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Tè, acque, città e bellezza

di Antonio Sparzani

Tazza_invetriata_verde

Ho cercato di guardare meglio l’acqua dei canali, la sera, la luce è quella dei lampioni — naturalmente disposti secondo una geometria adatta alla complessiva irregolarità della pianta cittadina — e delle finestre illuminate, che pure sono punti luce che completano l’inimitabile ornato veneziano.
Non è buia quell’acqua, è scura ma continuamente screziata di riflessi sempre mobili, basta un barcone, una bava di brezza, o non so quale altro incanto per dare vita alla superficie.
Non sono andato drio a la zente stavolta, ho di proposito infilato qualche improbabile sotoportego e qualche stretta calle fuori mano, cercando molto approssimativamente di mantenere una direzione; e sono finito, dopo qualche vicolo cieco, in zona stazione ferroviaria, pardon, ferrovia, qua nessuno dice stazione, si dice semplicemente ferrovia, segnaletica pedonale in testa. E allora tornare a campo santa Margherita, che in questa occasione è il mio riferimento di base, sarà facile: la strada ferrovia — santa Margherita l’ho memorizzata con inossidabile sicurezza.

Dopo un ripetuto e austriacante polenta e sepie, così, tanto per fare i confronti con il posto dell’altra volta, mi aggiro di qua e di là: sempre sono affascinato dalla toponomastica urbana, che in ogni città del mondo meriterebbe variopinte riflessioni, e anche dalle scritte sui muri che alla toponomastica in fondo forniscono un loro contributo. Mai potrò dimenticare — e ancora conservo la foto — quel muro di Lucca dove negli anni settanta trovai scritto a caratteri cubitali “più chiese meno case”, firmato da fantomatiche Brigate chissacosa.
Beh, qui non ho visto scritte significative, però, all’entrata del sestier de san Polo, ci sono le Fondamenta di donna onesta, che suscitano pensieri preoccupati riguardo alle altre fondamenta. Senza poi dire di quella scritta a caratteri cubitali sul parapetto del ponte che conduce a Palazzo Foscarini, “Alberto ti voglio bene”, così averne.
Il corso sul tè procede bene e si è concluso domenica pomeriggio, le immagini che vedete qui sono di vari tipi di ceramiche cinesi relative ai vari recipienti usati nella loro millenaria storia per fare, conservare e servire la famosa bevanda.
teiera_Yixing

L’invetriatura non l’hanno certo inventata i Della Robbia, come io vagamente ritenevo dopo gli studi classici, in Cina era usata regolarmente per impermeabilizzare i recipienti nei quali preparare il tè. E quando non venne messa, come nelle teiere Yi-xing, fu anche per renderle porose e ricettive di persistenti aromi: certo non vorrete usare la stessa teiera porosa per diversi tipi di tè? Che orrore!

Non possono che far pensare al bello di cui accennavo, in un differente contesto, in conclusione del primo post su quest’argomento. Dev’essere che il gusto del bello — che naturalmente è in buona misura storicamente determinato – è qualcosa di fondamentale nella storia dei popoli, che tutti hanno trovato il tempo e l’energia, pur nella loro vita talvolta difficile, di creare qualcosa che appagasse una parte della persona che non ha a che fare con l’utile o con il buono,1 ma che inevitabilmente soddisfa quello che dai Greci in poi chiamiamo gusto estetico, aisthánomai era il verbo greco, quello che allude alle sensazioni, al percepire qualcosa ricavandone una sensazione, l’aísthesis, davvero una parola importante per la vita degli umani.
vaso_bianco_e_blu
Tanto che un indizio, e non dei meno importanti, dell’amore tra due persone – o, se non vogliamo impegnare subito questa parola, così complicata e pur così semplice – dell’affinità, della complicità che talvolta magicamente si crea tra gli umani, è proprio l’analogia dei gusti estetici, nel senso più ampio del termine, guarda, troviamo belle le stesse cose, che meraviglia. Non è tutto qui naturalmente, e non è neppure essenziale, con uno dei miei amici più cari divergiamo quasi sistematicamente nei gusti letterari. Lui Consolo, io Gadda, lui Galeano io Marquez e così via. Sembra che su Scorza stranamente convergiamo.

Ma il gusto estetico è anche davvero altro, è anche commuoversi di fronte a un quadro, a un panorama, a una piazza. Del resto, non vorremo cercare una definizione di bello, per caso, il bello del bello sta proprio lì, che non lo blocchi dentro le squadre della geometria o i sillogismi della logica. La nostra povera scienza, razionalizzazione del mondo, per ciò stesso ne interpreta una certa parte, con buona pace degli zelatori che preconizzano la prossima ventura teoria del tutto, propiziata dalla mitica nuova particella salva-fisica, ma per carità.
La bellezza di Venezia non sta essenzialmente nei ricami della facciata della Ca’ d’Oro o nella filigrana del Palazzo Ducale, né tanto meno in qualche improbabile simmetria della sua struttura complessiva, ma è una percezione che ognuno coglie in momenti diversi e in luoghi diversi, e che produce nelle nostre menti pensieri e associazioni diverse, questo è il miracolo di Venezia.
È grave andarsene con l’idea che per un po’ sarà difficile tornarci, sembra di perdere un mondo che l’abitudine – anche quella di poche ore – aveva gioiosamente creato, fuori di qua tutto è non-Venezia e i pensieri dovranno per forza rassegnarsi a strade differenti.

  1. gli antichi Greci cercarono di mettere insieme le cose col famoso kalòs k’agathós. ma insomma… []

4 Commenti

  1. un grand tour fra chicchere e bellissime chiacchiere ciàcole, pescando i pesci del tè (quei minuzzoli sfuggiti al colino che nuotano sul fondo della tazza da cui anche si posson trarre aruspici, volendo, per l’incipiente nuovo anno).

    [ la bellezza di Venezia per me non è poi così solare e quieta, però, è questa sua inquietudine è la sua caratteristica più affascinante, ma ha in sé sempre quella sua consumazione, quella sua sospensione, il suo lento inabissarsi, le fondamenta erose dal moto ondoso, la sirena che avverte dell’arrivo dell’acqua alta… cose così…. ]

    ,\\’

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.