Un, deux, mille plateaux – Gomorra e dintorni


GOMORRA
REGIA: Matteo Garrone
SCENEGGIATURA: Maurizio Braucci; Ugo Chiti; Gianni Di Gregorio; Matteo Garrone; Massimo Gaudioso; Roberto Saviano
ATTORI: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster
DURATA: 135 Min

Recensione di Domenico Gullia
“È ora di smetterla di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico.” (Jean-Luc Godard)
Il cinema è il mezzo attraverso il quale si consumano le più grandi vendette. Charlot che si riprende i baffetti rubatigli da Hitler ne “il grande dittatore” o, in tempi recenti, Jesse James che si riprende la vita sottrattagli dal codardo Robert Ford. In “Gomorra” il cinema si riappropria dell’immaginario “sequestratogli” dalla malavita.

Primo passo: Hitler prende a Charlot i baffetti. Secondo round: Charlot si riprende i baffetti, ma questi baffetti non sono più soltanto dei baffetti alla Charlot, sono diventati, nel frattempo, dei baffetti alla Hitler. Riprendendoseli, Charlot conservava dunque un’ipoteca sull’esistenza stessa di Hitler. Con essi, si portava dietro quell’esistenza, disponendone a guisa.” (1)

La criminalità ha scippato al cinema la rappresentazione spettacolarizzata del crimine stesso. Personaggi tarantiniani, scorsesiani, depalmiani (2) appartenti all’immaginario vengono emulati da personaggi decisamente pù reali (banalmente: che uccidono sul serio). Il gesto spettacolare del cinema diventa parte integrante della quotidianità malavitosa. Le gesta quotidiano/malavitose tornano però a divenire cinema in “Gomorra”, come se i personaggi che si muovono nello spazio filmico si fossero impossessati dell’esistenza delle persone in carne ed ossa. La strategia è semplice: (ri)prendere il ladro con le mani nel sacco. Due ragazzi vengono ripresi mentre imitano Tony Montana: vogliono impossessarsi delle sue gesta. Ma la macchina da presa gioca loro un brutto scherzo: si impossessa a sua volta delle loro. Ciò che in principio era “spettacolo” ora è tornato ad esserlo. Imitare azioni facenti parte dell’universo cinematografico davanti ad una mdp è semplicemente fornire nuova “linfa spettacolare” a quell’universo. Anziché “sottrarre”, i due, “aggiungono”.
Il cinema è capace di riprendersi, con forza, la fetta di immaginario che gli spetta. “Diamo al cinema quel che è del cinema”, verrebbe da dire.
Quello di Garrone è un film tremendamente sineddotico. Dalle pagine roventi/dolenti di Saviano vengono estratte le storie più “basse”, ossia quelle che ritraevano i meccanismi della camorra attraverso le azioni dei malviventi (e non…) situati in basso nella struttura piramidale mafiosa. Questo non getta uno sguardo parziale sull’organizzazione, anzi, la sua struttura viene “colta” per intero a partire dalle sue componenti “marginali”. Come la nave, inizialmente descritta attraverso la vela e infine sostituita dalla stessa. La vela, così come colui che porta la mesata alle famiglie dei carcerati, il giovanissimo affiliato alla camorra, lo [flessione delle dita] smaltitore di rifiuti e gli scarface-boy, è parte di un tutto decisamente più grande, una parte talmente vitale per la struttura che aiuta a “galleggiare” (nave/camorra) che gettare uno sguardo profondo su di essa significa cogliere la “nave” nella sua interezza.

Il grande merito di Garrone è quello di aver sottratto alle pagine di “Gomorra” lo sguardo di Saviano (il libro è un po’ come una ripresa in soggettiva, un qualcosa di “partecipativo”) per poi trascinare la sua “identità” registica all’interno delle pagine-fattesi-immagine. Pagine sostituite con spazi da “interrogare” con il massimo strumento morale: l’inquadratura. Garrone non giudica le azioni ma le scruta, e non potrebbe essere altrimenti.
“Un film dovrebbe camminare con le proprie gambe. E’ assurdo che un regista debba spiegarne il significato a parole. Il mondo creato nel film è un prodotto della fantasia e talvolta le persone amano entrarci. Per loro quel mondo è reale. […]

Qualcuno potrebbe sostenere di non capire la musica; però la maggior parte delle persone la sperimenta a livello emotivo e sarebbe d’accordo nel ritenerla un concetto astratto. Non si ha bisogno di tradurla subito in parole: si ascolta e basta. Il cinema assomiglia tantissimo alla musica.” (3)
Ascoltare e basta, lasciare che l’inquadratura si compia prima di porsi degli interrogativi. Non interrompere il flusso emotivo. Educazione all’immagine. Capacità di usare i neuroni solo quando serve. Le domande “immediate” non servono a nulla, urge avere pazienza, lasciare che l’immagine si “sedimenti”.
Questo per dirvi che ho letto da qualche parte qualcuno lamentarsi di una cosa secondo me molto superficiale: Scarlett Johansson che ha sostituito l’Angelina Jolie del libro. La domanda immediata, quella da evitare è: “ma nel libro non era la Jolie?”, è troppo superficiale, non possiamo permettercela davanti all’immagine. Se solo si avesse la pazienza di aspettare giungerebbero interrogativi molto più profondi e necessari: “Quale dolore può essere così forte da non permetterti nemmeno di piangere? La consapevolezza del non riconoscimento? Una vita di sacrifici ripagata con l’umiliazione televisiva?”. Lì, davanti a noi, uno dei migliori sarti al mondo vede l’opera del suo lavoro indossato da una diva [in tv], cosa diamine ce ne frega di chi sia la diva?

Garrone qui, secondo me, ha girato una delle sequenze più belle e al contempo laceranti viste di recente. Non un commento, solo lo sguardo del sarto che si dirige verso il suo camion. Un’ellissi sonora stupefacente, ciò che sta accadendo è chiaro, come dice Lynch non vi è alcun bisogno di spiegarlo a parole. Quello che ci offre Garrone però è qualcosa di più, ci rende il controcampo impossibile di quell’ultima inquadratura, come se quel cavolo di schermo lì davanti non avesse più alcun significato. Siamo lì, soffriamo lì, viviamo lì. Lo spazio filmico è in continuum con quello reale.
Vorresti alzarti in piedi per vedere se la tua ombra finisce ancora sul proiettato tanto è reale, viva, (dis)umana questa scena.

Quella di Garrone è una torsione [quasi depalmiana] nei confronti di “certe tendenze del cinema italiano” [quasi cit.]. Una ribellione a suon di inquadrature. L’emozione, il “racconto” [banalizzo] devono essere veicolati dall’immagine, non possono farne a meno. Purtroppo Garrone è attualmente uno dei pochi registi italiani [l’altro è Sorrentino] che ancora si interroga sulla funzione della macchina da presa, su dove e come piazzarla, come proiettare il proprio sguardo all’interno dello spazio filmico.
Inquadrature che “seguono” i personaggi facendo respirare le loro azioni, inquadrature millimetriche, che non nascondo la testa sotto la sabbia davanti all’uomo, al dolore che esso prova. Inquadrature che testimoniano lasciando all’immaginazione il percepire quel “tutto” che sta dietro la sineddoche di un primo piano doloroso.

Raramente in “Gomorra” vengono utilizzati elementi extradiegetici. Garrone lascia parlare i suoni neomelodici popolari, lascia gridare i personaggi e i loro passi. Segno di una volontà di mostrare l’umanità in tutta la sua forza, senza troppe sovrapposizioni.
“Gomorra” è un film che mi stupisce profondamente per la sua “compiutezza”, frutto di una maturità registica che probabilmente ancora mancava a Garrone nel “l’imbalsamatore”.
Lacerante come un coltello conficcato nella carne. “Gomorra” è un film il cui impatto non riesco ancora bene a delineare, tanto mi sono sentito immerso, coinvolto, parte dell’immagine.
Questo è il miglior Cinema italiano oggi possibile.

Note
1. André Bazin nel saggio “Pasticcio e posticcio o il nulla per dei baffetti”.
2. Scarface in particolare, qui vero e proprio modello. “Il mondo è tuo”.
3. David Lynch, “In acque profonde
“.

Recensione da http://movies-home.blogspot.com/2008/05/gomorra-matteo-garrone.html”

francesco forlani

Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017 

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  25 comments for “Un, deux, mille plateaux – Gomorra e dintorni

  1. Irene
    18 maggio 2008 at 16:30

    Sono completamente daccordo con l’affermazione che quello di Garrone in Gomorra è il miglior cinema italiano oggi possibile. Sollecitare con una immagine diretta e non narrante, esplicativa nei particolari, ma che lascia spazio alla interpretazione ed analisi dello spettatore è merce rara nel mondo dello spettacolo e, ahimè, anche del cinema italiano che ha abituato, o meglio “diseducato” il pubblico ad essere stimolato da una storia, da uno spunto narrativo per immagini, sbattendo in faccia storie fin troppo palesi nel loro essere come immagine e come messaggio. Come se lo spettatore non dovesse più prendersi la briga di interpretare in maniera soggettiva quello che vede. E questo la dice lunga su un più vasto progetto di consolidamento della superficialità, di affermazione dell’omologazione generale. Ma non voglio sconfinare in un territorio troppo vasto e spinoso, preferisco tornare al discorso più strettamente cinematografico. Due osservazioni di tipo “tecnico” in un certo senso. Sono andata a vedere Gomorra venerdì al primo spettacolo del pomeriggio. Per motivi personali sono costretta ad andare al cinema allo spettacolo pomeridiano di solito frequentato da una esigua minoranza di anziani e poche altre persone che ci vanno principalmente per riempire un pomeriggio, a volte senza sapere bene cosa vanno a vedere e dunque molto poco concentrati sull’azione del film. Ne consegue, grazie anche alla dilagante maleducazione e alla disaffezione verso la settima arte, rinfocolata dal proliferare di dvd pirata e pay tv, un fastidioso chiacchiericcio da tinello di casa propria che più volte mi ha costretta a litigare. Bene, venerdì non solo il cinema Giulio Cesare di Roma, sala 1, posti 404 era gremito come non mai, ma per tutta la durata del film non è volata una mosca, non uno sternuto o un colpo di tosse, nonostante fosse un film sottotitolato a causa del dialetto che, forse, in sala solo io capivo. Anche questo è un grande merito da ascrivere a Garrone e a questo tipo di cinema. Ma ciò che trovo più importante dal mio punto di vista è che questa pellicola, così come l’opera teatrale, continui a veicolare, a far conoscere, ad alimentare la diffusione di ciò che Gomorra significa nella sua interezza, faccia da cassa di risonanza alle parole scritte di Roberto Saviano che hanno segnato l’inizio di un viaggio verso la verità che non prevede ritorno. Immagini, parola scritta, racconto, ogni forma di comunicazione serve a consolidare una volontà di legalità e a condannare senza appello prima di qualunque tribunale la camorra e tuttociò che rappresenta, a legittimare il loro non essere nessuno nella società civile.

  2. véronique vergé
    18 maggio 2008 at 17:59

    Ho letto con interesse l’articolo e il commento di Irene. Spero vedere presto il film in Francia. Stamattina su France Inter, ho ascoltato che Roberto Saviano è venuto a Cannes con una scorta perché è minacciato di morte. Sarebbe bene che il film vince la palma e che si dice chiaramente che è intollerabile che persone alla ricerca della verità vivano nella paura, prigioneri della minaccia.
    Il libro di Roberto Saviano è un capolavoro per lo sguardo, la precisione giusta, il ritratto vivo dei personaggi: il drogato e la sua ragazza che servono di cavia ( la vista della ragazza pisciando sul volto del suo amico per rianimarlo), il dolore del sarto che conserva la foto di Angelina Jolie (immagino il suo sguardo che va della sua creazione alla sua propia vita ignota, scura), la corsa disperata verso il mare da cui la superficie è di plastico, pattumiera, cimitero degli oggetti di consumo.
    E’ una scrittura che sveglia, fa apparire onde di luce.
    Penso che il film farà anche onde di luce e di verità.

  3. Monia
    18 maggio 2008 at 18:35

    Di alcune delle cose che mi sono fiorite dentro a guardare Gomorra.

    Quell’iniziale dissonanza tra il commento musicale neomelodico e la prima uccisione nel centro estetico mi ha fatto sentire subito indifesa , che quasi avevo la nausea. E voglia di uscire, di essere rassicurata. E la certezza montante che da quel cinema non sarei uscita rassicurata in alcun modo. E mi è tornata in mente quell’espressione di Saviano, quando in tv ha detto “non sono qui per confortare gli afflitti, ma per affliggere i confortati, quelli che pensano che la Camorra non li riguardi”. Ecco, in quel senso ero piuttosto afflitta all’uscita dal cinema.

    Che atteggiamento hanno, hanno avuto o avranno, stavolta, tutte le griffe che sfilano ininterrottamente su magliette, scarpe, pantaloni occhiali o auto?

    Straordinario Servillo. Riesce ad avere esattamente la smorfia viscida che immagino abbia l’imprenditore della Camorra. “Il cromo, l’amianto non l’ho inventati io. Io risolvo problemi creati da altri” e “noi siamo quelli che hanno fatto entrare l’Italia in Europa” dice. Perché mi suona tanto familiare? Forse perché ci riconosco , e chiunque può farlo, le strutture di pensiero portanti del nostro sistema di vita?

    Scurati su “La Stampa” di ieri scrive: “ogni inquadratura un dipinto, ogni angolo di ripresa un inappellabile giudizio sul mondo”. Assai più chiaro, per me, di questa colta recensione infarcita di sineddotiche citazioni .

    Saviano ha nel libro, come dice lui stesso, questa ossessione del business, di spiegare i meccanismi; Garrone ha voluto raccontare alcune delle storie umane che nel libro ha trovato. Cose diverse. Non ha senso alcun tipo di confronto, secondo me.

  4. bruno
    18 maggio 2008 at 18:55

    Una recensione bellissima, complimenti. Fa quasi venire voglia di andare a vedere il film anche a chi, come me, ha deciso di non vederlo perchè, sì, è un film, ma fa un male cane.

  5. effeffe
    18 maggio 2008 at 19:29

    Assai più chiaro, per me, di questa colta recensione infarcita di sineddotiche citazioni
    -scrive Monia.
    Bene. Continui a leggere Scurati, qui nessuno la rimprovererà. Però non rimproveri noi se non siamo stati troppo chiari con lei. Faremo peggio la prossima volta, glielo assicuro.
    effeffe

    effeffe

  6. WD
    18 maggio 2008 at 20:00
  7. effeffe
    18 maggio 2008 at 20:34

    secondo me vale. La metti in chiaro nei commenti? non è lunghissima…
    effeffe

  8. Cristoforo Prodan
    19 maggio 2008 at 02:02

    «Garrone s’attira l’affetto di tutti; Saviano, l’ammirazione».
    (Edmondo De Amicis, da “Cuore”: Il primo della classe)

  9. beppe
    19 maggio 2008 at 11:28

    segnalo solo che nella legenda del film manca il nome di uno sceneggiatore, non da poco, quello storico di tutti i film di garrone: gianni di gregorio

  10. francesco forlani
    19 maggio 2008 at 11:41

    @Beppe
    grazie alla tua segnalazione ho potuto aggiungere anche un altro sceneggiatore che mancava nella scheda del film che ho usato
    effeffe

  11. 19 maggio 2008 at 13:27

    film stupendo, che dovrebbe essere visto da tutti, sopratutto all’ estero.
    Sul mio blog http://www.catalinradio.blogs.it ci ho scritto sopra una piccola recensione in chiave satirica.

  12. andrea bottalico
    19 maggio 2008 at 13:43

    magnifico, mi è piaciuto molto, ho apprezzato i dettagli, gli accenti distanti anni luce nonostante la vicinanza effettiva… tra scampia e castelvolturno quanti chilometri passano?
    eppure il sarto, con il suo giudizio sui governi e sulla storia, uno sguardo intristito e tragico. un silenzio che sfonda i timpani. Sono daccordo, questo è il miglior cinema italiano possibile, tra tutte le false preghiere, meglio le bestemmie, sono più sincere, più vere! (come cantano i co’sang).

  13. véronique vergé
    19 maggio 2008 at 15:18

    Il film esce in Francia il 13 agosto. Non manchero l’uscita del film. L’impressione del libro è ancora fresca nella memoria.

  14. Irene
    19 maggio 2008 at 16:14

    per Véronique mi farà piacere sapere le tue impressioni, ovviamente, e magari l’idea che si faranno in Francia. Sarà interessante e farà parte della “circolazione virtuosa” delle parole e delle immagini.

  15. WD
    19 maggio 2008 at 20:04

    GOMORRA di Matteo Garrone

    Nessuna inchiesta, nessun reportage, nessuna tesi da dimostrare. Le didascalie compaiono alla fine, poche e incisive, su fondo nero, un attimo prima dei titoli di coda, sotto la pioggia di lapilli sonori di “Herculaneum”, brano composto appositamente per il film da Neil Davidge e Robert Del Naja dei Massive Attack. Nei circa 130 minuti precedenti Garrone ha trasformato il materiale incandescente ed esplosivo del testo di Saviano in una sinfonia sensoriale dissonante, di sconcertante, tenebrosa e tellurica potenza. Un grande romanzo disintegrato senza storie né psicologie (non nel senso classico) ma sostenuto e “raccontato” unicamente da uno sguardo interno di allucinato e a momenti insostenibile rigore. Occhi che fissano il caos (morale e istituzionale) dal di dentro del caos stesso. E dal basso del sistema. Una regia fatta di primissimi piani penetranti (che per pura forza visiva raccontano un passato rimosso in favore di un eterno presente), di un magistrale uso del fuori fuoco che annebbia la percezione totale, deforma le certezze e semina il dubbio, di buio che divora continuamente l’immagine, di devastanti campi lunghi (un esempio: la stazione di servizio abbandonata dal cui asfalto fanno capolino, come personaggi beckettiani, Franco/Servillo e il suo braccio destro Roberto), di sintesi estreme compiute nello spazio di una sola inquadratura. Garrone riprende i luoghi come corpi sfregiati, violentati, percossi e viceversa (i corpi come residui di archeologia industriale, ricettacoli di barlumi di umanità). E raggiunge risultati di assoluta eccellenza nel sound design: sequenze la cui azione e la cui tensione sono tutti nella stratificazione sonora, un inferno di voci ed echi e rimbombi mentre apparentemente in primo piano nulla accade. I neomelodici costeggiano il rumore del metallo urlante, un grido distante si mescola allo zucchero nel caffé. Benvenuti nell’impero camorristico dei sensi.

    Sottopelle scorre uno straziato canto funebre per la morte della bellezza. Quella cercata stolidamente tra le luci bluastre del folgorante incipit. Quella agonizzante nei fatiscenti paesaggi urbani ed extraurbani. Quella infine beffardamente incarnata in una Scarlett Johansson distante, una statua di cera catodica il cui splendore è comunque figlio dei rifiuti tossici, della droga venduta nel fango, delle pesche avvelenate, della sabbia sporca che fa da sudario a una stupida annunciata morte.
    Non c’è più un cuore, inghiottito dalla paura e dalla paura di avere paura.
    Al posto del cuore c’è giusto un livido nero.

    da uno di passaggio
    http://unodipassaggio.splinder.com/

  16. véronique vergé
    20 maggio 2008 at 08:23

    Trovo i commenti interessenti perché danno una luce diversa alla vista del film.
    Per Irene, faro un commento dopo la vista del film e ora cerco articoli in francese su Gomorra. Penso che il pubblico sarà impressionato e che non verrà un’immagine della realtà dipinta nel vivo, nella carne dei personaggi disperati, entrando in un meccanismo che supera tutto.
    Grazie a effeffe e ai commentatori per la lettura e una migliora conoscenza del film.

  17. 21 maggio 2008 at 17:45

    Necessario uscire fuori dal coro. Ancor più necessario in questa sede: qui è nato Saviano. Forse grazie a questo sito abbiamo letto il suo testo e visto il film. Bene, che gli dei celebrino sempre Ni e Saviano, il suo eroismo e la sua acutezza. Ora, proprio per difendere Roberto occorre tirare schiaffi a questo film.
    Cosa ci ha spiegato Saviano? Ci ha semplicemente rivelato che il potere della camorra è molto più grande e diffuso di quanto credessimo? Perbacco, i suoi meriti sono di gran lunga maggiori. Il suo non è un romanzo-inchiesta su Napoli. E neanche un accorato appello a dare alla camorra napoletana la stessa attenzione dedicata alla mafia siciliana. Quando parla del SISTEMA ci sta parlando di qualcosa che c’entra poco con i Cutolo e i Gava. I camorristi oggi non sono Galasso e Lauro, non hanno bisogno di Vincenzo Scotti e di Pomicino. La loro potenza economica esorbita non solo da Napoli ma perfino dall’Italia. Gomorra è l’intreccio affaristico tra il capitalismo globale e l’imprenditoria criminale. Questi nuovi potenti del sistema sono imprenditori che investono a NewYork, ad Aberdeen, a Pechino, a Milano. Altro che barbuti in canottiera che giocano a carte nel circolino o improbabili vecchietti senza corde vocali e con l’orecchino, come si vede nel film. Dov’è Saviano nel film? Ce l’ha spiegato lui che Gomorra parla dell’economia criminale, NON DI NAPOLI. Noi vediamo 130 minuti di antropologia napoletana (girata magnificamente in certi casi), di dialetto e sbruffoneria, di degrado urbano, architettonico e sociale. Le “parole scritte di Saviano” non trovano affatto “una cassa di risonanza” in questo film. Ho sentito molti spettatori uscire dal cinema e dire “credevo che Caracas fosse peggio di Napoli e invece…” “Mandiamo l’esercito!” o peggio ancora :” Poi dicono che la Lega esagera!” Monia dice che non ha senso confrontare il libro al film. Va bene, ma non dimentichiamo l’effetto che può produrre un prodotto culturale di questo tipo, molto più forte di un libro.

    Attenzione Roberto (se leggesse queste righe capirebbe) ce lo hai spiegato tu quanto è potente il cinema sull’immaginario dei camorristi! Nn basta evitare i nomi per non renderli dei miti. Hai permesso che si facesse un film su napoli quando per centinaia di pagine tenti di far capire che Napoli è solo una pattumiera che paga le maleffate di un business globale, hai permesso perfino che si equivocasse ancora una volta sull’antropologia napoletana! Quanti primi piani su quei visi lampadati, su quei bulli delinquenti e consumisti, su quei piercing e quelle capigliature gellate! Sei venuto a dire che la camorra riguarda anche i veneti, i milanesi, gli svizzeri, gli scozzesi etc.Questo film parla solo di napoli (non basta mandare toni servillo a venezia e farlo sentire mentre parla francese!!!)

  18. Irene
    22 maggio 2008 at 11:32

    per Luca Tedoldi Concordo con te che il libro di Roberto Saviano è altro rispetto al film e nel mio commento lo dico chiaramente, ma tieni presente che lo stesso Saviano è tra i cinque sceneggiatori del film, quindi non “ha permesso” che si facesse un film così, li ha aiutati a scriverlo, lui stesso ha detto:”Il mio ruolo è stato come quello di un poliziotto attento al rispetto del testo…”(La Stampa, 19/5/2008). Dunque sapeva perfettamente come sarebbe stata realizzata la pellicola. Detto questo, e sottolineato che il film è di Matteo Garrone e non di altri, anche secondo me manca di un certo respiro esterno, non è sviluppato abbastanza il discorso delle mostruose ramificazioni camorriste all’interno della società italiana e all’estero. Ma io credo che questa, nella testa del regista che ha tenuto più volte a ripetere che il suo non è un film di denuncia, fosse una scelta precisa. Per quanto riguarda l’effetto “cassa di risonanza” voglio dire, e non mi stancherò mai di ripeterlo, che qualunque mezzo serva a far conoscere, diffondere, moltiplicare e far viaggiare nel modo le parole di Roberto Saviano, a far circolare il suo lavoro, a far nascere nella gente la curiosità e l’interesse verso il problema, è legittimo e lecito. Ho sentito anch’io commenti superficiali e inadeguati, ma ci saranno anche molte persone che dopo aver visto il film avranno voglia di leggere il libro, che cercheranno, come ho fatto io all’inizio, gli articoli di Roberto, visiteranno il suo sito, vorranno sapere di più. A me questo interessa, per me ciò che conta è non far cadere il silenzio sul suo lavoro, su ciò che Roberto ha tirato fuori assumendosene la piena responsabilità, veicolare le sue parole il più possibile e in ogni modo nel pieno rispetto del suo pensiero originale.a Se a farlo è il suo magnifico libro, (che, per chi non lo sapesse è appena uscito in versione audio libro Mondadori, con la voce narrante dello stesso Saviano), un’opera teatrale, un film potente anche se parziale nel suo contenuto, una pagina di giornale, un blog o il semplice passaparola della gente TUTTO E’UTILE, TUTTO serve a tenere alta l’attenzione e anche a far sapere a Roberto che in tanti siamo con lui.

  19. véronique vergé
    22 maggio 2008 at 12:38

    Grazie Irene è bello cio che tu dici.
    Ho letto anche su Repubblica l’appelo di Roberto Saviano che parla della sua terra, di altre persone coraggiose che affrontano il pericolo, lottano per la terra.
    Sono arrabiata, perché vedo dapertutto Indiana Jones nelle riviste dedicate al cine, credo che si scrive cosi, non ancora articolo lungo. Ma il film farà il suo cammino, lo penso. E credo che il pubblico francese leggerà il libro, dopo la conoscenza del film.

  20. Flavio Severino
    22 maggio 2008 at 15:30

    Non sono d’accordo con l’opinione di Luca Teodoldi sul film di Garrone. Innanzitutto il cinema ha quasi sempre esigenze e finalità che esulano dalla mera denuncia e mezzi espressivi capaci di condensare pagine e pagine di scrittura in un’inquadratura o addirittura in una ellissi narrativa: bisogna saper leggere anche un film, insomma. Questo per dire che ciò che è centrale nel libro di Saviano (che molti si ostinano a chiamare ‘romanzo’), ossia l’analisi dell’espansione economica dell’impero camorristico in tutta Italia e all’estero, poteva benissimo non costituire il cuore della narrazione filmica, in quanto ogni regista sceglie di raccontare una o più storie secondo la prospettiva che ritiene più appropriata per la sua rappresentazione della realtà, tanto per ribadire l’autonomia di un film rispetto al libro da cui è tratto o a cui si ispira. Detto questo, non si può rimproverare a Garrone di aver trascurato un aspetto così importante come quello delle ramificazioni economiche del ‘sistema’: la storia dei rifiuti tossici provenienti dal nord Italia e quella del sarto inconsapevole di lavorare per le grandi griffe sono esemplari, e nell’essenzialità con cui vengono tratteggiate dal regista non necessitano, a mio avviso, di ulteriori esplicazioni. Se poi a muoversi sullo schermo sono per lo più “visi lampadati, bulli delinquenti con piercing e capigliature gellate” , nonché “barbuti in canottiera o improbabili vecchietti senza corde vocali e con l’orecchino” (ma non c’è niente di improbabile in questo film, ahinoi!) è perché sono loro gli attori più presenti sulla scena reale della quotidiana carneficina, loro, quelli sui gradini più bassi della gerarchia criminale, lasciati a scannarsi tra loro in far west suburbani mentre i grandi manovratori, i burattinai malefici di questo sistema, i boss e gli imprenditori si limitano a raccoglierne i frutti in danaro intanto che sono altrove a compiere crimini di più vasta e meno spettacolare portata, ma dalle conseguenze più insidiose e letali. Non c’è banale “antropologia napoletana” in questo film (che, proprio come il libro, non è un romanzo-inchiesta su Napoli), io vedo solo un’impressionante adesione alla realtà attraverso volti, corpi, voci, suoni, luoghi. Non c’è spettacolarizzazione della violenza, è palese il rigore dello sguardo del regista così come palesi sono le sue intenzioni, lontane anni luce dal voler dar vita a un ‘Padrino made in Scampia’. Per cui il problema dell’influenza sull’immaginario camorrisitico non si pone affatto in questo caso: Saviano ci ha spiegato che la camorra il suo immaginario cinematografico se l’è già scelto (Scarface, i film di Tarantino, ecc.) e Garrone sottolinea anche questo. Il cinema, vampiro insaziabile, saprà sempre come fagocitare la vita anche quando è la vita a voler imitare il cinema (come ben illustra Domenico Giulia nella recensione qui sopra).

  21. The O.C.
    22 maggio 2008 at 16:45

    Mentre si fanno passerelle a Gomorra si continua a morire. Notizia dell’altro ieri. Difendiamo Saviano ma per cortesia mettiamo al bando i Moretti gli Eco e i tromboni di mezza Italia.

  22. 23 maggio 2008 at 17:19

    per flavio severini
    intanto non mi chiamo teodoldi, ma non importa…
    Va bene, non so leggere un film. Avrei dato per scontato che il film doveva essre un film di denuncia e che manca clamorosamente il bersaglio. Ma io non ho detto questo. Non volevo Rosi o Petri, non volevo la denuncia urlata, non volevo la ricopiatura pedissequa del romanzo-inchiesta. Non ho detto semplicemente “è meglio il libro”. Il cinema è immagine, e garrone è stato poeta visivo, benchè scarsissimo sociologo. Ma perchè la visionarietà non può essere descrittiva e realistica? perchè non può affondare gli artigli nella carne della materia economica? La suggestione iconica sarebbe in quanto tale incapace di sollevare il velo dei meri accadimenti per palesare la rete delle cause, la connessione tra il liberismo e l’affarismo criminale? E non è certo lo stile ellittico a giustificare la tesi implicita della collocazione del male GOMORRA a Secondigliano ed a Scampia. Garrone sarebbe tanto bravo a formulare domande astenendosi dalla sicumera assertiva. Siamo sicuri che non siano domande retoriche? Siamo certi che anche la focalizzazione interna non sia un’arma a doppio taglio? Un’arma che ci fa entrare nei loro occhi, nelle loro mani, nel loro dialetto per poi farcene evadere, alla fine del film, come liberi da una clustrale arretratezza, da una prigione marcata geograficamente. Totò che pensa a passare con gli scissionisti come se cambiasse squadra di calcio per la quale tifare, Marco e Ciro che decidono di fare una rapina in venti secondi: il cinema di garrone de-realizza saviano, lo spoglia della sua meticolosità razionalista, del suo coraggio di mostrare i fattori nascosti, il potere liberista diffuso e reticolare, getta fango sull’inchiesta per illustrare e far esplodere il romanzo, l’antropologia, l’analisi psicologica. Pensiamo a chi non ha letto il libro! Credo sia un pò facile per chi l’ha letto credere che non siano necessarie ulteriori esplicazioni.
    Non èla camorra napoletana che deve scegliersi l’immaginario cinematografico, ma la gomorra extranapoletana che può trovare in questa pur stupefacente opera visiva un paradossale alleato.

  23. helena
    24 maggio 2008 at 22:07

    Gomorra è un gran bel film, ma questo non toglie che condivido molto di ciò che dice Luca. O Andrea Tarabbia qui
    http://www.ilprimoamore.com/testo_921.html

  24. The O.C.
    26 maggio 2008 at 13:00

    Tedoldi deve aver letto Slate, ma non di sola focalizzazione interna se campa. Anzi, da quel po’ di trailer che ho visto Garrone è stato fin troppo poco action. Così si vincono i gran premi della giuria ma le sale si riempiranno anche quelle?

  25. 1 giugno 2008 at 22:12

    chi è slate?

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