Il viaggio e le parole. Note su Ultimo parallelo di Filippo Tuena

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di Francesca Matteoni

Quando ho iniziato a leggere Ultimo parallelo di Filippo Tuena ero spinta da tre motivi: il fatto che parlasse di un viaggio reale in un luogo estremo, ai margini della terra e del vivente; un rapido scambio sul potere evocativo della fotografia al termine del quale mi è stata consigliata la lettura; il fatto che in questo libro si parlasse di altri libri, a loro volta indizi e testimoni. Mi sono ritrovata in un’opera sorprendente per scrittura, ambizione e il sentimento che trasuda.
L’ultimo parallelo è il punto estremo della terra, la sua conclusione intangibile, il polo sud infisso nell’acqua ghiacciata. Ma è soprattutto un luogo simbolico, dove l’essere umano incontra ciò che per tutta l’esistenza vive e sperimenta senza averne la piena consapevolezza: la sua propria fine, la fine di tutte le cose. Ed infatti lì la terra si ferma. Il tempo non passa, non ruota. È alla scoperta di questo luogo che nel 1911 un gruppo di esploratori inglesi guidati dal capitano Robert Falcon Scott compì la sua lunga e dolorosa missione nelle regioni antartiche. Solo cinque uomini poi, proseguirono verso il polo, per scoprire di essere stati preceduti dal norvegese Roald Amudsen e dai suoi cani da slitta. Durante il ritorno, stremati dalla fatica e dalle bufere, trovarono la morte, lasciando come pegni ereditari un rullino di fotografie, dove, secondo la superstizione dei marinai e le credenze di popoli primitivi, avevano impresso l’anima, e i diari, i libri di poesia che si erano portati dietro e che non avevano voluto abbandonare durante il tragitto. È in queste tracce di linguaggio lette e scritte, in questo pugno di fotografie, nei volti sui quali, a noi che sappiamo come andarono le cose, sembra di scorgere uno spettro, un presentimento, che ha inizio il viaggio di Filippo Tuena. Come il terzo uomo della Terra Desolata di T.S. Eliot, lo scrittore si mette al loro fianco dalla fine all’inizio e viceversa, quasi una sorta di creatura soprannaturale che ha la sua dimora nelle parole. Il lettore viene chiamato in causa, in questa ombra al seguito degli esploratori non sa più distinguere se stesso da chi narra e da coloro di cui vi è narrato – è invaso dal più perfetto dei sentimenti: la compassione, la capacità di sentire assieme all’altro, di riconoscere nell’altro il proprio destino.
A questo punto mi sembra opportuno tentare di rispondere a una domanda, che mi perseguita fin dall’inizio: perché Tuena decide di raccontare la storia di una sconfitta, avendo la possibilità di dirci quella del vincitore? La presenza evocata e mai vista realmente di Amudsen è nel libro una figura assieme barbarica e distaccata, ammirevole, ma altrettanto inumana. A Tuena, viene da pensare, non interessa tanto di dirci della scoperta geografica del polo, quanto di qualcosa di più profondamente umano, che ha a che fare con il nostro limite, il punto dove cediamo alla paura e al coraggio; con un concetto tanto portato per bocca quanto poco compreso come la fratellanza; con la sorte imperfetta con cui ci si consegna alla seconda vita, l’unica che resta e che più non ci appartiene: il linguaggio, la scrittura, le parole. Noi non abbiamo mai avuto altro. Come un’ombra sul sangue, le nostre parole escono eteree da corpi in lenta corruzione per restare – sono l’unica cosa che possiamo opporre alla divinità e alla morte, sono la memoria che ci rende ostinati nell’assurdità di scrivere e leggere libri.
Tuena, ci restituisce il potere pieno della letteratura, che non è quello di raccontare delle storie, ma di usarle per comunicarci qualcosa di nostro, qualcosa che c’era già prima, ma non aveva un nome.

Dei cinque uomini che raggiunsero il polo uno di loro, l’ufficiale di cavalleria Lawrence Oates, non trovò sepoltura. Di tutti i protagonisti del libro è quello a cui per motivi del tutto personali mi sono più affezionata. Sta morendo eppure non riesce a morire. Svegliandosi nel suo sacco a pelo ancora vivo, dopo aver sperato che il sonno lo prendesse, esce nell’inverno perenne per una “passeggiata” da cui non può fare ritorno. Il suo corpo giace ignoto nella neve, sprofonda nel passare degli anni fino all’acqua. Mi piace pensare che il corpo di Oates, il giovane sensibile, amante dei cavalli e dei ponies siberiani che si erano portati dietro e che furono tutti massacrati, sia la parola stessa, il nucleo delle storie che non si consuma anche se personaggi e narratori se ne sono andati da tempo, ma trova sepoltura ogni volta in un diverso occhio, un diverso cuore.
Arrivo alla fine di questo straordinario, intensissimo libro con la sapienza di un dono ricevuto, dell’amore ricambiato.
Chiudendo il volume, prima di rimetterlo tra gli altri, due brevi frasi continuano a girarmi nella mente come un ringraziamento, una preghiera: “Io c’ero. Io ho visto.”

  9 comments for “Il viaggio e le parole. Note su Ultimo parallelo di Filippo Tuena

  1. 15 dicembre 2007 at 10:31

    E’ una mattinata di neve e leggere la bianca recensione di Francesca mi ha fatto scendere ancora un po’ di più nella quiete.
    Grazie per la testimonianza di lettura e per la riflessione sul potere della letteratura.

    Ho avuto la fortuna di assistere allo spettacolo “Ghiaccio, La leggendaria spedizione di Shackleton al Polo Sud” di Aia Taumastica (di Massimiliano Cividati) e ho vissuto un clima molto simile, credo, a quello del libro di Tuena.
    Come altra associazione ho visualizzato subito anche un episodio di “Sogni” di Kurosawa.

    La sfida al limite astratto e/o concreto (l’ultimo parallelo, l’ultima sigaretta, il primo amore, l’ultimo teorema di Fermat ecc ecc) mi sembra sia un parametro fermo dell’agire umano sia nell’eccezionale sia nel quotidiano, con i dovuti distinguo.

    fem

  2. 15 dicembre 2007 at 11:22

    Sono contento di vedere qui, su Nazione Indiana, una lettura di Ultimo Parallelo. Filippo Tuena ha scritto uno dei migliori romanzi del 2007, che io – tempo addietro – non esitai (e continuo a essere pienamente convinto di questo mio parere) a definire “capolavoro”.

    La scrittura di Tuena è magistrale. L’arte di Tuena è difficilmente arrivabile.
    Brava a Francesca Matteoni per la lettura e a Franz per averla pubblicata.

    antonio consoli

  3. Monia
    15 dicembre 2007 at 12:24

    Nevica anche qui…

  4. 15 dicembre 2007 at 21:26

    Gran bel romanzo, un tutti i sensi, come è sempre stato difficile trovarne anche in altre epoche.
    Concordo con Antonio Consoli: è un vero capolavoro.

  5. tR
    17 dicembre 2007 at 16:12

    La Letteratura, nei continui rimandi citati, la scrittura, nei diari degli esploratori e la fotografia, con la sua capacità di raccontare e di condizionare l’intero impianto narrativo di Tuena. Questo romanzo è una palestra nella quale esercitare il Roland Barthes de “La camera chiara”. Per questo condivido le riflessioni della Matteoni

  6. Francesca
    17 dicembre 2007 at 18:24

    Grazie per i vostri commenti, spero che a qualcuno che non conosce il libro venga il desiderio di leggerlo!

    Ne approfitto per linkare qui la recensione di Renzo Montagnoli:
    http://www.kultvirtualpress.com/articoli.asp?data=500

    Ed il sito di Filippo Tuena, per chi volesse saperne di più:
    http://digilander.libero.it/filippotuena/index.htm

    @ Francesca -vero, viene in mente l’episodio “Blizzard” in Sogni, quando il demone del gelo tenta di strappare la vita agli scalatori attraverso il torpore ed il sonno.

    @ Terra Rossa il tuo commento con il riferimento a Barthes mi ha emozionato, sarò sciocca, ma è così: se trovo citati i libri che amo reagisco con l’entusiasmo dei bambini!

  7. filippo tuena
    17 dicembre 2007 at 22:41

    Grazie a Francesca e a chi ha voglia d’intervenire. Voelvo segnalare un paio di coincidenze. Sabato ho trovato in una bancarella, a caro prezzo ma ne valeva la pena, l’edizione originale del diario di Scott. Mi fa un certo effetto avere tra le mani un libro che è stato acquistato nel 1914 sicuramente da qualcuno che ha vissuto come fosse contemporanea quella storia. A me lo sembra ancora, se penso che l’ultimo dei compagni di Scott, il norvegese Trygge Gran è morto una ventina d’anni fa, in tempo per vedere l’uomo sulla luna. Avrei potuto parlarci e chiedergli di persona la storia del sogno, ma ho perso l’occasione. Ho dovuto contentarmi dei libri, e ho cercato di farlo al meglio, col rimpianto che il tempo non fa sconti e ci allontana sempre di più.
    Ricordo quando a Cambridge ho avuto tra le mani il diario di Kehoane e il libro di preghiere che Wilson aveva portato al polo e ho visto le sue sottolineature e le note a matita. Allora ho pensato invece che il tempo fa strani salti e che ci disorienta.
    Mi disorienta anche sapere che ieri è partita da ravenna la nave italiana Antartide che se lo Stato non garantisce altri fondi per la ricerca, dovrebbe chiudere la presenza italiana in Antartide. Se ne parla poco ed è un delitto.

  8. Filippo Tuena
    17 dicembre 2007 at 22:45

    ho provato a intervenire ma non sono riuscito -credo – a inviare il post. Scusate, ma internet mi mette sempre alla prova e non sempre riesco a uscire dal labirinto.
    grazie dell’ospitalità

  9. franz krauspenhaar
    18 dicembre 2007 at 10:49

    Mille grazie a Filippo Tuena per essere intervenuto, è stato un onore e un piacere.

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