I mondi di Guido Mazzoni

11 marzo 2010
Pubblicato da

di Franco Buffoni

Era il 1991, l’avventura dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea era all’inizio: stava per uscire il secondo volume, quando ricevetti da Pisa un estratto della rivista Paragone contenente alcune poesie molto accattivanti – scelte da Cesare Garboli – di uno studente non ancora ventiquattrenne, Guido Mazzoni. Subito scrissi all’autore di inviarmi altri testi – che pure mi piacquero molto – e così nacque la mia conoscenza e quindi l’amicizia con Guido.
Le sue poesie sotto il titolo La scomparsa del respiro dopo la caduta apparvero nel III Quaderno, nell’autunno del 1992, accompagnate da una prefazione che così si concludeva: “Grazie allo stile: duro, elegante, forgiato. Riconoscibile per gli azzardi a colmare fino all’orlo la misura senza debordare di una goccia. Arte poetica? Certamente. E di quella destinata a fiorire”. Invece seguirono lunghi anni di silenzio poetico. Interrotti soltanto da qualche splendida traduzione uscita su Testo a fronte e, nel 2003, da un manipolo di inediti su rivista: Nuovi Argomenti, Versodove e Trame di letteratura comparata, il semestrale di quello che era allora il mio dipartimento, a Cassino.
Ma certamente quegli anni non furono infruttuosi per Guido Mazzoni: ricordiamo soltanto due fondamentali libri di critica letteraria come Forma e solitudine (Marcos y Marcos 2002) e Sulla poesia moderna (il Mulino 2005), che hanno suscitato un acceso dibattito e non solo in Italia, ponendo l’autore al centro della riflessione critica sulla poesia contemporanea.
Di fatto I mondi (Donzelli, 2010) sono un’opera prima in poesia, scritta tra il 1997 e il 2007, matura e meditata, lungamente annunciata, ma pur sempre opera prima. E presentano una piacevole alternanza fra poesia e prosa, che ne rende la lettura vivacemente imprevedibile.
Se da un piano formale scendiamo verso una più sostanziale pur se rapida disamina, possiamo affermare che I mondi presentano anche un altro tipo di alternanza: quello tra due tipi di sguardo. Da un lato, lo spazio dell’io, dei destini privati, della prima persona singolare, legato a una tradizione di lirismo tragico che fa capo a Montale, Sereni e Fortini; dall’altro, una movenza saggistica che riflette sul «campo delle forze» (Elephant and Castle) collettive dove gli individui si trovano presi. I due momenti si alternano e si contrappongono, in una dialettica filosofica ancor prima che letteraria.
I mondi compongono quindi un’autobiografia per frammenti, una sorta di anamnesi della vita personale, ma chi dice io è continuamente trasceso e collocato in uno sfondo universale fatto di entità sovrapersonali (l’epoca, la classe sociale, i rapporti di forza e, al di sopra, le grandi costanti della vita naturale e cosmica, oggettivate nel paesaggio, nei movimenti delle nuvole, nel «cielo puro e indifferente», AZ 626).
Un libro popolato di monadi che ricercano un equilibrio nei loro microcosmi sociali. I «mondi» cui il titolo del libro allude sembrano essere innanzitutto le piccole sfere di vita dove gli individui privati si trovano a esistere. L’io per lo più guarda, osserva gli altri e se stesso. Nel libro tornano spesso vetri, finestre, finestrini e schermi. E tornano paesaggi urbani o periferie, non-luoghi, mezzi di trasporto, toponimi che appartengono a ambienti diversi (generiche periferie occidentali, Prato, Pisa, Parigi, Londra, Chicago, Milano), in un nomadismo che toglie ogni specificità ai luoghi attraversati.
Credo vi sia qualcosa di definibile come “generazionale” in questo sguardo. Perché Mazzoni sa intercettare come pochi altri alcuni aspetti fondanti dello Zeitgeist. E questo è quanto un fastidious reader – come mostra queste breve scelta – non può non chiedere a un vero libro di poesia.

AZ 626

Ora che le nubi ci lasciano vedere
per intero la curva della terra, nella forma
dei sobborghi senza forma dove dovremo vivere,
ascolto il flusso del sangue nella cuffia alla fine della musica
guardando i mondi degli altri che si incrociano col mio, le loro reti
di paura e desiderio dentro il tubo fragilissimo –

o i gesti che li legano al presente
quando fissano il ghiaccio sul lago inverosimile,
la nostra vita umana otto chilometri più in basso.
Ora so che non ha senso rompere
la miopia che ci fa esistere, vedo diversamente
le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine;
seguo le macchie di luce che il sole
getta sul paesaggio, il cielo puro e indifferente.

Parcheggio

Benché la vita di queste persone che escono dalle auto parcheggiate fra le strisce degli spazi condominiali gli sembri incomprensibile ora che sta uscendo dall’infanzia, sa bene che il luogo e il tempo in cui è nato lo destinano a diventare come loro, una versione migliorata di loro. Per non posteggiare la propria auto davanti a un palazzo come questo, per non perseguire avanzamenti di carriera fra i quadri intermedi di una gerarchia aziendale, dovrà attraversare dei conflitti invisibili e feroci con gli esseri che oggi formano il suo mondo, con le persone che ama. Appoggiando la fronte al legno degli infissi, studiando la cura insensata con cui i vicini incerano le macchine prima di coprirle con i teli, crede di sentire il peso di quello che sta per accadere. Ha tredici anni; sa che la vita è solo sua; vede solo se stesso.
Non vede invece che è stato il lavoro di queste persone, la fatica che hanno fatto per uscire dai poderi mezzadrili e raggiungere una periferia residenziale, a consegnargli il potere di essere diverso, di coltivare altre mete e altre paure. Nella crudeltà della prima adolescenza può capire solo poche cose degli individui dispersi lungo il piazzale. Vivono per sé; accettano la sfera di relativa sicurezza che questa periferia sembra custodire; non credono in nulla che oltrepassi i destini familiari. Fra pochi mesi forze ignobili gli faranno desiderare di trascendere ciò che vede, di vivere vite più prestigiose o più morali. Cercherà di procurarsi un’altra biografia, proverà passioni per conflitti lontani, soffrirà per ingiustizie che non gli appartengono, finché un giorno, con vergogna e ostinazione, darà a questo desiderio la forma più banale, mettendo su carta il proprio io ingigantito per sperare di sopravvivere più a lungo.
Vent’anni dopo, mentre le stesse strisce ridisegnate brillano sotto gli alberi di Natale e i suoi coetanei ritornano nelle case dove sono cresciuti portando passeggini, crede di capire meglio. Oggi pensa che nulla possa trascendere la nostra sorte singolare, la vita infissa nei lineamenti che la luce bianca sembra cancellare quando tocchiamo i pupazzi appesi sopra i cruscotti o attraversiamo l’aria fra le macchine vuote, seguendo la traiettoria che forze invisibili hanno preparato per noi, l’ellittica di una deriva personale. Oggi crede che non esistano valori ma solo vite, modi di interpretare un destino che rimane solo privato, per tutti. Loro lo sanno da tempo: tutta la loro identità è modellata su questa certezza. Sanno che quanto accade in questo recinto è tutto quello che realisticamente esiste qui e ora, ai margini di una città europea di medie dimensioni; e dentro questo spazio ricavano le loro minime sacche di valore, rimuovendo ciò che li trascende e che un giorno si mostrerà all’improvviso in un prepensionamento, in un divorzio, in un’analisi medica, in un incidente stradale.
Miliardi di uomini che hanno vissuto o vivono in altri tempi o in altri luoghi hanno desiderato e desiderano la vita che la classe media occidentale ha conosciuto nella seconda metà del ventesimo secolo, dopo millenni di violenza e povertà. E se è vero che la sicurezza di queste case nasce sul risvolto di rapporti di forza che infliggono violenza e povertà a miliardi di esseri lontani per i quali sarebbe difficile, sarebbe irrealistico provare qualcosa, è altrettanto vero che pochissimi degli individui che occupano questo luogo e questa epoca ne sono consapevoli o hanno colpe. Oggi capisce la dignità, la complessità delle persone che esistono per sé, senza bisogno di trascendenze, risarcimenti, giustificazioni. Il parcheggio si è coperto di automobili; nelle borse giacciono i regali di Natale. E’ come loro, e non ha nulla da opporre se non il proprio sguardo, la rabbia senza oggetto con cui osserva i volti dei nuovi individui, le sagome delle nuove costruzioni sotto il solito cielo.

La parete

Torna il silenzio oltre i vetri dell’auto e la parete
del sole fra lo svincolo e la strada
è invisibile da qui. Correvamo
fra i tralicci e gli abeti che ora vedo
per l’aria bianca oltre il tempo attraversare
il primo giorno del 1983 insieme a noi.
Vuoti e colore nel paesaggio disgregato, il porto
di Livorno alla fine della gita,
i parenti che non conoscevo. Dietro le ciminiere,
come un sacco opaco o un enorme
animale sospeso sui tetti delle case, si gonfiava
fra il pulviscolo viola il temporale.
Rigido io li guardavo nella nube che entra
elettrica dai vetri e li ascoltavo
dentro il volume della radio accesa raccontare
pezzi della propria vita, le solite
banalità – gli adulti, i genitori. Allo stupore
che prima del sonno mi annullava ho domandato
spesso di non essere così –

Vorrei scusarmi e difendervi ora
da questa fragilità in cui vi vedo
come nel fondo di un vetro, mentre diventate
giorno dopo giorno più comprensibili e vicini.
Il temporale ha scosso i rami
finti degli abeti, vi sovrasta
la voce della radio, una parete
d’aria mi divide da voi. Basta
un istante ad oscurarvi: scaglie
dell’accadere, mie persone che siete
solo sagome, ora, nella nube che si chiude.

E quando tornavamo, più tardi,
alla fine di quello che ricordo, guardando
le stesse cose replicarsi, io andavo in bagno,
aprivo l’acqua fredda, la lasciavo
paralizzare la mano. Solo dopo
mi calmavo di nuovo, di nuovo comprendevo.
A volte, prima di dormire, una paura
inumana mi attraversa e queste cose
che non riesco a nominare
mi riportano da voi, quando cala
uno stupore dal soffitto e nella mente
cresce l’onda del sonno dove posso

non esistere mai più, non ricordare.

Superficie

Ora che la conversazione ti lascia da parte in una specie di cono e le cose che pochi minuti fa provocavano un’increspatura nei rapporti fra te e le persone sedute al tuo tavolo sembrano prive di peso, percepisci ancora il campo di tensioni che un discorso sulle automobili, sulle forme di un vestito, su un modo di vivere, su una notizia che fra dieci giorni dimenticherai può aprire all’improvviso, ma fatichi a recuperare il valore di ciò che per un attimo è stato così importante da rappresentare la tua identità e da meritare una difesa. La risacca che ti trascina via lacera la patina delle tue azioni e ti fa capire quanto sia piccola la distanza che ti separa dagli altri, quanto siano fragili i contenuti con cui riempiamo il gioco di equilibri e di squilibri che lega insieme le persone, generando la superficie dove ci muoviamo. Tu però vivi sulla superficie, tu sei la superficie che ti ha fatto parlare con una foga assurda di un’elezione amministrativa o di un individuo che non conosci; ed è per questo che, quando uscirai poco prima dell’alba e la rete dei fanali, gli alberi allineati fra le case del sobborgo, le sagome dei pendolari che vanno a lavorare ti sorprenderanno, verrai colto da una forma di vergogna che supererai facilmente, perché questa è ormai la tua vita, l’unica cosa che conta per te, l’orizzonte che non puoi oltrepassare.

I mondi

Guardavo i tetti coperti di brina e un pezzo di campagna industriale dalla finestra dell’ex-albergo in cui vivevo, mentre l’edificio sembrava girare su se stesso moltiplicando la sua parete immensa e i suoi cinquecento monolocali. Era un istante di assoluto straniamento e io cercavo di prolungarlo, perché ciò che accadeva, ciò che pensavo, quella specie di navigazione in un’estraneità che non diventava parte della mia vita, fra oggetti presi in af¬fitto che non portavano alcun segno di me, prendesse una patina nuova – e per un attimo, nello stupore di chi riconosce ciò che ha sempre saputo, ogni cosa (il battito del sangue sulla tempia appoggiata al vetro, la periferia di Londra, le persone che esistevano nel mio stesso edificio, le espe¬rienze elementari che formano il fondo di ogni vita e sfuggono alle parole) diventasse nitida e leggibile.
Avevo quasi trent’anni; di lì a poco avrei avuto un destino; delle azioni irreversibili mi avrebbero guardato dallo specchio del bagno e sarebbero state me. Intanto lottavo, come tutti, perché il mio posto nel mondo corrispondesse ai miei desideri: per rimanere in vita, per non cedere un pezzo troppo grande di me al meccanismo che ci tiene in vita, per occupare posizioni, per catturare lo sguardo degli altri, per compiacere lo sguardo degli altri, per emergere; e tutto intorno, nel movimento delle strade che si aprivano sotto la finestra, nei rumori delle cinquanta stanze che davano sul mio stesso corridoio, migliaia di esseri pullulavano nello stesso spazio: pensionati, immigrati pachistani, segretarie venute da qualche frazione della periferia a consumare il proprio presente in un monolocale mansardato. Era la vita collettiva in una grande metropoli mondiale, figura accelerata della logica di ogni sistema umano, quella che ognuno di noi ritrova quotidianamente, ma che in realtà non vede mai.
Siamo incompiuti e bisognosi. Entriamo fra le cose legati a un corpo, a un tempo, a aggregazioni di esseri che ci preesistono, popolano i nostri spazi e chiedono di appagare il vuoto di un desiderio che persiste ben oltre la conservazione di sé, slittando su oggetti diversi a seconda dei sistemi dove ognuno di noi si trova preso – corpi e beni da possedere, posizioni da occupare, equilibri da trovare nel rapporto e nel conflitto con gli altri -, fino a quando, in un momento precario della vita che forse non arriverà mai, il desiderio si trova rispecchiato nella realtà e la forza sembra placarsi un attimo, per poi ricominciare. Pensando a quante poche cose mi interessassero davvero, a quanti pochi moventi elementari reggessero la vita mia e degli altri, capivo che in queste formazioni, in questi minimi eventi si svolge la lotta per quell’equilibrio cui diamo il nome di felicità, e che oltre questo pulviscolo, oltre questa rete non c’è nulla. Ma capivo anche la profonda irrealtà di quella comprensione momentanea, la gratuità di quell’attimo di straniamento così fragile in rapporto alle forze primarie, banali, che entravano in gioco dentro le piccole sfere di vita che potevo vedere nei vetri illuminati, tutte incomparabilmente più vere della mia idea ancora giovanile che la realtà non fosse, non potesse essere solo questo. Gli ammassi delle nubi si rompono e si riformano; i gruppi di rondini si muovono fra i tetti e creano gerarchie; le cassiere di Safeway rifanno i conti e comparano le vite dei nipoti. Chiuso nel proprio territorio, ogni organismo appaga la forza che lo fa essere e modifica, per quanto può, questo piccolo intero dove ogni azione ha un significato solo locale e solo simbolico, e dove tutto tende al proprio equilibrio senza alcun disegno, senza alcuna giustificazione. Esiste solo questo.

Pure Morning

L’urto delle gocce sulle foglie,
la condensa, la luce che rischiara
i gerani strappati e ancora vivi nel vapore
del ghiaccio che si scioglie,
la terra sparsa sul balcone dai vasi – vedevamo
una periferia enorme oltre le grate
del terrazzo e nelle luci
di casa le persone vivere,
mettere nel buio le stanze illuminate; e poi più in là
tra gli spazi vuoti, i fili e il muro
della circonvallazione, cominciava
la rete dei viali e la metropoli
immensa si mostrava. Dopo, se il cielo
diventava chiaro e le colonne
dei fari segnavano le strade, il rombo
fuori dai vetri era pieno
delle vite che vedevo
rapprendersi in quegli attimi, quando la fila
delle auto si ferma e ci guardiamo
esistere dai finestrini, tra i fanali,
il loro cerchio nel cono della pioggia, dentro i secoli
che ora mi vengono incontro
dai campi coltivati, dai caselli
di Milano se la nebbia si dischiude. Ogni vita
è solo se stessa: questa luce
bassa sulle case, i primi treni
che aprono il vento e ci sorprendono
in una specie di torpore,
la pastiglia nel bicchiere, gli adolescenti,
nel video, che cantano il dolore;
quando sembra che la mente nasconda
a se stessa il gesto di fuggire
la mattinata pura, i fatti nudi,
nel rumore di tutti il tempo che si perde
per essere solo ciò che siamo adesso,
per diventare solo solitudine.

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22 Responses to I mondi di Guido Mazzoni

  1. azzurra il 11 marzo 2010 alle 19:56

    grazie infinite cercherò il libro
    quelle riportate qui sono molto molto belle, sono molto colpita.

  2. Gianluigi Simonetti il 11 marzo 2010 alle 22:04

    E’ un libro della madonna
    leggetelo

  3. luigisocci il 11 marzo 2010 alle 23:36

    l’ho letto tutto d’un fiato la settimana scorsa e lo rileggerò ancora altre volte trattenendo il respiro. straordinario

  4. carmine vitale il 11 marzo 2010 alle 23:59

    buffoni,grazie
    queste poesie sono davvero poesie
    c.

  5. Luciano Mazziotta il 12 marzo 2010 alle 00:18

    Veramente belle queste poesie da “Opera prima” già matura.

  6. matteo ciucci il 12 marzo 2010 alle 07:52

    Grandi pezzi. Le prose somigliano tanto alle poesie che pare non abbia voluto più fermarsi…

  7. sparz il 12 marzo 2010 alle 09:14

    davvero sembra non voler finire la scrittura di Mazzoni; dispiace quando non ci son più righe da leggere. Grazie assai.

  8. Massimo Gezzi il 12 marzo 2010 alle 09:35

    Capito davvero di rado di aprire un libro così compatto, risolto e felicemente riuscito, anche nel tentativo di dissolvere quelle che Leopardi chiamava le “illusioni dell’intelletto”. Sono d’accordo con Franco Buffoni. I mondi di Guido Mazzoni è un libro che resterà.

  9. Massimo Gezzi il 12 marzo 2010 alle 09:38

    CapitA…

  10. viola il 12 marzo 2010 alle 10:03

    Molto riuscite le prose, V.

  11. maria il 12 marzo 2010 alle 10:10

    grazie, grazie di cuore
    maria

  12. Maria Borio il 12 marzo 2010 alle 10:52

    “L’essenziale è comunicabile solo per iscritto”. Chi parla davvero si lascia pensare.

    Maria

  13. vincenzo frungillo il 12 marzo 2010 alle 12:19

    leggo solo ora, e probabilmente in ritardo sui commenti di altri, questa pagine stupende. è vero che capita di leggerne di rado di così belle.

  14. Gabriel il 12 marzo 2010 alle 12:29

    Come dice Gezzi, libro raro, compatto. Poesie e prose, che sono poesie, unite dal tono e da una ricchezza epifanica unica. Una testata d’angolo, che apre il decennio.
    Gabriel

  15. véronique vergé il 12 marzo 2010 alle 15:42

    bellissima la presentazione. Ho molto gustato parcheggio/ superficie/
    come monde di solitudine in un universo groviglio di macchine/ e la solitudine dell’io/ tra il ricordo dell’infanzia-orizzonte/ destino colletivo/
    solitudine in confronto/ case di periferia/ con la vita circondata/

    Mi piace questa disperazione, questa linea, perché è lo stato del nostro mondo.

  16. Corrado Benigni il 12 marzo 2010 alle 18:56

    Davvero splendidi questi versi di Mazzoni, puntualmente chiosati da Franco Buffoni. Pensare che siano venuti alla luce in un arco di tempo così ampio, mi convince che Montaigne aveva proprio ragione quando diceva che “il genio è una lunga pazienza”.

  17. made in caina il 14 marzo 2010 alle 04:35

    io che esprime sé senza risultare rappresentativo.

  18. made in caina il 14 marzo 2010 alle 04:38

    riservatemi un verso da portare in giro per bocca

  19. Anna Wintour il 14 marzo 2010 alle 15:32

    you’ve got the style it takes, kiss

  20. Anna Wintour il 14 marzo 2010 alle 15:39

    the style it takes!

  21. marilena renda il 15 marzo 2010 alle 17:23

    la poesia di Mazzoni non è quello che io chiedo alla poesia, ma quello che la poesia mi dà, che io lo voglia o no.

  22. Fanny il 26 marzo 2010 alle 16:18

    Bello e non scontato l’esordio poetico di Guido Mazzoni. Con spietata freddezza chirurgica ci fotografa un io, ma anche le sensazioni di una generazione; una parte e un tutto. c’è un climax ascendente di ansia, che però s seda nella rassegnazione finale.
    I “mondi” è una prosa lirica, ma è la mia poesia preferita…
    Mazzoni si rivela poeta consapevole del tempo che vive, tra fine ‘900 e inizio XXI secolo: lo farò leggere ai miei nipoti, se mai ne avrò.



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