Quella volta che la miccia si spense

16 ottobre 2008
Pubblicato da

di Alessandra Galetta

Enzo Nobile era nervoso.
Nervosissimo.
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima della testa.
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.
Con papà: no! Con papà: no! Strillava, fastidiosa come un trapano in un pomeriggio d’estate.
La maestra – una con il corpo a pera e lui aveva il disgusto per le pere, figuriamoci per una donna con quella forma – stava per telefonare a Silvana, la sua ex moglie. Proprio a quella che nel primo anno di separazione lo ricattava con il ritornello: Ti faccio vedere  mia figlia solo se mi paghi una bolletta o mi regali questo.
Da un mese si era tranquillizzata però. Aveva l’uomo, l’infingarda. Ecco perché faceva la buona. Dopo aver scoperto la tresca si era appostato sotto casa della moglie per verificare se quell’essere lungo e secco – tutto uno scrocchio doveva essere a letto,mamma mia con chi si era andata a mettere quella scema! – si trattenesse a dormire lì.
Primo perché non andava bene per l’educazione della bambina, secondo perché potevano scattare i presupposti per una riduzione degli alimenti., ma purtroppo lo scrocchio, poco prima di mezzanotte, usciva dal portone, gli trafiggeva il cuore con il  tic  del telecomando e decollava su una mini metallizzata, che era un mistero come c’entrasse dentro, un mistero dei pieghevoli dell’ikea. E come se non bastasse possedeva una Porche Cayenne che usava la domenica per portare la sua ex al mare.
Comunque da quando Silvana s’era trovata l’uomo, che doveva ammetterlo gli bruciava un po’, riusciva a vedere sua figlia senza salassi o ricatti. Anzi la bilancia era piombata drammaticamente dall’altra parte. Era tutto un chiedere con un filo di voce e labbra in fuori: la tieni tu, stasera? 
Per questo si era innervosito quando la donna-pera aveva sollevato la cornetta per chiamarla. Sapeva già quello che avrebbe risposto: sua moglie si scusa ma per un improrogabile impegno non può venire.
Invece stava con lo spilungone, altroché!
E come parlava elegante! Merito dello scrocchio?
Almeno la pupa avesse fatto i capricci perché voleva la madre.
L’avrebbe capita.
Una madre è sempre una madre per quanto puttana.
Invece no. Sua figlia pretendeva che andasse lì la nonna, la madre di Silvana, di professione sarta,  a cui erano saltati tre denti di recente per una sberla che aveva rimediato dal suo convivente che l’aveva sorpresa mentre sistemava in modo poco (o troppo? Quando immaginava la scena lo stomaco gli si mangiava dentro) profescional la patta dei pantaloni a un cliente.
Ma si può? A sessant’anni?
Aveva subito informato l’avvocato, così tanto per verificare  se si trovasse qualche appiglio. Ma non aveva potuto fare nulla, l’avvocato, perché pareva che la nonna prendesse le misure quando la nipote era all’asilo.
E va bene: anche stavolta gli era andata male.
E va bene: avrebbe continuato a pagare gli alimenti a Silvana senza possibilità di sconti, e a fare una vita di doppi turni senza poterne scorgere la fine.  

Intanto sua figlia continuava a strillare e a lui era salito il tremore alle mani..
Vuoi che andiamo a trovare nonna Gina? Chiese allora, sistemandosi il ciuffo per fare il disinvolto davanti alla maestra  che con gli occhi gli stava facendo la radiografia.
E le chiediamo di prepararci la sua torta speciale?.
Nonna  Gina è cattiva! Rispose la bambina, con uno sguardo che lo appiccicò al muro.
E chi te l’ha detto questo? La mamma, per caso?
La mamma e anche la nonna quando…
Non la lasciò terminare, afferrò la mano di sua figlia, grugnì qualcosa alla maestra, e se la tirò dietro.
Le urla della piccola s’impadronirono del corridoio, facendogli vibrare nervi e  timpani.
Le propose un gelato, un giocattolino, le giostre, un giro in moto, proposta di cui si pentì subito, ma non c’era nulla che la calmasse. Oltretutto aveva modificato il ritornello e tra i singhiozzi diceva: voglio nonna Cesarina.
Se avesse avuto davanti a lui quella vecchia gengiva l’avrebbe presa a pugni con gusto, ma non si sarebbe accontentato di rompergli i denti, le avrebbe staccato la mascella. Ecco! Già così andava meglio. Chissà come la viziava per aver creato quel legame. Chissà la cioccolata che le dava, le promesse che le faceva, le ore di televisione che le propinava per tenerla tranquilla pomeriggi interi mentre imbastiva orli e attaccava bottoni.
Se non fosse stato per quella condanna di sei mesi che gli oscillava sulla testa per aver pestato quegli scorpioni maledetti!
Per un po’ le orecchie e la mente di Enzo si staccarono dalle urla.
Le sue labbra si distesero e si ricomposero in un sorriso.
Non se lo aspettavano quei bastardi marocchini che uno dal fisico così sottile potesse essere un lottatore di quel livello. In quel periodo s’allenava tutte le sere in palestra, ma anche adesso, se gli fosse capitata una situazione critica se la sarebbe cavata alla grande. Anche adesso! Imparare a darle era come guidare la macchina: non ti dimentichi più.
Una frattura scomposta al polso di quello che aveva tentato di parare il suo gancio destro. Un pezzo d’orecchio che non era stato possibile ricucire e una mascella da risaldare all’altro,  a cui erano saltati anche due denti d’oro.
E che schifo quelle capsule dorate e insanguinate. Che disgusto!
Non ti muovere! disse a sua figlia che aveva modificato le urla in un lamento.
Papà monta il seggiolino con i topolini, stai tranquilla qui.
Aprì il portabagagli della Lancia Y, afferrò il seggiolino e si accorse che le cinghie erano aggrovigliate. Sospirò di tristezza: non ne poteva più di questo traffico del martedì e del giovedì, degli alimenti che l’affogavano, di Silvana che faceva i suoi comodi con il riccastro ossuto, della pena per sua madre che soffriva  per il divieto di vedere la nipote. Nella sentenza di separazione c’era scritto: la bambina non può stare da sola con la nonna paterna in quanto alcolizzata.
Ma scherziamo? Avevano dato a retta a due o tre voci invidiose di una donna che non aveva voluto un altro marito e che aveva messo su un bar senza l’aiuto di nessuno e non gli era venuto in mente che potevano essere fasulle?
E che se una  si sorseggia una sambuchina per conciliarsi il sonno o un Fernet per digerire, si chiama alcolizzata?
E che una può diventare alcolizzata a settanta anni? 
Mentre alle puttane si perdona tutto, anzi vengono pure compatite.
“La donna non deve subire violenza!” .
Ma che valore ha una precisazione del genere se il giudice che l’ha pronunciata  è donna? 
Non può essere libera di giudicare per un conflitto d’interessi! E che solo Berlusconi non deve avere il conflitto?  Vale anche per il giudice allora!
E poi lo sapeva lui da cosa scaturiva quell’ affermazione. Altro che diritti da rispettare! Quella, la giudicessa, era un’ affamata di sesso che non tratteneva lo sguardo di un uomo su di lei nemmeno per un secondo tanto era brutta. Un’altona che se la osservavi di spalle pareva proprio una di quelle russe che tiravano il giavellotto alle olimpiadi, o uno di quegli schifosi trans – se fosse dipeso da lui tutti li avrebbe fucilati – e siccome nessuno voleva farci qualcosa con questo scorfano con la vestaglia nera, s’era messa a svolgere un lavoro da maschio, e per compensare il corpo e il lavoro, s’era legata ai principi femministi.
Per poi scontrarsi un giorno con lui, Enzo Nobile, e sgretolargli la vita, attraverso un patto d’alleanza con l’avvocatessa della moglie che s’era messa a rovistare nel suo passato, e a dare retta alle voci malevoli sul suo conto.
E alla conclusione delll’indagine era stato bollato come un criminale violento!
Se avesse saputo la quantità di bugie che la gente avrebbe tirato fuori,  avrebbe dato il consenso per la separazione immediatamente! Peccato per l’avvocatessa però: se non fosse stata dalla parte del nemico, un approccio l’avrebbe azzardato volentieri.
A lui con la pupa piaceva stare, era un amore di figlia, per carità, ma quando era a casa tranquilla,  tutta profumata dopo il bagnetto, a giocare con le barbie, dodici ne aveva con i capelli arruffati. E come si rilassava a guardarla disegnare, a riflettere su quanto fosse cresciuta e che presto sarebbe diventata una signorinella da vegliare e controllare, ma non gli piaceva recuperarla all’asilo perché usciva  nervosa e quella furba di Silvana non ci andava per lo stesso motivo, e prima tirava su la scusa della ricerca di un lavoro a tempo pieno, prima ancora ne aveva un’altra, la sua ex era la regina delle scuse e allora ci spediva la vecchia quando era di turno lei,  e chissà che strategia che utilizzava quella puttana per tenere tranquilla la nipote.
Quel giovedì avrebbe potuto starsene con Cinzietta, che per un’incredibile coincidenza aveva preso un permesso.  Avrebbero potuto fare le cosette loro, una passeggiata,  ancora un’altra cosetta, mangiarsi una pizza, purché si dividesse il conto in due perché lui; Enzo Nobile, il lusso di offrire non poteva più permetterselo.
E poi la doccia e di nuovo in sella al bolide per il turno di notte.
L’immagine delle cosce da valchiria della segretaria Cinzia Nocetta gli procurò una fitta alla pancia che  non seppe distinguere se fosse di piacere o di dolore: invece di scopare era costretto a fare il baby sitter,  a trascinarsi dietro un lamento e a districare lacci aggrovigliati.

Alla fine le sciolse, quelle maledette cinghie, chiuse il cofano e stava per aprire la portiera  quando un’auto sgangherata, una di quelle che se gli soffi contro si accartocciano come lattine di birra, gli urtò il gomito con lo specchietto retrovisore.
Poi si fermò due metri più avanti.
Oh! Ma dico! Mi stavi per ammazzare! Urlò mentre il collo raggiungeva la dilatazione massima.
Dalla scatoletta uscì fuori un cinese, uno di quei cinesi scheletrici che impestavano il lungomare di Ostia vendendo patacche argentate che spacciano per autentiche. Uno di quei cinesi che s’erano sparsi in tutta la città con quei localetti  puzzolenti di cibo spacca fegato, che erano sciamati come le cavallette occupando l’intero quartiere intorno alla Stazione Termini. S’erano impadroniti di tutto, come al Monopoli, mancavano solo gli alberghi: per quelli doveva passare ancora qualche turno.
Uno di quei musi gialli lo stava per ammazzare con la sua macchinetta del cazzo.
Ed era sceso dall’auto persino, e lo guardava con la faccia da sfida.
E se aveva un coltello? Se aveva un coltello e glielo lanciava, infilzandolo senza pietà?
Si sarebbe accasciato senza suoni sulla strada in quel giovedì orribile. Ma non gli avrebbe permesso di tirarlo. Lo avrebbe sventrato di botte. E mentre muoveva il primo passo verso lui, quello come un lampo gli fece il segno del dito, montò in macchina e partì con un’accelerata impensabile per quel catorcio.
Un cinese con una macchina truccata: è proprio un malvivente! E il segno del medio a lui! Enzo Nobile! Una cosa del genere non era successa. Mai!
Balzò in macchina con un ruggito di godimento e spinse sull’acceleratore.
Lo avrebbe affiancato, superato, costretto a inchiodare, agguantato per quella coda di capelli lunga e liscia, pareva il mocio con cui il bidello della scuola, quando non giocava a carte, lavava il pavimento, e quando l’avrebbe avuto tra le sue mani finalmente,  gli avrebbe chiesto, calmo, anzi finto calmo: sai perché mi chiamano il Miccia? 
E a quello doveva essere salita una paura del diavolo perché premeva il pedale dell’acceleratore di quel catorcio fino all’inverosimile, passava i rossi, scartava a destra e a sinistra come una formica, s’insinuava tra le macchine come una schifosa biscia. E lui sempre dietro, non lo mollava mica, questo ci voleva per dar senso a questa giornata noiosa, già lo vedeva il sangue del cinese che colava sul marciapiede, mentre lo implorava: ti prego non mi ammazzare, e se arrivavano i poliziotti, con i suoi precedenti poteva avere dei guai, poteva, ma non con un cinese armato di coltello, che lo stava per colpire e allora spiegava che si era dovuto difendere, e dov’era il coltello? il coltello l’avrà buttato da qualche parte, che ne so, ma certo glielo avrebbero trovato: i cinesi hanno sempre una lama con loro.
Oppure avrebbe potuto ammazzarlo schiacciandolo addosso alla sua macchina, che fine terribile che sarebbe stata: lui appiattito tra le lamiere come il pezzo di carne nel panino del Mac, carne sanguinolenta: calda e puzzolente, la puzza del sangue versato è terribile, peggiore del fetore della merda!
La faccia gialla era determinata a sfuggirgli: guarda come s’infila il bastardo, che ti credi una perla, eh? tu non sai chi ti insegue! Già sento il crepitio della camicia strappata, ti spetalo come una margherita io, ma invece di dire m’ama non m’ama, ti urlo: Ti ammazzo, non ti ammazzo con una voce da orco!
La macchina mi avrebbe ridotto in poltiglia, la mia auto si sarebbe ammaccata, la sua sarebbe stata pronta per lo sfasciacarrozze, la massa di ferro con me all’interno morto stecchito si sarebbe spostata verso il marciapiede dove tranquilla, come gli avevo ordinato, se ne stava la mia pupa che…

Inchiodò di colpo Enzo Nobile, in azione Miccia. Mentre un rivolo gelato di sudore si formò sul collo e scese giù per la schiena, usando le vertebre della spina dorsale come fossero i gradini di una scaletta.
Sua figlia non era con lui. Se ci fosse stata non avrebbe avuto il coraggio di buttarsi in  un inseguimento. C’èra il seggiolino che aveva gettato nel sedile anteriore durante i momenti di concitazione di quando era salito. Quel maledetto seggiolino a cui si ingarbugliavano sempre le cinghie.
E sua figlia era rimasta  sul marciapiede.
Da sola.
Non pensò più nulla dopo l’inversione di marcia. Rimase incollato a quel volante con le dita che s’intorpidivano.

Ed eccola lì la bambina, dove le aveva detto di restare.
Due lacrime s’affacciarono sui suoi occhi sbarrati,  umidificandogli i bulbi oculari rigidi come sanpietrini.
Tirò il freno a mano e scese.
La bambina aveva lo zainetto aperto e un cellulare nella manina.
Enzo la prese tra le braccia e se la strinse al petto. Aveva smesso anche di piangere.
Sei grande! Grande pupa del papà suo! Papà voleva catturare un pericoloso assassino, però sono tornato subito: non potevo mica lasciarti sola!
E questo giocattolino dove l’hai preso? Te l’ha prestato un’amichetta?
E’ di nonna Cesarina. Dovevo chiamarla solo in caso di bisogno. Sta venendo qui adesso con la Panda. Eccola!
Ecco la panda celeste della vecchia ed ecco la vecchia che scendeva dalla macchina come una regina dalla carrozza.
Martina bella! Dio che spavento!
E gliela strappò via come fosse stata un fagotto.
Ehi giù le mani, disse Enzo tirandosi indietro.
Lascia la bambina o chiamo i vigili!
Non litigate papà e nonna, per favore.
Non litighiamo, no, risposero entrambi.
Parliamo, disse la suocera.
Parliamo, ma di che? chiese lui.
Come di che? Hai abbandonato la bambina per strada, non sei affidabile. Chiamerò i vigili e poi l’avvocato. Minacciò la vecchia senza alzare la voce.
Enzo notò che le si era ingrandita il neo sul mento. Notò i peli sotto il naso, per la prima volta. Notò anche che contorceva le labbra in modo da nascondere la dentatura.
L’azione che hai commesso oggi potresti non dimenticarla più per tutta la vita. Il giudice, con  i tuoi precedenti, non crederebbe che è stata una distrazione. Penserà che si ripeterà ancora.
Non mi rovini, così la prego.
Ti posso concedere un’altra prova di fiducia, ma se non la superi, squillo all’avvocato.
Sì, per favore.
Gli occhi di Enzo si bagnarono di ringraziamento.
Ho dato retta a una voce sbagliata, pensò. Magari è proprio  la stessa voce che ha raccontato all’avvocatessa che mia madre ha il vizio dei liquori. Qualcuno odia la nostra famiglia e la vuole affondare nella discordia. Come se non fosse già alla deriva.
Sai che sono caduta dalle scale? Disse Cesarina sollevandosi il labbro superiore.
Enzo alla visione della gengiva gonfia e vuota della ex suocera, avvertì un moto nello stomaco, distolse perciò lo sguardo e lo abbassò su sua figlia che giocava con il cellulare. Accidenti! E’ un modello della Mobilik! Costerà almeno duecento euro. A cucire orli si ricavano tutti quei soldi?
E di nuovo la sua attenzione tornò alla vecchia.
Lei che aveva intuito il succo di quei pensieri attraverso lo spostamento dei suoi occhi, precisò: Bello, vero? L’ho avuto raccogliendo bollini al supermercato. Comunque non mi far perder tempo, aggiunse.
Quando la pupa mi ha telefonato, ho lasciato un cliente con un abito pieno di spille addosso per correre da lei. Nemmeno le scarpe mi sono infilata.
Cesarina portava infatti un paio di pianelle di gomma, era senza calze e le dita dei piedi, distorte dall’artrosi, si raccoglievano in un groviglio informe. Parevano dei vermi che si divoravano a vicenda.
L’ondata di nausea fu intensa ed Enzo fu costretto ad appoggiarsi al cofano della sua auto per non perdere l’equilibrio.
Con la separazione noi non siamo più parenti e se manteniamo un legame è solo per questa creatura, continuò Cesarina indicando la nipote.
Se dipendesse da me, non te la farei vedere più. Però non dipende da me e allora ci vuole una punizione esemplare in modo che se tu continui a portare tua figlia a spasso, ti ricordi che se sbagli, patisci.. Mi rendo conto che se ti impedissi di vederla, squillando all’avvocato e raccontandole l’accaduto, farei del male anche a mia nipote, perché in fondo un padre e sempre un padre anche quando è una bestia.
Sì, disse Enzo, tanto per dire. E pensava: è giusto che sopporti la predica.
D’altra parte spiegarti quanto è stato pericoloso il tuo comportamento…
Sì…
Sarebbe inutile. Tu capisci solo di soldi e di botte per questo ti sei accoppiato con Silvana: lei è come te. 
Sì…
Ora cominciava a spazientirsi.
E quindi devo trovare una punizione che sia legata a loro.
A loro chi? Ma che beveva, la vecchia, oltre a fare i pompini mentre imbastiva gli abiti ai clienti?
L’ ex suocera alzò le spalle e continuò: il preventivo che mi ha fatto il dentista per la protesi è di settecento euro, mi servono per domani mattina.
Vecchia p…
Stai zitto. Lo interruppe, pronta. Altrimenti squillo!
Si vede che non sono più un ragazzo, pensava più tardi ingranando la prima.
Si vede che non sono più degno nemmeno del mio soprannome: invece di staccarle i denti superstiti, le ho chiesto come un imbecille: perché la pupa  non fa i capricci con te  quando la vai a prendere all’asilo?
Gli piacciono i congegni elettronici, ecco perché. Così se avessi fatto più attenzione alle inclinazioni di mia figlia a quest’ora non mi sarei ritrovato con un debito! Io quasi quasi mi vendo la macchina. A lavoro ci vado con il bolide e all’asilo con il tram, così mi libero anche di quel maledetto seggiolino che solo la vista di quei topolini sulla fodera mi alza lo stomaco. E mi resta anche qualche euro per comprare una play e un bel video game delle barbie. Sarà una vita più tranquilla.
Sulla rubrica del cellulare cercò il numero di Cinzia, ma lei era irraggiungibile.
Alzò le spalle: tanto la voglia d’amore gli era passata.

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6 Responses to Quella volta che la miccia si spense

  1. moni il 16 ottobre 2008 alle 20:28

    brava! scritto molto bene!
    Mai pensato di pubblicare qualcosa? Io ho pubblicato dei romanzi con una casa editrice molto seria e competente. Mi sono trovata benissimo sia come rapporto qualità prezzo che come professionalità e il tutto in tempi velocissimi…
    se vuoi vai a vedere al sito: http://www.librofacile.com

    spero ti possa servire

  2. plessus il 17 ottobre 2008 alle 08:52

    Bellissimo!
    Stampato e subito aggiunto nella collezione àrmoni di casa…

  3. véronique vergé il 17 ottobre 2008 alle 09:52

    Racconto duro, forte.
    Come si entra la violenza nel quotidiano, trafila la rabbia.
    E’ una storia terribile dove la bambina oscilla tra la madre e il padre: un cuore diviso in due.

    Sono contenta di ritrovare un testo di Allessandra Galetta presentata da Maria luisa Venuta ( che si fa troppo rara su NI)

  4. Carlo Cannella il 17 ottobre 2008 alle 10:11

    Sei brava. Però io sono lungo e secco, e la faccenda dello scrocchio a letto ha ferito il mio amor proprio. :)

  5. Maria Luisa il 17 ottobre 2008 alle 19:58

    Grazie Véronique, ci proverò ad esser “meno rara” (che bell’espressione…, mi piace)

  6. véronique vergé il 19 ottobre 2008 alle 17:40

    Grazie Maria Luisa…



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