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Finzioni, autobiografie

di Stefano Gallerani

said
Non si dà un’esistenza uguale ad un’altra e pure, come fossero destinate a cercarsi, se non a incontrarsi, d’improvviso due vite distanti tra loro nel tempo e nello spazio si trovano, diventano l’una il riflesso dell’altra. Che è esattamente quanto deve essere accaduto a un giovane Edward Wadie Said (1935-2003) nel momento in cui ha aperto per la prima volta i libri di Konrad Korzeniowski, alias Joseph Conrad. Le ragioni evidenti di questo “riconoscimento” sono condizione necessaria ma non sufficiente per capire l’interesse che, da subito, Said provò nei confronti dall’autore di Cuore di tenebra e Lord Jim, tanto da farne il tema della tesi di laurea discussa ad Harvard e pubblicata nel 1965, non ancora trentenne e già professore – di letteratura inglese – alla Columbia University di New York (ora anche in italiano, per il Saggiatore: Joseph Conrad e la finzione autobiografica, introduzione di Andrew N. Rubin, traduzione di Elisabetta Nifosi, “La Cultura”, pp. 230, € 19,00). L’impostazione è quella tipica di un lavoro del genere, dove le premesse si svolgono lineari verso le conclusioni, ma nello stile di questo primo esito già si riconoscono alcuni dei tratti principali della scrittura del Said maturo: l’inclinazione alla più alta saggistica, il rigore formale e, non ultima, la conversione della forza di pensiero in frase. Come il polacco Conrad prima di lui (e come l’aristocratico russo Nabokov), anche Said era un “rifugiato”, sradicato dal proprio paese d’origine, la Palestina, e trapiantato in una cultura diversa, quella anglosassone e “imperialista”; ma più che dalla causa, ovvero dalla condivisione di queste qualità (cui ostano, peraltro, i differenti livelli di formazione e integrazione), il futuro critico dell’ ”orientalismo” (cioè del prisma che deforma l’idea che l’occidente ha del mondo orientale) è affascinato dai suoi effetti. Nella dinamica interna dell’epistolario conradiano (che occupa la prima parte della tesi), e in come questa si riflette nei suoi romanzi brevi (cui è dedicata la seconda sezione), Said riconosce il proprio dilemma esistenziale. La “finzione autobiografica” del titolo del libro è perciò duplice: riguarda tanto lui che l’oggetto dei suoi studi. Di questo lavoro e della persona Edward Said potremmo dire, parafrasando quanto lui stesso scrive a proposito de La linea d’ombra e La freccia d’oro, che si tratta del primo «tentativo di negoziare una nuova e salda comprensione di una data serie di fatti del suo passato». È evidente che in quella dinamica, nel conflitto tra caos e autocoscienza razionale che inscena, Said individui, sebbene dislocate, le chiavi di una condizione personale e le ragioni della sua volontà di affermazione: una lotta titanica per la costruzione di sé, insomma, tra vittorie e sconfitte, incertezze e un’incrollabile determinazione. «Il tentativo di costruire un monumento indistruttibile a fronte dello scorrere del tempo – afferma Said – portò Conrad a una conoscenza problematica e intima di se stesso»; e ancora: «l’individualità di Conrad consiste in una continua esposizione della consapevolezza di se stesso alla consapevolezza di ciò che è altro da sé […] Per questo motivo, quindi, il grande fascino umano e l’eccezionalità della vita di Conrad risiedono nel drammatico spirito di unione, per quanto inquieto e sconveniente, esemplificato dalla sua vita, l’unione tra se stesso e il mondo esterno». Poli che si attraggono, dunque, nel segno di una frizione linguistica che Edward Said già legge sulla scorta di Nietzsche (un parallelo su cui tornerà, dieci anni dopo, nel saggio “Conrad e Nietzsche”, disponibile nella raccolta Nel segno dell’esilio, pubblicata pochi mesi fa da Feltrinelli). E, allo stesso tempo, elementi imprescindibili di ogni autentico presa di coscienza. Nel loro amalgamarsi c’è, in nuce, lo sviluppo dell’etica di Said, le tracce originali e l’attualità del suo insegnamento che, nelle parole di Rubin, consiste nel guadagnarsi la «radicale possibilità di rappresentare e conoscere il mondo in termini non dominanti e non coercitivi».

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domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.