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Voci

voce-di-donna

di Olga Plyaskina
Non sono una persona facile da convincere. Per me ci vuole il tempo e una buona ragione. Poi comincio ad analizzare e quando sono quasi convinto e riesco a concentrarmi per prendere la decisione finale, escono loro e mi disturbano.


Cerco di non ascoltare, di fare finta che non esistono, ma so che esistono. Lo so troppo bene.

Sono due voci. Parlano in francese e proprio a un italiano deve capitare di parlare questa lingua straniera alla perfezione. Certo, non rispondo, ma capisco tutto.

Non li ho mai visti, ma capisco come sono fatti: lei è una giovane donna araba, emigrata. Non dalla povertà, è di famiglia ricca. La famiglia che ha mandato la loro piccola principessa a scoprire Parigi, le ha pagato l’università. E lì si trova bene, le piacciono i complimenti degli uomini francesi, il suo alito li brucia come il ventro del deserto. Le piace ascoltare la fisarmonica per strada. Secondo me non usa trucco, è già bella di suo. Non porta i tacchi alti. Ha i capelli lunghi ricci e gli occhi a mandorla.

Anche lui è giovane, ma non è un’immigrato. È nato e cresciuto in Europa che così tanti vedono come la culla della libertà. Secondo lui c’è ne troppa. Non gli piacciono le donne libere e basta. Vuole dominare, altrimenti si sente fuori controllo. Dopo tutto, come deve essesere un’uomo? Forte, un po’ rigido, senza il diritto di sbagliarsi. Appunto: lui ha sempre ragione. Ma lei ride. Ha un bellissimo riso. Non è melodico, ma tranquillo e sicuro. Quel riso guarisce la mia mente stanca.

Va così per ore. Quando diventa insostenibile vado alla moschea. Non credo, ma non respingo nessuna religione completamente. È l’ultimo rifugio che mi può salvare. Sto di fronte al portone. Mi guardano male, so che non dovrei entrare, ma entro lo stesso. Lei non prega, ma sta rispettosa, silenziosa. Lui non voleva venire affatto, ma non ha avuto scelta. È intrappolato. Allora smettono di litigare perchè lei non risponde e a lui non piace parlare con sè stesso.

Che bello non sentire. Sto lì e godo il silenzio. Lo bevo, ne riempio ogni cellula del mio corpo. Cerco di rubarne un po’ di extra, so che dopo ne avrò bisogno. A volte penso, ma a che vi serve litigare? Siete giovani, pieni di vita. Innamoratevi l’uno dell’altra! Ma loro non capiscono la lingua dei miei pensieri.

Come ci siamo conosciuti? Adesso non me lo ricordo più bene. Era d’estate, soffrivo di caldo a casa, anche con le persiane chiuse. Stavo sdraiato sul divano, guardandomi in giro senza scopo. Per prima è uscita lei. Poi lui, tutto arrabbiato che non lo aspetta, che fa tutto da sola, è troppo indipendente. Troppo simile a lui. Che ne sa lei della vita? È una donna, per lei le regole sono già fatte da secoli. Lei deve solo obbedire e seguire. E così è cominciato.

Ma oggi, sto per prendere una decisione. Mi ha colpito come una fulmine. Era come cercare la chiave di una porta chiusa, cercarla per ore e poi trovarla casualmente sotto il tuo piede.

Vivo all’ultimo piano della palazzina. Dal mio balcone si vedono i dintorni, i tetti delle altre case e una cupola di una chiesa antica. Sopra c’è l’abisso del cielo. Infinito, spazioso, invita a volare. Ma è troppo blu, troppo freddo, sconosciuto. Ho paura di perdermi li. Si stancheranno le ali e io rimarrò per sempre in quest’etere ghiacciato. La terra giù è invece vicina, accogliente. È un’obiettivo raggiungibile. L’asfalto è ancora caldo dal calore di migliaia di piedi che l’hanno toccato di giorno. Guardo la terra. Mi attrae, magnetizza. So che quando il corpo si unirà con essa, mi rivelerà una grande verità. Sarò finalmente libero dalle voci. Comincio a inchinarmi un po’ e ancora un po’.

Ma poi mi viene un dubbio. E se l’inferno davvero esistesse e lì ricominciasse tutto dall’inizio? E se quelli esistessero solo nella mia testa?

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3 Commenti

  1. non è un commento, solo un apprezzamento. Ma dicono che leggere senza commentare non dia il senso che si è letto e amato. Ecco allora, letto e amato

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