Un viaggio con Francis Bacon # 4

21 febbraio 2008
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di Franz Krauspenhaar

Un paio di giorni di malessere generale causato dall’insonnia. Riemergo in qualche modo, faccio una lunga passeggiata nella sera di fine inverno, attorniato da poca umidità. Passanti che trottano assieme ai loro cani, il dopolavoro del bravo borghese.
Vicino a un bar tabaccheria – l’unico aperto nel mio quartiere dopo le otto di sera, un posto che negli anni si è lentamente ripulito ma che è rimasto comunque abbastanza malfamato – vedo una Mercedes 320 blu scuro parcheggiata con le ruote verso l’esterno. A bordo un uomo robusto, dalla faccia quadrata, che parla concitatamente al microfono del suo cellulare. La sua bocca esprime dentatura e sforzo, tensione. Ho appena visto un uomo baconiano e l’ho riconosciuto. Il cellulare è quest’arnese di invadente comunicazione che, previa le cuffie, rende un sacco di passanti degli zombi che muovono le bocche come pesci in un acquario, o barboni ripuliti e imborghesiti che parlano da soli per le strade della città, ma più assorti, barboni di successo.

L’uomo baconiano oggi parla al cellulare in una Mercedes, alle otto della sera, prima di tornare a casa dopo una giornata di vendite all’ingrosso.

L’ingrosso della carne. Scrivendo negli ultimi mesi della guerra di mio padre ho dovuto svegliare spiriti che non mi appartenevano e narrare di carneficine al fronte. Sono prostrato dalla scrittura, ma rientrato a casa dopo la passeggiata ho ripreso lo stesso a scrivere.

Bacon ci parla della carne, la seziona, la mostra, la mette sul banco su tela grezza, senza imprimitura. Quando ancora dipingeva dalla parte diciamo così giusta, nel ’46, crea quel capolavoro che è Dipinto 1946: un quadro nato per caso, un bue squartato appeso a ganci, carne messa a caso su un tavolino di vetro, una figura antropomorfa con la bocca da squalo tigre sotto a un ombrello nero. Non c’è spiegazione a tutto questo: il pittore era partito dalla raffigurazione di un uccello e poi questo si è deformato trasformandosi in nuove forme. I contenuti sono spinti a esistere dalla forma, è come un parto, dalla forma della donna fuoriesce il contenuto del suo ventre, il bambino. Siamo al massimo dell’espressione artistica, alla negazione per principio, potrei dire, dei concetti, splendidi o meno, del “romanzo a tesi”. Se possiamo spiegare la vita possiamo farlo davvero dopo averla vista diciamo così vivere, in azione. Se abbiamo voglia di spiegare un’opera d’arte dobbiamo seguire i tortuosi percorsi dell’artista portando un paio di occhiali neri nella notte.

Bacon ha affermato che l’importante per lui non era dire qualcosa, ma fare qualcosa. Si potrà notare che questo può essere valido solo per certe forme artistiche, come la pittura surrealista. Cosa voleva rappresentare Max Ernst, per esempio, dipingendo quello strano tipo di elefante, Célèbes? Niente di preciso, immagino. E così può essere benissimo per un’opera letteraria; le parole scaturiscono da un’esperienza interiorizzata, non da una ricognizione punto per punto, e a bocce ferme. Niente saggezza e niente distacco clinico, l’artista è un chirurgo da campo o non è. Scrivere con un’idea chiara in mente io penso sia non di rado deleterio per la qualità dell’opera. Ecco perché mi è sempre piaciuto sapere di come Francis Bacon operava sulla tela, vale a dire con poche idee e dipingendo all’inizio pochi tratti veloci al centro, andando a lavorare allo sfondo solo alla fine.

A proposito di Ernst, per me è chiaro che questi è fra i fratelli maggiori del pittore oggetto della nostra tentennante indagine, che è soprattutto viaggio – come da titolo. Il renano dipingeva queste foreste intricate (viste dal vivo assicuro che sono ancora più sbalorditive che su libro, cosa che non si può dire per i quadri di gente come Magritte e Dalì) che sono paesaggi tra il vegetale e l’animale; così come certe figure di Bacon sono paesaggi umani con innesti – come trapianti- animali, bestiali. Le Figure per una Crocifissione, il primo grande quadro, del ’44, è un’opera che riporta alle bestie mitiche, a certe esaltanti figure di Ernst. Siamo in pieno surrealismo, anzi siamo alla sua esplosione consacrata. Bacon è stato l’ultimo dei grandi surrealisti, e li ha superati, tutti quanti, di slancio, perché ha fatto soffrire e sudare lacrime ai suoi quadri.  E anche perchè non è altrettanto letterario, non fa della letteratura per immagini – e una dimostrazione di questo sta nella laconicità “di servizio” dei titoli delle sue opere. Si dà tutto alla pittura, mani e anche piedi legati. Magritte è stato un grande illustratore, e deve al movimento surrealista il piacere e l’onore di essere diventato un totem. Ma è, al fondo, solo un bravo pittore che fa della letteratura per immagini, come molti suoi colleghi.

I suoi personaggi sono protagonisti di vignette ben temperate, il suo mondo è inquietante perché si trattiene dal dire, dall’urlare. Inquietante per sottrazione, come in molti film noir del lontano passato, costretti a suggerire l’orrore a causa della censura quando andava bene, della mancanza di mezzi quando andava male (esemplare in questo senso  è Detour, di Edgar G. Ulmer, del ’45).

Bacon fa urlare l’opera, letteralmente. Se Dali dipinge con una fantasia che non ha forse eguali – ecco, il catalano non ha mai espresso nulla più della sua sfrenata fantasia – Bacon, che non è abbastanza folle e disimpegnato ma è certamente più addentro, come un esperto del “settore”, alla sofferenza umana madre di tutte le battaglie, cava dalla sua fantasia tutta una serie di urla munchiane, la progenie insomma dell’urlo dipinto dal norvegese.

Dov’è la bellezza, dov’è la grazia? Da nessuna parte, forse. Dov’è la grazia in Guernica? E Picasso ha stabilito il suo record dell’ora, sbaragliando gli avversari, dandoci l’enorme, sofferente vignetta della catastrofe.

In alcuni testi FB viene denominato espressionista. In fondo siamo su terreni confinanti, così come la “nuova oggettività” di un Otto Dix, pittore tedesco degli anni ’30 che trovo in alcuni momenti piuttosto connesso all’inglese per una rappresentazione tutto sommato parodistica della vita e della società, è un espressionismo molto concreto, molto descritto, per filo e per segno, si potrebbe dire. Bacon s’impone nel dopoguerra, Dix è figlio della Repubblica di Weimar, cioè dell’estremo dopoguerra precedente. La pittura di questi artisti, come di parecchi altri nei due periodi, è spesso e per vocazione un’arte di implicita denuncia, di dura e folle reattività a una vita sociale – e conseguentemente personale – difficile e minacciata.

Come mi è successo stasera per l’uomo baconiano incontrato davanti alla tabaccheria, notti fa, rivedendo in tivù Velluto blu di David Lynch, scopro l’uomo baconiano degenerato nel personaggio di Dennis Hopper, Frank Boothe il pervertito. In particolare, quando la sua testa è ripresa di profilo e lui urla al personaggio interpretato da Kyle Mac Lachlan, dopo il rapimento. In quel momento Lynch riprende in slow motion , e il movimento della testa di Hopper fa come una leggera scia, come se muovendosi si autodipingesse sulla tela del grande schermo.

Se Bacon è stato influenzato dal cinema – ha sempre parlato della Corazzata Potemkin, e a riprova c’è il quadro che raffigura la balia con gli occhiali rotti, e di Bunuel, altra anima naturaliter surrealista- il cinema, in un modo o nell’altro, ha attinto dalla sua arte.

Pensiamo a Cronenberg e a Crash, tratto dal romanzo di Ballard: il superbo canadese raffigura gli incidenti stradali e gli accoppiamenti poco giudiziosi in un modo che ricorda certe figure baconiane; dove c’è massa carnale e groviglio, c’è Bacon. Egli è anche il cantore della distruzione mascherata da orgia, e non a caso in vari film porno che ho visto mi sono ritrovato -piuttosto perversamente, lo ammetto- a pensare a Bacon: per il décor – fosse esso da scantinato come da bordello pretenzioso -, per certe situazioni; anche lì, uomini baconiani in grisaglia che si fanno ingoiare nell’intimo da signore a volte somiglianti a Isabel Rawsthorne, l’amica pittrice – e bevitrice – di FB immortalata in un famoso ritratto del ’67.

Dovunque ti muovi, il fantasma del pittore ci conduce a situazioni e forme che sono imparentate con la sua arte. Sempre più, mi accorgo che il suo surrealismo è una realtà alla quale è stata applicata una lunga scarica di alta tensione.

(Continua il 28 con l’ultima parte. Immagine: Francis Bacon – Study for a portrait, 1952. Puntate precedenti: #1 #2 #3 )

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5 Responses to Un viaggio con Francis Bacon # 4

  1. niky lismo il 21 febbraio 2008 alle 09:01

    2 di 3 (1 di 3 in “840266”): “Ho appena visto un uomo baconiano e l’ho riconosciuto. Il cellulare è quest’arnese di invadente comunicazione”

    “L’ammazzo, giuro che l’ammazzo” pensavo filando da Caterina, in quel suo bilocale dove oltre lei devo entrare io solo. Lo so che ha una tresca con qualcuno, lo so dal menù del telefono. A tutte le ore si fa chiamare, e non chiamare soltanto. Mi sono finto tranquillo, devo prenderla sul fatto e gliela faccio pagare, giuro… Stasera non dovevamo vederci. “Ho un poker fino a tardi” ho inventato, “Tu stattene a casa, che domani ti passo a prendere”. Fa le pulizie in un supermercato, Caterina. Le ho lasciato campo libero per le sue schifezze, “Così l’acchiappo – pensavo – e gliela faccio pagare”. Naturalmente ho le chiavi, dentro era tutto buio. “Piccola, sono Eros…” ho chiamato mentre accendevo la luce. Nel pugno stringevo forte le chiavi, che così fa più male. Stava sul letto Caterina, però sola, non muoveva gli occhi, non muoveva niente. Dalla bocca sporgeva un pezzo scuro di carne. Così credo che farei meglio a squagliarmi, non fosse che ha preso a suonare il suo telefono. Sul display non si legge nessun nome, “Sconosciuto”. Che devo fare, rispondo? Faccio il meccanico, non ho mai parlato a un assassino…
    %

  2. massey il 21 febbraio 2008 alle 13:22

    magritte, au fond (du puits), n’est pas si mal

  3. véronique vergé il 21 febbraio 2008 alle 15:47

    Bacon mi ha sempre fa paura -Bacon fa urlare l’opera-
    L’urlo raggiunge il confine tra mente nel mondo/ mente nella follia;
    fa sentire la prossimità della demenza;
    si vede la distorsione del volto/ dell’identità umana.
    Non saprei guardare a lungo i ritratti di Bacon, mi sottrago alla carne squartata, all’idea violenta che un corpo diventa carne in guerra – un macellaio
    In realtà la pittura di Bacon è fatta per gli occhi che hanno saputo affrontare l’angoscia di essere solo carne, carne di sacrificio.
    Gli articoli mi hanno fatto conoscere meglio il pittore. C’è una realtà propio di allucinazione. Ho amato la vista dell’uomo nella sua Mercedes.

  4. gena il 21 febbraio 2008 alle 16:16

    Bacon fa urlare l’opera, letteralmente.I tuoi articoli, sembrano quadri, dipingi con le parole.

  5. sundancekyd il 24 febbraio 2008 alle 07:40

    Questi brevi saggi di Franz sono geniali, come se FB in persona glieli dettasse. Ma vedo che anche i commenti (tranne questo mio, per carità) sono altrettanto incisivi e ‘veri’. BLT: Bellissimo Leggervi Tutti (ho una passione smodata per gli acronimi!). SK



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