La macchina immemore. Sulla poesia di Alessandro De Francesco

30 settembre 2008
Pubblicato da

di Cristina Babino

Gli oggetti nominati da Alessandro De Francesco sono sovraesposti. Esperiti da un punto di vista costantemente modificato, da una prospettiva provvisoria, da una luce estranea e straniante che se illumina, certo, al tempo stesso abbacina. E allora anche confonde, disloca, moltiplica, in scene solo apparentemente statiche, e brulicanti invece di fremiti continui, vibrazioni sottili del pensiero e delle cose.
Oggetti (in tedesco, non a caso, Gegenstände: ciò che sta di fronte, che fisicamente s’oppone al soggetto che li percepisce) mai descritti, mai aggettivati. Un’urgenza all’astrazione ricercata e perfino programmatica, e che però non preclude ai versi (alle immagini) una varietà di possibili significati, facendosi al contrario dispositivo garante di quell’apertura polisemica che è carattere e principio stesso della poesia.
«Le mie poesie dicono ciò che dicono» : un’aderenza tra significato inteso e significante impiegato tanto completa da offrirsi al lettore carica di una generalità capace di colorarsi di infinite connotazioni, tante quante il dettato individuale di chi legge riesce a riconoscerne.

Un corrispondenza visiva alla poetica di De Francesco la ritrovo nella fotografia di Giuseppe Cavalli, specie nei suoi accenti più marcatamente metafisici, influenzati dal rigore di certe nature morte morandiane. Anche qui oggetti sovraesposti alla luce (tanto da annullare il bianco e nero in una progressione variabile di grigi senza soluzione di continuità), oggetti spostati, volutamente, ai margini dello spazio e della visione, isolati nella purezza della loro sembianza e della loro funzione; o assemblati, avvicinati in virtù di misteriosi automatismi, taciute associazioni di forme e d’idee.
Gli oggetti, così espropriati della loro funzionalità, orfani della presenza di chi con l’utilizzo dona loro una quotidiana e relativa legittimazione, parlano quindi di una vita insospettata, dentro e fuori di essi:

«così le cose della casa quando tutti sono usciti
permangono nella luce obliqua

e accade di avvistare un frigo o una poltrona
nella finestra del palazzo di fronte
di ricordare quel quadro
in un corridoio del pompidou
e pensarlo sussistente nella notte senza occhi (…) »

E il soggetto pare legittimarsi a sua volta solo grazie alla presenza di quegli oggetti di cui ha familiare esperienza, ma la cui esistenza fatalmente precede, prescinde, la sua percezione:

«oggi così come sono
io nella percezione degli oggetti
e in tutto il resto il suono della lavastoviglie sull’evidenziatore
ed io curvo nello studio degli oggetti
la mano sul fianco vicino al tuo seno troppo duro l’umidità
ovunque l’umidità nella stanza nei pantaloni (…) »

Certe volte addirittura le cose della casa si rivestono di una qualità pressoché metafisica, preconizzano gli eventi, li serbano in potenza, sembrano persino quietamente scatenarli:

«il mattino si apre a scaglie di luce
sugli eventi appostati nel telefono»

Tra gli oggetti, il primato, si direbbe, è delle macchine. Elettrodomestici, nei loro circoli virtuosi di flussi d’energia e trasformazioni, come alfieri della casa, guardiani usati e indifferenti («Quando riaccendo la macchina è immemore / dell’accaduto») d’inquietudini e gesti tutti umani:

«addormentarsi alla sera nel timore
che forse il giorno dopo non potremo più vedere
giocare già sul letto tra la mano e il buio
cercando la spia verde dello schermo
per stabilire se ancora è là per noi

(il frigo si ricarica)

le televisioni accese in lontananza
l’effetto doppler di un motorino (…) »

E ancora oggetti come custodi silenziosi (a meno di ronzii a intervalli regolari) di discrete eppure lancinanti epifanie:

«che se mai ci sembrasse proprio impossibile immaginare
cos’è la morte ci sono sempre gli oggetti a ricordarcela

bambole soprammobili poltrone
anche gli elettrodomestici
come ogni altra macchina attivata da energie esterne
e queste stesse energie questa stessa luce
non sentono ma ci sono (…)»

Usciti dal dominio domestico, poi, la rappresentazione (delle cose, degli esseri animati, degli stati d’animo, di elementi quindi astratti e concreti che si scambiano e s’alternano in un continuo gioco di ruoli, cosicché ogni categoria vacilla inaspettatamente, si dilata fino ad accogliere persino il suo contrario) presuppone il medesimo approccio percettivo, il profilo asciutto d’una condensata ricognizione che anche nella disposizione grafica è fedele allo spostamento promesso dal titolo della raccolta:

«la chiocciola come la bacca
scoppia sotto il passo tonfa
sul selciato il sacco della spesa
quando torno a sera e sono stanco (…) »

Lo spostamento degli oggetti (Anterem, Cierre Grafica, Verona, 2008) è un’opera prima complessa e stratificata, frutto di una poetica dichiaratamente nutrita di studi filosofici, in primo luogo della Fenomenologia di Husserl, uniti a una consuetudine evidente, per formazione e per professione del giovane autore, con le principali realtà culturali e artistiche europee, e non solo.
Di più, l’espressione poetica diventa per De Francesco, sommessamente, vettore stesso di una riflessione filosofica maturata di pari passo con quella misteriosa e sfuggente tipologia d’indagine e restituzione di senso che è il processo poetico, e creativo:

«manifestazione repentina dell’estate
dietro le facciate delle case il sole
giallo implacabile
occupa spazio»

Alessandro De Francesco (Pisa, 29 settembre 1981) si è laureato in filosofia all’Università di Pisa, ha compiuto studi letterari e musicali a Parigi e a Berlino ed è attualmente dottorando in Letterature comparate presso l’Università di Siena e l’École Normale Supérieure di Lione, dove ha anche tenuto un corso di poesia italiana contemporanea.
È presente con testi poetici, articoli e traduzioni di poesia in opere collettive, antologie e riviste, tra cui Anterem, Argo, Atelier, Caffè Michelangiolo, Carte nel Vento, Der Poet, Écritures, Nazione Indiana, Semicerchio, Soglie, Tellusfolio, Testo e Senso, Tratti. Il suo primo libro di poesia è Lo spostamento degli oggetti (Premio Shelley – San Giuliano Poesia In/civile), uscito nel 2008 presso Opera Prima, Cierre Grafica / Anterem, Verona, con prefazione di Flavio Ermini (direttore della collezione insieme a Yves Bonnefoy, Umberto Galimberti e Andrea Zanzotto) e riflessione critica di Martin Rueff.
Collabora assiduamente con poeti e critici francesi, tedeschi e italiani.
Alessandro è stato selezionato per i laboratori di poesia Nodo Sottile 5 (comitato artistico: Vittorio Biagini e Andrea Sirotti) e RicercaBO 2007 (comitato artistico: Nanni Balestrini, Renato Barilli e Niva Lorenzini).
È inoltre invitato in Italia, Francia, Germania, Estonia, Olanda e Stati Uniti per conferenze, letture di poesia, installazioni e performances di poesia elettronica, ed ha tenuto la master class di poesia dell’European Graduate School (www.egs.edu) per l’anno 2008, succedendo a Michel Deguy, Yang Lian, Jan Zwicky e Jacques Roubaud
.

Altri testi da Lo spostamento degli oggetti, qui.

Immagine: Giuseppe Cavalli, La bambola cieca, 1938.

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3 Responses to La macchina immemore. Sulla poesia di Alessandro De Francesco

  1. Natàlia Castaldi il 30 settembre 2008 alle 18:14

    (bellissima “la bambola cieca” di Cavalli.)

    la perfezione inanimata degli oggetti, nella loro meccanica routine funzionale, è quasi soffocante presenza straripante che deborda e sembra sopraffare il naturale essere ed agire dell’uomo.
    lascia un senso d’inquietudine, nella sommessa stanchezza d’un sacco della spesa che col suo tonfare in terra, paradossalmente, sembra esprimere in maniera più umana dell’attore la spossatezza d’un rientro a casa.

    natàlia

  2. renatamorresi il 8 ottobre 2008 alle 10:37

    belle poesie, bella recensione, perfetto sodalizio con l’immagine, perfetta interrogazione del compiuto vuoto del presente (occidentale, presumo)
    molto interessante
    r

  3. michele porsia il 25 ottobre 2008 alle 14:14

    Complimenti ad Alessandro e a suo libro, alla recensione.

    Qui cambia il punto di vista sugli oggetti. Ai nostri rientri le cose non ci attendono al loro posto. Si spostano. Non ricordano una vita lunga o eterna, ma una morte certa. Sono opachi, sono la superficie viva, il contenitore dell’unica certezza. Cenotafi di sé.

    un saluto ai Nodi.



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