Articolo precedenteL’ultima gita
Articolo successivoL’isola in me

I frutti [Eracle #11]

apples

di Ginevra Bompiani

L’impresa del furto delle mele d’oro dal giardino delle Esperidi si pone sotto un segno chiaro: quello della restituzione. Quelle mele appartenevano alle nozze di Zeus e Era e quali che fossero le loro peregrinazioni dovevano tornare ai sovrani. Anche Prometeo, durante il viaggio, fu restituito a sé stesso e alla libertà. E c’è poi il complicato gioco tra Eracle e Atlante: Eracle chi si accolla l’asse del cielo mentre Atlante s’incarica di trafugargli le mele, e il tentativo di Atlante di lasciarlo al proprio posto tenendosi i frutti, sventato da Eracle con una astuzia puerile che ripone l’asse sulle spalle del Titano. Il Fato, aveva detto chiaramente Prometeo all’inizio del suo castigo, è più forte di ogni cosa: dell’abilità, dei Titani, e degli Dèi. Anche Zeus vi è sottomesso. Ogni gioco umano va restituito alla sua sede naturale che è il Destino. L’eroe non è che una marionetta del Destino, uno stile di cui si serve per disegnare labirinti.

L’itinerario del viaggio fu dibattuto in dialoghi, che sono la vera materia di questa fatica. Dialogo fra Eracle e le Ninfe dell’Eridano in cui si svela il nome del sapiente che darà all’impresa la sua direzione. Dialogo col vecchio del mare che sfugge tuffandosi in altre forme, ora fuoco, ora acqua, ora serpente: per farlo Eracle deve restituirlo con la fermezza delle sue mani alla forma primitiva. Il suggeritore, costretto, stride la parola Sud. A Sud vola un’aquila. Eracle scaglia una freccia e la uccide. Poi sale sul monte e vede Prometeo, la cui piaga si sta già rimarginando dall’ultima scarificazione inferta dal becco dell’uccello.

Qui Eracle si ferma e ha luogo il dialogo con Prometeo. Eracle era di poche parole, ma Prometeo aveva molto da dire. Entrambi avevano svolto un ruolo presso gli uomini, in epoche che si contraddicevano l’un l’altra. Prometeo faceva parte di un’epoca uccisa dai nuovi dèi. Uscendo dal castigo si sarebbe trovato in un mondo che non era più nulla per lui, come un ibernato svegliatosi dopo mille anni. Ai suoi tempi aveva fatto sbalzare dai gangheri le porte del mondo. Gli uomini allora avevano bisogno di tutto e li si poteva beneficare: con il fuoco aveva mutato la loro esistenza (“Al calare della notte,” racconto Prometeo, “si chiudevano nelle tane e la loro vita si spegneva. La notte trascorreva come se non esistesse. Io gli ho spaccato le tenebre. Zeus, poi, gliele ha abitate…”). Prometeo si era battuto per la loro vita e Zeus, per punire la sua efficacia, mandò la morte. Ora lui era fuori gioco e toccava a Eracle. Tanto era divenuto superfluo che Eracle poteva liberarlo senza smentire la volontà divina.

“Ma tu, chiede Prometeo risollevando il suo orgoglio, che cosa puoi per loro?” Eracle non risponde e si affaccenda intorno alle catene. Prometeo insiste, “Tu non sei il loro campione?” Eracle scrolla le spalle. Non vuole e non sa spiegare, ma ripensa a tutto quello che ha fatto. “Quei frutti che cerchi, incalza Prometeo, che cosa sono per loro?” Eracle lo guarda sorpreso: lui non è forse al servizio di Euristeo? E questo servizio non gli è stato comminato dagli dèi? E gli dei quando agiscono non hanno sempre in mente gli uomini? E se è scritto che quei frutti per tornare da Zeus a Zeus devono attraversare le mani degli uomini non è questo un segno che ogni cosa prima di perdere senso deve acquistarlo, così come per morire bisogna vivere? Come una pietra che cade nell’acqua deve sconvolgere la superficie prima di affondare? “La mia epoca era più semplice, commenta Prometeo, eravamo noi, i Titani, a semplificarla. Poi sono venuti questi dèi giovani, hanno elencato le leggi, e le hanno confuse.” Questa volta Eracle parla: “Non dare la colpa agli dèi”, dice. “Ho capito, dice Prometeo, appartieni al loro seguito. Stai al gioco” “Sì” dice Eracle. “Io mi battevo contro di loro, dice Prometeo, ma chissà se c’è differenza.” “C’è,” dice Eracle. “Sei quasi alla fine del tuo servizio. Bada a quando l’avrai terminato.” Eracle lo aiuta a scendere dalla roccia. “Allora ecco la tua strada, gli dice Prometeo: vai sempre a Nord. È una strada dritta la tua, non puoi sbagliare. Ma le strade dritte conducono ancora in qualche luogo? Questo non lo so.” Eracle riprende l’arco e la clava e si prepara a partire. “Ma tu, lo insegue con la voce Prometeo, lo sai dove ti porta quella strada?” Eracle si volta appena, controvoglia, “Sì, dice, a quale dio e a qualche morte.”
“E a che ti serve percorrerla?”
“A essere” dice Eracle.

4 Commenti

  1. le ho prese dal sito di una ricercatrice credo di informatica americana. mi sembravno molto rappresentative del mio amore per le mele e per costellazioni. ciao tash eh.

  2. “Sì, dice, a quale dio e a qualche morte.”
    “E a che ti serve percorrerla?”
    “A essere” dice Eracle.

    e amaramente o felicemente la si percorre e felicità è scegliere di percorrerla anche amara. Viva gli umani che scelgono di percorrerla, tanto e finalmente umani.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

La matematica è politica

di Antonio Sparzani In generale sono contrario a fare di Nazione Indiana un blog prevalentemente di recensioni, ma qualche rara...

Unità brand new

di Chiara Valerio Sono una persona piuttosto frivola. Me ne accorgo, per esempio, quando valuto la possibilità che l’Unità, il...

L’amore e Gödel

Alcune considerazioni su Almanacco del Giorno Prima di Chiara Valerio di Vanni Santoni Ho conosciuto Chiara Valerio dieci anni fa; eravamo...

carta st[r]ampa[la]ta n.47

di Fabrizio Tonello Gentile Signorina/Signora Mariarosa Mancuso, come vedrà dai miei commenti qui sotto la Sua tesina “Addio al radical chic”,...

hanksy

di Sabina de Gregori Il mondo si sa, gira e rigira su se stesso, ma ogni tanto improvvisa e sorprende...

se c’è una cosa che non ti fa stare zitta, è un segreto

di Chiara Valerio Ha i suoi vantaggi essere nel posto più brutto, perché non ti preoccupi di perderti qualcosa. Nella...