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Cento passi, uno indietro

di Helena Janeczek

Forse sto contravvenendo agli statuti della tribù (non ci si loda e imbroda gli uni con gli altri), ma il pezzo di Roberto Saviano in memoria della madre di Peppino Impastato mi ha commosso. Commosso letteralmente, mossa dentro: con i suoi refusi, la sua foto di una vecchia secca occhialuta di nome Felicia, con la sua retorica frettolosa da prosa a servizio della testimonianza, cioè di approssimazione alla verità.

I cento passi li ho visti di recente, su un canale a pagamento. Li ho guardati fino in fondo perché dietro a Luigi lo Cascio, c’era un uomo dilaniato per davvero, innocente anche del fatto che le migliori intenzioni civili finiscano in fiction. Eppure – come ricorda Roberto – questo film che banalizza nelle sue scelte rappresentative la vita e la morte di suo figlio nonché la sua, ha reso la vita e la morte più facile a Felicia Bartolotta. Grazie al film Peppino era uscito da Cinisi, era andato nei cinema, in televisione, sulle reti nazionali, persino oltre: questo era il fatto. Visto dal paese, visto dagli occhi di una madre sopravvissuta: che cosa gliene fregava a lei se artisticamente era bello o brutto?
Credo che questo valga come monito, proprio perché per noi che ci occupiamo di cinema, letteratura, teatro ecc. non può valere: neanche il fine più virtuoso giustifica l’inadeguatezza estetica dei mezzi. Confezionare l’uccisione di uno che è stato trucidato veramente col sottofondo, a manetta, di A whiter shade of pale è fare uso di tutt’altra retorica. Non c’è più fretta, urgenza, ingenuità che tenga. Se è con quella che si riesce a fare “presa emotiva sul pubblico”, sarebbe preferibile di no.
“Robberto, sono la signora Impastato”
. Ricordarsi di non essere indegni di chi ricerca e cerca di dire “soltanto” la verità giornalistica: questo è quanto dice a me quella telefonata.

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helena janeczek
Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.
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