Dark City

17 maggio 2008
Pubblicato da

di Mauro Baldrati
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Questo è il mio primo lavoro politico. Ed è, forse, il più rischioso di tutta la mia carriera. I lavori politici di solito vengono portati a termine dalle stesse organizzazioni, che utilizzano uomini loro. Raramente ricorrono a un professionista. In questo caso, però, c’era bisogno di un’alta specializzazione. Questa almeno è la motivazione ufficiale. In realtà la Resistenza ha bisogno di una figura esterna, uno straniero che, se cade in mano alle guardie nere, non possa rivelare dettagli sull’organizzazione neanche sotto tortura. Ed eccomi qua, ecco laggiù il palazzo di vetro.
E’ impressionante Roma. Ho visto filmati, ascoltato testimonianze, letto rapporti, ma passeggiare per queste strade, guardare, ascoltare, è un’altra cosa. Le guardie nere sono ovunque, a gruppi di tre, quattro, sui blindati, davanti agli alberghi, ai ristoranti, ai palazzi pubblici. Camminano sui marciapiedi coi manganelli elettrici, le pistole mitragliatrici, alcuni con mitragliatori pesanti. Fermano i passanti, chiedono i documenti. Qualcuno viene caricato sui cellulari, con urla e spintoni. E’ pericoloso il tragitto dal nascondiglio al palazzo di vetro. Devo camminare sciolto, senza guardarmi intorno, senza esitare. Senza avere paura. La paura si vede, si annusa, e le guardie nere sono dei mastini. Devo camminare come se fossi uno di loro.
I vestiti vanno bene direi. Camicia e pantaloni scuri, la croce celtica appuntata sul petto, la valigetta nera di Gucci nella mano sinistra. In tasca ho i documenti falsi, in grado di passare il primo controllo, quello manuale. Al secondo livello però, il controllo computerizzato, ci sarebbero problemi. Mi hanno assicurato che il mio nominativo è stato inserito negli archivi del Comune dagli hacker della Resistenza, ma non mi fido troppo. Probabilmente sarebbe la fine. La mia, non la loro. Anche se torturato e rivelassi i nominativi – tutti fasulli – dei miei referenti l’Organizzazione non correrebbe seri pericoli. Non conosco i nascondigli, i depositi di armi, gli elenchi dei combattenti. Ma ho deciso di accettare il rischio. Non solo per il compenso – ottocentomila euro già versati su uno dei miei conti in Canada – ma per la natura stessa del mio lavoro. Nella mia esistenza la vita è intercambiabile con la morte, il presente col passato e col futuro, e il rischio non è un valore aggiunto, è la normalità. Io sono nato e cresciuto per misurarmi col pericolo. Nessuno più di me sa muoversi nel pericolo. Io, e solo io sono The Best.
Passo vicino a un assembramento, c’è animazione, urla. Le guardie nere stanno pestando un uomo a terra, che si contorce. Usano i manganelli e i calci. Uno ha un tirapugni, vedo il bagliore sulla mano. Probabilmente lo stanno ammazzando. Poi faranno sparire il corpo. Nei rapporti che mi hanno fatto leggere – inutili agli effetti del lavoro, ma ho dovuto leggerli ugualmente – c’era scritto che, da quando il Sindaco Cusumanno ha preso pieni poteri, dopo la morte del leader populista Silvio Berlusconi e dell’ultima grave crisi petrolifera, 10.000 persone sono scomparse nel nulla.
Non so perché mi hanno imposto di leggere tutta la storia italiana degli ultimi vent’anni, forse volevano farmi “prendere coscienza”, come dicono di solito? Ma io non devo prendere coscienza di nulla. La coscienza non esiste. Qua regna la violenza, la morte, la paura, ma la storia dell’uomo è fatta di violenza, a cicli, a ondate. Non mi riguarda la presa del potere centrale del Sindaco Cusumanno, e la divisione dell’Italia del Nord da quella del Sud, dove Cusumanno è il leader unico. Né mi riguarda la soppressione della libertà di stampa, dei partiti, dei sindacati. Né le azioni criminali delle guardie nere, che detengono un potere arbitrario e seminano il terrore, come era ai tempi dei giannizzeri dell’Impero Ottomano. Che combattano pure la loro guerra, che vincano, che perdano, che i vincitori ammazzino i vinti, fino al prossimo ciclo. Io non c’entro, io lavoro per me stesso.
Sono quasi arrivato. Cammino tranquillo, saluto il gruppo di ragazzini che, sul cassone di un camion che corre all’impazzata nello scarso traffico della capitale, fanno i saluti col braccio teso. Sono i militanti della sezione giovanile delle guardie nere, in realtà dei teppisti sguinzagliati per la città liberi di aggredire e uccidere chiunque.
Quando sono a un centinaio di metri dal palazzo di vetro rallento l’andatura, mi fermo per allacciarmi una scarpa, studio i dintorni. Nulla di interessante, per fortuna. Qualche passante, nessuna presenza delle guardie nere. Perfetto. La porta che mi hanno indicato è sulla sinistra.
Il palazzo è alto cinquanta piani, costruito dieci anni fa e mai utilizzato. Quelli della Resistenza dicono che rappresenta un monumento ai falliti sogni di grandezza del Sindaco Cusumanno. Fa parte dei piani di espansione edilizia che in questi anni hanno cambiato l’immagine di Roma. Ho visto vecchie fotografie, interi quartieri sono stati demoliti per fare posto a palazzi come questi. Sempre nei rapporti c’era scritto che i lavori sono stati affidati ai cosiddetti “palazzinari neri”, amici e sostenitori del Sindaco Cusumanno. I monumenti antichi, giudicati inutili, stupidi oggetti di culto di un passato morto e dimenticato, sono stati abbattuti per far posto alla modernità. In realtà, c’era scritto nei rapporti, sono stati smontati e rimontati nelle ville dei gerarchi del Sindaco Cusumanno. Che scoperta. Non l’hanno fatto anche Napoleone e Hitler?
Ecco la porta. E’ blindata, con la serratura a combinazione, ma gli specialisti della Resistenza l’hanno aperta con un cerca codici computerizzato. Mi hanno comunicato la sequenza alfanumerica, che digito velocemente sulla tastiera. Nessuno in giro, nessuno che mi nota. Devo dire che la scelta è ottima, questo palazzo è in un quartiere ancora in costruzione, ci sono altri cantieri abbandonati qua e là, invasi dalla vegetazione, poche case con le finestre sbarrate. Uno dei cantieri, circondato da una palizzata cadente, sarà la mia via di fuga. Appena girato l’angolo vi sono due assi rimosse, entrerò da lì e mi allontanerò passando attraverso i relitti dei palazzi in costruzione.
Entro, mi colpisce l’odore di chiuso, l’aria pesante. Il pavimento di moquette attutisce i suoni. Il silenzio è assoluto, i cristalli piombati spessi cinque centimetri sono isolanti impenetrabili. Salgo trentadue piani di scale, a piedi perché non c’è corrente elettrica, e in ogni caso non potrei certo usare l’ascensore, col rischio teorico di rimanere chiuso tra un piano e l’altro.
Sono nel locale, cerco subito il segno del taglio circolare sul vetro, che lo specialista della Resistenza ha fatto due giorni fa. Ha lasciato anche la ventosa, per asportare il cerchio che aprirà la finestrella circolare. Guardo la città sotto di me, la foresta di grattacieli, i palazzi altissimi in stato di abbandono, assaliti dai rampicanti, e i pochi resti dei monumenti romani. Una città silenziosa, che sembra deserta. Mi siedo ed entro nel mio stato di semi-catalessi, un esercizio che ho imparato dallo yoga. Mi serve per ricaricarmi, per non sprecare energie. Devo restare qui fino a domani, quando scatterà l’operazione.

La notte trascorre tranquilla, nel buio e nel silenzio quasi assoluti. Le luci della città sono poche e deboli, i rumori, che giungono ovattati, si limitano a sirene lontane e qualche raffica di mitra.
Stamattina invece si sta affollando. Arrivano enormi autobus che scaricano centinaia di persone che vengono intruppate dalle guardie nere verso Piazza Navona. Osservo col binocolo: gente malvestita, dimessa, che si schiera ordinatamente intorno al palco. Sono le popolazioni dei quartieri demoliti, deportate in massa nelle campagne per fare posto alle banche, le finanziarie, le agenzie che non si sono mai insediate. L’esplosione economica sognata dal Sindaco Cusumanno, dice la Resistenza, non è mai avvenuta. L’economia dell’Italia del Sud è costituita quasi unicamente dai depositi dei fondi neri e di vari traffici provenienti da tutto il mondo. Una sorta di banca mondiale dell’illegalità.
A mezzogiorno Piazza Navona è piena. E’ l’adunata annuale che il Sindaco Cusumanno ordina per celebrare la sua presa del potere centrale e la fondazione della Repubblica Sociale dell’Italia del Sud. La manifestazione viene ripresa e trasmessa dal Network, la televisione di stato che sostiene attivamente il Sindaco. In Canada, dove vivo abitualmente, è oscurata, benché trasmetta via satellite in tutto il mondo. Il motivo è la violenza estrema dei programmi, dicono. Trasmettono riprese di omicidi, rapine, stupri, incidenti stradali con gente straziata, mutilata; poi vi sono gli incontri di pugilato senza guantoni, dove chi perde rimane gravemente ferito, oppure muore. Il resto della programmazione è costituito da giochi a quiz, condotti da presentatrici nude, e i servizi sull’operato del governo del Sindaco Cusumanno, con dichiarazioni trionfalistiche dei leaders. E’ proprio questo aspetto, credo, ad avere decretato l’oscuramento. Il Canada, con la Spagna e lo stato israelo-palestinese, oltre alle superpotenze americane, cinesi e russe, sono ormai gli unici stati neutrali, dove i regimi come quello del Sindaco Cusumanno, o dell’Inghilterra, o della Francia, non si sono consolidati. Temono la propaganda, che attecchisce tra le masse popolari nelle situazioni di crisi economiche e sociali, come sta avvenendo nel resto dell’Europa. Sono tutte considerazioni che ho letto nei documenti che ho dovuto studiare durante l’addestramento. Come se fossero importanti per il lavoro che devo svolgere. Ma i miei referenti erano irremovibili. Dovevo conoscere la realtà. Ma quale realtà? La loro? La storia si ripete, sempre. I più forti prendono il potere, che viene esercitato con più o meno violenza, dipende dalla gravità delle crisi economiche che si abbattono a cicli sulle società. E le popolazione vengono sfruttate, violentate, deportate. Ogni tanto organizzano una guerra, che rimette a posto le cose temporaneamente e fa riprendere l’economia. Fino alla prossima crisi. Questo è il loro mondo, non il mio. Io vivo per me stesso. Non mi riguarda la loro tragedia.
Alle due la piazza si anima. Le guardie nere corrono, qualcuno spara in aria, per spaventare la folla, per mantenere l’ordine. Arriva un gigantesco elicottero, atterra sul lastrico di un palazzo. Persone scendono correndo, qua e là vedo tiratori scelti appostati. Altri due elicotteri sorvolano senza sosta la piazza. L’uomo che scende lentamente, calcandosi il cappello in testa deve essere lui, il Sindaco. Non vedo nitidamente con questo binocolo, ma è lui, circondato dalle guardie del corpo. Il gruppo sparisce dentro una cupola di vetro, dove c’è la porta che immette sulle scale, o sull’ascensore. Tra pochi minuti raggiungeranno il palco, dove il Sindaco Cusumanno parlerà al popolo.
Apro la borsa di Gucci e monto l’arma. E’ di una semplicità estrema: un tubo di acciaio temperato lungo un metro e dieci, in due pezzi che si avvitano, con una impugnatura a pistola, e l’attacco per il mirino. E’ questa una delle due meraviglie: un mirino digitale, computerizzato, che contiene un trasmettitore a onde beta che si collega col satellite. E’ in grado di ingrandire all’infinito le immagini, anche in presenza di foschia, perché il computer, elaborando i segnali del satellite, le ricostruisce con precisione millimetrica. Anche considerando i tre chilometri che mi separano dall’obiettivo, sono in grado di vedere nitidamente la targa di un’auto, o il colore degli occhi di una persona.
La seconda meraviglia è il micromissile. E’ lungo otto centimetri, con le alette, con una piccola testata caricata di G-76, un esplosivo segreto di enorme potenza, un’elaborazione del vecchio C-4. Il propellente di ultima generazione gli consente un’autonomia di otto chilometri. Ha un computer e un trasmettitore identico a quello del mirino che riceve le istruzioni del satellite, e fa centro anche se l’obiettivo è in movimento. E’ la stessa tecnologia dei caccia militari applicata a una piccola arma. E’ l’ultimo prodotto della ricerca bellica israelo-palestinese. La Resistenza l’ha avuto con la mediazione della Spagna, che la finanzia e la sostiene.
Il Sindaco è sul palco. Non è protetto da una campana antiproiettile, che comunque non servirebbe a nulla col micromissile, perché vuole propagandare la sua immagine di uomo coraggioso e forte, nonostante i 75 anni. Lo inquadro col mirino. Premendo a metà il grilletto lo collego col satellite, che da questo momento calcolerà continuamente le coordinate dell’obiettivo e guiderà il micromissile. Lo vedo che si guarda intorno, apre le braccia in segno di saluto, si rivolge alle telecamere che lo riprendono. E’ come guardare un film muto. Vedo la faccia stirata dalle operazioni di chirurgia estetica, il cranio rasato, il medaglione con la croce celtica al collo, sopra al maglione nero a collo alto. Aumento gli ingrandimenti: dai lobi delle orecchie pendono gli orecchini, con la croce celtica. Un’altra croce celtica, montata su un tabellone, costituisce lo sfondo del palco.
E’ tutto perfetto, dalla mia postazione domino la piazza. La Resistenza ha scelto bene. Nessun ostacolo si frappone tra me e lui.
Per un attimo, un solo brevissimo attimo, prima di premere il grilletto, mi attraversa un pensiero strano, come una vampata: penso che io e lui siamo due esseri soli, isolati: lui a capo di un regno in disfacimento, dominato da una violenza che lo rende debole, sull’orlo del crollo; io che viaggio tra la morte e nella morte, e potrei disintegrarmi da un giorno all’altro, per un errore, o il caso. La sua ora arrivata, la mia ancora no.
Ridicolo. Mai prima d’ora ho pensato una cosa così stupida. Io sono quello che sono, e ho scelto di vivere al presente. Il futuro non esiste.
Premo il grilletto. Con uno stuff parte il micromissile. Tengo inquadrato il Sindaco col mirino per i venticinque secondi che impiega per raggiungerlo, anche se di fatto è immobile. Vedo il corpo che esplode, con fumo e sangue. Altri corpi delle guardie vengono investiti dall’esplosione. Prima di gettare a terra il fucile, che si autodistruggerà tra un minuto, vedo la testa del Sindaco che, spiccata dal busto, vola tra sagome di persone in movimento frenetico.

Scendo rapidamente le scale. Impiegherò circa quattro minuti. Corro, volo sui gradini. Anche se sono in età avanzata, coi miei 69 anni sono in forma fisica perfetta. Da trenta non tocco carne né alcol, faccio nuoto, corsa, yoga. Dovrebbe filare tutto liscio. Durante l’addestramento i miei istruttori, tra i quali c’era anche, ne sono certo, un consulente militare israelo-palestinese, hanno calcolato che, nella peggiore delle ipotesi, passeranno circa tre minuti prima che un elicottero lanci un missile sulla mia postazione, individuata dai radar che hanno seguito la traccia del micromissile. Ma io sarò già quasi al piano terra, non ci saranno conseguenze. E le forze speciali non saranno qui prima di otto minuti.
Sono al decimo piano. Quando sbucherò in strada raggiungerò camminando l’ingresso del cantiere e mi dileguerò. Passando per i cunicoli del fabbricato dovrei passare in un secondo cantiere dove mi aspetta un inviato della Resistenza per accompagnarmi al nascondiglio. Ma non andrà così. Non mi fido di loro. Li conosco, i committenti, soprattutto quelli dei gruppi organizzati. Anche se non sono in possesso di informazioni significative su di loro non sopportano l’idea di lasciare in libertà uno che non appartiene all’organizzazione che li ha visti in faccia. Probabilmente è prevista la mia eliminazione. Ma non mi avranno. Ho un piano di riserva, un itinerario alternativo che ho studiato nei giorni scorsi. Resterò qui, a Roma, per qualche tempo. Esploderà il caos, anche perché tra poche ore è previsto un attentato contro il ripetitore centrale del Network. Se andrà a segno per qualche ora vi sarà l’oscuramento televisivo. La Resistenza spera di scatenare un’insurrezione, almeno parziale, che dovrebbe indebolire ulteriormente il regime. Ci saranno combattimenti, scontri, bagni di sangue.
Il caos. La follia. E nessuno meglio di me sa cavarsela nell’apocalisse.

[Potete leggere qui un’altra avventura del killer The Best. Il precedente racconto, in una versione leggermente diversa, è stato pubblicato anche sulla rivista Delitti di Carta]

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8 Responses to Dark City

  1. nadia agustoni il 17 maggio 2008 alle 12:11

    Che scenario… ma bel racconto, si legge d’un fiato.
    Un saluto Mauro

  2. Plessus il 17 maggio 2008 alle 12:14

    Che inquietudine.
    Roma e il nuovo ordine mondiale così? Fra soli 30-35 anni?
    Siccome pratico palestra e nuoto anch’io, posso arruolarmi?
    Semplice e ficcante, il racconto.
    Comlimenti a Mauro, ho letto anche il precedente.

  3. Marco Di Pasquale il 17 maggio 2008 alle 12:50

    Abbiamo tutti un’idea di futuro inquietante che vortica nel cervello e che in certi momenti coagula in terrore organizzato, in tirannia spietatamente spavalda. Una sorta di 1984 che ci attanaglia le viscere, specie quando la sconfitta del pensiero, della volontà civile sembra un dato di fatto incontrovertibile. Speriamo che le sorprese della storia siano diverse da come ce le immaginiamo.

    mdp

  4. GigiA il 17 maggio 2008 alle 16:03

    concordo coi commenti: scenario allucinante. il racconto è molto bello, avvincente,sembra di vedere,come in quei film di fantascienza moderna,per esempio Io sono leggenda.

  5. jan il 17 maggio 2008 alle 20:08

    E bentornato The Best, il killer che 30 anni dopo è ancora arzillo e pronto ad ammazzare gli incubi del suo autore. Certo che senza carne né alcol per tutto questo tempo…
    Sparz, che ne dici di ingrandire la bella e tragica fotografia?

  6. enpi il 17 maggio 2008 alle 21:31

    lo scenario più apocalittico possibile resta il presente

  7. michele il 18 maggio 2008 alle 12:22

    Bellissimo,complimenti un gran bel racconto,ritmo veloce e preciso come il missile,ieri sera ho visto Gomorra ,a Scampia vive un atmosfera analoga a questa Roma prossima futura, una cultura fondata sulla sopraffazione sull’irrazionale sul sangue e sulla morte,”a morte è o’cuntrario d’ammore”Sparzani continua sei bravo.

  8. mauro baldrati il 19 maggio 2008 alle 19:34

    Grazie e arrivederci alla prossima avventura (The Best ha appena ricevuto un incarico molto particolare, persino per lui…)



indiani