Due storie

5 gennaio 2010
Pubblicato da

raimondi marco antonio sogno

di Andrea Inglese

Incendi

Gregorio è stanco morto, e ha bisogno assoluto di un cavallo. Quando finalmente riesce a comprarselo, tre mesi dopo, è diventato il re delle scommesse. Un sacco di gente gli vuole bene, ma non tutti. È risultato simpatico anche a Tommaso, che gestisce la manodopera clandestina in città, oltre ai chioschi delle scommesse. Gregorio monta finalmente a cavallo. Cerca con gli occhi un turista giapponese. Tutto brucia intorno a lui. Sono diversi e coordinati incendi dolosi che solo ora raggiungono il punto critico: la città è spacciata. Gregorio in sella sul suo nuovo cavallo risale il fiume. Si ferma a metà strada e prova a contare i soldi. Non sa più se le banconote devono circolare da sinistra a destra, o all’inverso.

Quando vede i corpi carbonizzati di papà e mamma portati dalla corrente, capisce in quale direzione scorre il fiume. Si getta in acqua per pescare un luccio con le mani. Era solo il riflesso del sole su di un sasso bagnato. Il cavallo scappa e Gregorio si rende conto di non averlo neppure battezzato. Quando raggiunge la frontiera messicana, ha preso l’abitudine di parlare a bassa voce. Nel bar affollato, qualcuno gli spiega che lui è sicuramente il più debole. Chiede lo stesso un caffè con malto, ma lo mettono subito a scaricare la lavastoviglie. Ha una crisi cognitiva. Non sa più se una scodella può avere il manico. Una ragazza bionda gli fa capire che proprio quel giorno non porta il reggiseno. È la sua ultima possibilità. Se prende in mano la valigetta, le lancette torneranno al punto di partenza. Ci ha davvero creduto. Ora gli fanno rastrellare pure il giardino e potare il pergolato. La bionda sembra spiarlo. Forse stanno dormendo tutti. Quando il cavallo torna dal suo padrone, ciò accade nel film televisivo. Quasi tutti si sono salvati dalle fiamme. Forse i genitori al fiume erano solo tronchi d’albero carbonizzati. Se rispondono al telefono, si è sbagliato di cadaveri.

* * *

Segnale scatenante

Quando Pachino entra nella grande sala, nessuno gli presta attenzione. La sala è immensa, ricoperta di grandi tele abbaglianti. I vasi di oleandro occupano il centro. Le ortensie azzurre sono allineate lungo le pareti. Le stele fluorescenti ronzano leggermente. Ovunque la luce neutralizza i tratti dei volti. Nelle vasche galleggiano sciami di candeline colorate. Nessuno lo conosce, ma già suscita sguardi irritati. La D’Ovasio gli indica un seggiolino basso, senza salutarlo. Ginger fa per avvicinarsi con un sorriso falso stampato in faccia, ma si libera di un boccone avvelenato ed esce sorretto da un’accompagnatrice. Il violoncellista si schiarisce la voce proprio davanti a lui. Tutti scoppiano in una risata, e si gettano sulla pista a ballare. La D’Ovasio ricompare per un attimo, gli lascia cadere in grembo un’aringa tostata. Tutti fanno finta di non vedere, presi come sono dalle danze. Il vecchio della casata non sopporta le dicerie sul nuovo arrivato. Pachino si volta con calma, si toglie la giacca sdrucita, e con un coltellino sbucato dal nulla si taglia via la manica destra. Il violoncellista si avvicina, e si sporge leggermente su di lui, scosso da un tremore selvaggio. Pachino rovescia il seggiolino e riesce a svitare il sedile dal fusto di metallo, che è cavo all’interno. Dopo aver inumidito l’estremità del fusto con la propria saliva, vi lascia colare dentro un misterioso liquido, che fuoriesce da un taschino della camicia. Alla fine grida: “Perlomeno adesso qualcuno si ricorderà di mio padre!” La D’Ovasio, che tutti fissano, stira le labbra all’interno, come a nascondere i denti. Infilata l’aringa nel fusto, Pachino vi soffia dentro. Ma non ne fuoriesce nessun suono. Pachino estrae l’aringa, la mozza in due parti quasi uguali: una parte la tiene in bocca, la mastica, per poi ingoiarla; l’altra parte la infila di nuovo, questa volta con estrema delicatezza, nel fusto di metallo. Spreme come può il taschino, dai cui cola una misera goccia. Di nuova si porta il fusto metallico alle labbra. Si sente di colpo un soffio roco. E una buona metà dei presenti esulta. La D’Ovasio è pallida, ma invece di svenire estrae un’arma da fuoco. Pachino giace a terra come un pupazzo. La battaglia che si scatena in seguito vede fronteggiarsi due gruppi apparentemente omogenei e dal numero di componenti quasi identico. Entrambi feroci, spietati, con armi automatiche: chi brandisce pistole chi mitra. Tutti muoiono dalla voglia di strangolare un nemico, ma nella pioggia disordinata di proiettili nessuno riesce a fare più di qualche passo, per poi cadere ferito o colpito a morte.

(Apparse in: BINA, lettera aperta portatile (a)periodica a cura di Marco Giovenale, lunedì 21 dicembre 2009 : [ 82 ])

Immagine: Marco Antonio Raimondi, “Il sogno”

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19 Responses to Due storie

  1. liviobo il 6 gennaio 2010 alle 10:27

    bello

  2. giuseppe genna il 6 gennaio 2010 alle 12:46

    Caspita, Andrea: bellissimi!!! Detto che il Giovenale è un altro molto bravo, quel numero di “Bina” lo voglio! Qui c’è un kafkismo irresistibile… Davvero complimenti!

  3. callettino il 6 gennaio 2010 alle 14:00

    …per me meglio il primo racconto, dove il finale sembra tradurre una feroce ironia. l’altro racconto forse è più denso: ma più che drammaticità nel finale, colgo la tensione delle varie scene.

  4. giuseppe genna il 6 gennaio 2010 alle 18:39

    @ callettino: chiedo davvero senza pregiudizi: a te pare ironia quella nel primo pezzo? A me pare proprio IL comico, in linea con certi “stucke” o walseriani o direttamente kafkiani, ovviamente qui saliti di grado in devianza contemporanea…

  5. callettino il 6 gennaio 2010 alle 19:45

    Giuseppe, d’accordo: il racconto in sé raggiunge la comicità, una comicità se vogliamo tragica, visto che il personaggio del racconto non sembra essere pienamente cosciente dei suoi pensieri (vedi frase finale); mentre cosciente è il punto di vista: l’ironia qui la colgo.

  6. andrea inglese il 6 gennaio 2010 alle 20:18

    la mekkanika è komika (degli eventi); il punto di vista è ironiko (della voce narrante): sommandovi, la kritika ci guadagna, e anche la proza (k)

  7. Enrico Macioci il 6 gennaio 2010 alle 21:08

    Belli, specie il primo che possiede realmente un’atmosfera kafkiana – e nonostante l’inflazione di quest’aggettivo, io non so davvero trovarne di più lusinghieri per uno scrittore.

  8. Fabio Teti il 7 gennaio 2010 alle 21:29

    Ricopio qui alcuni appunti presi “ad usum Teti” dopo l’uscita di bina, sulla linea di alcune osservazioni già appuntate dopo la lettura di “Di notte”. Andrea, fermami finché sei in tempo, se sto sbagliando, altrimenti continuerò a fraintenderti per il resto dei tuoi giorni!

    queste due prose, a mio modo di vedere, consegnano diversi motivi d’interesse. innanzitutto per le evidenti differenze che presentano rispetto a quelle (immagino) non troppo anteriori dei Materiali per un libro su Parigi. là – sulla scia magari, e tra gli altri, del Porta di Partita – è la ritmicità percussiva a fare da collante ad una scrittura che realizza un potente movimento dis-trattivo, uno scialo-e-accumulo percettivo e di pensiero che mentre informa una struttura paradossalmente catalogica vi combina una violenta interdizione interna, un continuo scarto prospettico, permettendo al tema, anche in senso musicale, e senza alcun apriorismo, di svilupparsi verso esiti sempre dapprincipio insospettabili.
    qui ci muoviamo invece, in maniera non so quanto cursoria, nell’ambito/dominio del microracconto. se Kafka è il primo nome a venire in mente (ma se in questi testi si realizzino allegorie non saprei ancora dire) non escluderei pure alcuni gioiellini dell’ultimo Burroughs, vedi Vicolo del tornado.
    la novità è l’apparente assenza di ricerca e sperimentalismo formale. apparente perché l’operazione di Inglese agisce qui sui contenuti prima ancora che sulla forma. ma lo fa, in cortocircuito, principalmente interdicendo/perturbando i moduli narrativi più canonici e basilari, agendo, cioè, o così mi sembra, con sottili sfasature riferibili alla causalità sintattica e semantica. il narrato che ne viene, paradossale, libero da costrizioni causali, retroagisce sulla neutralità dei moduli narrativi svelandone, anche con comicità e ironia, tutta la abissale demenza. insomma: la neutralità dell’impianto narrativo è il conduttore – necessario – del gioco di contrasto e interdizione sviluppato nei contenuti. o, più semplicemente: il contenuto si serve del proprio contenitore per, qui il cortocircuito, dimostrarne l’inservibilità.
    entrambi i testi, del resto, cominciano in maniera tradizionale e quello che ho chiamato “interdizione delle causalità semantiche e sintattiche”, insieme certo al vago surrealismo che se ne genera, si fa strada solo lentamente. sino a un punto preciso di svolta (in Incendi: “Gregorio monta finalmente a cavallo”; in Segnale scatenante: “La D’Ovasio ricompare per un attimo”): da qui in avanti, la sfasatura e l’interdizione si fanno il motore portante del racconto, permettendo a Inglese di scardinare, specie nel primo testo, la linearità fragile e ottusa e dunque di condurre la sua materia verso esiti di nuovo imprevedibili, a posteriori. come in numerose poesie, anche qui mi pare possa valere la massima “un salto che comincia ad ogni istante”.

    l’ironia, il tragicomico sono elementi affatto secondari di questo processo. la dialettica e il cortocircuito che mi è parso di individuare tra la neutralità formale delle proposizioni e l’assurdità dei micro-eventi che queste ci riferiscono credo ne siano la principale ragione.

    sbrodolata è stata. e complimenti.

    un saluto,

    F.T.

  9. andrea inglese il 8 gennaio 2010 alle 01:23

    a Fabio, che scrive:

    “la novità è l’apparente assenza di ricerca e sperimentalismo formale. apparente perché l’operazione di Inglese agisce qui sui contenuti prima ancora che sulla forma. ma lo fa, in cortocircuito, principalmente interdicendo/perturbando i moduli narrativi più canonici e basilari, agendo, cioè, o così mi sembra, con sottili sfasature riferibili alla causalità sintattica e semantica. il narrato che ne viene, paradossale, libero da costrizioni causali, retroagisce sulla neutralità dei moduli narrativi svelandone, anche con comicità e ironia, tutta la abissale demenza.”

    Ne farei una perfetta quarta di copertina per una raccolta di racconti simili.

    Ne verrebbe fuori un libro horror del marketing editoriale, quello che gli editori italiani sognano di pubblicare, prima di svegliarsi gridando e in un bagno di sudore.

    Comunque Fabio, mi cedi i diritti del tuo commento, vero?

  10. Alessandro Ansuini il 8 gennaio 2010 alle 07:25

    molto molto apprezzati. mi hanno ricordato certi rari racconti di dalì.

  11. Fabio Teti il 8 gennaio 2010 alle 13:11

    tutto tuo, Andrea. (e: peggio per te!)

    un saluto,

    F.T.

  12. callettino il 8 gennaio 2010 alle 17:51

    sòb
    sarà allora che non c’ho capito un emerito mazzo. no perché io, a parte la scansione, tecnica narrativa consimili, che tendono a rappresentare una certa irrealtà, non colgo sinceramente alcun collegamento ne i due racconti. cioè questa “svolta che ne innesca il motore portante…” di cui parla Fabio, riferendosi ai due testi, io, raga, non la vedo se non nella tecnica. io, inoltre, vedo altra cosa.

    se nel primo racconto, Incendi, una svolta c’è, credo debba individuarsi nello spazio bianco che divide il racconto in due paragrafi. Uno spazio funzionale, che l’autore inserisce ad arte per effettuare il cambio del punto di vista. cioè da una situazione cosciente e reale (le vicende di Gregorio sono seguite da un personaggio che non è affatto una voce narrante neutra ma un personaggio invisibile, che in quel frangente sta guardando la tv ) si passa a una situazione inconscia, onirica (il personaggio invisibile assume, nel dormiveglia o sonno che sia, le sorti di Gregorio fino a diventare egli stesso Gregorio: calzato e vestito).
    quando, a un certo punto il narrante dice:
    “Quando il cavallo torna dal suo padrone, ciò accade nel film televisivo” il personaggio invisibile che si fonde con la voce narrante, si è appena svegliato.

    e quando alla fine il narrante dice: “Forse i genitori al fiume erano solo tronchi d’albero carbonizzati. Se rispondono al telefono, si è sbagliato di cadaveri”, è chiaro che esso narrante non fa che tradurre i pensieri di questo personaggio (entità, o come diavolo vogliamo chiamarlo) invisibile ritornato in sé, ma non troppo in sé a quanto pare. l’ironia e la comicità dipendono molto da questo cambio di punto di vista, offerto sì da un semplice spazio bianco, doppia interlinea, ma supportato da una terminologia consona, surreale, che detta comunque la sua legge.

    nel secondo racconto, Segnale scatenante, francamente non colgo né ironia né tantomeno comicità. il racconto si fa apprezzare certamente per altre cose. e se svolta c’è, non mi pare sia in riferimento con l’altro racconto. qui, in Segnale Scatenante, ci troviamo sì nella stessa realtà irreale di quello (e di quello forse si nutre), ma più ricco di suggestioni, suggestioni che bombardano il lettore continuamente. l’ironia e la comicità, alla k, in questo racconto dove si situerebbero?

    se ho travisato tutto, chiedo umilmente spiegazioni in proposito: probabilmente dai commentatori, visto che non trovo carino chiedere a un autore di spiegare la propria arte.

  13. andrea inglese il 8 gennaio 2010 alle 21:20

    callettino
    vorrei chiarire solo un malinteso: lo spazio bianco del primo racconto è colpa di quel fottuto sistema word press che abbiamo e che forse io non so gestire con troppa cura. Quindi è un’interruzione non voluta, che dipende da come tagli il pezzo in homepage.

    Ma poiché anche i bianchi (di solito) hanno senso, capisco che sia stato fuorviante….

    Non ti sembra che in un tipo che maneggia aringhe tostate e soffia nel fusto di uno sgabello durante una serata di gala non ci sia un pizzico d’ironia o comicità o affini?

  14. Fabio Teti il 8 gennaio 2010 alle 21:48

    @ callettino:

    nemmeno io credo ci siano collegamenti fra i due racconti, tranne, appunto, la modalità narrativa.

    le due frasi che segnalavo, l’una da Incendi, l’altra da Segnale scatenante, mi sembrano, semplicemente, il momento in cui viene fuori e si palesa come portante quel meccanismo che non saprei ancora definire altrimenti da quanto fatto nello scorso commento.

    sono lontanissimo dal presumere di avere ragione, ad ogni modo!

    (intanto rifletterò con calma su quanto scrivi di Incendi)

    Hail

  15. callettino il 9 gennaio 2010 alle 00:42

    @ Andrea (il web fa di questi scherzi, mannaggia) avevo pensato a una sorta di espediente, diciamo “nobile”, dello spazio bianco della pagina, tipo uno stacco del punto di vista, per dare la sensazione di un cambio di scena, chessò di istanti di tempo che passano.

    poi, sì: per la parte che mi hai evidenziato siamo d’accordo. ma vedi, se poi leggi frasi tipo: “Il violoncellista si avvicina, e si sporge leggermente su di lui, scosso da un tremore selvaggio”, tutto (l’ironia in primis) si trasforma rapidamente per fare posto allo stupore, al drammatico (così mi è arrivato) cui facevo riferimento.
    leggendo, è come se avessi visto davvero quel tremore, e se a fine lettura, su tutto, questa scena mi è rimasta in testa, qui – mi sono detto – dovevo orientare le mie riflessioni.

    il primo racconto è esilarante dall’inizio alla fine. il secondo offre altri spunti: scene suggestive, crude (penso a quelle labbra stirate all’interno, come per nascondere i denti), scene con una diversa tensione rispetto al primo racconto, che colpiscono per quanto belle (il taglio delle frasi è notevole), emozionano il lettore.
    e dove l’emozione alberga, per dirla alla Bergson, l’ironia scappa a gambe levate. anche se ad essere sincero, nell’imbattermi nella scrittura di diversi autori del passato mi sono spesso un po’ ricreduto. in certi romanzi non fai che ridere dalla prima all’ultima pagina, salvo riscoprirti col magone appena ripensi a ciò che hai letto. Fante, un esempio.
    il primo racconto, Incendi, per me è notevole:
    “Se rispondono al telefono, si è sbagliato di cadaveri”
    questa frase, poi, non saprei davvero dire quanto mi piace.

    @Fabio, un’analisi interessante la tua, in qualche punto io la penso in modo diverso.

    del resto la mia richiesta di spiegazioni era sincera, non velata da nessuna polemica, t’assicuro. ho qui riportato le mie sensazioni di lettore appassionato.

    salut

  16. Fabio Teti il 9 gennaio 2010 alle 00:58

    @ callettino

    figurati, nessuna polemica!

    (con quello che sta succedendo, poi…)

  17. callettino il 9 gennaio 2010 alle 01:07

    cmq: ho copio incollato il primo racconto, tolto lo spazio, riletto il tutto

    per me lo spazio bianco ci vuole come il pane.

    il semplice andare a capo, non è assolutamente la stessa cosa.

  18. gina il 9 gennaio 2010 alle 09:37

    bella questa fanfiction cervellona. visto che i testi han vita propria (l’incontro con chi legge):
    molto grezzamente (nn dispongo di particolari strumenti teorici, ma di pratiche relative allo spostamento e alla concentrazione del punto di attenzione si, oltre che di letture basse, sporche, di genere), imho il punto in comune tra le due storie c’è, ed è la crisi cognitiva: di chi arriva (lo stesso che è partito) nel primo caso, e di chi è già li, nel secondo caso. la storia potrebbe dunque essere una, cioè a seconda (del punto di vista), tanto più che in entrambi i casi c’è pure il “bar”, luogo di transito, a smistare.

  19. gina il 9 gennaio 2010 alle 10:59

    a smistare punti di vista, e possibilità (la musica, il suono d’aringa in un fusto di sgabello in luogo della valigetta del pergolato della lavastoviglie), altre possibilità (siamo tutti libri di sangue, ovunque ci aprano siamo rossi, dixit clive barker, e pachino=pomodoro=sangue finto uguale lettera su foglio/spazio bianco)



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