Cani lebbrosi

18 luglio 2007
Pubblicato da

di Piero Sorrentino

laziali.jpg

Di là dal muro, la voce si spargeva come il sangue. Avevo sei anni la prima volta che ho sentito i maiali che andavano a morire. Facevo le elementari, stavo a casa dei miei nonni. La nonna mi preparava piatti traboccanti di wurstel e patatine. In tv guardavo Bis e Il pranzo è servito. Passavo molto tempo affacciato alla finestra della sala da pranzo. Non so perché, visto che il panorama era brutto.
Di fronte, a nemmeno trenta metri, la vista si fermava sulla facciata grigia della palazzina gemella, un fabbricato lungo e basso che correva parallelo a quello dove stavo io. Sulla destra, la parete di tufo del macello di via Stadera. A una delle due estremità del muro, quella che andava verso la mia scuola, si allargava un piccolo orto di una manciata di metri quadri, protetto dall’intreccio metallico di una rete sfondata in più punti, dove i tossici, di notte, o nei pomeriggi bui d’inverno, passavano agilmente per andare a bucarsi sotto una fila di platani e piantare le siringhe nel fusto dell’albero.

Mi stupiva sempre molto, affacciarmi e trovare la superficie ruvida del tronco trafitta da quei cilindri di plastica con lo stantuffo spinto fino a fine corsa. Mi sembrava un gesto di una stupidità immedicabile, quello di rendere riconoscibile un posto segreto piantando negli alberi cilindri di plastica che con la luce del sole avrebbero brillato dei raggi che li attraversavano, denunciando immediatamente, anche al più distratto dei passanti, la funzione segreta e terribile di quel luogo.

Una mattina, ispezionando la superficie scabra della parete del macello, mi accorsi di una scritta.
Sono abbastanza certo che fino al giorno prima non c’era. Negli anni seguenti, almanacchi del campionato di calcio alla mano, mi sono convinto che doveva essere stata fatta qualche giorno prima di una partita tra il Napoli e la Lazio.
Tracciata con uno spray azzurro, occupava almeno tre metri della parete giallastra del macello. Le linee delle lettere erano come sfarinate, i frammenti più grossi dello spray, quelle molecole di colore, ancora fresche, appena uscite dal serbatoio metallico nel quale galleggiavano prima di essere sparate attraverso il beccuccio di plastica della bombola, sembravano già consumate, come ingoiate dai mattoni, immediatamente assorbite dalla porosità del tufo.
La scritta diceva:

PAPARELLI BOOM!!!

Le parole si screpolavano soprattutto nei contorni delle lettere più spigolose, sulle sfrangiature a cuspide delle A o nelle vette appuntite della M.
I punti esclamativi, tre, avevano invece quella solidità inscalfibile che è figlia dei movimenti semplici del corpo, uno scatto del braccio tracciato assecondando l’andamento secco del polso: una linea dall’alto in basso, sollevare il dito dall’erogatore, un punto. Facile.
Era un bell’azzurro, né annacquato né carico, una gradazione leggera di celeste che sembrava scollata da un pezzo di cielo di un pomeriggio tiepido di giugno.
Fino in fondo alla conca vegetale del terreno lì accanto, quasi riflessa nei minuscoli laghetti d’acqua stagnante che si formavano sotto i tubi di gomma per l’irrigazione lasciati a sgocciolare, incorniciata dalla superficie granulosa dei mattoni, la scritta sembrava come sospesa, galleggiante sulla lastra minerale del muro del macello.

Ne ero rimasto semplicemente folgorato. E non tanto per l’onomatopea esclamativa contenuta nella seconda parola, per identificare la quale la memoria era subito corsa, con successo, al mio ricchissimo lessico topoliniano. No, con la stessa eloquenza misteriosa delle parole sconosciute – la medesima sensazione di esotico l’ho provata, anni più tardi, sentendo per la prima volta la parola epistassi – a rapirmi era quella sequenza buffa di lettere, il raddoppio lallatorio della prima sillaba, lo sdoppiarsi ingordo della L sulla coda del vocabolo.
Me la ripetevo in mente o a voce bassa, sussurrandola fino a che, dal niente semantico che rappresentava per me, trasmigrava nel nulla fonetico che invade le parole a furia di ripeterle decine di volte.
PaparelliPaparelliPaparelliPaparelliPaparelliPaparellipaparellipaparellipaparelli.
Mi ero convinto che doveva entrarci in qualche modo il macello. La coincidenza della scritta e del posto non poteva certo essere casuale. I maiali venivano trasportati lì con uno scopo ben preciso, e quella scritta quindi doveva essere stata deposta lì con una finalità altrettanto chiara.

Quattro volte a settimana, i maiali venivano trasportati nei camion, quelli con il cassone ribaltabile, e fatti scendere su una pedana di fortuna allestita con quattro assi inchiodati alla buona. Poi, dentro, cominciavano a urlare. Non è che gridassero, o guaissero, o piangessero. No, urlavano proprio. Nei pomeriggi silenziosi di primavera, quando il flusso di macchine su via Stadera era ammorbidito dalla controra, riuscivo a sentire anche i primi colpi delle sparachiodi, un tunf subito soffocato dai rimbombi dei maiali crollati su un fianco. Mi ha sempre molto colpito una immediata forma di solidarietà degli uccelli lì intorno, che a centinaia stazionavano nel fazzoletto di terra alle spalle del macello. Come se la dimensione disperata di quei suini disgraziati, invece di eccitarne il canto, moltiplicandolo, si ramificasse tutto intorno, e immediatamente, coinvolgendo il resto degli animali in una specie di paralisi fonatoria. Appena le bestie arrivavano, loro si interrompevano immediatamente, prima ancora che queste fossero massacrate dagli operai addetti alla macellazione. La semplicità della linea melodica dei canarini annidati sui rami degli alberi lì accanto di colpo si frantumava, e il silenzio si posava sulle loro gole piumate. Non volavano via. Semplicemente, smettevano di cantare, e riprendevano solo dopo, quando tutto era finito.

Per me, nato dodici mesi prima del derby Roma-Lazio del 28 ottobre 1979, Paparelli è stato per anni qualcosa che aveva a che fare, indistricabilmente, col macello, e con la morte assurda dei maiali che stramazzavano al suolo con una punta di chiodo infitta nel cranio.

Forse è per questo che, anni dopo, mi stupii veramente molto, leggendo Maus di Spiegelman, quando mi accorsi che gli ebrei erano disegnati come topi e gli aguzzini collaborazionisti come maiali.

Forse è sempre per questo che, anni dopo, quando scoprii chi era e come era morto Vincenzo Paparelli, invece non mi stupii affatto.
C’era tutto, e tutto combaciava, come avevo intuito fin da piccolo: una massa urlante, un proiettile che arriva da lontano, la morte che ti prende in mezzo al mucchio.
E il silenzio di chi ti sta intorno, dopo.

[questo racconto è incluso nell’antologia di foto e testi Niente resterà pulito, BUR 24/7, a cura di Edoardo Novelli e Giorgio Vasta. Il libro, che ha 421 pagine e costa 15 euro, raccoglie gli scatti di Alberto Negrin e i racconti di Marcello Fois, Raul Montanari, Christian Raimo, Luca Rastello e Piero Sorrentino. Ringrazio Negrin per la foto che correda il testo e l’editore per il permesso di pubblicazione]

Tag: , , , ,

23 Responses to Cani lebbrosi

  1. Paolo Borsellino il 18 luglio 2007 alle 17:39

    19 Luglio 1992 : Una strage di stato

    Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.

    Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.

    Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.

    Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.

    Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.

    I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.

    Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.

    Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

    Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.

    Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.

    Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.

    A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.

    E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.

    A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.

    A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.

    Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.

    Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.

    Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.

    Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.

    Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.

    Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).

    Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .

    Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.

    Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.

    Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.

    A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!

    La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .

    Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.

    Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.

    Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.

    Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.

    Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.

    Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.

    O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente

    Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.

    E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.

    Salvatore Borsellino
    Milano, 15 Luglio 2007

  2. fk il 18 luglio 2007 alle 18:06

    Un racconto scritto con grande bravura, complimenti Piero. (Ricordo abbastanza bene quel pomeriggio quando quei cani rognosi uccisero Paparelli, io ero a San Siro, attorno a me radioline).

  3. Anonimo il 18 luglio 2007 alle 18:59

    belle le scritte sui muri, no?
    non ‘belle’ in quanto ‘scritte’; non per ciò che dicono e ripetono all’infinito (nell’infinito in cui rimangono scritte);
    perché hanno in sé tutta una narrazione.

    V.A.

  4. diamonds il 18 luglio 2007 alle 22:41

    in autobus un giorno ho letto su uno schienale:”antonella,le foto esistono ancora”.Mi sarebbe piaciuto avere i mezzi per scriverci intorno un racconto.Ma erano giorni di scarsa ispirazione.Pazienza,”ci sarà sempre qualche rivista d’arte di sport o di giardinaggio ad attendermi da qualche parte”(cfr Tondelli in Rimini)

  5. fausto il 18 luglio 2007 alle 23:55

    il racconto è terribile e banale per la semplicità con cui mette in scena l’osceno della morte, tutto questo armamentario retorico di ammiccamenti facili facili, con l’iconografia del maiale acciso, via stadera, paparelli… sarebbe stato un pezzo da giornale, un memoriale condito da vezzeggiamenti della memoria, la letteratura però è altrove.

  6. tashtego il 19 luglio 2007 alle 09:49

    @fausto
    sì, ma dove?

  7. Antonio Iovine il 19 luglio 2007 alle 09:58

    Bello! Bravo!

  8. fausto il 19 luglio 2007 alle 11:16

    @tash
    non è qui, il dove richiederebbe una lunga divagazione.
    Ma a pelle non è qui, e la letteratura spalanca i sensi, non li impigrisce.

  9. Antonia il 19 luglio 2007 alle 13:39

    Sinceramente, per cogliere questo “armamentario retorico di ammiccamenti facili facili”, è necessario arrivare alla fine del racconto…e con i “sensi impigriti”, dubito che ciò sia possibile, si sarebbe dovuta avvertire la necessità di interrompere la lettura molto prima…
    Questa è la prima volta che lascio un mio commento quì, ma non è la prima volta che mi soffermo a leggere ciò che viene postato…se per “letteratura” si intende l’ostentazione di termini forbiti, senza badare al contenuto, allora si che “a pelle non è quì”.
    Personalmente, considero questo racconto, come altri che ho letto, appartenente a quella letteratura che “spalanca i sensi”, che permette al lettore la completa immedesimazione e partecipazione, e che attraverso elementi semplici quali il ricordo di un bambino, pone in realtà in luce questioni molto più serie.

  10. fausto il 19 luglio 2007 alle 14:29

    Non vedo perché abbandonare la lettura mentre i sensi si impigriscono.

  11. tashtego il 19 luglio 2007 alle 14:50

    qualcuno prima o poi dovrà scoprire le proprie carte e dirci, finalmente, dove si trova, a suo parere, la “letteratura”.
    per quanto mi riguarda e al di là dei meriti di questo pezzo di sorrentino, mi limiterei ad incassare “scrittura accurata & motivata”.
    questo mentre si cerca di accordarsi sul significato, oggi, della parola “letteratura” e sui motivi per i quali non sarebbe meglio usare la parola “scrittura”.

  12. Pier Luigi il 19 luglio 2007 alle 16:00

    io, infatti, ho solo letto tre righe.

  13. Antonia il 19 luglio 2007 alle 17:39

    Ed infatti il “letteratura” è virgolettato la prima volta, mentre la seconda no in quanto il termine è usato per ciò che veramente è:forma d’espressione umana che ha come mezzo d’espressione la parola e risultato il componimento verbale (wikipedia).
    “Scrittura accurata & motivata”…è probabilmente ciò che ho cercato di dire io, forse utilizzando però una forma un pò più personale e meno tecnica…chiedo venia…sto imparando…:-)

  14. bruno il 19 luglio 2007 alle 20:07

    Chiedo scusa per l’ot ma sono indignato dopo aver letto sul Messaggero di oggi un pazzo di Di Consoli sulla polemica nata alcune settimane fa sul Mattino di Napoli e ripresa anche su queste colonne.
    Il pezzo di apertura “Piccoli Saviano nascono” è offensivo e pretestuoso. Si citano ottimi autori ( anche tu sei citato, Piero ) che stanno per pubblicare i loro lavori solo perchè si collocano sulla scia di Gomorra, non certo per la validità delle loro opere. E viene citata anche Nazione Indiana in cui, a dire dell’autore, si è scatenata una guerra santa che vede da una parte i fondamentalisti savianici e dall’altra i detrattori. Anche questo è vergognosamente falso. Non aggiungo altro ma consiglio vivamente la lettura di questi due articoli in cui si citano un po’ tutti, da Binaghi a Alcor e altri nick sparsi.
    Sarebbe il caso che si riaprisse l’argomento per lasciar modo ai “fondamentalisti” fanatici di dire di nuovo, chiaramente, per l’ennesima volta, che nessuno mitizza nessuno ma che tutti hanno il diritto di riconoscersi in un’opera letteraria di ottima fattura e ritenerla fondamentale per la lotta alle mafie. Lotta che poi ognuno conduce coi propri sistemi, con le proprie idee, e correndo in proprio i rischi che ne conseguono.

  15. diamonds il 19 luglio 2007 alle 21:20

    non ho visto lotte fratricide contra Saviano,ho visto prese di posizione anche dure contro la prematura mitizzazione dello stesso(che sarebbe stata un modo per bruciarlo anzitempo,come è successo per altri valorosi autori finiti nel dimenticatoio dopo essere stati cullati su un illusione e spremuti per bene)

  16. alina il 20 luglio 2007 alle 10:33

    questo racconto è brutto sciatto presuntuoso.

  17. fausto il 20 luglio 2007 alle 13:22

    oh sig. bruno lei è davvero impagabile, come quando chiama alle armi i contra-Saviano!!! straordinerio, direbbe Sacchi

  18. bruno il 20 luglio 2007 alle 23:26

    Sig. Fausto, ho solo informato Piero Sorrentino che sul Messaggero c’è im articolo in cui lui viene indicato come autore ( insieme a Braucci ) che si appresta a pubblicare sull’onda del successo di Gomorra. E’ falso, stupido, pretestuoso. E informato gli “indiani” citati che si parla anche di loro.
    Se poi ha la cortesia di leggere ciò che ha scritto Di Consoli sugli estimatori di Saviano e di come lui “ha diritto a non essere ignorato dal pubblico e dall’editoria” ( ohibò, anche io voglio questo diritto, anzi ne voglio due ! ) vedrà che il sottoscritto sarà pure impagabile ma Di Consoli è ridicolo.

  19. fausto il 21 luglio 2007 alle 00:02

    tutti hanno il diritto di riconoscersi in un’opera letteraria di ottima fattura e ritenerla fondamentale per la lotta alle mafie. Lotta che poi ognuno conduce coi propri sistemi, con le proprie idee, e correndo in proprio i rischi che ne conseguono.
    Già da qui lei parte malissimo, perché senza addentrarmi nel suo caso personale, credere che la lettura di un libro come Gomorra abbia innescato un sistema virtuoso di consapevolezza civile e di lotta sociale è aberrante.
    Semmai è vero il contrario; Poiché per il principio della delega la maggior parte delle persone che hanno letto quel libro, hanno ritenuto di aver assolto così, nella lettura, il loro compito di rivolta civile. Hanno delegato all’atto 8teorico) della lettura ecumenica di un testo la pratica che andrebbe svolta con altri mezzi nella vita.
    Non credo che a un libro o al suo autore si debba chiedere questo; di essere il propulsore morale della coscienza civica di un popolo. ma se lei mi lascia intendere, come gli altri gomorroidi su questo blog fanno, che è ciò che è accaduto allora vi lascio al vostro sonno e ai nostri mostri.

  20. bruno il 21 luglio 2007 alle 11:34

    Guardi Fausto che non è proprio così.
    E’ quasi così.
    Partiamo dal fatto che Gomorra non è il primo libro scritto sull’argomento, è solo il migliore. In questo terreno Peppe Lanzetta è stato un precursore. I suoi libri parlavano di Scampia quando ancora nessuno, fuori dai confini di Napoli, ne conosceva l’esistenza e l’enorme pericolosità sociale, deflagrata poi in ciò che sappiamo. E prima di Lanzetta c’erano le lucide analisi giornalistiche del mai troppo rimpianto Giò Marrazzo. E non si può dimenticare il film di Tornatore sul fenomeno Cutolo.
    E se andiamo indietro nel tempo troveremo echi simili anche nella corrente letteraria che si formò a Napoli nel primo dopoguerra. Inutile farne i nomi, lei li conoscerà senz’altro. Ma c’è di più. Come molti hanno scritto, in Gomorra non c’è nulla di nuovo. E questo dato, da molti sbandierato come una pecca dell’opera, è a mio avviso la forza stessa di quel libro. Aver organizzato in forma di letteratura una serie di informazioni, raccogliendole e “classificandole” a secondo dell’esigenza narrativa, è stata un’operazione di autentico talento narrativo. Perchè, dite ciò che volete, Saviano sa scrivere. Ma c’è dell’altro. In concomitanza con l’uscita di Gomorra ci sono state altre pubblicazioni di autori noti, da Giorgio Bocca a Jacopo Fo. E non escluderei l’autobiografia “La mala vita” pubblicizzata da Maurizio Costanzo con tanto di carrambate televisive. E, seppure il particolare sia risibile, il sottoscritto scriveva un racconto satirico sulla camorra ancor prima che la massa dei lettori, sottoscritto compreso, venisse a sapere dell’esistenza del un talentuoso 28enne casertano. E con questo raccontino scemo, suggellato da due righe di incoraggiamento dello stesso Roberto, ho fatto il giro d’Italia, fiere comprese, a parlare delle stesse cose trattate in Gomorra. Con pudore, con umiltà, con la passione che mi muove un amore sconfinato per la mia terra.
    Come vede non c’è alcuna richiesta di propulsione morale da parte mia ( o nostra, se vogliamo davvero inventarci un movimento “savianista” ), la coscienza civica del mio popolo esiste ancora. Latitante, quasi invisibile, esile, ma c’è. Alle presentazioni che ho fatto in giro c’è stata una grande richiesta di informazioni, tutti volevano sapere, conoscere, approfondire. Sono stato invitato nelle scuole, nei centri sociali, ovunque ci fosse la voglia di capire le cose come stanno o sentirsi dire qualcosa di diverso dal reportage giornalistisco televisivo. E l’ho fatto senza pensare a Saviano ( che ho citato puntualmente dappertutto come il migliore scrittore italiano tout court ), perchè Saviano, da parte sua, e con ascolto infinitamente maggiore del mio, stava facendo la stessa cosa in qualche altro posto. E probabilmente lo stesso facevano Lanzetta, Braucci, Sorrentino e tanti altri ancora. A modo loro, con il loro telento e la loro passione.
    Forse Di Consoli, Cilento, Pascale, De Santis, Perrella, hanno fatto e fanno altro. Per carità, liberi di farlo nel migliore dei modi possibile. Ci mancherebbe che qualcuno stabilisca a priori cosa debbano scrivere gli scrittori. Ma allora perchè alcuni scrittori, guardacaso proprio questi ultimi che ho citato, vogliono stabilire cosa si debba leggere, cosa si debba scrivere, chi debba pubblicarlo ? E perchè proprio questi ultimi, con i loro articoli, hanno usato toni al limite della diffazione nei confronti di Saviano e di coloro che percorrono ( non seguono, attenzione ) la stessa strada ?
    Questi signori affermano che bisogna lasciare spazio alle pubblicazioni che trattano argomenti diversi. E chi lo nega questo spazio ? La migliore penna partenopea, in questo momento, a mio avviso, è Valeria Parrella. Una ragazza di 30 anni, telento mostruoso, pluripremiata. Ha scritto di Napoli a modo suo, un modo diverso da quello di Saviano, e ha avuto un riscontro di pubblico e critica entusiasmante.
    Ci provino anche Di Consoli, Cilento, Pascale, Perrella, De Santis.
    Siamo tutti in attesa di leggere i loro lavori. Ma nel frattempo, per favore, lascino in pace chi vuole scrivere, leggere o pubblicare quello che diavolo gli pare.

  21. fausto il 22 luglio 2007 alle 17:16

    la Parrella è una scrittrice oltremodo banale, naif, il cui mancato stile è zeppo di oleografie al limite dell’insopportabile.
    Sui premi non spendo nemmeno una riga.
    Di Di Consoli, Cilento, Pascale, Perrella, De Santis non mi frega un acca. Di Consoli ha fatto due buoni libri, Perrella è un mediocre critico e persona ancora più mediocre, la Cilento mi fa rabbia, De Santis ha un suo stile che apprezzo.
    Che Lanzetta o il film di Tornatore siano precursori di saviano è una cosa non vera, mi scusi. Lanzetta è un apologeta di quei territori, la sua non è mai stata denuncia della malavita ma dello stato che ha creato quei ghetti, non è mai andato a illuminare il punto-momento in cui stato e camorra si saldano. E’ uomo simpatico, ma lui vive bukowskianamente quella periferia, ne ricava – a suo avviso – un cliché e un appeal. Il film di Tornatore è tutt’altro che una denuncia.
    Il libro di Saviano, ripeto, è un buon reportage tutto qui. Manca di completezza secondo me nella denuncia o quanto meno nella messa a fuoco dell’unico vero problema che chi parla di Camorra dovrebbe porsi. In che modo l’apparato politico protegge e si allea alla malavita. Dove accidenti sta il punto di giuntura che fa di noi cittadini figli di un dio minorato e non minore.
    Porca Miseria è tutto qui. Io non pretendo che lui lo scrivesse. Se era questo che voleva dire ha fatto bene a restare nei suoi piani. Non mi si dica che è una una carrellata completa e capace di accendere le micce di una coscienza etica. E’ una cazzata gigantesca. Come i tour a parlare di queste cose. Vanno bene, sono belle le domande e le attenzioni. ma non è vero che il cittadino, spenti i riflettori e tornato nel suo mondo, muti il suo rapporto con la realtà.
    Parliamo di questo. e al prox che fa l’accostamento Saviano-Pasolini poi…

  22. bruno il 22 luglio 2007 alle 17:53

    Parliamo di ciò che vuole, visto che siamo rimasti in due ad animare questo spazio che dovrebbe appartenere a Sorrentino. Ma sono certo che a lui non dispiacerà. L’ho incontrato al ritorno della fiera di Torino, era insieme a Valeria Parrella, a cui ho chiesto di firmarmi una copia di uno dei suoi due libri. Sorrentino ha una bella faccia, uno di quei volti che ti trsmette fiducia, spero quindi che perdoni l’intrusione nel “suo” spazio. E Parrella è la migliore scrittrice partenopea, anche se a lei non piace. Abbiamo entrambi il diritto di mantenere le proprie posizioni, almeno penso.
    Per quanto attiene alla letteratura di cui parliamo ho citato Lanzetta e gli altri come esempi di scrittura verità, narrazione che si immerge, sporcandosi e contaminandosi, nella cruda realtà di un’inconcepibile mondo ancora poco esplorato. Perchè se ha letto, come certamente ha letto, i racconti di Lanzetta non può non convenire che anche quella è denuncia. Tutto ciò che racconta una realtà come la nostra, da Todo Modo a Romanzo Criminale, è letteratura di denuncia. Provi a rileggere alcuni racconti della Ortese invece, e magari a non considerare di secondo piano tutto ciò che a lui non appare conforme ai clichè dell’impegno politico o civile.
    Lei avrebbe voluto conoscere i rapporti tra capitalismo criminale e politica ? Lei vorrebbe che i cittadini si riappropriassero della loro dignità mediante uno spontaneo movimento popolare ? Lei ritiene che un libro possa “accendere le micce di una coscienza etica ” ?
    Ho l’impressione che stavolta sarò io a lasciarla ai “suoi sonni e ai nostri mostri”.
    Cordialità.

  23. fausto il 22 luglio 2007 alle 23:02

    dovrebbe



indiani