Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!

16 maggio 2008
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Numeri estratti dal libro , Questa corte condanna, Spartacus processo al clan dei Casalesi, a cura di Marcello Anselmo e Maurizio Braucci . Le mie inserzioni in corsivo sono tratte da Il giocatore, di Fëdor Dostoevskij
(effeffe)

[…]Pagano all’udienza del 9 maggio 2001 ha riferito quanto segue:

Io Pignata lo conosco da vecchia data, lo conoscevo dal 1970-1972. Ho sempre bazzicato la piazza di San Cipriano, e lui stava su tutte le giocate, veniva da Tozziello, l’ho sempre incontrato, lo conoscevo bene come impiegato al Comune e come giocatore. Come giocatore che giocava, dottore… noi tra giocatori – che poi facevo parte pure io della categoria – ci conoscevamo; c’erano giocatori avventizi che li vedevi ogni tanto… E giocatori giocatori sono quelli che tutte le sere puntualmente perdono, vincono e raccimolano il denaro. Lui era giocatore, diciamo così, di questa categoria: giocatore di carte, chemin, baccarat, zichinetto. Ci sono giocatori giocatori e i giocatori avventizi, Pignata era giocatore giocatore. […]

Dopo le dieci, ai tavoli da giuoco rimangono solo i giocatori veri, disperati, per i quali alle terme non esiste che la roulette, che sono venuti solo per essa, che quasi non si accorgono di quello che accade intorno a loro, che di niente si interessano durante tutta la stagione, che non fanno altro che giocare dalla mattina alla sera e che sarebbero anche pronti a giocare tutta la notte fino all’alba, se fosse possibile…

E si allontanano sempre con dispetto quando, a mezzanotte, si chiude la roulette. E allorché il capo croupier, poco prima dell’ora fissata, annunzia: “Les trois derniers coups, messieurs!” sono a volte capaci di perdere in queste ultime tre puntate tutto quello che hanno in tasca, ed è proprio allora che subiscono le perdite maggiori.

[…] Io ebbi l’incarico di ucciderlo. Io e Iovine Antonio, ce lo diede Francesco Schiavone di Nicola, pare che stavamo nella casa dell’avvocato Ferraiuolo e lui disse: «Si deve uccidere questo Pignata».
Al che – diciamo così – io ebbi una reazione emotiva, nel senso che dissi: «E perché? Questo è un bravo uomo, perché lo dobbiamo ammazzare?». Schiavone dispiaciuto disse: «Questo purtroppo ha perso la testa per via del gioco», disse che era andato vaneggiando nel bar dicendo che lui si era messo a disposizione per procurare dei documenti a Bardellino e nessuno lo pensava. Disse che i bardelliniani lo volevano morto: «Quindi dobbiamo fare questa cosa». Dopodiché disse: «Lo fate tu e Antonio», che questo Pignata abitava ad Aversa e tutte le sere veniva a giocare a Casale. «Quando ritorna ad Aversa, poiché vi conosce, lo affiancate, lo fate fermare un attimo e gli sparate un colpo solo o in testa o al cuore, basta che gli strappate un taschino o una tasca per simulare che è un colpo partito per rapina, comunque deve sembrare una rapina. Ho un 38 che ve lo faccio avere, usate quello». Poi onestamente quando dissi: «E la macchina? Che macchina dobbiamo usare?» Schiavone cambiò idea, disse: «Va bene, vediamo un po’ e poi vediamo come dobbiamo fare». Comunque capii che c’era l’ordine, però Sandokan alla fine disse che questo Pignata gli tornava mezzo parente e non aveva più tanto intenzione di farlo. Poi è scomparso, io non so né chi l’ha ucciso né quando né come.

Ecco perché qui si fa una netta distinzione tra il gioco detto di “mauvais genre” e quello permesso alla gente come si deve. Esistono due giuochi: uno da gentiluomo e l’altro plebeo, interessato, il giuoco, insomma, che fa qualsiasi canaglia. Qui la distinzione è molto rigida, ma com’è vile, in fondo, questa distinzione! Il gentiluomo, per esempio, può puntare cinque o dieci luigi, raramente di più; del resto, può anche puntare un migliaio di franchi, se è molto ricco, ma, in sostanza, per il gioco in se stesso, solo per divertimento, solo per osservare il meccanismo della vincita o della perdita; ma non deve affatto interessarsi alla vincita in sé. Se vince può, per esempio, ridere forte, può fare a qualcuno di quelli che gli stanno intorno una sua osservazione, può persino fare un’altra puntata e raddoppiare ancora, ma soltanto per curiosità, per osservare le “chances”, per fare dei calcoli e mai per il volgare desiderio di vincere. In una parola, tutti quei tavoli da giuoco, le roulettes e il “trente et quarante”, deve considerarli solo come un passatempo, organizzato esclusivamente per il suo diletto.

[…]Anche Carmine Schiavone sottolinea come per l’assassinio di Pignata iniziarono a verificarsi i primi contrasti tra il Clan Bardellino e il nascente gruppo dei casalesi. All’udienza del 13 maggio 2002 il collaborante così riferisce i fatti:

Mio cugino Sandokan non volle aderire nell’eliminazione di Giuliano Pignata, e allora Paride Salzillo con ordine dello zio Ernesto e lo zio Antonio decisero l’eliminazione di questa persona. Noi eravamo anche un po’ parenti di Pignata, abitava vicino a me la madre, insomma mio cugino lo conosceva bene. Allora mio cugino Sandokan si rifiutò, non è che proprio si rifiutò, disse: «Io non me la sento perché lo conosco». Al che per mettere qualcuno della nostra famiglia dentro misero mio cugino Francesco Schiavone di Luigi. Fecero il commando con Martino di San Cipriano, detto ’o Vasciotto, Paride Salzillo, Francesco Schiavone di Luigi, Luigi Basile e mi sembra – come mi dissero – Peppe Quadrano e qualcun altro. Lo prelevarono a Frignano e lo strangolarono, mio cugino Cicciariello e altri, vicino alla casa di Luigi Basile, c’era un cortile abbandonato là. Poi lo atterrarono nel pozzo in certi terreni alla Madonna di Briano c’è un santuario che è il terreno di proprietà di mio cugino Sandokan, di mio zio Nicola per dire meglio e di mio zio Luigi, i padri dei due Francesco. Lì c’era un pozzo, quelli scavati a mano e c’era una discesa nel terreno, lo atterrarono lì.

[…] Mio cugino Cicciariello mi raccontò l’eliminazione che ha fatto: mentre l’hanno portato in quella casa, lui stava dietro alla porta, quando Pignata è entrato è saltato da dietro con un cordino e l’ha strangolato, mentre gli altri lo mantenevano. In pratica fu un sequestro, un prelevamento forzato. Fu preso da Frignano, mi sembra, mentre andava a giocare ad Aversa, vicino alla sala giochi dove c’era una bisca di Peppe “’o Salaiuolo”, vicino alla Stazione. Quando è uscito di là, Peppe Quadrano – mi sembra – ’o Vasciotto e il Marsigliese l’hanno portato a Casale.
La sua macchina la spostarono, e lo portarono a Casale in questa casa vicino dal Marsigliese, che sarebbe Basile… Poi l’hanno preso e l’hanno portato ad atterrarlo dentro a questo pozzo che stava questa terra vicino al sacrario della chiesa di Villa di Briano, la Madonna di Briano diciamo noi, che fa comune di Villa di Briano, però sta sulla strada provinciale tra Casale-Capua, e lì ci sta un terreno che è metà di mio zio Nicola e metà di mio zio Luigi, diciamo i padri dei due Francesco Schiavone, e lì fu atterrato Pignata.

E questo mi è stato raccontato sia da mio cugino Cicciariello, le modalità insomma come sono state fatte, pure dal Marsigliese mi è stato raccontato che se lo andarono a prelevare perché avevano avuto l’ordine, sia da mio cugino Sandokan, che lui si era rifiutato in effetti di partecipare, perché non aveva piacere, all’eliminazione del Giuliano Pignata.
Al tempo Antonio Bardellino stava fuori, telefonava a Ernesto e pure al nipote insomma. Anche lui appoggiò questa determinata situazione per eliminare questo tizio. Lui chiese prima a mio cugino, ma lui rispose così… «E allora mettiamo all’altro cugino che sta qui», che era Cicciariello, e Cicciariello intervenne in prima persona a strangolare il Pignata e lo portò anche ad atterrare. Poi andò anche a disotterrarlo e a portarlo in un altro posto. Quindi perché mio cugino Cicciariello non teneva troppo… mentre mio cugino Sandokan gli omicidi li ha fatti, ne ha fatti tanti, però aveva più un’etica, ogni tanto noi ne parlavamo e lui diceva: «Purtroppo certi omicidi prima o poi si pagheranno perché pesano», mentre mio cugino Cicciariello era uno senza morale. Questo era tutto il discorso.

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8 Responses to Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!

  1. Carlo Capone il 16 maggio 2008 alle 17:15

    L’angelo di Dio verrà, a giudicare i vivi e i morti, ma che dirà quando sarà il turno di questi porci? forse penserà ‘ non li giudico perchè sono bestie, sprofondino per sempre’. E così facendo commetterà un ingiustizia, equiparandoli agli animali, che il senso etico non ce l’hanno per atto di Creazione. Dio è profondamente ingiusto con le sue Creature. Dà il libero arbitrio a chi ne fa strame e nega possa avercelo un cane, che pure ha operato una scelta di amore verso il padrone.

  2. véronique vergé il 16 maggio 2008 alle 18:57

    Cio che noto è la parola eliminazione: la persona diventa un cattivo gettone da scartare al prezzo della morte. Camorra ammazza in un’efficacia spietata: ” quando Pignata è entrato è saltato da dietro con un cordino e l’ha strangolato mentre gli altri le mantenevano”
    Il pozzo è la bocca del silenzio, la bocca della scomparsa scura, il peso che fa ombra sul paesaggio e sulla popolazione. Il pozzo è l’ombra dell’oblio.
    Nella figura del giocatore si delinea il gioco con la vita, la fortuna: è la speranza pazza di trionfare sulla povertà.
    Non ho mai voluto giocare, perché so che entrare in questo mondo, è entrare nel rischio di perdere la testa, di non trovare il confine della ragione. nella letteratura del XIX secolo il suicidio del giocatore disperato è un argomento frequente.

  3. michele il 16 maggio 2008 alle 19:03

    Casal di Principe,20.000abitanti,1200condannati al carcere duro.Continuiamo a raccontare,bisogna mettere a nudo,scrostare la pelle portare e scrutare dentro le viscere di questa orrenda realtà,di questo bel paese Italia.

  4. Irene il 17 maggio 2008 alle 11:44

    Ho visto ieri il film Gomorra tratto dal libro di Roberto Saviano. La forza delle immagini è potente, durissima e fulminante. Le immagini si fermano nella mente, la impressionano come una pellicola fotografica. Anche questo è un passo importante perchè il silenzio non cada sulla sorte di questa terra mia e di tanti come me che la amano e vorrebbero veramente fare qualcosa per liberarla da questo cancro che la sfigura della sua secolare bellezza umana e ambientale. Ma io credo che la potenza della parola scritta, il viaggio che le parole possono fare, insinuandosi nella mente più di una immagine, attaccandosi al cuore come una parte di sè, infilandosi nelle pieghe della memoria per non abbandonarla, sia essenziale e più importante di ogni altra cosa. Continuare a scrivere, a ricordare, a testimoniare, insistere, non perdere la tenacia, e scrivere e diffondere ancora le parole come frecce precise e dirette, implacabili. Sapere, conoscere, aprire spazi di luce perchè la verità venga fuori e nessuno possa dire “non lo sapevo”, “non pensavo”. Non arrestare il passaparola che può scardinare i cancelli dell’omertà.
    Grazie a Francesco Forlani per questo post, in questo momento. Grazie a tutti quelli che raccoglieranno la sfida e non faranno cadere il silenzio sulla ricerca della verità e della giustizia.

  5. catalin il 17 maggio 2008 alle 15:24

    se volete sapere che ne pensiamo in romania date un’ occhiata a http://www.catalinradio.blogs.it

  6. véronique vergé il 17 maggio 2008 alle 15:25

    E’ un commento forte, Irene.
    Hai trovato le parole per dire nella luce il terrore che non deve paralizzare la bocca.
    Un omaggio a persone coraggiose che lottano ogni giorno.

  7. Irene il 17 maggio 2008 alle 18:21

    Grazie Véronique, ho scritto solo quello che sento. Penso che oggi che abbiamo tanti più strumenti per far sentire la nostra voce sarebbe un crimine non usarli, non trasformarli in giganteschi amplificatori per far circolare le parole sane, per raccogliere le voci positive e portarle a tutti, una moltiplicazione virtuosa che lasci una traccia tangibile della ricerca della verità.



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