Céline con la faccia da turco

6 gennaio 2005
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di Helena Janeczek

1077229621Zaimoglu.jpgQuesto saggio più la traduzione sottostante sono stati pubblicati sull”Almanacco 2003″. Li ripropongo per ampliare la prospettiva sull’avanzata dei turchi di Germania e col solito dipiacere di poter solo segnalare l’esistenza di libri forti e importanti scritti negli altri paesi europei. E’ così poco quel che viene “importato” che nessuno se ne accorge. E visto che nessuno se ne accorge, si continua a pubblicare quasi niente. Credo sia l’ora di dare una mano per interrompere questo circolo vizioso. HJ

Feridun Zaimoglu, nato nel 1964 a Bolu in Anatolia, ma residente in Germania da più di trent’anni, ha fatto il suo ingresso sulla scena letteraria tedesca nel 1995 con “Kanak Sprak” (Lingua dei canachi; Rotbuch, 1995), il primo dei reportage letterari in cui elabora le testimonianze registrate di figli di immigrati turchi – di giovani teppisti, spacciatori, prostitute e di altre esistenze emarginate – appropriandosi del termine spregiativo “Kanaken” come rivendicazione di un’identità né assimilabile a quella tedesca, né trincerata dietro a una supposta purezza etnica. Il suo approccio è sin dall’origine sia politico che letterario, perché il linguaggio proposto distingue radicalmente il libro da ogni semplice raccolta di reportage di vita vissuta. La “Kanak Sprak”, con il suo miscuglio di gergo volgare tedesco ed espressioni turche, diventa sia la prova di un irriducibile meticciato sia del potenziale creativo (e quasi eversivo) che questo porta con sé: si presenta quindi orgogliosamente come lingua d’arte, ma di un’arte vincolata alla realtà, anzi a modo suo militante come testimonia il suo ritmo serrato, simile a quello di un rap. Questa operazione totalmente innovativa nel panorama tedesco lancia Zaimoglu come autore di culto, nonché come figura di riferimento per i giovani “Kanaken” di origine turca e non solo. “Die Zeit” arriva persino a definirlo “il Malcolm X dei turchi tedeschi”.
Forte dell’impatto della sua opera prima, Zaimoglu replica con “Koppstoff” (Rotbuch, 1998), una sorta di secondo volume di “Kanak Sprak”, e con il breve romanzo-reportage “Abschaum” (Rotbuch, 1997), tutto centrato sul racconto del giovane delinquente Ertan Ongun, che rappresenta il suo unico libro tradotto in italiano (Schiuma/ Il romanzo della “feccia” turca, trad. di Alessandra Orsi, Einaudi, Stile libero, 1999). Proprio da Schiuma verrà anche tratto un film, il cui titolo “Kanak Attack” coinciderà con il nome di un movimento per i diritti dei “Kanaken” di cui Zaimoglu è l’iniziatore e i cui gruppi, collegati attraverso il sito www.kanak-attak.de, sono ormai presenti in tutte le maggiori città tedesche.
Nel 2000, tuttavia, lo scrittore Zaimoglu mostra di voler percorrere strade nuove. Pubblica “Liebesmale, scharlachrot” (Segni di amore, rosso scarlatto, Hoffmann & Campe, 2000), un romanzo sempre di ambientazione turco-tedesca, però composto con una forma epistolare che non nasconde la sua derivazione dai modelli sette-ottocenteschi. Ma è soprattutto con “German Amok” (Kiepenheuer & Witsch, 2002), il suo romanzo finora più ambizioso che l’autore si discosta radicalmente dal modello della “Kanak Sprak” da lui creata.
“German Amok” è un libro che polarizza le reazioni. Buona parte della critica lo ha bollato come ripetitivo, banale, pseudo-provocatorio, mentre il resto parla con entusiasmo di una sorta di Houellebecq berlinese. Oltre a propendere per la seconda interpretazione, trovo che la controversia intorno al romanzo rappresenti un caso interessante, emblematico di certi problemi della letteratura contemporanea nei suoi rapporti con l’idea di “multietnico” e con altre costruzioni identitarie.
Per prima cosa, Zaimoglu qui esce dal ghetto che coincideva con i quartieri popolari della città di Kiel dove risiede da quindici anni, per prendere di mira il cuore della Germania, la sua vecchia-nuova capitale alla quale frotte di scrittori giovani e meno giovani stanno rendendo omaggio in opere quasi sempre accolte con grande interesse critico e, in molti casi, anche successo. Nel suo “Berlin-Roman”, invece, non resta più niente delle varie neo-mitologie della città e significativamente il nome del quartiere-simbolo dei turchi, Kreuzberg, non viene mai nominato. In più, Zaimoglu parte all’attacco della “Szene” culturale berlinese, ovvero del fulcro e vanto della cultura tedesca nella sua interezza. Sputa, in sostanza, nel piatto da cui ha mangiato, con un gesto di spregio palese anche se l’ambiente ritratto è quello dell’arte figurativa e non quello letterario.

Ad apertura, un artista privo di prospettive si trova a una performance dove una più fortunata collega coperta solo da una parrucca rosa fa sventrare il suo orsacchiotto con il quale prima aveva fatto il bagno in una vasca di sangue di maiale, alla presenza di un pubblico in preda a deliquio ed eccitazione sessuale. “Kunstfotze”, “Sorca d’arte” è il suo programmatico nome d’arte, anzi quasi il suo logo, visto che è “sorca” sia per la sua abilità di vendersi sul mercato dell’arte che per i suoi costumi sessuali altrettanto spregiudicati. Infatti dispone di un compagno ufficiale, di amanti occasionali e dei servigi fissi del collega che, in cambio di pigmenti e tele al di sopra delle sue tasche, esegue gli ordini della domina. Chiaramente la detesta con anima e corpo così come detesta: la “Szene” d’arte, i giovani tipo rave, gli spacciatori neri e i papponi di varia etnia del suo quartiere, i froci, i verdi, gli adepti alla new-age, gli abitanti della ex DDR, i musulmani bigotti o fanatici
Rientrato nel suo fetido appartamento in zona degradata, il protagonista ha una sorpresa spiacevole: colei che chiama “Mongo-Maniac“, la vicina anoressica e autolesionista con la quale deve condividere l’uso del cesso esterno, gli ha piazzato in casa uno dei cartoni che le fungono da letto e si accinge a farvi la nanna. L’indomani, sempre a caccia di quattrini, fallisce nel lavoretto che gli ha procurato il suo hodscià (il quale lo impegna anche come mezzano per la ricerca di un’amante tedesca mentre moglie e figli dimorano in Anatolia), ovvero: sgozzare con formula religiosa i buoi che ruotano in un macello hallal. Solo a questo punto, cioè circa a un terzo del libro, il lettore scopre che il pittore è di origine turca.
Finalmente trova di che sbarcare il lunario: un incarico come scenografo durante un “workshop” teatrale di ispirazione “new-age”, ospitato nei ruderi di una caserma russa in piena provincia ex-DDR. In questo scenario Zaimoglu fa deflagrare le dinamiche di gruppo di un’accozzaglia di berlinesi sbandati, furbi o falliti, tutti comunque “occidentali”, nella loro grottesca, ma pericolosa contrapposizione con gli autoctoni conservati nella loro integrità ottusa dalla continuità nazi- comunista. Ricompare alla fine l’inquilina del cartone, il solo essere che nella sua pura pazzia e inermità abbia saputo toccare il cuore del protagonista. Ma Clarissa (immagino che questo nome non sia “scappato” a caso) muore in una forse involontaria immolazione di sé, segnando quella che anche per il pittore sembra l’unica via d’uscita.

“German Amok” è un’invettiva scritta in prima persona, il cui io-narrante, per ammissione dello stesso autore, porta tratti autobiografici. Da studente, infatti, avrebbe dovuto realizzare i sogni dei suoi genitori diventando medico, ma il primo allontanamento da questo progetto avviene per un’attrazione nei confronti della pittura, non della letteratura. Zaimoglu, che ha anche frequentato l’accademia, dipingeva e continua a dipingere quadri molto simili a quelli che attribuisce al suo protagonista: grandi tele a olio che recano al centro la figura umana e la cui ispirazione sembra derivare da Francis Bacon, con un’aggiunta di colore e di ornamento fra il pop e l’orientale. E come l’io-narrante di “German-Amok”, anche il suo autore ha probabilmente dovuto rendersi conto di non essere abbastanza bravo per realizzare un genere di arte in cui contano ancora il talento e la tecnica pittorica. Tuttavia è indubbio che Zaimoglu abbia frequentato in prima persona il mondo che mette alla berlina, nonché – aspetto ancora più importante – che abbia cominciato a sviluppare la propria estetica a partire dalle sue esperienze nel campo dell’arte visiva. Quindi il fatto che il romanzo sia ambientato in quell’ambiente rappresenta qualcosa in più e di diverso rispetto all’assai consueta prassi di spostare l’ambito dell’espressione artistica attribuita a un personaggio dalla scrittura alla pittura per mascherare la sostanza autobiografica su cui quest’ultimo è basato.
Credo che Zaimoglu abbia scelto di partire dal suo sé- pittore, perché il mondo dell’arte visiva ai suoi occhi rivelava nel modo più implacabile uno stato di decadenza cronica, la riduzione degli sperimentalismi (la “Kunstfotze” che ne è l’emblema sta per ogni genere di installazioni, performances, opere concettuali ecc.) a puro valore di mercato. A tale azzeramento di significato l’io-narrante oppone i suoi olii figurativi con un gesto inadeguato e risentito, letteralmente reazionario. E “German Amok” sembra in toto il tentativo di realizzare sotto forma di romanzo quell’arte di cui né l’io-narrante, né Zaimoglu erano all’altezza, un’arte materica il cui unico oggetto è la figura umana vista nella sua nuda corporeità.
Se si prende per buona questa premessa, appare chiaro che né la satira grottesca dell’ambiente artistico, né l’insistenza su scene di sesso calate nella luce cruda della pornografia, e nemmeno le varie altre trasgressioni del “politically correct”, rappresentano una volontà di épater le bourgeois fine a se stessa. Le tele dell’io-narrante, come è naturale per ogni espressione artistica, riflettono le sue esperienze e la sua visione del mondo, ribadendo con un intenzionale effetto di ridondanza ciò che emerge allo stesso modo dal contatto diretto con la realtà devastata che lo circonda. L’ambiente dell’arte dal quale, nonostante il suo disprezzo, rimane dipendente, è il microcosmo che permette di ritrarre tali dinamiche di potere, e al tempo stesso pars pro toto di una rappresentazione più ampia della capitale e della Germania. Questo vale forse soprattutto per la parte ambientata nella ex DDR, dove da descrizione dello stage teatrale circondato degli abitanti ostili porta essa stesso i tratti di una messa in scena a porte chiuse.
Il mondo di “German Amok” di cui la “Szene” artistica berlinese e il gruppo “new-age” della caserma russa rappresentano la specola allegorica, è un universo di assoluta mercificazione (ovvero prostituzione) di sé, di riduzione del valore umano al valore di scambio, di rapporti che si riducono a sottomissione e dominanza. Se esiste qualcosa al di sotto di questo, è la mera vita biologica. Ed è precisamente questo che in Zaimoglu così come in molti scrittori contemporanei (Michel Houellebecq, Irvine Welsh, Will Self, Antonio Moresco e.a.) trova la sua rappresentanza più precisa nella pornografia. Così come in molti degli autori citati, anche nel romanzo di Zaimoglu la caratteristica principale delle scene di sesso, pur organizzate con una logica di crescendo del degrado che culmina nella meccanica sodomizzazione di un leaderuccio dello stage da parte del pittore omofobo, è la loro ripetitività nauseante. Sono i personaggi che cercano vanamente di strappare ai loro corpi un qualche guizzo, e in questo mostrano oscenamente la loro miseria di esseri carnali e mortali. Questo potrà essere scioccante, ma certo non procurerà al lettore il minimo frisson di eccitazione. Inoltre, sul piano semplice degli atti, si sono viste trasgressioni ben più offensive sin dei tempi del Marquis de Sade.
L’aspetto più irritante o persino scandaloso di questo libro a mio giudizio non risiede né nella rappresentazione del sesso, né nel gergo pornografico con cui viene descritto, né tantomeno nella denuncia della decadenza culturale. Chi sostiene che in tutto questo non ci sia niente di nuovo, ha sostanzialmente ragione, anche se come argomento critico non mi pare dotato di reale validità. La vera pietra di inciampo di “German Amok” è il suo io-narrante. Infatti è sorprendente che oltre ai lettori cosiddetti comuni, anche gli avveduti critici letterari tedeschi abbiano faticato a non sovrapporre al personaggio-narratore l’immagine del suo autore. Tale personaggio, va detto, non ha nulla di simpatico, o meglio, non mira a suscitare nel lettore alcuna complicità: non solo perché è dominato da un odio che non risparmia nessuno, non solo perché la sua declinazione personale del nichilismo si fonda su una visione biologistica dell’uomo, reazionaria così in profondità da far apparire l’omofobia, la misoginia ecc. come piccoli sintomi di superficie, ma anche perché non è migliore degli altri personaggi da lui detestati. E’ debole, cinico, vile, amorale al pari di loro, con la sola differenza che la sua amoralità si presenta priva di ogni residuale volontà di potenza, come pura, quasi autistica strategia per campare.
In più, questo protagonista consanguineo a quelli di Houellebecq, ma anche Céline, questo miserabile, però legittimo erede della cultura antimoderna e anti-illuministica tedesca (quella di Spengler, Benn, Carl Schmitt, per non parlare di Nietzsche e Schopenhauer), è di origine turca. Non che gli altri turchi, neri o slavi presenti nel libro appaiano come personaggi positivi (c’è anzi una denuncia della doppia morale musulmana molto dura e molto attuale), ma sono comunque figure filtrate attraverso lo sguardo deformante del pittore che è il motore della rappresentazione. Crearsi un alter ego del genere è senz’altro un gesto di provocazione da parte di colui che è stato definito il “Malcolm X dei turchi tedeschi”. E viene fin troppo istintivo raccoglierla chiedendo se Zaimoglu “ci è o ci fa” , ovvero se abbia investito il protagonista di tratti autobiografici per puro calcolo o se davvero assomigli al suo io-narrante. In questo modo, però, si cade in un tranello che fa deviare dal terreno proprio della critica e che inoltre mostra l’interprete allo specchio dei propri pregiudizi. Tuttavia non credo che in questo meccanismo ci sia vera intenzionalità da parte dell’autore, mentre pare indubbio che l’io-narrante di “German Amok” esprima l’urgenza di infrangere ogni cliché etnico (soprattutto quello buonisti, altrettanto vincolanti nel fissare l’identità altrui) e di compiere tale rottura a due livelli: non solo attraverso la caratterizzazione del personaggio, ma anche con l’appropriazione della sopra citata cultura tedesca ed europea che lo sottintende. E’ il contrario dei programmi di studio americani centrati sul appartenenza a gender ed etnia, ma non necessariamente la loro negazione. Perché affermare che a uno scrittore, non importa di quale provenienza, appartiene tutta la cultura (e in primo luogo quella dell’area linguistica in cui si trova ad operare) e che può legittimamente farne l’uso che vuole, significa semplicemente rifiutare ogni vincolo alla sua libertà, ribadire che il terreno sul quale si misura è solo quello della letteratura sul quale si presenta pari a chiunque altro.
Sottolineare questo aspetto non significa tuttavia sostenere che tutto il romanzo sia costruito in funzione di una simile “uscita dal ghetto”. Ritengo anzi assai più probabile che Zaimoglu fosse davvero partito dalla spinta di dare voce a un sé parziale, un alter ego basato sui propri umori più neri e nichilisti, ma l’impostazione di quella voce, i toni e timbri con i quali si modella nel flusso narrativo sottostanno già esclusivamente alle regole della letteratura. Infatti l’io-narrante di “German Amok” svolge con estrema coerenza la sua doppia funzione narrativa. Non è mai solo voce narrante, ma sempre anche personaggio: personaggio, come ho detto, mai descritto come migliore degli altri e il cui sguardo non trascende mai dalla prospettiva d’odio che rende grottesco il mondo rappresentato e rimette al lettore il compito di valutare ogni giudizio espresso su di esso. In più, come vuole la tradizione del romanzo in prima persona, la narrazione documenta anche la trasformazione del protagonista. L’incontro con l’assolutamente disadattata “Mongo-Maniac” alias Clarissa apre delle crepe di compassione, forse di amore nella corazza nichilista del pittore. Irrompe un dolore originario, una disperazione che tramuta l’odio stanco e sprezzante in una rabbia escatologica in cui ogni minima speranza di redenzione è contenuta come mero riflesso. Il grado zero della salvezza è non voler più sopravvivere a tutti costi. Prima di scoprire il corpo di Clarissa e prima di seguirla nell’assurdo sacrificio di sé, il pittore si appropria della scena dove dovrebbe essere rappresentato il saggio finale dello stage e si lancia in una terribile invettiva apocalittica, il cui linguaggio riecheggia in modo più inequivocabile di ogni altro passo del libro l’asperità della bibbia di Lutero.
La funzione e la finzione di un’io-narrante coincidono con la lingua in cui si esprime. Quella di “German Amok” è un impasto espressionistico di gergo volgare neotedesco usato in combinazioni nuove, di assonanze ai narratori e poeti citati sopra e infine di toni biblici da profeta veterotestamentario così come sono stati codificati dalla tradizione protestante tedesca. Al gansta-rap della “Kanak Sprak” si sostituisce un concerto di musica contemporanea suonato con tutti i registri tirati su un venerabile organo bachiano. Non c’è da stupirsi che incontri il gusto di un pubblico più ristretto, ma non si tratta certo di un risultato artistico di minore complessità.
Non si può dire che “German Amok” rappresenti un libro privo di eccessi e di qualche altro difetto, ma sono convita che respinga ogni accusa di banalità e di furbizia. Con esso il “Malcolm X dei turchi tedeschi” si attesta come un autore colto, maturo, consapevole nelle intenzioni e in controllo dei propri mezzi espressivi. Feridun Zaimoglu, a mio avviso, ha dimostrato di essere uno degli scrittori più forti e caratterizzati, in breve: uno dei migliori scrittori tedeschi.

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