po’ come riportato da Veronesi con il suo esempio su Smoke.
    Per quanto riguarda il discorso sull’intuizione e la tecnica, sembra di ritornare alla solita antinomia natura/cultura. Tutto è innato o tutto deriva dall’ambiente… i campi si intrecciano, si nutrono, si mischiano, sicuramente una non esiste senza l’apporto dell’altra. E allora scrittori si nasce o si diventa? dipende, per fortuna l’essere umano non è fatto con lo stampino, ognuno mette in gioco se stesso con gli strumenti che gli sono propri e che apprende nel corso della vita. Come al solito ho scritto riflessioni in ordine sparso, perdonatemi.

  63. Gianni Biondillo il 21 marzo 2004 alle 21:32

    Mi spiego meglio:
    “… una tecnica significa combinazione di regole formali; significa “intellettualizzazione” di una forma. Per le esigenze pratiche da soddisfare che esistono in tutte le arti (al massimo grado in architettura, al minimo in poesia) bisogna sempre arrivare ad una tecnica, una intelletualizzazione della forma, che le affronti e soddisfi; ma bisogna arrivarvi non già partirne. Ecco il punto: arrivare a qualcosa di proprio, un estremo adempimento formale, conseguenza ultima della fantasia; e partirne è esattamente il contrario, uniformarsi a una forma già creata, imitare […], insomma un’inibizione della fantasia.”

    Elio Vittorini, Omnibus, n.49, 1938. Ora in “Carlo Levi e Elio Vittorini. Scritti di architettura”, pag. 77, testo&immagine, Torino, 1997.

  64. moody il 22 marzo 2004 alle 00:41

    siete cerebrali, madonna, e per questo pessimi scrittori…

  65. luminamenti il 22 marzo 2004 alle 04:45

    No! no! questo non me lo dovevi fare moody! parli adesso al plurale! Aprirei volentieri il tuo cosidetto corpo, e dispiegherei le tue superfici: non solo la pelle con ognuna delle sue pieghe, rughe, cicatrici (anche la stupidità ha le sue cicatrici, Adorno), con i suoi grandi piani velluttati, le unghie, il corno trasparente sotto il tallone, le leggere grinzosità, tirerei l’attaccatura delle tue ciglia a una a una, poi passerei a dare fuoco alle tue palpebre e rivoltandoti dilaterei con un bastone il tuo sfintere anale, poi tagliandolo longitudinalmente stenderei il nero condotto del tuo storto retto e porterei alla luce il cosidetto interno dell’intestino tenue, il digiuno, l’ileo, il duodeno, oppure dall’altro lato solleverei la tua lingua incapace di di dire bene – benedire – o di dire male – maledire, la taglierei alla sua radice. Armato poi di bisturi e delle pinze più affilate smantellerei e staccherei i fasci e i corpi del tuo encefalo e li stenderei come lisci delfini dormienti al sole a illuminarsi della memoria del tempo: foglie per scrivere, arie da far vibrare, acciai, vetrerie, popoli, erbe, tele per dipingere. La trasparenza stessa del corpo è il primo grado di torbidezza.

  66. riccardo ferrazzi il 22 marzo 2004 alle 15:49

    A Malatesta. Allora siamo d’accordo che un buon artista può anche essere un buon maestro. Se è così, tutto il resto diventa – credo – una questione di puntiglio. Seguire un corso non impedisce di leggere e studiare per proprio conto. In più, permette di discutere ciò che si è letto con una persona sicuramente competente (il maestro) e con altri portatori di diverse esperienze e punti di vista (gli allievi).
    Non insisto con la similitudine delle botteghe rinascimentali, ma non posso fare a meno di dire che le centinaia di modesti imitatori non hanno mai fatto danno a nessuno (come, in letteratura, gli scrittori di romanzi rosa) e, se non altro, hanno mantenuto viva per secoli una tecnica che avrebbe potuto anche andare perduta.
    A Franz. Tecnica o intuizione ? Messa così, mi sa un po’ di uovo o gallina. A me pare che intuizioni, tanto quanto, ne abbiamo un po’ tutti, ma chi possiede una tecnica ad alto livello ha intuizioni di alto livello. Agli albori di una scienza la genialità è sufficiente (Edison, Pasteur, ecc). Ma se Einstein non fosse stato in possesso di una solida base fisico-matematica (e al corrente delle ultime ricerche scientifiche) avrebbe avuto l’intuizione della relatività ? Io ne dubito. Non ricordo un cattivo scrittore che abbia avuto una grande intuizione (se non sul piano di cose come l’omicidio nella stanza chiusa o di prefigurazioni dei viaggi spaziali).

  67. franz il 22 marzo 2004 alle 17:31

    Caro Riccardo, non parlo più di c-w perchè in verità ne ho solo sentito parlare; nei miei precedenti interventi davo delle “sensazioni”, non dei giudizi scolpiti sul marmo. Mi piace cambiare parere, che è diverso dal cambiare bandiera. Sono qui per dire la mia ma anche, anzi soprattutto, per imparare; e infatti anche questa discussione mi ha chiarito alcune cose;e dunque idealmente ringrazio te e tutti coloro che intervenendo mi hanno aiutato a comprendere meglio la questione.
    Tecnica-intuizione. Non c’è contrasto, ovvio. Ma, lo ripeto: la tecnica è indispensabile, ma senza le intuizioni ( o per meglio dire l’ispirazione) la tecnica cos’è? E’ quasi un aforisma. Sono d’accordo su tutto, ma io parlavo di “tecnica letteraria”, non di scienza e tecnologia. Lo so, sto semplificando, sto riducendo all’osso. Il mettere in paragone Einstein e la sua relatività con diciamo Strindberg (niente stanza chiusa, nel suo caso, ma “Stanza rossa” si!)la trovo, personalmente, un’operazione un pò troppo intellettualistica. Copio qui un frammento di una lettera di Strindberg a un amico del luglio 1879:
    “La mia penna scorre incessantemente sulla carta per finire La stanza rossa. Verso settembre dovrai accorgerti che sono vivo, perchè darò il mio primo colpo per far abbaiare i cani. Io non scrivo per farmi eleggere poeta, ma per dare battaglia”. E’ un esempio estremo, me ne rendo conto, ma la letteratura era questo e in qualche caso lo è ancora. Spesso certi “reportages” danno davvero battaglia, e quella non è letteratura al massimo grado anche se senza “finzione”? Io personalmente della letteratura amo tutto quanto a parte i refusi, diciamo. E i miei scrittori preferiti (del passato, contemporanei, alti, bassi, magri e grassi) sono quelli che mi danno delle vere emozioni. L’effetto può essere dato da una tecnica, ma la causa di tutto questo è l’ispirazione, credo.
    Anche Maria Venturi si nutre dell’ispirazione di una scaletta; e beata lei, da quella scaletta -senza ipocrisie – lei sale sull’altare della gloria televisiva e nel caveau della sua banca svizzera preferita.



indiani