Dalla Francia : rischio di pandemia

15 ottobre 2005
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di Giacomo Sartori

Come c’era da temere la contagiosa teoria che la letteratura italiana è morta e sepolta – che noi siamo morti – ha passato le Alpi. Ora è anche in Francia : si è segnalato ieri un primo caso. Probabilmente tra qualche settimana, sarà in Turchia, e poi da lì – portata da anziani ma anche meno anziani critici che trasmigrano tra i vari Istituti Italiani di Cultura – invaderà tutto il sud est asiatico, e da lì tutto il pianeta. E non c’è un vaccino, almeno per ora. Siamo morti, e moriremo ancora di più.
Ecco il titolo dell’articolo di Dominique Fernandez (collaboratore anche della prestigiosa La Quinzaine Litteraire), apparso giovedì 13 ottobre sul supplemento letterario di Le Figaro :

L’ITALIA LETTERARIA BEVUTA FINO ALLA FECCIA (“L’Italie des lettres jusqu’à la lie”)

Le frasi salienti : “… La letteratura italiana? Che vuoto, che disastro dopo la favolosa nidiata dei Pavese, Vittorini, Moravia, Elsa Morante, Calvino, Pasolini, Sciascia, Bassani, Carlo Levi, Primo Levi. Mi si obietterà che in Francia non abbiamo tanto da vantarci. Il resto dell’Europa non è forse messo meglio dell’Italia. ….”
“… Naturalmente si potrebbe salvare qua e là qualche nome. Ma l’importante è domandarsi perché il paese che aveva creato i modelli del romanzo neorealista (Pavese, Vittorini), del romanzo di contestazione (Pasolini, Sciascia), del romanzo sperimentale (Calvino, Bassani), del romanzo reportage (Carlo Levi, Primo Levi), è ricaduto nel tran tran di una routine decorosa che non ha più niente da dirci. .…”
Dopo qualche tentennamento (“forse la molle tirannia del berlusconismo è troppo gommosa per suscitare l’insurrezione”) Dominique Fernandez trova la vera spiegazione, la globalizzazione : “Attribuirei piuttosto questa perdita di vitalità creatrice, questo marasma intellettuale, agli sforzi verso la globalizzazione, da parte di un paese che aveva il suo valore nella diversità dei suoi sapori strettamente regionali. …” E più sotto : “… per paura di apparire sorpassati gli italiani di oggi distruggono la loro cultura. Si conformano ai cliché veicolati dalla televisione, ai luoghi comuni mondiali dell’incultura transnazionale. …”

Poi però Dominique Fernandez, invocando Pasolini, e forse proprio grazie all’ispirazione dello spirito di questi, dice anche delle cose più sensate : “Comincerebbe [Pasolini] con l’accusare la politica dei grandi editori, totalmente e vergognosamente americanizzata, e che non si interessa più alle opere, ma al profitto commerciale che ne può tirare fuori, scegliendo di tradurre non i romanzi degni di nota dal punto di vista intellettuale o letterario, ma quelli che occupano i primi posti nelle liste delle vendite – con la speranza, spesso frustrata, che quello che si vende a Parigi e a Londra si venderà anche a Milano e a Roma. Anche in Francia abbiamo questa piaga della caccia al grosso successo : ma almeno gli introiti ricavati con i best-seller servono a finanziare la creazione originale. In Italia questo equilibrio si è rotto. Il libro è trattato con una disinvoltura rapace, come un puro oggetto di speculazione finanziaria, un’occasione di fare ricavi, come una nuova automobile da lanciare sul mercato o una nuova salsa Barilla. L’ideale delle case editrici è d’abbassare le opere stampate al livello della televisione, la quale è ancora più insulsa, più volgare e più bassa che in Francia. Fortunatamente gli editori detti piccoli e disseminati in tutte le città della penisola continuano a fare del buon lavoro, a difendere la letteratura e l’onore del loro paese.”

Insomma, sbrighiamoci a trovare un vaccino.

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34 Responses to Dalla Francia : rischio di pandemia

  1. Antonio Marra il 15 ottobre 2005 alle 20:08

    A me questo pezzo pare molto interessante, anche perché non dice mica tante assurdità, a cominciare dal fatto che i piccol ieditori son megli odei grandi, e di conseguenza che gli autori che pubblicano con igrandi fanno quasi tutti pena. Insomma, non facciamo di tutta l’erba un fascio. Questo è un articolo serio, semttiamola di fare vittimismo e discutiamone seriamente,

  2. georgia il 16 ottobre 2005 alle 01:37

    ma dai Marra come fai a definirlo articolo serio?
    Definire il romanzo di Primo Levi romanzo reportage non mi sembra una cosa molto seria, sono basita da ‘sto fernandez:-(

  3. giuliomozzi il 16 ottobre 2005 alle 08:23

    Ma, Georgia: in fondo, quando Einaudi (dopo averlo rifiutato una prima volta) si decise a pubblicarlo, inserì “Se questo è un uomo” (come peraltro anche il “Diario di Anna Frank”) nella collana “Saggi”.

  4. Giuseppe Iannozzi il 16 ottobre 2005 alle 11:00

    Più che un vaccino, degli scrittori con la S maiuscola. Ma anche ci fossero, non credo che un editore pubblicherebbe, perché… perché siamo ancora troppo italiani. E oltralpe troppo stranieri.

  5. zangrando il 16 ottobre 2005 alle 11:59

    Mah… Più che gli scrittori con la S maiuscola (o i romanzieri con la R maiuscola, come Sartori, che però comincia per S, ma non confondiamoci), direi i critici con la C maiuscola, i mediatori con la M maiuscola, i direttori editoriali con la D e la E maiuscola, insomma tutte le persone che dovrebbero qualificare il complesso processo che porta un’opera di valore inedita tra le mani di un lettore con certe aspettative. Io, almeno, è di questo che sento la mancanza, perché credo che qualcuno da valorizzare ci sarebbe, e che se venisse valorizzato nel modo giusto, quindi apprezzato e anche stimolato dalla presenza delle aspettative di cui sopra, darebbe forse frutti ancora migliori. I nomi? Ma se ciascuno di noi ne conosce almeno due o tre! (Che sono già tanti, se fate le somme.) Il problema, appunto, è se tra noi vi sia qualcuno con la Q maiuscola e tenga le redini di una politica editoriale con la P e la E maiuscole.

  6. georgia il 16 ottobre 2005 alle 12:31

    beh, giulio, i critici non sono mai molto bravi a maneggiare le cose “nuove” e di solito non sanno cosa dirne. Più nuove sono e meno sanno cosa dire, (e poi allora iniziava la mania di vedere il saggio come opera suprema dell’umanità uscita dalla guerra), ma fernandez non è un ragazzino di primo pelo ;-) e neppure la divina commedia di Levi ormai è una nuova entrata, quindi definirlo oggi reportage mi sembra un po’di cattivo gusto. A meno che fernandez da qualche altra parte (e non lo escludo) non abbia definito la divina commedia di Dante un reportage divino, allora mi taccio.
    A me però fernandez non è mai piaciuto molto, troppo ossessionato dalla mania di psicanalizzare (alla io boja) la letteratura, ma … forse è mia la colpa che l’ho letto poco e male.

  7. georgia il 16 ottobre 2005 alle 12:32

    scusate in grassetto dovev aessere solodivina commedia di dante
    Mi dimentico sempre di chiudere le porte ;-)

  8. Giuseppe Iannozzi il 16 ottobre 2005 alle 12:50

    Quante maiuscole! Di scrittori buoni, ottimi, ce ne sono, almeno due o tre, sì: solo che all’estero non vengono portati. Perché? Gli editori preferiscono portare all’estero romanzi veloci, quelli d’una stagione, d’una moda, e quasi mai gli Scrittori che scrivono per il presente ma soprattutto per i posteri. Si è proiettati nel presente, fino al suo totale dissanguamento; tutto il resto sembrerebbe che non abbia importanza alcuna. Ecco perché (molto probabilmente) di questi ultimi vent’anni resterà poco o nulla.

  9. zangrando il 16 ottobre 2005 alle 14:42

    Assolutamente d’accordo sullo schiacciamento sul presente, problema epocale, epistemologico tout court. Non avevo invece ben chiaro, Iannozzi, che tu parlassi “in particolare” del portare all’estero, cioè tradurre, i cavalli di razza nostrani. Poiché per me è innanzitutto a casa propria che si deve cominciare con il valorizzare il valore, dove c’è, attraverso l’operato delle immaginarie maiuscole che ho lasciato proliferare qui sopra. E questo, appunto, mi pare che nella realtà accada troppo poco o troppo lontano dai grandi circuiti, precisamente a causa di ciò che afferma Fernandez travestito da Pasolini.
    O forse è sempre stato così, l’arte letteraria – o almeno la sua comprensione – ha sempre riguardato una cerchia più o meno elitaria, e il nostro biasimo verso il mercato editoriale è anch’esso un abbaglio prodotto da un eccessivo schiacciamento sul presente?

  10. Franco Melloni il 16 ottobre 2005 alle 19:28

    La Francia è un paese che, a differenza di altri (l’Inghilterra, ad esempio), pubblica poca nuova letteratura italiana, è il “buco nero” nel palmarès di molti nostri scrittori. Quando gli editori francesi pubblicano italiani, spesso lo fanno con traduzioni mediocri (ho parlato con diversi scrittori, negli ultimi anni, e diversi di loro si sono lamentati per la scarsa qualità delle traduzioni francesi dei loro libri). Non c’è da sorprendersi se alcuni critici – magari un po’ più disattenti e apocalittici di altri, un po’ come Luperini qui da noi – dicono di non vedere quello che, effettivamente, non gli passa sotto il naso per precise scelte editoriali. Se fossero un po’ meno “isolazionisti” e concentrati su se stessi, forse si renderebbero conto che negli ultimi anni in Italia sono uscite un sacco di cose interessanti e innovative. Ma non si può gettare la croce addosso ai francesi: anche tra gli “addetti ai lavori” italiani c’è molta gente che guardava da un’altra parte e non se n’è accorta. Chi rimarrà vivo, se ne accorgerà forse tra qualche anno.

  11. melpunk il 16 ottobre 2005 alle 19:36

    Di scrittori buoni, ottimi, ce ne sono, almeno due o tre, sì: solo che all’estero non vengono portati. Perché? Gli editori preferiscono portare all’estero romanzi veloci, quelli d’una stagione, d’una moda, e quasi mai gli Scrittori che scrivono per il presente ma soprattutto per i posteri. Si è proiettati nel presente, fino al suo totale dissanguamento; tutto il resto sembrerebbe che non abbia importanza alcuna. Ecco perché (molto probabilmente) di questi ultimi vent’anni resterà poco o nulla.

    sottoscrivo quanto detto da iannozzi e aggiungo un pensiero da bar: ma è la letteratura in crisi o, più in generale, il pensiero?

  12. Trespolo il 16 ottobre 2005 alle 22:04

    Boh… son fuso, ma ho la vaga impressione che si continui a girare intorno al vero problema con ‘sta tirata della letteratura che sarebbe morta? Ma di cosa? epidemia dei polli? no eran tacchini? magari HIV, ché ha trombato senza preservativo?

    Troppo stanco. Sistemo due mail e sarà per domani.

    Buona notte. Trespolo.

  13. tashtego il 17 ottobre 2005 alle 10:47

    Le cazzate che scrive Férnandez non cancellano il problema.
    Sono convinto che non sia solo una questione di letteratura: è l’intera cultura italiana che attraversa una stagione terminale, in attesa si spera, di trovarsi di nuovo, ri-strutturarsi & re-inventarsi.
    Chiunque faccia una capatina all’estero si accorge di questa sconfitta epocale, ma anche da qui è ben visibile: trovare la traduzione di un libro italiano in una libreria di new york è impresa impossibile, così come trovare un nuovo artista italiano esposto in qualche museo importante, pubblicato su qualche regesto mondiale di emergenti.
    Non parliamo poi del cinema, del teatro, della cultura scientifica, della poesia, eccetera.
    E non parliamo neppure dell’architettura italiana che è completamente morta: se si eccettuano un paio di star che di solito producono robaccia, manca completamente un tessuto connettivo, una cultura praticata et condivisa.
    Nella generazione che oggi ha tipo 25 anni, della stagione cui fa cenno così maldestramente Férnandez, si è sedimentato solo Pasolini, peraltro sopravvalutato al punto che è diventato una specie di icona intoccabile, il che è a mio avviso un segno a riprova dello stato agonico della cultura italiana.
    (Singolare che Fernandez non citi FENOGLIO, cosa che non si fa mai neanche qui, in NI, peraltro).
    Mi fa sorridere, se me lo permettete, questa continua demonizzazione degli editori che soffocherebbero una ipotetica GRANDE LETTERATURA, che resterebbe non-pubblicata perché non-commerciale.
    Ma andiamo: possibile che non vediate come stanno davvero le cose?
    Non vi accorgete che i modelli cui si riferiscono i nostri giovani scrittori sono tutti americani?
    Non vedete che nei corsi di scrittura cosiddetta creativa si leggono quasi solo autori anglosassoni tradotti, come se la lingua nostra non sia più capace, per default, di produrre direttamente letteratura?
    Eccetera: l’elenco degli argomenti è davvero lungo.
    Se ne dovrebbe parlare più seriamente, secondo me.

  14. zangrando il 17 ottobre 2005 alle 12:01

    Tashtego:
    “Sono convinto che non sia solo una questione di letteratura: è l’intera cultura italiana che attraversa una stagione terminale, in attesa si spera, di trovarsi di nuovo, ri-strutturarsi & re-inventarsi.”
    E qui in NI che altro si sta cercando di fare?
    “Mi fa sorridere, se me lo permettete, questa continua demonizzazione degli editori che soffocherebbero una ipotetica GRANDE LETTERATURA, che resterebbe non-pubblicata perché non-commerciale.”
    Sorridi pure, caro Superdurbans, ma è quasi così, nel senso che finché non si dà una possibilità ai nuovi Vittorini, ai nuovi Pavese e ai nuovi Bazlen (due esempi alla faccia degli anti-autoreferenziali: Andrea Raos e Massimo Rizzante) di orientare alcune scelte (non tutte!) di alcune (non tutte!) grandi case editrici, gente come Giacomo Sartori pubblicherà fino alla morte per Sironi, che, con rispetto parlando, secondo me è utile e sensata finché promuove gli esordienti, mentre artisti verbali consumati come Lucio Klobas dovranno accontentarsi di angoli sempre più angusti come quello di Greco & Greco – tanto per fare alcuni esempi. Certo è anche vero, bisogna riconoscerlo, che dagli Stati Uniti, dove sono più numerosi quelli che osano di più, sia sul piano creativo che su quello editoriale, arrivano anche varie cose buone. No?
    “Se ne dovrebbe parlare più seriamente, secondo me.”
    Hai ragione, però adesso scusami, il mio tempo è scaduto.

  15. zangrando il 17 ottobre 2005 alle 12:40

    P.S. Mi rendo conto che la mancanza di tempo ha reso approssimativo e forse confuso il mio messaggio. Mi propongo di tornarci con più calma e chiarezza nel tardo pomeriggio.

  16. tashtego il 17 ottobre 2005 alle 13:40

    superdurbans?
    vedo, oh zangrando, che ancora percepisci la crisi della parola scritta come estrapolabile dalla crisi generale della cultura italiana.
    ripeto: non è così.
    non è una questione di editori.
    e ci vuole altro che NI.

  17. tashtego il 17 ottobre 2005 alle 13:42

    Aggiungo che Berlusconi non è causa della crisi, ma è piuttosto un prodotto della crisi.

  18. helena janeczek il 17 ottobre 2005 alle 13:56

    Per cominciare: mi colpisce nel discorso di Férnandez la vulgata pasoliniana sulla perdita italiana delle specificità regionali, tanto più perché so bene che quel che viene tradotto all’estero è spesso selezionato in base a tale critierio. Il criterio, per semplificare, della pizza, spaghetti & mandolino, o, leggermente più snob, dell’olio extravergine e dell’espresso ILLY: per cui questi stravedono per Camilleri e Margherita Agnello Hornby, come per Bufalino o per Carmine Abate, per tutto ciò che in breve faccia più o meno “tipicamente italiano”.
    Ma se noi qui campiamo in un mondo che “tipicamente italiano” non lo è più da un pezzo, che ci dobbiamo fare? Attacarci in eterno all’Albero degli Zoccoli (che è un bellissimo film) o fare i piccoli americani? Non mi sembrano alternative valide. E’ complicata da raccontare l’Italia di oggi, così “globalizzata” e al tempo stesso così “locale”, in certe parti più che in altre, temo. E noi fatichiamo ad avere una visione di noi stessi e del nostro mondo.
    Solo che questo non è solo un problema italiano. In Francia non so se siano messi molto meglio (rimando la domanda ai franciosi fra voi), visto che non mi risultano autori francesi che si siano imposti negli altri paesi tranne Houellebecq. Che poi i francesi valorizzino, a torto o ragione, i loro autori, è un’altro discorso. Antropologico più che letterario.
    In Germania siamo lìlì, anzi magari un po’ messi peggio. Un po’ di bravi scrittori, pochi che senti davvero il bisogno di far conoscere al resto del mondo. Al volo, me ne vengono in mente tre: Feridun Zaimoglu, Terezia Mora, Ernst-Wilhelm Haendler. Forse è un’ impressione parecchio pro domo mea, ma non mi pare così casuale che due su tre proprio tedeschi-tedeschi non sono (per gli austriaci vale un discorso a parte).
    L’ho già detto altre volte: credo che in Italia in realtà ci sia un fermento maggiore, anche se non si vedono capolavori o autori di chiara rilevanza da canone. Ma è per me più importante che sull’humus cresca qualcosa di vivo e vegeto che trovare albero che svetta.
    E poi non è affatto vero che gli autori italiani non vengano tradotti all’estero, almeno in Europa. Nei paesi anglosassoni è invece dificilissimo entrare per qualsiasi autore che non provvenga da quell’area linguistica.
    La domanda è: perché ci percepiamo così miserabili quando in realtà non lo siamo?
    A parte una componente antropogica che potrebbe c’entrare anche qui, temo che il problema stia a monte. Nello scollamento, questo sì molto più avanzato dell’ecosistema culturale italiano di cui l’editoria è una parte, la critica nella sua quasi inesistenza un’altra, e così via. E’ qui da noi che non funziona più il meccanismo per cui alle singole opere si assegnano pesi e misure e dunque come diavolo pretendiamo di esportare libri di cui noi stesso non sappiamo dire che cosa ci rappresentano.
    Che poi dalle altre parti siano sempre contenti di piazzare Italiette, certo non ci aiuta (domanda che mi viene orora: ma VOLPONI in Francia è mai stato tradotto? In Germania mi par di no.)
    ps. per Tash: con FENOGLIO sfondi porte spalancatissime: l’avevo prposto subito quando lavoravo per i tedeschi, però mi sa che più di “Una questione privata” non sia poi stato tradotto. Ora vado a controllare

  19. francesco forlani il 17 ottobre 2005 alle 14:34

    Da quando ho letto il “Pavese” di Dominique Fernandez, che consiglio a tutti come l’esempio di feccia letteraria, di vautourisme intellettuale,(avvoltoiamento), mi sono giurato che di quest’autore non avrei letto nemmeno un bigliettino in un bacio perugina.
    Quindi non mi preoccuperei molto di quanto uno così possa dire.
    Per quanto riguarda la “traduzione ” dei nostri autori in Francia il problema non è che siano tradotti, quanto quello di essere distribuiti e ancor prima di essere comunicati. Da anni alcune case editrici come Le Metailler, Christian Bourgois, Verdier, fanno un lavoro sopraffino. La questione è che Vincenzo Consolo vende qualche centinaio di copie, Baricco diverse migliaia. Un fenomeno invece molto interessante e che credo sia unico in Europa, molti autori pubblicati in Italia da piccole case editrici o addirittura rifiutati da tutti siano non solo scoperti e pubblicati in Francia, ma perfino riimportati in Italia. Qualche esempio?Ferrandino, Pericle il nero, su cui ho qualche riserva, Atzeni, il figlio di Bakunin, che secondo me è un capolavoro e il paese dove non si muore mai, di Ornela Vorpsi. Romanzo straordinario quest’ultimo, scritto in italiano, tradotto e pubblicato da Actes Sud, ed ora in uscita da Einaudi. Provo a riflettere sulla questione sollevata da Helene.
    effeffe
    ps
    Stefano, du calme!!!
    Tashtego, mai perdere la speranza

  20. tashtego il 17 ottobre 2005 alle 14:46

    La cultura germanica, quella ispanica e soprattutto quella francese sono culture forti, nel senso che riescono ad emanare – non faccio un discorso di qualità, ma la qualità c’entra, eccome – radianze anche al di là del cerchio di auto-referenzialità che tutte possiedono.
    Provincia non è un luogo dove non giunge nulla, ma un luogo da cui non si diparte nulla rilevante, ed è il nostro caso.
    L’Italia non è globalizzata, tutt’altro.
    È americanizzata, ma verso il basso, cioè assimila solo gli strati bassi della cultura statunitense, quella verbo-visiva andante, per capirsi.
    Questa sovra-esposizione al vento culturale anglosassone e soprattutto americano, ha trasformato completamente il nostro immaginario (“gli americani ci hanno colonizzato l’inconscio”, W. Wenders).
    Ciò è accaduto in una misura che non ha eguali negli altri paesi europei e ha completamente denaturato la nostra cultura, per quel tanto di originale – poco – che ancora possedeva agli inizi degli anni Ottanta.
    Abbiamo molto bene interiorizzato in nostro “essere americani”, che i prodotti culturali che provengono da lì li consideriamo nostri, senza percepirne nemmeno più le differenze, se non nei casi di pacchianeria più rilevante e conclamata.
    Se non si parte da qui, dalla Rivoluzione Culturale degli anni Ottanta, non si è in grado di raccapezzarsi nello smarrimento culturale attuale, non si è in grado di capire il perché della super-valutazione di Pasolini, eccetera.
    Nemmeno si capisce perché non si pubblica Grande Letteratura (…).
    I fenomeni descritti hanno interessato tutte le culture europee forti, ma non nella misura in cui hanno investito quella italiana.

    Quanto alla forza della cultura francese faccio cenno solo a due cose:
    1) la Francia è il paese culturalmente più presente, in toto, cioè nella totalità della propria cultura (non solo letteratura, cazzo), da almeno un secolo e mezzo in tutto il mondo anglo-sassone: buttare un occhio nei musei, nelle biblioteche, nelle enoteche, nei ristoranti, nei supermercati americani, peffavore;
    2) il pensiero filosofico francese del Novecento è quello che ha più influenza nei luoghi della cultura anglo-sassone, molto più di quello tedesco.
    Ergo, per gli americani Europa e Francia sono la stessa cosa.
    Non mi dilungo oltre sulla cultura francese – uso il senso esteso del termine, cioè l’insieme condiviso dei prodotti umani di una nazione (non solo letteratura, cazzo) – ma basta riflettere sul fatto che di ogni cosa, di ogni oggetto esiste una versione francese per capire forse di cosa sto parlando.
    Dunque andiamoci piano coi paragoni Italia-Francia: non reggono.
    Così come non reggono quelli con la Spagna, che è la testa di una grande Cometa Culturale, la cui coda si estende su mezzo globo.
    La Germania ha una sfera di più di 100 milioni di parlanti tedesco: una massa critica capace di imperniare fortemente una cultura su di sé.
    Eccetera.
    Cominciamo, come Paese, ad identificarci per differenza, invece che per analogia: forse qualche discorso sensato ne verrà fuori.

  21. francesco forlani il 17 ottobre 2005 alle 14:57

    Condivido quanto detto da te caro Tashtego. Non è una questione di letteratura ma di cultura. Di cultura e di tradizione.
    effeffe

  22. helena janeczek il 17 ottobre 2005 alle 15:15

    Scusa Tash, non era chiaro: ma io mi riferivo al quadro a partire dagli anni ottanta, qui e altrove: agli autori, registi, artisti ecc. emersi da lì in aventi. Vedo una differenza qualitativa/quantitativa solo con la Spagna, mentre per gli altri paesi citati le analogie, nonostante la maggiore forza tradizionale di quelle culture, ci sono, eccome.
    Per “globalizzato” intendevo quel assimilato al modello basso-americano che dici tu, ma quell’impatto c’è stato anche altrove, meno violento forse, ma anche meno riconoscibile che da noi. E temo che fosse per questo che anche altrove chi si affacciava da quegli anni in poi sulla scena culturale, nonostante il sostegno maggiore dei sistemi culturali di altri paesi, faticasse a trovare un proprio punto di vista e linguaggio forte.
    Poi le analogie non servono certo a dire “tutto è uguale”, ma per cominicare a misurare la differenza.

  23. wovoka il 17 ottobre 2005 alle 16:44

    Stimare il “valore intrinseco” della mostruosa sommatoria delle opere di una certa nazione in un dato periodo, mi appare un compito totalmente sproporzionato all’individuo ed alle sue capacità combinatorie. Eppure, a livello collettivo, si compiono questo ed altri miracoli. Internet sembra lasciar intuire come questo possa svolgersi: attraverso l’adesione collettiva ad opinioni sempre più sintentiche e sempre meno verificate in prima persona, un progressivo consolidarsi della diceria all’interno della semiosfera. Mi sembra, rimpicciolendomi, di assistere al formarsi delle opinioni del mondo e, a differenza dell’ometto dentro al mulino di Leibniz, capire come le grandi astrazioni (la “letteratura”, la “cultura”, e le loro “torsioni”, e “smottamenti” ecc.) possano infine costituirsi come epifenomeni.

  24. gianni biondillo il 17 ottobre 2005 alle 17:24

    Eppure, eppure… qualcosa frigge da qualche anno a questa parte, in Italia. Io lo sento friggere, ne sento pure il profumo. Sono l’unico?

  25. zangrando il 17 ottobre 2005 alle 17:53

    No che non sbagli, Gianni!
    Scusami Tashtego, non volevo offenderti, “superdurbans” è stata una mia caduta: è che, superata una certa soglia di stima, a volte sono tentato da appellativi canzonatori, tanto più se il mio interlocutore provoca: forse è una debolezza, una reazione psicologica per recuperare la giusta distanza.
    Dunque, benché io non abbia le qualità e i saperi per concepire una visione generale della cultura come quella di Tashtego (e forse non ne ho nemmeno l’età), credo di poter affermare quanto segue.
    Quello che a me pare sia accaduto, non so se “a causa” dell’Involuzione Culturale di matrice statunitense degli anni ottanta o complementarmente alla medesima influenza, è un corto circuito, una rottura, uno svarione nel meccanismo della tradizione, della trasmissione dei saperi, insomma del passaggio del testimone dai maestri agli allievi che ha sempre costituito, in forma di solidarietà e di conflitto al tempo stesso, il meccanismo progressivo della cultura umana. Di primo acchito, infatti, non riesco mai a trovare una risposta a interrogativi come: quale artista italiano ha raccolto e rinnovato con risultati eccellenti l’eredità di Fellini? O di Nono? O di Strehler? O di Sapegno? O di Gadda? Oppure, tornando all’editoria: com’è che sulle poltrone dirigenziali di molte grandi case editrici siedono persone che perlopiù non sono affatto eredi degni di chi li ha preceduti? Insomma, che cos’è successo a un certo punto, ossia dopo la democratizzazione del Sessantotto, al meccanismo della tradizione? E’ da qui che nascono molte mie perplessità verso gli aspetti controproducenti del Sessantotto, che ha fatto sì che oggi diversi posti strategici della cultura siano in mano a gente mediocre, per niente all’altezza dei propri predecessori.
    Tuttavia, se da un lato sono persuaso che in generale il nostro tempo sia sfavorevole alla formazione di grandi personalità nei vari campi della cultura, come se il genio umano avesse rivolto altrove le proprie risorse (alla tecnologia in senso stretto, soprattutto), dall’altro sono altrettanto convinto che, nella generazione di mezzo alla quale tutti voi tra i 35/40 e i 55 appartenete e che per ora, secondo me, non annovera in sé dei veri e propri maestri, si vadano tuttavia formando nuove personalità, che quindi qualcuno stia effettivamente “diventando” un maestro, anche se è presto per dirlo e soprattutto non siamo noi, non ancora, a doverlo riconoscere. Credo infatti che oggi i tempi di crescita e di maturazione delle grandi personalità dell’arte e della cultura siano più lenti di un tempo, benché questo accada parallelamente a un giovanilismo estremo nella promozione mercantile dei nuovi talenti. Ma quest’ultimo aspetto è ancora una volta uno dei peggiori effetti collaterali del Sessantotto, ossia uno dei modi in cui i suoi esponenti meno raccomandabili rimangono attaccati alla giovinezza e ai suoi miti. Il problema è che nel frattempo continuano ad essere questi ultimi, insieme con i figli meno raccomandabili degli anni ottanta, a dettar legge nell’establishment. O no?
    Concludo. Che i prossimi maestri vengano via via percepiti come tali e raggiungano la visibilità che meritano, in Italia e all’estero, dipende anzitutto da noi scrittori intellettuali artisti delle ultime generazioni, dalla nostra umiltà nel riconoscere la grandezza altrui anziché sgomitare per affermarne una nostra che magari neppure esiste, dalla nostra giusta presunzione di poter costituire una nuova élite senza la quale nessuna nuova cultura democratica potrà generarsi, e poi dalla nostra capacità di instaurare un dialogo diretto con i maestri del passato che negli ultimi venti o trent’anni sono stati misconosciuti o dimenticati, valorizzando al tempo stesso chi, tra i nostri immediati predecessori, sia rimasto nell’ombra a vantaggio dei mediocri, nonni o padri che siano, che hanno diretto le orchestrine offenbachiane nell’operetta culturale italiana degli ultimi decenni.
    Perdonatemi la lunghezza!

  26. tashtego il 17 ottobre 2005 alle 19:32

    non hai bisogno di scusarti zangandro.
    sul resto dico: azz, denso! me lo leggo con calma domani.

  27. Wovoka il 17 ottobre 2005 alle 21:14

    > Che i prossimi maestri vengano via via percepiti come tali e raggiungano la visibilità che meritano, in Italia e all’estero, dipende anzitutto da noi

    Urca, dal “taste maker” al “master maker” … forse un po’ di cristiana rassegnazione non guasterebbe ;-)

    (Gli sembra permesso sprecare una vita in problemi, la cui soluzione potrebbe in fondo essere importante solo per colui a cui fosse assicurata un’eternità. All’intorno fissano lo sguardo su di lui, l’erede di poche ore, i più spaventosi precipizi, ogni passo gli dovrebbe ricordare: a che scopo? verso dove? da dove? Ma la sua anima si infiamma davanti al compito di contare gli stami di un fiore … [Nietzsche]).

  28. Giacomo Sartori il 18 ottobre 2005 alle 11:23

    Personalmente trovo questo dibattito estremamente stimolante. Secondo me sono venute fuori – per paradosso qua e là partendo da delle schermaglie personali di per sè molto poco interessanti – alcuni problemi/temi chiave. Citarli tutti, e ricucirli ci vorrebbe molto tempo e molto spazio. E poi io lo farei dal mio punto di vista, che è un punto di vista molto empirico: io sono un autore, e personalmente sono preoccupato soprattutto per la mia sopravvivenza (come autore). Della mia sopravvivenza – che dopo quasi quindici anni di rapporti molto difficili con il “mondo letterario” italiano sento molto in pericolo – e naturalmente di quella degli altri autori italiani e non che mi interessano e stimolano, della mia idea della scrittura. Direi che devo occuparmi di queste cose – io che sono già molto preso dalla mia attività scientifica, che mi serve per vivere ma anche mi appassiona, e che tutto il resto del mio tempo lo dedico a leggere e all’unica cosa che, in questo ambito, mi sembra di saper fare bene, scrivere racconti e romanzi – perchè non posso farne a meno, per vedere se riesco a scrivere i libri che voglio scrivere, se riesco a farli circolare , se riesco appunto a sopravvivere (come autore) e far sopravvivere i tipi di narrativa che mi interessano. Ma molti di voi, per formazione e lavoro e interessi e intelletto, lo farebbero molto meglio di me, e vi cedo volentieri il compito.
    Ma appunto, per andare più in profondità, ci vuole tempo e ci vuole spazio. Ci vuole un po’ d’ordine, nel senso di concentrarsi a sviscerare un argomento o un fascio di argomenti per volta, evitando l’inevitabile zigzagamento di palo in frasca, e le polemicucce, di un dialogo come questo. Ci vorrebbe apertura e ariosità, nel senso di bandire le schermaglie e di interpellare altre voci che possano apportare contributi utili. Ci vorrebbe un minimo di visibilità, appunto per poter attrarre altre voci. Non so come questo potrebbe concretizzarsi. Credo però che sarebbe l’unico modo per districarsi dal magma dalla superficialità dominante (il dramma è questa superficialità che ci contamina tutti, parliamoci chiaro, se non altro come carenza di informazioni di prima mano e affidabili: molte affermazioni nel dialogo che precede sono false, adesso non sto lì a fare degli esempi, e la cosa interessante è che in molti casi vengono smentite dall’intervenente di turno che è ferrato in quel dato dominio), per incidere un minimo. Credo che il problema di NI, per come vedo io le cose, stia qui. Come non limitarsi a citare i problemi, con formule che presto si fossilizzano e si ripetono all’infinito (le grosse case editrici cattive, i piccoli editori buoni, il mercato che …), come essere nello stesso tempo più concreti e meno in balia della banalizzazione che deprechiamo. Ma credo che siete e siamo (intendo, io in quanto persona che vi segue) qui per questo, che è quello che vogliamo, quello che ci unisce.

  29. francesco forlani il 18 ottobre 2005 alle 11:28

    Ben detto e soprattutto ben pensato
    effeffe

  30. wovoka il 18 ottobre 2005 alle 12:03

    > io sono un autore, e personalmente sono preoccupato soprattutto per la mia sopravvivenza (come autore)

    Io non sono preoccupato per la tua sopravvivenza come autore, eviterò comunque di interferire dal momento che si passa al livello n-1 della piramide di Maslow. Auguri!

  31. francesco forlani il 18 ottobre 2005 alle 12:35

    Puem Maslowien detto de la piramide

    Bisogni fisiologici :

    l’est que si l’homme (ou fimina)
    tenet la panza plena
    puè devenir escriba
    ou al maximo serena
    .
    Bisogni di sicurezza :

    o si ‘ndifeso in lotte
    nun tenet une curasse
    puè far lu metronott
    et viver sine lasse

    Bisogno di appartenenza :

    mais alors comme n’indiano
    s’encontra colli otros
    e tenet cumentario
    sul sito des autores

    .
    Bisogno di stima :

    et si nun baste encore
    tout ce bailamme et force
    lui resterait l’amour
    du mismo et de lu stiss

    Bisogno di auto realizzazione :

    enfin sin piramide
    au moins tenet patente
    et si l’est inteligente
    se parla cull’amis

    A questi cinque livelli si aggiunge il “Bisogno di trascendenza” inteso come tendenza ad andare oltre se stessi, per sentirsi parte di una realtà più vasta, cosmica o divina .

    Mon Dieu oh la madonna
    cum tutos santos en coro
    nun parlo de lu balun
    mais d’angel n pili d’oro

  32. wovoka il 18 ottobre 2005 alle 13:23

    forte! :-)

  33. ALEXIOS il 19 novembre 2005 alle 15:27

    Zangrando mi fa ridere: di quale “Umiltà nel riconoscere la grandezza altrui” sta parlando?
    Per fare un esempio, dopo la SCONFITTA nella Seconda Guerra Mondiale, invece di pensare a ricostruire il Paese, abbiam perso sessant’anni di tempo a mostrare che un pò – in fondo – la guerra l’avevamo vinta anche noi, e che i vari “partigiani Johnny” erano meglio di tutto quello che era uscito dal Ventennio fascista (in quei 20 anni Pirandello e Grazia Deledda han vinto il premio Nobel, ricordate?).
    Così, come molti di voi sapranno, un Ungaretti – che non ha mai rinnegato il suo passato da patriota interventista – non ha mai vinto un premio Nobel, che invece è andato al ben più nullo Quasimodo – il cui unico merito era avere una tessera di partito…. ma non era quella fascista!
    Tashtego ha ragione da vendere su molti aspetti dell’americanizzazione, ma il “servilismo culturale” ha radici molto profonde, che vanno ricercate nel PCI come nella Democrazia Cristiana,e questo non va dimenticato!
    Gli scrittori Tedeschi, austriaci e svizzero-tedeschi si sentono parte di un’unica grande famiglia culturale, così come il Sud America di lingua spagnola o i paesi di lingua francese (Québec, Belgio, Senegal ecc.) mentre noi abbiam lasciato che l’Università di Mogadiscio (l’unica di lingua italiana al di fuori della nostra Repubblica, assieme all’USI) sparisse nel 1991 senza che nessuno battesse ciglio…
    Tutto questo – te lo ripeto, caro Zangrando – non ha nulla a che vedere con una notra presunta “umiltà intrinseca”.
    Difendere la propria lingua e la propria cultura (e di conseguenza i suoi prodotti più disparati) è solo un fatto di sapersi valorizzare!

  34. cippa il 15 dicembre 2005 alle 16:31

    ciao a todos



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