Poesie semplici

20 dicembre 2009
Pubblicato da

armadio

Fonie
di
Dorinda Di Prossimo

in vece
tu
ai gerani parli
smessi. freddolini
ai tuorli della sete

un appena di mani
io
a frutto doloroso
a promessa

Nature morte
di
Giampaolo De Pietro

Io non so se sto ascoltando
o no, volevo avventurarmi ma
al passo è finito
l’inchiostro

al rullo è mancato il tamburo
al muro è toccata una preghiera
la più silenziosa

ai venti sparsi gli alberi e
alle foglie tutto
il dolore dell’essere
un’ indegna corazza

e persa dispersa
nel mare scrollato
di dosso
dal mondo

Dorinda Di Prossimo

Avaritudine

posa e poesia
cunto

restasse una ciliegia
dopo questo cader di foglie

*

Mobilia

la stanza
i capelli
la mano

inutile amo

*

Fonie

in vece
tu
ai gerani parli
smessi. freddolini
ai tuorli della sete

un appena di mani
io
a frutto doloroso
a promessa

della staffa. a giuntura due.

Mi viene da dire che per te sfitto il cielo senza conoscere l’esatta gravità delle nuvole. Lettura selvaggia comincio del seme che si fa simile all’albero turchino.
( m’hai affidato questo di colore, indovinando gli spilli degli occhi, il tamburello della voce ). Mi salva dal puntoscorza d’acqua amara, la percorrenza d’uno scandalo bianco. Toccabile, sana pestilenza. Il corpo che sfida geometrie, il giorno modulante. Con noi banchetta un giardino che guitta terrestre. A notte radunato. Quando il pianto resta ostaggio degli orchi. E si confida. Ci sazino, allora, il vagito, la tenera cecità d’un cassetto in fragranza di polpastrelli. Còlto. Abbreviazione a solfeggiaRe. Restasse.

affittevolezze

È ritornato il mare dopo un gomito di treno,
il nome del cielo,
l’ocarina del vento tra’ capelli
Si ricombina l’aria della casa
quinte, mezze tende, cresta ai vetri
quadri fatali, laterali, abboccolati.
In fatalità sfitto, paraggi fino a domani

Riabboccano – mi dico- , ancora annodano, gli ombelichi dall’armadio-

geografie

secondo un caso che da chicago prende ballarò
voce moltiplicò il pennello sulla bocca
dovuta verosimiglianza di branchia a combaciare
favillucce come di panna su bigné
intingolo di fiato che francobolli sanno
( fanno una lucida saliva di chilometri )

Significa nulla che una tigre sfizi l’ORizzonte, accorciato?

staffa. a giuntura tre.

Il gusto del bucato ti devo
le scarpe che vanno sole
un debito a bouquet

Nel mio caffé ti metto
(sai che amo la schiuma petulante come fame )
nella cortesia d’un morso te attorciglio a giudizio

Che sia infine mandorla di viaggio questa benedizione
L’ago fermo sulla tela. La sedia a trattenere.

Giampaolo De Pietro

I fiori hanno
nuvole in mare
nuvole prenotate
sopra le chiome
come specchi
in orizzontale
per potere alzare
una volta gli occhi

e rivedersi chiari
come infantili, di
cotone e fruscii
elementari(ali), ripresi
immateriali ma lì
astanti sguardi nuovi, sopra

il reale, relativo, accadere
(senza cadere però, semmai
invitando i pensieri di sbieco
di tanto in tanto, a visitarli)

*
dobbiamo sorridere alla neve
così che ritorni a cadere, e si scordi di sciogliere

*
sembra una fila – perfetta – di pensieri

*

Libro chiuso
delle spalle.

Prendi il bicchiere
per non stare solo,
i bicchieri più che
per decoro, compagnia
mezzo vuoto che mi sia

*

al respiro che sembra un parto
a un battito solo che ne genera un altro

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7 Responses to Poesie semplici

  1. natàlia castaldi il 20 dicembre 2009 alle 14:44

    bravissimimi entrambi.
    Giampaolo dipinge gli odori della natura, Dorinda la percezione ed il senso.
    Li seguo sempre.
    un abbraccio, nat

  2. Francesca il 20 dicembre 2009 alle 16:44

    Bellissimo.
    Affezionata lettrice di entrambi, non posso che congratularmi ulteriormente per ritrovarli qui insieme, splendida combinazione di voci , dove Dorinda è il canto che inventa il ricamo, a legare parole con parole, a inventare aggettivi nella catenella sapiente della sua poesia, e Giampaolo, gli occhi all’incanto dell’infanzia, apre finestre che trasfigurano la realtà in un battito di cuore fanciullo dove tutto è il mondo semplice che si vorrebbe.
    Bravi!
    Francesca

  3. Mat il 21 dicembre 2009 alle 11:23

    i poeti sanno riconoscersi,si son detti un giorno,
    ed eran note di canto il lor sostegno,
    tremori di terre condivise,
    di spazi trattenuti
    polsi, i loro,mai
    saranno,
    muti.

    bacio
    Mat

  4. Sandro il 21 dicembre 2009 alle 13:49

    Del treno ricordo il divenire
    di rotaia in persona
    Di ferro in lussuria
    Di canto In discanto.

    Attento l’uomo che non vede
    “un piccolo dito può indicare grandi cose”
    E poi case sparse e un paese a fiordo
    Approdo,dico, delle tue lacrime perverse

    A presto spero…incanto doloroso

    (S.F)

  5. véronique vergé il 21 dicembre 2009 alle 16:23

    Bellissima poesia : dà l’illusione di parlare con il mondo vicino.
    Niente di artificiale, il nome delle cose nella lingua naturale
    della sensazione, della pianta in noi,
    con questa meraviglia, una ciliega lasciata all’ultimo regalo
    del piacere, tra bellezza e paura della scomparsa della meraviglia.

    GRAZIE

  6. Dorinda il 24 dicembre 2009 alle 08:09

    I vostri commenti sono un bellissimo dono da mettere sotto l’albero. Mi conforta la vostra lettura sensibile e attenta. Ringrazio Francesco Forlani per la fiducia e Giampaolo De Pietro, formichina paziente, ché troppo cicala io sono.

  7. Giampa.olo il 26 dicembre 2009 alle 12:10

    sì, grazie Francesco, Natàlia, Mat, Francesca, Véronique, Sandro. Dorinda, perché mi smuovi la pazienza, e poi quel ronzio di cicale io lo adoro, è così mio per colonna sonora naturale! Buone feste a tutta la nazione indiana.
    G.



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