Sul luogo contrario dell’osservanza

28 gennaio 2007
Pubblicato da

tecnica-cipolla.jpg e altre poesie (e l’illustrazione di una prosa) di Viviana Scarinci

Sul luogo contrario dell’osservanza

1.
Se questo buio agisce tutte le inconoscibilità
allora tra le valve di questa incognita
è labile la nostra separazione
e pure un’ingiunzione all’astratto
come lo smagliare della calza
che sfrena il composto della pelle
in una luminosa oscenità
sembra rivolto a un erpice surreale
che sproporzionato vira su ogni contenuto
soprattutto sull’ambiguità amorosa
Ecco, se è così, devo aver smarrito
la potenza immaginifica, la realistica genitura
di una cipolla fiorita nella dimenticanza del frigo

2.
Se schiacciato contro il trapasso
assorbito dal fatto della nascita concomitante
ancora nasci perifrasi di un attimo raffermo
sei pane animale di commestibilità quasi umana
sentenza colloquiale dell’eros quotidiano
sotto questo cielo battente un fervido studio di donna
come fosse la sede carnale della costernazione
e non ricordarlo la dannazione della morte
al limbo delle differenze

3.
Se fosse la sola età che abbiamo
a viziarci il tempo
apolide costretto
a una regione soltanto?
Glossa lasciata
come un punto sull’orlo
a una lunghezza provvisoria
e in calce a una previsione
di crescita quel fraseggio
tra ereditario e ornamentale
a quietanzare tutto
con fare assegnato

4.
Se pensi che da due gambe torrenziali
verso un’approssimativa salvezza
il tuo corpo contuso, finì nel carniere
non ti servono accessi facilitati al nulla
non serve non fare quanto si deve
per resistere la struccata fissità
genitrice immancabile del guizzo
che potrebbe esserti figlio, impulso
cassato nell’allucinata trovata
di un fatto di carne senza additivi
o alzate d’ingegno come accalappiare
nel mentre lo svanire tra poco
– ma bastarsi accapannati sotto l’apice
della stessa contenuta e sdoppia dimora
incoscienti ancora rappresi
di una flagranza inequivocabile

5.
Se guardo questa tua mattina
fra poco piovosa, subito
qualcosa dentro mi si apre
per combatterti l’inverno
se insieme non siamo una pianta
di cui mangiare ma terra, tutta la terra
allora non siamo fatti
per una crescita proterva
ma per una pienezza inerte, talvolta imponente
come il falso gioiello del male
che recapita solo la busta
del messaggio che si attendeva
ma anche in questo caso
un’integrità sepolta ci costringe
ogni migrazione al suo giro imponderabile
flusso interrato che vibra
la sua sacertà a qualche polla sotterranea
inviolata anche all’arsura
di questo suolo soprannaturale
e perfettamente plausibile
come certe rivoltate peculiarità quotidiane

***

L’epica del posto

1.
Da aprile ho appreso
la dizione ingannevole che confonde
il barrito umorale del clima
Dalla sua tranche elusiva
l’assenza sovente di abiti
che assola l’epica del posto
allettando una cattività
che mi reca illesa
all’abbaglio estivo
Dal sole di aprile ho avuto
una concessione lapidaria
una rivelazione tronca
che accenna a trascendenze da venire

2.
Niente è deciso
dalla prepotenza del primo acchito
né l’affissione in una posa clamorosa
che furoreggi tra i ritratti
di un privatissimo atelier
dà corpo a questo corpo
nocciolo di tra le labbra
che in un vernissage trasognato
tralascio di sputare
di fronte ad una misura
che grava sulla fatalità del giorno dopo
una vastità somatica intraducibile
finché non mi torna in mente
quella difformità mordente
come un bellissimo nudo

3.
Inoculiamo il corpo
in questa smisurata
ambizione adulta
di questa fantascienza della maturità
guastiamo l’architettura
con clamore
che releghi lo sfacelo
che lo ferisca non a morte
ma a fargli paura
da essere ritroso e titubante
calpestando la soglia di casa nostra
e di questo meticciato familiare
lasciare sui polpastrelli
ciò che abbiamo lungamente toccato
per poi tacitare il tutto
col peso sproloquiante
della nostra gratitudine
Allora tu fingerai una qualche amabile vanità
come comporti in una modestia metodica
e indiremo una festività
in cui spezzare la ricorrenza
il vocabolo assemblato
dalla metafisica corriva
per vivere di questa casa
l’abito blu prosecuzione di neri
tangenze indefettibili

4.
Hai già gli occhi carichi di un uomo
come chi da sempre è il preambolo
a questi giorni inderogabilmente seri
e ha finito di fare da didascalia al tempo
scarsamente vigile sugli esiti del suo precipizio
su di te il morso venefico della gioventù
non fa gran presa
eccetto qualche malanno secondario
niente febbre nessuna divaricazione estrema
anzi lasci che lo stremo prema
su questi giorni guantati di foschia
come un vecchio che appoggia la nuca
sulla vertigine dell’abuso
sulla salva delle ore finalmente seduto
sopra il rovescio della medaglia come su un trono
un po’ assente un po’ divagando
vai di corpo smarrito il corpo
e ogni convinzione per implicita metamorfosi

5.
Nello sproposito notturno
di un incontro scioglieremo il nodo
che lega i corpi in un’aureola
di fattezze oblunghe
richiuse nell’abbraccio
che immaginiamo di essere
a scioglierlo questo nodo capiremo
quanta clandestinità
garantire alla cosa
quanto silenzio che ancora
non si sappia mantenere
dipanando questa auscultazione
di quanto sembra e non sembra
ci serri in una fioritura

6.
Non c’era ortografia
in cui trovarsi due o più
solo una stanza senza ore né scuse
espiati i nomi propri
e gli altrui scambievoli e affossati
come molte vite in un corpo
uomini propendono visibili e transitori
per farne figli nello spartito diurno della carne

7.
Non ti perdonavi come all’arredo
di estinguerti a una certa ora
di essere implicita nell’ombra
plausibile solo nella declinazione
della veglia poco meno che buia
di faccia alla finestra come il divano
sobbalzando a fermo
dallo stupore di averlo
nel dissesto di un incubo
capo ed alito
senza altra insufflazione

8.
Mi piace della radio quell’essere matrice
delle ore che verranno
con la sola voce della madre di prima che si nasca
leale e forviante per quel suo non volerci del tutto
nella penombra semiseria dell’ora di cena
una ragazza che tintinna il nervo avventizio dell’ironia
che si frappone nel soprappensiero della tavola
quando non è imminente un pietrisco insistito di suono
una sassaiola a frangere di prepotenza
la disattenzione, ad annullare il cenno frontale della normalità
a offrire uno scorcio retrospettivo del presente
cosicché da sola la sembianza occipitale di questa stanza
entra negli atti della storia

9.
Il messaggio arriva da altre cucine
dove il cibo vacilla in visioni colorite
che guardi senza unanimità
da mangiatore di patate
scovata e recondita in questa falsa sera
senza respiro mediatico
Dovrei difenderti lo so
dissimulare fisicamente
la portata di questa incomprensione
trapelare nella postura
l’accento assertivo
di una dizione che almeno autentichi
questa cifra disagiata di madre
col verbo a carico dell’attesa
anziché tacere l’intimità di questa indigenza

10.
Ancora una notte che compita
il suo Morse di richiami
stanotte sembri di ritorno a qualcosa
che ti cerca senza accorgere
che ti ha slanciata
da un firmamento striato di sciami
un cielo segretato ormai
dal tuo non sapere parole
Fatichi a trovare l’adagio che centellina
l’ultima posizione prima del sonno
il silenzio di questo paese ancora ti molesta
impiglia il midollo in una piega dei lombi
inciampa discorsi in una narcosi frammentata
che soffre questa doglia senza parto
di una parola pregata a mente
senza chiesa né confessione
Accosto la guancia alla tua e ti ho in bocca
amarena che mostri cupamente
la tua dolcezza accidentale nel pianto esacerbato
dei bambini insonni

11.
E tu sopraggiungi sul silenzio
rarefatto della platea
emergendo dallo sconcerto
del pubblico di sotto
verso la galleria
che non teme incantamenti

12.
Ti svegli pensile
sulla fatalità del mattino
su questo apice equivoco
che potrebbe gettare
su panoramiche sbarrate
io intorno a te mi accingo
ad un artefatto dell’ordine
una misura caotica
che non ti riduca
a qualcosa di supino
che il gergo quotidiano manipola
vorrei vestirti di un tessuto
che sia la mimesi
del tuo principio galvanico
che non ti presenti
nella similitudine atea
che minimizza il corpo
né che sia una stilizzazione
a togliere a trovare
solo per difetto
la tua fragorosa sovversione
Allora allungo una mano
dentro l’armadio
il cui ordine ha ormai raggiunto
la forgia messianica del caso
e senza affanni ulteriori
ne traggo l’abito
della tua stupefazione

13.
I cuccioli in pasto stanotte
segnano la cadenza secondaria della primavera
la fine della facoltà esaustiva della comprensione
con versi disparati nell’alba
sbugiardano l’innocenza del mattino

***

Il labiale delle intenzioni

1.
So che nessuna disperazione
ha veramente disperato
sottratta alla rosa dei contrari
so, previa questa ferocia
quanto sia possibile l’assenso
salvo una trovata propizia dei sensi
quanto tenti l’assumere senza vaglio
questo corpo animale congeniato
al senso umano dell’eros
questa carne non più fruttata
dalla vertigine artesiana del vuoto

2.
È il lago della bocca
a complicarsi di rimando
la distesa pomeridiana
di corpi estivi di faccia ai marosi
Sono i corpi che resistono
violando il canone dell’apnea
nient’altro che per affezione al respiro
come fosse il parlato terminale
di un abuso, parola del corpo
tra corpi in odore
di distorta purezza
quando la luce è questione
di inclinazione e il respiro
condiscende all’enfasi declive
nelle stanze aperta
alla scrittura profana del tempo

3.
Mi sono guardata appena bambina
modulare maree senza nessuna ostinazione
lasciare il morbo senza nome
proprio quando sembravo
per nascergli a ridosso
e non un segno preciso
né di guerra né di silenzio
Ho risposto appena, quando bisognava
non sapendo quale sarebbe stata la prima fame
quale omicidio mi avrebbe condotto
a ciò di cui non avvertivo l’appetito
e ho decretata l’inutilità
della mia prima agrimensura
senza dissiparne la disciplina
mentre intimava: tu non crescere
ritorna soltanto e allontanati
un po’ di più
un po’ di meno

4.
Soffre l’attesa dell’immaginario
sul labiale delle intenzioni
accennate e ritratte
una minuzia nella congerie
degli sguardi il mio
uno spiraglio narrativo
che mima possibili coniugazioni
sottraendosi l’occasione di vivere

***

Sono nata l’11 dicembre 1973. Nel ’95 ho vinto “Scrivere i Colori”, concorso letterario promosso del Premio Grinzane Cavour. Dopo aver conseguito la maturità scientifica ho lavorato per l’Upter, Università Popolare di Roma e per l’Apeiron Editori. Per l’Apeiron ho curato il volume L’Isola di Kesselring. Nel 2004 escono mie poesie su “Nuovi Argomenti”, Italville – Nuovi narratori italiani sul paese che cambia, su “Ellin Selae” e ne Il Segreto delle Fragole, Poetico Diario 2005 edito da LietoColle. Nello stesso anno nasce mia figlia Daria. Nel 2005 tre poesie sono pubblicate da “Prospektiva”. Nel 2006 escono mie poesie sulla rivista internazionale “Gradiva”, su “Atelier” oltre che su “Scorpione Letterario”. Il 2006 è l’anno in cui compongo tutte le poesie pubblicate su Nazione Indiana e le sillogi Diaria dell’Interezza e Teurgia Casalinga. Il 2006 è anche l’anno in cui scrivo la prosa Nascita della Madre. Questo primo lavoro in prosa segna l’inizio di un percorso opposto e speculare rispetto alla mia ricerca poetica. Si tratta di una scrittura che parte dall’analisi di testi della tradizione occidentale e orientale inerenti alla figura di Lilith esclusivamente perché i contenuti di questi, si sono imposti come presupposto di sviluppo quasi involontario di una ricerca non canonica; una sorta di personale rabdomanzia che cerca riscontro linguistico in una scrittura ogni volta da ricostruire attorno al nucleo che la ha ispirata. Quella della prosa, per me, è una ricerca opposta e speculare a quella poetica perché sente il bisogno fondante di un supporto bibliografico e una necessità divulgativa che concili di volta in volta le scelte linguistiche e interpretative non supine, formulate dall’istinto poetico, alla fruibilità del contenuto.

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4 Responses to Sul luogo contrario dell’osservanza

  1. carla il 28 gennaio 2007 alle 18:08

    Di non facile lettura, queste poesie…
    La scrittura sembra dettata dalla visionarietà del “momento”….
    è marcato il senso di estraneità da un’ambiente che può essere quello dello spettacolo, il bisogno di ritrovare i primi gesti,
    lasciarsi andare.
    Quì sotto riporto la n. 2:

    2
    Niente è deciso
    dalla prepotenza del primo acchito
    né l’affissione in una posa clamorosa
    che furoreggi tra i ritratti
    di un privatissimo atelier
    dà corpo a questo corpo
    nocciolo di tra le labbra
    che in un vernissage trasognato
    tralascio di sputare
    di fronte ad una misura
    che grava sulla fatalità del giorno dopo
    una vastità somatica intraducibile
    finché non mi torna in mente
    quella difformità mordente
    come un bellissimo nudo

  2. IoodioJohnUpdike il 28 gennaio 2007 alle 22:13

    Versi davvero interessanti…
    Avanti così, nuova scuola romana di poesia !!!

  3. vania il 30 gennaio 2007 alle 10:40

    Concordo con la complessità dei versi, ma essendo la poesia l’espressione massima della nostra interiorità è normale che questa non possa essere semplificata in versi comuni o banali.
    I versi denotano un animo irrequieto che può sorprendere ….

  4. a.b.c. il 1 febbraio 2007 alle 20:47

    …ho la nausea dalla lettura di quell’ondata di parole. Non voglio sembrare il solito che lancia ingiurie e insulti gratuiti, ma mi domando come si possa ritenere tutto quello sciorinare di parole “Poesia”. Sicuramente il limite è mio, ma non riesco (e non credo) in molta (!?) poesia contemporanea (per usare parle che ancora riesco a controllare…): ma cos’è che vi fa sciroinare questo torrente di parole messe in fila in queste bizzarre accappature anacronistiche e immotivate? Perché sentite questa necessità? Ho ancora seri problemi a leggere Le ceneri di Gramsci, figuriamoci questi tremuli sussulti di pseudoverginelle innamorate ma di che? Ma la negazione, il rifiuto intellettuale, l’assenza, perché non vi ispirano (a voi “Poeti”) alla rinuncia? Come si fa a parlare di Poesia? E anche di “Scuola”?! Ma di che? Perché non è il pudore ad ispirarvi? Ripeto: non voglio essere l’anonimo di turno che insulta e basta, perché mi rode che non ci sia qualcun altro che gridi con me questa cosa così povera, di contenuti, di originalità, di parole vuote, senza continuare ad abusare un linguaggio ottocentesco ormai più che retorico, ridicolo, anacronistico, inutile. Dov’è che vi illuminerete mai d’immenso se la grandezza della vostra poesia è la misura di un piccolo e commiserevole dispiacere familiare o sentimental-personale che a voi pare una montagna che vi affligge e altro non è che una goccia d’acqua nel mare? Ma che dico: mezza goccia! Eppure vorrei capire, ma non mi riesce… un saluto a.b.c.



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