autoritratto in piedi

di Anna Tellini

Autoritratto

Se le cose hanno un centro / di carne, e non solo d’idea, / io sono d’erba o di fiato, è chiaro / io sono querula nebulosa di distanza / non richiamata da un robusto accòmodati / Se le cose hanno un centro / non c’è compasso a potermi inchiodare

Canzone d’amore

Gatti troppo sapienti / sbadigliano la noia / che / io / ti vomiterò / addosso / spazzando via l’ottusa / caparbietà mentale / di cui hai fatto cauto / la tua stolida cifra / vessillo miserevole / di alterità infantile / ne erigi barricate / di sterco e di egoismo / a riparare il buco / che tu supponi anima

Felicità?

Sperare un altrove / diverso da quello dell’anima / Sperimentare un altrimenti / non doverosamente ostile / E ritornare a sé, / in racquetata ebetudine

La poesia

La poesia mi spaventa, / così immediata e in sé conchiusa, / così restia ad ogni dilazione, / spazzina zelante di intimità violate / sfrontata accentratrice di / secrezioni e deiezioni, / ed escrezioni senza fine, a milioni… / La poesia mi tenta, / così deliziosamente oscena

Come

Come un alchimista spaesato / incerto della sua attrezzeria / immeschinito dalle ruvide leggi di realtà / svergognato dall’eternamente scontrosa / epifania dell’oro. / Come un alchimista incantato / trapasso la mia labile / trasparenza / con auspici di trasfigurazione.

Maternità

Melassa appiccicosa e maldestra / la madre la nutrì / di insoddisfazioni iterabili / e di macabre attese. / Lei, acquiescente e attonita, / senza centro / senza storia / forse senza nome / certo senza resistenze / al testardo risucchio tentatore / affamata di compatibilità / nuda / gracile / informe / (complice?) / in fin dei conti annuì.

Creature

Plateale, il pipistrello verde / esibiva per un cielo perplesso / la sua morbidezza di piume / ad una terra svagata.

Azzardo

Indecisi / ciondolavano nella vacuità / scommettendo di esistere

Trascorrere

La vagina intristita / le suggerì l’inaffidabilità del tempo. / Indossò il trucco-maschera, / smise per un po’ il sorriso, / mimò di nuovo, rassicurante, la smemoratezza, / e, vaga, si riaccinse a vivere.

Ritorno

E l’anima si espanse / sorprendendo stupita / gli umori liquefarsi / e poi distillare / gocce / di chiare lontananze ritrovate.

Compagne

La morte mi balla sulla schiena / fluttua nel bilico della mia imperfezione / Eletta a portavoce dell’oltranza / e poi contabile dei suoi prodigi impervi / cesello il ritmo di azzardi e vocazioni / attenta a mai disquilibrarla

Ironia

Ingorgato il pensiero, / il polline delle idee / si dissipò, indolente, / ligio alla sua malevola / – e conclamata – inanità.

Percorsi

Riconosciuto l’orrore / lo affettò in destrezza / per disporne con regola / le sfoglie sottili / sul tagliere della coscienza

In morte di mia figlia

Ti ho sentita svaporare / come un’idea di bellezza / imprendibile altèra / altra

10 Commenti

  1. Amo il corpo femminile affondato nella poesia. E’ l’ombra strappata del pipistrello, del cielo, del gatto.
    Amo maternità per lo sguardo della metamorfosi del testardo, fatta di desiderio e di angoscia,
    amo poesia per l’audacia e il vero della parola:
    “La poesia mi tenta/ deliziosamente oscena”
    Mi parla questo paralello tra poesia e oscena, e delizio.

  2. 4

    iride fantastica di occhi tenui lungo l’orbita cangiante
    rami scricchiolanti teneri germogli fuscelli poco consistenti
    particole di spazio disarmante e lunghe camminate.

    in sintonia discorde con rari avvenimenti
    si distolgono da noi respiri e sguardi
    confusi e senza senso.

    3

    e tacque!

    2

    e sparì così dentro un rinnovato desiderio di morire
    e rinascere in primavere enormi d’oro e rosso e verdi
    e non conoscere mai di sé
    il fantasma che alberga da anni senza mai pagare
    tra stanze strette e mura immacolate di dolore.

    un colore simile al rantolo di una creatura
    agonizzante trafitta da cristalli purissimi di luce
    al bordo polveroso di una strada nerissima e pulita
    così spesso si porta a spasso il proprio straccio
    di illusione: chi lo chiama vita chi lo chiama sogno

    chi lo chiama amore.

    1

    passi stanchi riflessi contro specchi
    gomme lisce acciottolate sugli emisferi dubbi
    ti amo ti amo ti amo
    il sole torrido e freddissimo il semicerchio ovale
    dei tuoi occhi mi allontana da me.

    mi racconto illusioni e storie che finiscono
    prima o poi
    bene o male
    scende o sale
    un ascensore il destino la ruota che rintrona
    su strade lunghissime e sconnesse
    senza fine
    mi disegno un circuito di macchinine e gare
    chi è più forte?
    mi chiedo
    chi arriva prima chi non arriva mai
    chi naufraga aggrappato al relitto di un nave
    e la tempesta si abbatte su corpi privi
    di calore come una fredda giornata di agosto, dopo un tremendo temporale.

  3. Più che altro – azzardo – un eccesso di (inutile) cautela: comprimermi, prima di espormi a
    lettori competenti/
    e/
    o/
    surcigliosi

  4. [ il / solidus è antico in poesia quasi quanto l’aspo dell’arcolaio e – comunque – il massimo vezzo capitale degli odierni vezzi è la subdola comparativa ipotetica (come se, come fosse, quasi fosse) insieme alla ugualmente antipatica, bugiardissima, circostanziata ed anche un po’ ipocrita litote (non buono, non cattivo, non bello, non brutto, non tutto) ché uno crede che si creda che creda di non dire dicendo o di dire non dicendo – (-1+1)=0 ]

    Se le cose hanno un centro / non c’è compasso a potermi inchiodare

    di certo la poesia di Anna di compasso ne è uno nautico, di quelli a due punte, per commisurare distanza e vicinanze, sempre per linee curve morbide, mai semplici diritte rette.

    ,\\’

  5. Qualche giorno fa, qualcuna, si chiedeva dove fossero le voci femminili che non avevano partecipato a un certo dibattito alquanto estroso,
    direi distrasoso, sul “realismo” in letteratura.

    Ecco, non vorrei fare la quinta colonna, ma sono convinto di aver assunto
    atteggiamenti e di essermi comportato a lungo, e per certi versi di comportarmi ancora, in modo tale che, qualcuna, mi possa dire “realmente”:

    “spazzando via l’ottusa / caparbietà mentale / di cui hai fatto cauto / la tua stolida cifra / vessillo miserevole / di alterità infantile / ne erigi barricate / di sterco e di egoismo / a riparare il buco / che tu supponi anima”

    E non è vero che non la pensi così: se ci penso la penso così.

    Tutto l’altro è la reale vita quotidiana: compromesso.

  6. razionale e stratagemma efficace l’uso del “solidus” che non spezza ma lega i versi nella lettura, una sorta di punteggiatura che da respiro senza spezzare la logica che scorre dal primo all’ultimo verso.

    Mi sono piaciute tutte – manco a dirsi! – ma in “trascorrere” vedo le movenze del corpo mentre leggo ironia tagliente e morbida femminilità.

    grazie, natàlia

  7. A me sono piaciute molto le prime due. Le altre mi sembrano semplici asserzioni. Che partono da un proposito iniziale – i titoli – troppo dichiarato.
    Ma forse mi sbaglio.

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