La realtà è uno tsunami. Le sfide della non-fiction e gli scrittori marketting

12 marzo 2006
Pubblicato da

tsunami.gifJohn Freeman intervista David Foster Wallace

I migliori travestimenti sono spesso quelli indossati sotto gli occhi di tutti. David Foster Wallace sembra aver capito bene questo concetto, perché, circa una volta all’anno, il giovane scrittore più temuto d’America prende una matita e – sotto copertura – s’infiltra nel mondo dei cronisti alle prime armi per mostrarci tutto quello che i giornalisti dimenticano di includere nelle loro storie.

In Una cosa divertente che non farò mai più (1997), la sua prima raccolta di articoli di questo genere, Wallace visitò una fiera statale, salpò in una crociera per anziani, giocò una o due partite a tennis. Come si può notare leggendo il libro, Wallace si rivela molto, molto bravo in questo genere di lavoro. Nel mondo della scrittura delle riviste patinate, dove la collusione è la norma e le esagerazioni di consorterie pressoché fuori controllo, Wallace coerentemente coglie il brutto e il falso. Non permetterà mai che il suo lettore dimentichi che qualcuno ha cercato di “confezionare” molto di quello che leggiamo, vediamo e osserviamo al fine di indurci a comprare qualcosa.

Nella sua nuova raccolta di saggi rabbiosi e sagaci, Consider the Lobster, egli attacca questa verità come un dobermann eccitato. Recentemente ho raggiunto Wallace a New York e davanti a un piatto di sushi mi ha raccontato perché s’è trovato immischiato in questo doppio lavoro.

Qual è stato il tuo primo incarico da giornalista?

All’inizio degli anni ‘90 Colin Harrison di Harper’s mi fece fare un paio di pezzi: il primo fu quello sulla fiera statale, l’altro quello sulla crociera. Io veramente continuavo a dire a quelli di Harper’s «Voi capite che non sono un giornalista» e loro dicevano «Oh-oh, bene, è proprio quello che non vogliamo».
Era chiaro che, sottintese al loro dire “noi non vogliamo questo”, per me c’erano un sacco di cose sul giornalismo che proprio non avevo mai imparato, incluso il perché qualcuno dovrebbe essere così stufo del giornalismo convenzionale.

Questo libro e la tua ultima raccolta di racconti, Oblio, sembra siano fratelli, nel senso che entrambi riflettono sul linguaggio – le burocrazie all’interno del linguaggio, il modo in cui esso si distorce per descrivere qualcosa senza nominarlo – vedi in politica o nella società civile.

Beh, forse sì. Ma la cosa che mi piace è che la fiction e la nonfiction sono completamente diverse. Sono entrambe difficili in modi diversi. Questi pezzi di nonfiction mi sembrano la cosa più difficile che abbia fatto, ma solo perché la realtà è infinita. Dio solo sa cosa stai annotando frettolosamente. Per me il momento più duro è quando prendi nota. Sparisce tutto. C’è così tanta roba. La fiction invece, sei tu e la tua testa, e così costruisci la realtà di cui parli. Il che non significa che non sia difficile. Semplicemente non è come star in piedi a guardare uno tsunami mentre ti viene addosso, che è esattamente come mi sembra la nonfiction.

Hai preso una montagna di appunti per questo libro – ci sono così tante scene rappresentate intensamente che mi viene da pensare, come diavolo ha fatto a farci entrare tutto questo?

Penso che per me sia un tantino imbarazzante. I primi due pezzi che ho fatto con Colin, per esempio. Il primo, non sapevo di dovermi portare un taccuino – io di solito porto un taccuino per annotare quello che la gente ha detto (ora la mia credibilità sta davvero andando alle stelle, vero?) – ma significa che devo esser sembrato veramente strano alla gente. Io non stavo facendo esperienza della fiera, la stavo in un certo qual modo chiudendo nella memoria. Non c’è modo di prendere nota delle cose in questo modo – oppure avrei preso note a sufficienza che sarei stato in grado di ricordare, e allora –; l’altra cosa difficile in questo genere di lavoro è che una volta che è finito, sono praticamente inservibile per due settimane. Perché devo fare questa cosa giusto dopo che è finita, altrimenti non posso più. È come mangiare un sacco e poi andare al vomitorium.

E la fiction è ancora per te la cosa più importante?

Beh, è quello che di interessante c’è in noi. Se la fiction ha un qualche valore è che ci fa comunicare. Cioè, guarda, tu e io possiamo piacerci, ma io non saprò mai che cosa tu pensi veramente, e tu non saprai mai che cosa io sto pensando. Io non so niente su com’è essere te. Per quello che posso dire, sia che sia d’avanguardia o realistico, il motore fondamentale dell’arte narrativa è il modo in cui essa buca un po’ queste membrane.

Leggendo questo libro mi è sembrato di aver imparato più su di te come persona – piuttosto che come personaggio – che in qualunque altro tuo libro che io abbia letto. Ti mostri in una città, fai vedere con chi vai in chiesa…

Penso che sia l’unico libro. Cioè, di tutta la storia della biografia -io non ne so proprio niente. Hai mai scritto cose sulla tua vita?

Sì, è davvero strano.

Credo che per lo più io sia ben consapevole che molta di questa roba non è proprio interessante. Uhm, al limite, probabilmente penso anche che capisco il mercato di un libro nel mondo letterario, che capisco insomma che negli ultimi 20 o 30 anni ci siano stati un po’ di cambiamenti. Gli scrittori marketting come categoria di persone sono come un reality a basso costo – o come un reality con le celebrità. È un uso molto scaltro da parte dell’editoria dei pochi dollari della pubblicità. Ma ci sono cose, a questo proposito, e in particolare nel caso di persone che sono persone normali, non sono belle; se hanno un qualche bagaglio di esperienze personali sarebbero eccezionalmente svantaggiate, oppure solo eccezionali nerd : gran parte della loro vita quotidiana consiste nello star sedute da sole a leggere e a scrivere. La quantità di deformazione che è richiesta per rendere queste vite interessanti? A me sembra una sciocchezza.

(pubblicato sul San Antonio Current)

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29 Responses to La realtà è uno tsunami. Le sfide della non-fiction e gli scrittori marketting

  1. sl il 12 marzo 2006 alle 17:57

    non ho letto una riga di questo qui, che già non mi ricordo come si chiama: ma penso che è un genietto, si capisce da come accelera con la testa. La prima cosa in assoluto pubblicata da Kafka è stato il raduno aeronautico di Brescia (anche la prima descrizione mondiale in assoluto di un aereo). ha fatto in tempo anche a descrivere in 1 riga il vater D’annunzio presente in tribuna: e dice già tutto, senza averne mai letto una riga.
    grazie, postante.

  2. temperanza il 12 marzo 2006 alle 18:07

    “egli attacca questa verità come un dobermann eccitato”

    “davanti a un piatto di sushi”

    e io non leggo più perché se c’è una lingua precotta che produce immagini banali, ai miei umilissimi occhi è questa, ma oltre all’interrogante ho letto anche il rispondente, tanto per fare i compiti, l’ho letto sì, e mi ha lasciata al punto in cui già ero e con le stesse cose che sapevo prima.

    Sorrentino ha fatto bene a postarla, se ne può parlare, si può partire da qui.

  3. stefano zangrando il 12 marzo 2006 alle 18:57

    Recentemente si è discusso di Wallace sotto un articolo postato da Garufi. Non avevo mai letto il nostro e uscii molto incuriosito. Due giorni dopo mi capitò in mano proprio “Una cosa divertente che non farò mai più”. Non era un romanzo, ma era pur sempre un suo libro.

    La traduzione italiana scorreva come birra fresca, la lingua era puramente referenziale, rimandava continuamente a tutto quello che nominava, descriveva e raccontava, ma senza possederlo, dando cioè l’impressione di non essersene mai impossessata, né per cantarlo né per romperlo, insomma mancava di prensilità, di presa po(i)etica sul reale. Di stile?

    Qualche pagina mi ha divertito. Poche hanno stimolato il mio interesse. Nessuna mi ha colpito. Non ero minimamente turbato. Mi son detto: o ho sbagliato libro o non capisco Wallace. O tutte e due. O in traduzione perde? Comunque, non fa per me. Almeno per ora.

  4. vins gallico il 12 marzo 2006 alle 23:25

    Stefano, prova con il primo racconto (in realtà abbastanza lungo) de “La ragazza dai capelli strani”, secondo me ti ricredi su Wallace. Tutto quel libro poi è una sfilza geniale di finali manca(n)ti (vivamente consigliato per gli amanti di Penna) e una copertina per fini osservatori…

  5. ? il 13 marzo 2006 alle 17:10

    Cioè Foster Wallace ha detto “marketting”? Col gioco di parole in italiano??

  6. piero sorrentino il 14 marzo 2006 alle 10:08

    No, Foster Wallace ha detto “marketing-writers”, il gioco di parole l’ho introdotto io in traduzione ricavandolo dal contesto dell’intervista. Ciao!

  7. ? il 14 marzo 2006 alle 11:02

    Non mi sembra un’operazione correttissima, perché introduce una sfumatura che nell’originale non c’era e in inglese non esiste.

  8. piero sorrentino il 14 marzo 2006 alle 11:52

    Trovi?
    Nell’originale inglese non esiste, certo, ma mi sembrava che in italiano si potesse riassumere in un’unica espressione (“marketting”, appunto) quello che Wallace (e anche Freeman) suggeriscono nel resto dell’intervista, e cioè che “Nel mondo della scrittura delle riviste patinate, dove la collusione è la norma e le esagerazioni di consorterie pressoché fuori controllo, Wallace coerentemente coglie il brutto e il falso. Non permetterà mai che il suo lettore dimentichi che qualcuno ha cercato di “confezionare” molto di quello che leggiamo, vediamo e osserviamo al fine di indurci a comprare qualcosa” (Freeman) e che “Gli scrittori marketting come categoria di persone sono come un reality a basso costo – o come un reality con le celebrità. È un uso molto scaltro da parte dell’editoria dei pochi dollari della pubblicità” (Wallace).

  9. ? il 14 marzo 2006 alle 12:59

    Se uno sa l’inglese, vede subito che la parola è un’invenzione italiana e legge l’intera intervista con molti dubbi e sospetti.

  10. piero sorrentino il 14 marzo 2006 alle 13:57

    Boh. Mi sa che anche uno che non sa l’inglese vede subito che “Marketting” è un’invenzione italiana…

  11. temperanza il 14 marzo 2006 alle 15:41

    Ha ragione Sorrentino, già per la doppia in sé, se non per le marchette che certamente in americano si chiameranno in un altro modo.

    Ma la mia perplessità è questa:
    wallace fa una vera critica sociale e culturale e letteraria o propone solo un livello più alto di commerciale, per esempio, that’s ammore findus invece di sogliola surgelata sottomarca, ma non ancora cucina di territorio?

    Certamente il piatto di sushi davanti al quale si parlano a me fa venire in mente la sogliola surgelata sottomarca, idealmente parlando, e mi chiedo: se l’intervistatore mangia sogliola surgelata sottomarca, l’intervistato non sarà in linea con lui?

    L’ho presa alla larga?

  12. tashtego il 14 marzo 2006 alle 20:57

    @temp
    tu ce l’hai con wallace.
    il suo pezzo sulla fiera dell’illinois è impressionante.
    leggere per credere.
    io invece “marketting” l’avevo preso per un errore de battitura.
    sarà che odio la formulazione “fare una marchetta”, molto usata tra gli intellettuali tra di loro per indicare una cosa bassa e “commerciale” fatta per denaro, che se non c’era la necessità del denaro non si faceva mai e poi mai, ma visto che c’è la necessità allora tanto vale farla coscientemente e allegramente.
    sono solo vezzi e false coscienze, come diceva de niro a kevin kostner: “tu sei solo vezzi e falsa coscienza”.
    cheppalle.

  13. temperanza il 14 marzo 2006 alle 22:11

    @tash

    No, non ce l’ho con Wallace, anzi, non ce l’ho con nessuno scrittore, neppure se non mi piace, penso che ognuno abbia la sua specifica e peculiare sensilibità, scrittore o lettore che sia, e non sarò certo io a metterla al rogo.

    Io faccio un altro discorso, sempre lo stesso, ed è questo: forse per il mio annoso rapporto con la letteratura, credo di essere abbastanza buona lettrice da vedere la mappatura delle varie specie che la compongono, come se fosse un erbario.
    All’interno dell’erbario però non voglio veder chiamare la calendula, malva.
    E voglio sapere se una pianta è autoctona o meno.
    Se è un ibrido.
    Se fa solo fiori.
    O fa frutta.
    O se magari è un fiore di stoffa, messo lì come se fosse un vero fiore secco

    Scusami, io mescolo sempre l’astratto al concreto.

    I fiori di stoffa a volte sono stupendi. E hanno il vantaggio di resistere di più sul risvolto, se uno vuol mettersene uno come ai tempi delle nostre nonne.

    I fiori veri, e peggio ancora i fiori di campo, si stropicciano subito e cambiano colore, colpiscono poco, non fanno figura e abbiamo perso il piacere di guardarli, anche perché per imparare a conoscerli ci vuole più tempo e molta passione.

    Perché faccio questo stupido discorso floreale?

    Perché ho l’impressione che il nostro gusto si sia così adeguato ai colori sempre uguali, già noti, comuni dei fiori di stoffa da non avere più la voglia né la capacità di vedere quelli più delicati ma almeno profumati dei fiori veri, la flora, questa cosa che marcisce presto e non dà garanzie di restare immobile a farsi ammirare sulla consolle di un corridoio d’albergo.

    C’è, in certa letteratura americana, e soprattutto nel modo in cui viene proposta, almeno ai miei occhi, e prima ancora che venga scritta, il “prodotto”, l’industria, come nel mais transgenico.

    C’è qualcosa di male? Non so, magari il mais transgenico salverà delle vite, ma forse spazzerà via molte specie minori, più delicate, più fragili.

    E un mondo monoculturale a me non piacerebbe, né in letteratura, né a tavola, né sui campi.

    Qualcuno dice che un giorno avremo tutti la pelle dello stesso colore e parleremo tutti un’unica lingua, fatta al massimo di 1500 parole. Ci vestiremo tutti allo stesso modo, leggeremo tutti le stesse cose, con un piccolo ventaglio di scelte.

    Sarà una noia mortale.

    Per ora io vedo uno scrittore che va alla scoperta, per quel poco che ho letto di lui, dell’orrore delle crociere. Be’, lo ha fatto anche Michele Serra, qui da noi, e in modo più spiritoso e io preferisco Naipaul che va alla scoperta delle contraddizioni dell’India dei suoi nonni.

    C’è un pregiudizio positivo nei confronti dei prodotti americani che mi lascia basita. Non che alcune cose non piacciano anche a me, ma non c’è solo quello, eppure lì ci si eccita e si pensa di essere nell’ombelico del mondo, ci si parla “davanti a un piatto di sushi”, si rivela al lettore un grande critico della cultura contemporaneo. Ma per favore!!

    Vogliamo analizzare poche righe? Solo per vedere che lingua usa il nostro? Solo pochissime righe. (Io conto sul fatto qui che il traduttore (Sorrentino?) abbia tradotto bene, ovviamente)

    Dice Wallace:

    “Penso che per me sia un tantino imbarazzante.”
    Un tantino imbarazzante, anche solo queste due parole sono già un messaggio. A chi dice “sono un tantino imbarazzato” Wallace spiega che sono uguali, che parla come lui, siamo tra amici, e infatti è un ammicco. Vedete Calvino dire “sono un tantino imbarazzato”? Vedete Sciascia dire “Sono un tantino imbarazzato”? Vedete Celan dire “Sono un tantino imbarazzato”? Persino nell’intimità della sua camera da letto?

    E ancora:

    “I primi due pezzi che ho fatto con Colin, per esempio. Il primo, non sapevo di dovermi portare un taccuino – io di solito porto un taccuino per annotare quello che la gente ha detto (ora la mia credibilità sta davvero andando alle stelle, vero?) –”
    Oh yeah. Com’è civettuolo, come porta la lingua al limite, come le fa dire cose nuove, come si sente che pensa bene.

    “ma significa che devo esser sembrato veramente strano alla gente”.
    E anche qui, scusatemi, vedete Calvino mentre scrive la Trilogia chiedersi se “sembrerà veramente strano alla gente”? O Sciascia, o la Ortese, o la Morante?

    ” Io non stavo facendo esperienza della fiera, la stavo in un certo qual modo chiudendo nella memoria.”
    Chiudendo nella memoria, molto sofisticato, davvero, una sofisticazione veramente newyorkese, chiudere nella memoria. Me lo ricorderò per usarlo quando mi sembrerà troppo da provinciale dire tenere a mente, ricordare eccetera.

    Dunque io non ho niente contro wallace, purché non me lo facciate passare per un grande scrittore, un tipo veramente in gamba. E’ un professionista del mercato editoriale dotato di talento e di capacità comunicativa. E’ grave? No. Ma io sono abituata meglio.

  14. temperanza il 14 marzo 2006 alle 22:12

    Va be’, tre chilometri di commento, è che vedo solo tre righe alla volta, scusatemi.

  15. Michele Monina il 15 marzo 2006 alle 11:14

    @ Temperanza, non pensi che, magari, Wallace non abbia detto “tantino imbarazzato”, che sembra più che altro una scelta linguistica da parte del traduttore? Poi, scusa, mi sembra piuttosto ingeneroso giudicare l’opera di uno scrittore a partire dalle risposte date a un intervistatore davanti a un piatto di sushi o dalla lettura della minima parte dei suoi scritti. Wallace ha scritto parecchio, leggere per giudicare. Si astengano perditempo.

  16. Paolo S il 15 marzo 2006 alle 11:20

    Temp,

    riguardo all’argomento Findus: DFW ti dice una cosa orrenda, ti dice guarda che siamo nell’epocadove chef e findus sono 2 facce della stessa medaglia, e that’samerica, amore. Mac Donald «”dietetico”» (basteranno quattro virgolette?), dopo supersize me. Calvino e Sciascia sono slowfood. In America non esiste. In America, quando cambi sei già ancora di nuovo dentro. E lui lo fa con la lingua, con una lingua leggibile nonostante i contorsionismi (ipotesi in forma di proporzione: DFW:Aeon Flux=Calvino:La città incantata) di pensiero, punti di vista ecc ecc.
    Per lui la lingua , il lavoro sui limiti logici, “mentali” ed espressivi della lingua, è l’altra faccia della società (o del singolo), che sembra un programma bacato che va in loop. Senza speranza di tirarsene fuori. E’ Thomas Bernhard che scrive limpido e lineare e ammiccante, e non può farne a meno. Brillante, doloroso, senza spearanza, senza scopo.
    E, giustamente, un’intervista è un’intervista, mica prosa letteraria.

  17. Paolo S il 15 marzo 2006 alle 11:21

    (ma io sono un suo fan, quindi non vale!)

  18. piero sorrentino il 15 marzo 2006 alle 11:48

    Wallace ha detto: “I think for me it’s a little bit embarrassing”. Io comunque sono d’accordo con Monina, giudicare un autore (un giudizio letterario, linguistico, dico) solo sulla scorta delle sue interviste è un po’ ingeneroso, secondo me. Ciao.

  19. temperanza il 15 marzo 2006 alle 19:00

    Ragazzi, ho usato le spie linguistiche presenti nel post, di Wallace ho letto due libri, quello sulla crociera e gli uomini schifosi (che non mi ricordavo di aver letto). Non posso scrivere un saggio, l’ho già fatta anche troppo lunga, ho detto come la penso cercando di motivare con gli ingredienti che ho trovato sul tavolo e sul tavolo c’era l’intervista.

    Non so che altro dire.

  20. Michele Monina il 15 marzo 2006 alle 19:39

    Come diceva Lucio Dalla nella bellissima e misconosciuta Madonna Disperazione, contenuta in un Q-Disco del 1981: “c’è molta poesia/ a stare zitti/ se non si ha niente da dire”…

  21. temperanza il 15 marzo 2006 alle 20:27

    @Monina

    Io ho una certa idea di letteratura, se trovo interlocutori affini vado avanti, in caso contrario non insisto e quel che ho da dire lo dico ad altri e altrove.

    C’è posto per tutti.

    Quanto alle citazioni, vanno sempre usate con prudenza;–))

  22. b.georg il 16 marzo 2006 alle 13:08

    @temperanza: “Dunque io non ho niente contro wallace, purché non me lo facciate passare per un grande scrittore, un tipo veramente in gamba. E’ un professionista del mercato editoriale dotato di talento e di capacità comunicativa. E’ grave? No. Ma io sono abituata meglio.”

    è singolare, lo dico perché non è la prima volta ch emi capita di notarlo, che wallace susciti reazioni così di pelle (non saprei definirle diversamente, dato che tu stessa ammetti di non conoscerlo) al limite del disprezzo condiscendente che si riserva ai “pennivendoli”.
    Anche se a livelli di puro talento (e di approccio alla scrittura) sideralmente diversi, lo stesso accade in europa con houellebecq (ma lì gli elementi ideologici giocano un ruolo maggiore). Mi pare un tema curioso di sociologia della ricezione, no? O di storia del gusto, del nostro rapporto con “l’america”.

    alcuni dei testi contenuti in “brevi interviste” sono tra le cose più lontane che io possa immaginare alla tua definizione di “omologazione mondiale” (penso ad esempio alla costruzione del racconto “la persona depressa”, o in Oblio a “caro vecchio neon” o “il canale del dolore”, sempre contenuto in Oblio).
    Spesso anzi in wallace la ricerca “formale” (l’autoreferenzialità metalettaraia, pur sepolta sotto strati e strati di metafore e dissimulazioni) raggiunge livelli che gli hanno causato l’accusa ricorrente di onanismo verbale (mentre l’hanno fatto apprezzare da altri per la sua capacità di fondere narrazione-racconto e consapevolezza piena benché trasfigurata dei problemi estetici, il che giustifica a loro modo di vedere l’apparente onanismo con necessità interne rigidissime).

    Sulla sensatezza di giudicare un autore dal tono di un’intervista, hanno già detto altri. La “persona” che scrive è quanto di più irrilevante ci sia per giudicare “lo scrittore” (se poi dobbiamo fidarci di manganelli, tutti i veri scrittori sono esseri ripugnanti).
    Del resto, chissà quanto doveva apparire civettuolo proust ai suoi contemporanei (e sto solo paragnando le persone, certo non mi permetto di paragonare gli autori)

  23. b.georg il 16 marzo 2006 alle 14:20

    @temperanza: “Dunque io non ho niente contro wallace, purché non me lo facciate passare per un grande scrittore, un tipo veramente in gamba. E’ un professionista del mercato editoriale dotato di talento e di capacità comunicativa. E’ grave? No. Ma io sono abituata meglio.”

    è singolare, lo dico perché non è la prima volta che mi capita di notarlo, che wallace susciti reazioni così di pelle (non saprei definirle diversamente, dato che tu stessa ammetti di non conoscerlo) al limite del disprezzo condiscendente che si riserva ai “pennivendoli”.
    Anche se a livelli di puro talento (e di approccio alla scrittura) sideralmente diversi, lo stesso accade in europa con houellebecq (ma lì gli elementi ideologici giocano un ruolo maggiore). Mi pare un tema curioso di sociologia della ricezione, no? O di storia del gusto, nel caso di wallace anche del nostro ambiguo rapporto con “l’america”.

    alcuni dei testi contenuti in “brevi interviste” sono tra le cose più lontane che io possa immaginare alla tua definizione di “omologazione mondiale” (penso ad esempio alla costruzione del racconto “la persona depressa”, o in Oblio a “caro vecchio neon” o “il canale del dolore”, sempre contenuto in Oblio).
    Spesso anzi in wallace la ricerca “formale” (l’autoreferenzialità metalettaraia, pur sepolta sotto strati e strati di metafore e dissimulazioni) raggiunge livelli che gli hanno causato l’accusa ricorrente di onanismo verbale (mentre l’hanno fatto apprezzare da altri per la sua capacità di fondere narrazione-racconto e consapevolezza piena benché trasfigurata dei problemi estetici, il che giustifica a loro modo di vedere l’apparente onanismo con necessità interne rigidissime).

    Sulla sensatezza di giudicare un autore dal tono di un’intervista, hanno già detto altri. La “persona” che scrive è quanto di più irrilevante ci sia per giudicare “lo scrittore” (se poi dobbiamo fidarci di manganelli, tutti i veri scrittori sono esseri ripugnanti. Ma forse scherzava…).
    Del resto, chissà quanto doveva apparire civettuolo proust ai suoi contemporanei (e sto solo paragnando le persone, certo non mi permetto di paragonare gli autori)

  24. temperanza il 16 marzo 2006 alle 19:40

    @b.georg

    First of all, io non uso mai la parola “pennivendolo”. L’uso di questa parola è come un confine tra due territori, che di solito non varco.

    Secondo, io non giudico mai “di pelle”, non capisco cosa voglia dire “di pelle” quando si tratta di scrittura.

    Terzo. Tu dici: “Sulla sensatezza di giudicare un autore dal tono di un’intervista, hanno già detto altri.”
    Visto che ti rivolgi a me ti ripeto che ho letto Brevi interviste con uomini schifosi. Vuoi la prova? A pagina 268 riga 12 dal basso, “Era la battaglia campale della sua vita spirituale, disse, questo malgrado le circostanze il terrore e l’odio…” Dunque il libro è qui, in carta e colla, e da me letto, nella mia casa. E da qualche parte c’è anche l’altro, quello diciamo così spiritoso. Quanti libri devo leggere di uno scrittore per capire se voglio continuare a leggerlo? Qui c’era l’intervista e ho usato l’intervista, se ci fosse stato un brano avrei usato un brano. Il libro non ho voglia di usarlo, non ho voglia di dedicare troppo del mio tempo a Wallace

    Mi fa piacere che ti piaccia, è uno scrittore, mica un mercante d’armi, evidentemente risponde bene alle tue domande e alle tue esigenze. Non risponde alle mie domande e alle mie esigenze.

    Quinto e ultimo, ma per me definitivo per capire chi è il mio interlocutore, e sono un po’ seccata, tu dici:

    *alcuni dei testi contenuti in “brevi interviste” sono tra le cose più lontane che io possa immaginare alla tua definizione di “omologazione mondiale” *

    Dove sarebbe la mia definizione di “omologazione mondiale” e per di più tra virgolette? Se metti le virgolette vuol dire che citi, giusto? dunque io avrei dato una definizione? e per di più di “omologazione mondiale”?
    Ma tu, scusa, come leggi? E se leggi così, cosa mi devo aspettare dai tuoi giudizi su uno scrittore?

    Basta, a me piace confrontarmi con persone che la pensano diversamente da me, anzi, non chiedo altro, confrontarmi, però, e in questa striscia di commenti nessuno mi ha risposto niente di aspramente interessante. Lo avete difeso male, blandamente, potevate far di più.

  25. b.georg il 17 marzo 2006 alle 09:50

    mi scuso per le virgolette, che intendevo rivolte alla mia espressione, non al fatto che fosse una citazione altrui (l’equivoco nasce della frettolosità della mia esposizione, senza dubbio): si trattava semmai di una libera interpretazione del tuo intervento dalle parole “C’è, in certa letteratura americana, e soprattutto nel modo in cui viene proposta” fino alle parole “Sarà una noia mortale.” (molto libera nel virgolettato dunque, ma penso corretta nel senso, almeno questo è quello che io ne ho dedotto).
    Anche il resto della tua replica è diretta alle forme: evidentemente mi spiace di aver scritto in fretta o non aver usato vocaboli di tuo gradimento, anche se non mi pareva di aver usato toni che giustficassero la tua risposta piccata.
    Il contenuto invece voleva semplicemente essere questo: fermo restando il gusto di ognuno e il diritto di non farsi piacere chiunque, è a mio parere effetto di una svista critica o di una leggerezza (supponevo legata alla scarsa conoscenza, che invece tu smentisci) intendere il lavoro di quell’autore come mero esercizio di professionismo nel mercato editoriale magari un po’ “modaiolo”, tutto “furbizia, talento e simpatia” (ndr.: le espressioni tra virgolette precedenti sono mie, e costituiscono una libera interpretazione, di cui sono il solo responsabile, della tua posizione per come io l’ho interpretata, non impegnando quindi necessariamente le tue idee sulle quali conservi senza dubbio tutti i diritti di interpretazione corretta).

    E a mio parere è un’interpretazione inesatta proprio per via del rapporto strettissimo e tuttavia conflittuale di w. con la linea del postmodernismo americano (che indubbiamente sta tornando un po’ di moda in italia, ma solo dopo decenni di oblio). Non dubito che il suo primo libro – la scopa del sistema – possa dare un’impressione molto diversa per via del linguaggio utilizzato (decisamente “giovanilistico” nel senso che noi immaginiamo possa essere un linguaggio giovanilistico colto ironico americano, un po’ sullo stile del primo romanzo di Eggers per intendersi): questa impressione la diede anche a me e infatti tirai il libro contro il muro a pagina 20 e non fui più capace di riprenderlo in mano – dunque un giudizio di gusto, che non si può negare a nessuno. Mi dovetti ricredere più tardi quando affrontai altri testi, e in quel caso cambiai il mio giudizio perché mi accorsi che l’uso delle forme in wallace è proprio il contrario di quello che avevo supposto (furbo, modaiolo, irriflesso, emulativo) e che semmai è proprio per strati successivi di dissimulazione iperconsapevole che egli opera. Fermo restando che ritengo del tutto legittimo dire, malgrado ciò, “non mi piace”, o anche “non così si dovrebbe narrare”.

  26. temperanza il 17 marzo 2006 alle 13:01

    Scusami @B.Georg

    questo tuo intervento così motivato mi ha convinto. Non ero piccata, ero infastidita, ma ritiro tutto e se tu vuoi facciamo pace, anzi, dammi un titolo, lo leggerò, ma dammi però il migliore perché come vedi i DUE che ho letto non mi sono piaciuti.
    Ciao
    Temp

  27. b.georg il 17 marzo 2006 alle 13:16

    un consiglio è difficile perché entrano in campo fattori di gusto.
    a mio parere basta il primo – secondo alcuni ostico – racconto della raccolta Oblio per rendersi conto che l’impressione “questo è il solito brillantone che scrive in modo simpatico ma ingenuo, irriflesso, un giovanotto rampante come tanti” è assai lontana dal vero, anche al di là delle formule, dei tic, dei birignao calcolati o al contrario dei tortuosissimi giri di frase che ci si trovano dentro (e della conversazione implicita e sotterranea che intrattiene con le formule estetiche del romanzo americano).

    Come ho detto questo giudizio vale per me in sede critica, ma anche quando confermato non impegna ovviamente nessuno in sede di gusto o di ideologia estetica (per dire, i fan del romanzo realista americano contemporaneo storcono il naso – e hanno tutto il diritto di farlo – con wallace esattamente come con il postmodernismo precedente, anche se come è noto w. è estreamente critico sulla deriva metaletteraria dei vari barth e compagnia, e quasi propugna una “terza via” che i beninformati – e loro sì un po’ fatui – si sono già affrettati a chiamare post-postmodernismo)

  28. b.georg il 17 marzo 2006 alle 16:16

    il sistema di commenti ce l’ha con me, probabilmente a ragione…
    riproviamo:

    un consiglio è difficile perché entrano in campo fattori di gusto.
    a mio parere basta il primo – secondo alcuni ostico – racconto della raccolta Oblio per rendersi conto che l’impressione “questo è il solito brillantone che scrive in modo simpatico ma ingenuo, irriflesso, un giovanotto rampante come tanti” è lontana dal vero, anche al di là delle formule, dei tic, dei birignao calcolati o al contrario dei tortuosissimi giri di frase che ci si trovano dentro (e della conversazione implicita e sotterranea che intrattiene con le formule estetiche del romanzo americano).

    Come ho detto questo giudizio vale per me in sede critica, ma anche quando confermato non impegna ovviamente nessuno in sede di gusto o tantomeno di ideologia estetica (per dire, i fan del romanzo realista americano contemporaneo storcono il naso – e hanno tutto il diritto di farlo – con wallace esattamente come con il postmodernismo precedente, anche se come è noto w. è estreamente critico sulla deriva metaletteraria dei vari barth e compagnia, e quasi propugna una “terza via” che i beninformati – loro sì un po’ fatui – si sono già affrettati a chiamare letteratura post-postmodernista)

  29. temperanza il 17 marzo 2006 alle 22:12

    Grazie



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