Trenini elettrici, dinosauri, pianeti

15 marzo 2010
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Che cosa davvero vi interessava da bambini?

1)      TRENINI

2)      DINOSAURI

3)      PIANETI

Quelli dei trenini tedeschi, con i plastici e centinaia di accessori, costosissimi, pignoli fino alla morte, precisi negli orari, nella numerazione, nell’impiantistica, nelle tecniche di montaggio, pazienti, laboriosi, quelli non li ho mai sopportati. Trovavo indecente la voglia di riprodurre l’ordinaria realtà delle ferrovie, già abbastanza caotica e noiosa, in un teatrino scarno e ripetitivo, dove tutto ciò che è già accaduto nella vita, con maggior gusto o disgusto, si ripete indefinitamente, in modo macchiettistico e insipido, acquisendo grazie alla miniaturizzazione quella fisionomia leziosa e innocua dei larvati totalitarismi: treni funzionanti, energia che passa, eterno ritorno dell’uguale, nessun imprevisto, nessuna crepa metafisica, nessun deragliamento. E qualche trillo idiota, un pino imbiancato di finta neve, un alpinista incollato a una roccia di cartapesta, nulla che possa davvero crollare.

Quelli dei dinosauri non li ho mai capiti. Così animalisti e nostalgici, di un mondo del tutto invivibile, dove non ci sono uomini, ma solo pachidermi incazzati, carnivori giganti e scontrosi, o i placidi mastodonti delle acque, dal corpo immane, il collo indefinitamente allungabile, e la testa minima, offuscata, di gallinella. Quali storie si possono elucubrare, partendo da tali monotematiche premesse: rettiloni acquatici, rettiloni terrestri, rettiloni alati, bestioni che brucano, bestioni che azzannano, intontiti e micidiali erbivori, ossessivi e scalpitanti carnivori? Vulcani, grotte, cascate, gimnosperme, glaciazioni e disgeli. Una noia mortale. Nessun intrigo di palazzo. Nessuna specie davvero intelligente. Nessuna guerra organizzata e dotata di tecnologie raffinate, nessun inganno, smascheramento, cavallo di Troia, Elena adescatrice, scatenante.

Quelli dei pianeti, sono i miei favoriti. Ne ho fatto parte, dal momento in cui i nonni mi hanno regalato I segreti dell’astronomia. Avevo nove anni. Ero già stato instradato alla meditazione astro-fanta-metafisica da 2001 e da Il pianeta delle scimmie. Tre anni dopo avevo anche i testi sacri: tre volumi rilegati in finta pelle, con un acquarello azzurro in copertina (un’ingenua visuale del nostro sistema solare con Saturno in primo piano). Questi erano i miei libri di chevet, assieme al Vangelo naturalmente, più noioso, ma con il supereroe in calzari e tunica a rammendi, che ripeteva “in verità in verità vi dico”, una mano irraggiante bene tutt’intorno e l’altra austera, chiusa a pugno, con il dito indice sollevato, in stile Bin Laden.

Secondo alcuni venditori di Ebay, I segreti dell’astronomia apparterrebbero al genere paranormale, altri lo includono nella letteratura scientifica e nell’astronomia. In realtà si tratta di un’opera inclassificabile che, come 2001: odissea nello spazio, appartiene alla scienza ma non solo. La progressione dei volumi è anche una progressione dalla scienza alla sua elaborazione fantastica, o dalla scienza al suo prolungamento ipotetico, attraverso l’audacia immaginativa, che ogni scienziato di talento deve possedere.

EDIZIONI FERNI

GINEVRA 1976

I SEGRETI DELLA ASTRONOMIA

3 VOLUMI

VOLUME I: GLI ASTRI

VOLUME II: LA SCIENZA DEGLI ASTRI

VOLUME III: AL DI LA’ DELLA SCIENZA

Quest’opera è stata realizzata dalle Edizioni Ferni di Ginevra

e stampata su carta a mano di lusso.

Le illustrazioni sono state fornite da le Ricerche Iconografiche De Cesare.

i volumi sono in copertina rigida cartonata con costola in materiale “tipo pelle” con fregi dorati

la  pubblicazione risale al 1976, lo stato di conservazione è buono,

le copertina sono integre con qualche segno di usura, il III volume presenta la costola opaca,

un leggero ingiallimento delle pagine ai bordi

La grande partizione psicologica delle menti infantili, mai davvero considerata da Bettelheim né da Piaget, si realizza nei primi cinque-sei anni di vita soprattutto intorno ad una questione, per così dire, onomastica:quali sono i nomi propri in grado di suscitare più stupore, elucubrazioni, fantasticherie, derive paranoiche, sprofondi catatonici, angosce primordiali, allucinazioni uditive, visioni di piramidali orge tra specie zoologicamente incompatibili?

È sufficiente leggere un brano tratto da Il manuale base del plasticista o da L’irretimento elettrico: trenini e circuitazione in scala “H0”, per rendersi conto della tipologia della prosa e degli effetti cromatici – grigio prevalenti – della nomenclatura. Cito da Il manuale: “Il modello di plastico “monoanellare”, detto anche ciambellone, consente la circolazione di un treno sull’anello di binario e la sosta – nel tratto a 2 binari vicino alla stazione – di un altro treno o di eventuali carri o carrozze non utilizzati. È possibile quindi avere sia carri merci che carrozze-viaggiatori, da alternare dietro la locomotiva come treno in circolazione, lasciando gli altri in ricovero appunto sull’altro binario della stazione. Mettendo 2 semafori (come indicato, con binario sezionato) è possibile far girare alternati 2 treni, uno per volta, in senso contrario, per esempio uno merci ed uno passeggeri, come succede spesso al vero dove la ferrovia ha 1 solo binario. Nulla vieta di creare anche 2 anelli concentrici di binario, collegati da scambi, per far funzionare 2 treni separatamente, come succede al vero sulle linee a doppio binario”.

La categoria di fanciullo che riesce ad appassionarsi a questa malevola riproduzione delle peggiori e più ossessive inclinazioni della specie umana, è lo stesso che oggi, adulto, riesce a intavolare una conversazione di un’ora e mezza sulla sua nuova agenda elettronica, ha appreso a memoria come inserirsi docile nell’ingranaggio dell’apparire sociale ed è fuoriuscito già all’età di venticinque anni dal circuito del sesso gratuito, rimanendo confinato per il resto della vita al mercato multiforme ma dispendioso della prostituzione autoctona o immigrata.

I fanciulli appassionati di dinosauri sono caduti facilmente nella trappola del Giurassico e di nomi affini, che hanno straordinari poteri ipnotici piuttosto che evocativi. Nessuno può dire davvero come sia un ettaro di superficie terrestre del Giurassico. Se il fanciullo dei trenini elettrici è minuzioso e assillante, cataloga con perizia da geometra gli accessori – dal “Binario finale paraurti con massicciata, lunghezza 100 mm” al “Morsetto prendicorrente bipolare per binari” – , il fanciullo dei dinosauri è privo di ogni feticismo, ma anche di reale comprensione del fenomeno; egli, in fondo, è alla ricerca di un zoo sufficientemente animato e vasto, dove gli animali sappiano stupire per le loro fogge carnali eccessive e compiere canagliate davvero sorprendenti, al cui confronto le corse dei cani e i combattimenti dei galli appaiono rituali di vegliardi in pigiama. L’amatore di dinosauri non fa distinzione tra Triassico e Giurassico, considera i due nomi intercambiabili, così come le epoche che essi denominano. Ma non solo: egli non saprebbe indicare, neppure a fronte di una illustrazione colorata, quale bestione appartenga ai Saurischi e quale agli Ornitischi. (Provate poi a fargli pronunciare, anche sotto anfetamina, il nome Arkcaeopteryx!) A lui piace la sacrale vuotezza del nome, opaco e martellante, e il carisma forsennato dei grandi involucri, dotati di ganasce, unghioni, code scagliose. Ama questa fragorosa ghenga di pachidermi, che vivono gregari e rissosi, sempre intenti a sbranare, o a farsi sbranare, presi nei grandi incendi, nei terremoti, nelle glaciazioni, nelle esplosioni vulcaniche. Ha bisogno di immaginare un mondo confuso, in continuo rimescolamento, in cui sia impossibile sedersi da qualche parte, su di un pietrone all’ombra, a meditare in relativa calma e silenzio per più di cinque minuti. Diventati adulti, gli appassionati di dinosauri vanno in palestra quattro volte alla settimana, salgono solo su automobili provviste di ferro antibufalo, e si accaniscono con grande efficacia in monumentali ed inutili lavori domestici, come abbattere pareti portanti, ripiastrellare bagni privi di acqua corrente, montare catene da neve anche in piena estate.

Noi bambini dei pianeti abbiamo semplicemente più propensioni poetiche, meditative, artistiche: siamo degli aggregati atomici di vibrante sensibilità e immaginazione: non grezzi e attaccabrighe come i partigiani del dinosauro, non contabili e zelanti come i partigiani dei trenini elettrici. Ciò che ci affascina sono le foto un po’ vaghe, vacillanti, ma coloratissime, dei pianeti, delle nubi stellari, delle magnetosfere e, simultaneamente, il radioso potere evocativo di nomi propri quali:

Phobos II, Nozomi, Mars Global Surveyor [sonde spaziali]

Eta Aquaridi, Draconidi, Tauridi meridionali [sciami meteorici permanenti]

Alioth, Becrux, Mintaka, Mira Ceti, Vindemiatrix, Alsuhail, Sirrah, Thuban [stelle]

Oberon, Pasifae, Encelados, Miranda, Lisitea, Dione [satelliti]

Ratan 600, Mullard, Mount Palomar, Molonglo, Roque de los Muchachos [osservatori]

Gaspra, Ida, Berulia, Fetonte, Bamberga [pianetini]

Nube di Oort, Nubi di Magellano, nube molecolare di Orione [nubi]

Ofiuco, Volpetta, Cane Maggiore, Idra, Levrieri, Chioma di B. [costellazioni]

Con un manciata di nomi propri così fastosi si possono costruire poemi cavalleresco-siderali con straordinaria facilità. “La sonda Nozomi, attraversando le Nubi di Oort, diretta alla costellazione di Cane Maggiore, si trova schiacciata tra Bamberga e lo sciame dei Draconidi, ed è quindi costretta, grazie alle indicazioni provenienti da Mount Palomar, ad imboccare la traiettoria che conduce a Mira Ceti.”  A questo punto la fantasia non ha quasi più nulla da fare; si è già estenuata nelle circonvoluzioni fonetiche dei nomi, e può limitarsi a sfruttare circostanze di rito: atterraggi nel nebbione gassoso, guasti ai motori, tafferugli a bordo, complotti di robot e calcolatori, apparizione di esseri invertebrati, ma petulanti e nocivi al genere umano. Un discorso molto diverso andrebbe fatto, per chi volesse ambientare una qualsiasi storia nella provincia di Milano. La toponomastica sconsiglia generi cavallereschi e nobili, oltreché ogni forma di romance o intrigo goticheggiante. Nessuna fantasticheria può alimentarsi di sonorità aspre quali Giussago, Mulazzano, Casorezzo, Vertemate con Minoprio, Bottanuco, Vittuone, Biassono, Triuggio. (O meglio, le uniche consentite sono visioni raccapriccianti e medievali, attinenti a demoni danteschi quali Draghignazzo e Libicocco). Ma tra Mulazzano e Triuggio è possibile ambientare epopee neo-realiste, dove tossici, a cavallo di panchine crivellate, s’iniettano dosi di roba tagliata con il gesso, e affondano, le palpebre socchiuse, nella mattina lugubre dei parchetti. Oppure lo stesso sfondo può ospitare il tragico d’appartamento, con il geometra Cazzaniga che stermina moglie, suoceri e figli, introducendoli nel nuovo tagliaerba a gasolio, e poi va a rilassarsi al mobilificio di Bottanuco.

[Tutto questo brano andrebbe ovviamente confutato, cancellato e riscritto dal punto di vista delle bambine. A quali universi immaginativi, concorrenziali al solito quotidiano in prosa, maestre e genitori, possono accedere le bambine? Quali fantasmagorie miniaturizzate, onomastiche, fotografiche sollecitano il loro moto di sganciamento dalla vischiosa realtà familiare e scolastica? Bastano davvero le Barbie, il caravan di Kent, il plasticoso neonato da tenere in grembo, le melanzanine da infilare nel forno freddo, senza fiamma? Forse, le bambine, mentre i bambini si perdono dietro a locomotive, tirannosauri, e nebulose a manubrio, le bambine, loro, si perdono dietro ai bambini… Le bambine fantasticano non sugli oggetti vicini o lontani, sui loro simulacri maneggevoli, ma sui rapporti, le relazioni, i legami comunitari, intimi, di gruppo allargato o di piccola banda, i rapporti tra due, paritari o asimmetrici, le bambine sognano universi sociali, utopie relazionali, forme avanguardistiche di amicizia, consanguineità, amore, convivialità.]

(Da Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001)
(Immagine: Cy Twombly)

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49 Responses to Trenini elettrici, dinosauri, pianeti

  1. franco buffoni il 15 marzo 2010 alle 09:25

    Stupendo post, Andrea, e condivido in toto i gusti. franco

  2. gherardo bortolotti il 15 marzo 2010 alle 09:48

    favoloso!!!

  3. véronique vergé il 15 marzo 2010 alle 10:14

    Meraviglioso!

    Invece non soscrivo l’ultima parte. Le bambole e l’oddio: guardate benissimo le figlie quando giocano. Credete che pettinano con amore i capelli biondi sbiadati, strappano cicche. mettano a nudo le bambole, fanno morsi sulle pelle strana, piacchiano, scalpitano, introduscono nella bocca terra, insetti, acqua.

    Avevo una passione i fiori e avevo creato un erbario. Ma più di tutto amavo raccontare storie e vivere avventure nel giardino, molte storie di mari e di isole, ma anche di amore e di morte. Non sapevo se ero maschio o ragazza.

  4. véronique vergé il 15 marzo 2010 alle 10:15

    ciocche

  5. andrea inglese il 15 marzo 2010 alle 10:20

    Le bambine “introducono nella bocca (delle bambole) terra, insetti, acqua”…?!
    Meraviglioso, Véronique…. Mi sembra che la riscrittura del testo da parte femminile potrebbe cominciare da qui.

  6. maurizio il 15 marzo 2010 alle 11:02

    Quando li si prende per categorie, gli uomini o i bambini risultano meno amabili. Può darsi che il futuro penetratore di universi, sia oggi a cinque anni impegnato nello sbarazzarsi di qualche mostro antidiluviano impantanato in fondo da qualche parte. Più complesso il caso di un maniaco dei trenini cinquantenne, di professione astrofisico, che dopo trent’anni di analisi sogna ancora pterodattili. Il lavoro della nostra anima sembra essere preciso, misterioso e per nulla irrazionale. Quanto ai nomi longobardi rimando a Gadda che sapeva apprezzarli. “L’irretimento elettrico” definirebbe bene anche certe stelline pulsanti. Tuttavia ammettiamolo, anche rinunciando a proclamare che “il mio nostro giochino era più bello del loro”: certi libercoli illustrati sui buchi neri, sulle galassie e sui bolidi davano un’ebbrezza impareggiabile. E poi chi osa illustrare un buco nero non può essere che un genio.

  7. Marco Crestani il 15 marzo 2010 alle 11:03

    Giacomo Leopardi aveva appena 15 anni quando scrisse l’ opera dal titolo “Storia della Astronomia dalla sua origine sino all’anno 1813”.

  8. andrea inglese il 15 marzo 2010 alle 11:12

    a maurizio
    lascio – quanto a categorie umane – la giustizia e l’imparzialità a sociologi e psicologi, io mi godo la licenza poetica di essere ingiusto e riduttivo (ma anche autoironico)

  9. francesco forlani il 15 marzo 2010 alle 11:25

    ma perchè Iglè, sei riuscito a prendere la patente?
    effeffe
    Da piccolo pensavo che a tutti i peruviani venisse dato un trenino alla nascita…

  10. véronique vergé il 15 marzo 2010 alle 12:19

    Andrea,

    Credo che l’osservazione delle bambine mostra come l’immagine edulcorata è falsa. Le bambine hanno una mente creativa, una libertà che scappa al controllo della madre. La mia di bambola (maltratta) aveva una bocca un po’ aperta e cercavo a introdurre molte cose e forse nella mia immaginazione credevo a questo cibo inghiotitto.

  11. Carlo Capone il 15 marzo 2010 alle 14:25

    Un pezzo splendido!

    “Diventati adulti, gli appassionati di dinosauri …..salgono solo su automobili provviste di ferro antibufalo”

    Questo passaggio, non so perchè, mi ha fatto venire in mente De Gregori:

    “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi:
    la locomotiva ha la strada segnata,
    il bufalo può scartare di lato e cadere”

  12. luigisocci il 15 marzo 2010 alle 14:53

    Dolente ma ero tra i dinosaurofili. a 6 anni ho fatto a botte per la prima volta con un vicino di casa che invidioso del fatto che avessi quasi finito l’album panini degli animali pristorici (mi mancava difatti solo l’iguanodonte) me lo stracciò in faccia. il mio bell’album. quasi finito. non mi sono mai ripreso dal trauma.

    il tuo ex amico
    l.

  13. sparz il 15 marzo 2010 alle 15:46

    caro Andrea, io devo essere proprio sfigato quanto a giochi fanciulleschi. Il primo colpo l’aveva avuto leggendo nel “Diario minimo” di Eco la lettera a mio figlio, nella quale dice cose raccapriccianti di quelli che giocavano col meccano (“me lo vedo il piccolo Eichmann, col suo meccano..” cito a memoria) un brivido lungo la schiena, dato che io son venuto su a pane e meccano, e poi ora mi parli dei trenini: io non l’ho mai avuto il trenino elettrico, costava troppo, ma ho sempre sbavato per averlo e andavo volentieri a trovare qualche raro amico che l’aveva. Aggiungo, non so se a mia parziale discolpa, che la cosa che mi affascinava di più nei trenini erano gli scambi: che spostando una piccola leva un intero treno potesse cambiare totalmente percorso. Anche adesso quando vado in treno li guardo attentamente.
    E poi un po’ mi son poi riscattato con la fantascienza, ingordo lettore dei romanzi di Urania fin dagli anni ’50. Dinosauri assolutamente mai. Che dici, mi salverò?

  14. charles il 15 marzo 2010 alle 16:05

    http://www.scribd.com/doc/10489193/Umberto-Eco-Diario-Minimo
    più simpatico
    e così per annotare una eccezione: il mio primo ragazzo,
    appassionato di astronomia, si rivelò stronzo, bugiardo e codardo…
    ma credo sia solo, appunto, una eccezione.

  15. paolod il 15 marzo 2010 alle 17:20

    A me intrigavano i trenini, ero affascinato dai dinosauri e fantasticavo sui pianeti. Sarà grave?

  16. Alessandro Ansuini il 15 marzo 2010 alle 17:27

    che buffo. c’è del vero, nelle associazioni iniziali, lo sviluppo da grandi invece mi lascia perplesso. io ero dinosaurofilo convinto, mi facevo comprare solo dinosauri e robot, e infatti da grande sono diventato come il profilo dei pianeti, più o meno. di sicuro non vado in palestra quattro volte al giorno, ahah.

  17. sergio pasquandrea il 15 marzo 2010 alle 18:56

    Io sognavo su Stevenson: ambigui pirati con la stampella, diabolici ciechi che spuntano in mezzo alla brughiera scozzese, un’isola coperta di alberi scuri, e in cima uno scheletro che indica la direzione. E i fantasmi che non fanno eco.
    Oppure su Salgari, isole battute dall’uragano con in cima una capanna illuminata, fachiri, thugs, giungle nere, baniani, pugnali dalla lama a zig-zag.
    Oppure su Verne: ma lì già mi piaceva di meno.

    (E poi c’erano i robottoni nipponici: io appartengo alla prima generazione venuta su a forza di anime giapponesi. Ma lì, per me, siamo più dalle parti dei cavalieri che non della fantascienza).

  18. andrea inglese il 15 marzo 2010 alle 19:00

    si, si, va bene, ognuno sognava qualcosa, ma i nomi propri, i nomi propri….

  19. maurizio il 15 marzo 2010 alle 19:13

    Scusa Andrea, facevo l’avvocato del diavolo perché ho un figlioccio succube dei Gormiti e non sono capace di distrarlo. Hai ragione: “mi godo la licenza poetica di essere ingiusto e riduttivo”. Sacrosanto. Ricordo che a tre/quattro anni già sapevo che i dinosauri sono un argomento inutilmente similscientifico, idiota e disumano. Lo sguardo rivolto alle cose alte ha inizio prima della culla. Il cielo è meglio. La natura e l’origine dell’universo generano problemi di scala superiore e ci abituano a sguazzare senza paura tra le aporie, il solo bacino frequentabile.

  20. maria(v) il 15 marzo 2010 alle 19:31

    bello bello, bello davvero. uno dei miei INGLESI preferiti, questo ;-) assolutamente. mi fa venire voglia di giocare a scrivere “quand’ero piccola…” anche a me, con corredino di nomi propri…
    (se l’autore permette che tutti i commentatori giochino coi suoi giocattoli e speriamo di sì…)

    tra l’altro- OT- sto ridendo da ieri per un suo commento da un’altra parte e qui ho avuto la conferma che presto scriverà l’agiografia di un ateo,
    ;-))))lo sapevo, lo sapevo che ci aveva il vangelo sul comò, lo sapevo,
    ;-))))giusto ieri mi sembrava travestito da gesù cristo che sotto un altro post sbraitava: guai a voi scribi e farisei ipocriti, sepolcri imbiancati, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello….sto ridendo da ieri ;-)))))

  21. Mario Schiavone il 15 marzo 2010 alle 19:45

    sempre amato i treni.
    e li amo ancora oggi.
    :)

  22. maria(v) il 15 marzo 2010 alle 21:41

    ecco fatto!- è lunga, infanzia e adolescenza. ma va beh, scusate, saltate, stasera avevo voglia di giocare.

    quand’ero piccola sono stata tante cose: prima di tutto un’ attrice famosa, una stella di broadway, ho cominciato facendo gavetta come tutti in qualche soap, di una decina di migliaia di puntate, finché non feci gli incontri giusti, quelli decisivi per una carriera: con delle bambole che la sapevano lunga e m’istradarono al salto di qualità. fino a quel giorno le bambole mi avevano sempre fatto un po’ di terrore e ribrezzo, le trovavo sospette, specialmente quelle pallide cere, 2 porcellane lassù sul cassettone gigante della stanza matrimoniale, tutte trine e pizzi e 2 enormi buche fisse, spalancate sul vuoto, pettinate da lunghe ciglia nere, avevo il sospetto che tutte le bambole fossero state costruite per girare b-movie genere horror, e che avessero fittato comò e lettone per il set, un grosso impiccio per una coinquilina come me, costretta a mille peripezie per aggirare il divieto d’ingresso, l’accesso sbarrato della zona off- limits, ogni volta che venivo incaricata di andare a prendere qualcosa laggiù, in fondo al corridoio, di notte. sapevo che accendendo le luci le avrei trovate immobili al loro posto, coi 2 buchi sbarrati sul vuoto, a far finta di niente, ma non me la davano a intendere, quelle2, sapevo benissimo che confabulavano e ridacchiavano appena giravo le spalle e si davano al ciak.
    più tardi decisi di approfittarne, la loro consuetudine con la macchina da presa poteva tornarmi utile quando passai da attrice a filmaker. le scritturai per le mie 2 pellicole che avevo pensato di intitolare: che fine ha fatto baby jane? e mammina cara, le riprese ci occuparono mesi, finché ci annoiammo del play back e tornammo al teatro più artigianale, rivestendo i panni di qualche tragedia sofoclea senecana o shakespeariana ante litteram -che avremmo, cioè, identificato solo molti anni dopo. il teatro è stato anche il primo ambiente in cui sperimentare approcci di socializzazione, di cui rechi memoria. ero nella primissima età dello sviluppo, quella per intenderci in cui mi ero appena sbarazzata del pannolino, che ho avuto il mio incontro-scontro con un bambino interessante: il mio dirimpettaio, di almeno 3 anni più adulto, instaurammo un comunicazione balcone-balcone quinto o sesto piano di 2 palazzine dai nasi quasi schiacciati, il tipo mi stava simpatico, aveva del talento. decisi di scritturarlo per uno dei miei film dal titolo: cappuccetto rosso. all’epoca non sapevo leggere, qualcuno devi avermi raccontato l’ur-favola, una versione orale leggermente diversa, in cui avevo fatto un po’ di confusione, così, quando mi rivolsi il bimbo più grande, gli offrii generosamente più di un’alternativa: “scegli- gli dissi- vuoi che faccia il lupo o il cacciatore? tu ovviamente fai cappuccetto” – e il bimbo terrorizzato: “no, no. cappuccetto devi farla tu! ”-non lo lasciai neanche finire di protestare che “pam –pam!.-mi misi a urlare- il cacciatore ha ucciso cappuccetto. cappuccettorosso è morto!” il bimbo in lacrime. il giorno dopo, per farlo felice, mi presentai al provino come cappuccetto.
    qualche tempo dopo, decidemmo di prenderci una pausa: il teatro ci assorbiva troppo e avevamo spesso la testa altrove: in quel periodo, imparavamo la “g” stampatello minuscolo, un vero rompicapo. geroglifico irriproducibile, arcano misterioso e impronunciabile che si celava in quell’attorcigliamento di budella. bisognava concentrare tutte le forze per superare l’impasse.
    Scuola e teatro erano diventate inconciliabili. Ci concedemmo una lunga vacanza a casa dei nonni per riprenderci dallo stress e proprio in quell’occasione, abbiamo avuto anche noi il nostro primo trenino, ma di quelli giganti da cavalcare come una moto da corsa. salutammo i nonni esterrefatti e al galoppo della nostra poderosa nuova fiammante iniziammo un lungo trip allucinatorio lungo la cordigliera delle ande: attraversammo luoghi sconosciuti, tra boschi, monti, valli, distese di annurche grosse come zucche che ci facevano l’occhiolino, finché dopo settimane, la spedizione alla ricerca dei nuovi mondi finì miseramente sulle ginocchia sbucciate. L’infortunio non frenò le nostre esplorazioni che sostituirono solo il mezzo di trasporto: dal treno all’aliante e con una busta di plastica sulla testa, effetto paracadute, ci lanciavamo giù dalle muraglie (muretti) sfidando le correnti e le forze di gravità. Qualche anno dopo, ebbe inizio la fase infantile sui disturbi dell’identità di genere, è stata una breve parentesi, una mattina, semplicemente uscii dal bagno indossando pisellini fabbricati con carta igienica e imposi a tutti di chiamarmi mario. sì, tra le tante cose che sono stata: attrice, ferroviere, pilota di aereo, devo aggiungere anche piccola trans, alla precoce età di 7 anni, giocavo con robot, macchinine, astronavi… la fase terminò l’anno successivo quando rientrai pienamente nel mio ruolo “femminile” durante il mio primo –serio- fidanzamento. si chiamava Giacomo (leopardi), ogni domenica veniva a prendermi dai nonni e mi portava sull’aia o sotto la vigna per canticchiarmi il passero solitario o il canto notturno. è stato lui ad insegnarmi tutte le canzoncine. a 8 anni. giuro. è stato il primo con cui mi sia sentita donna. è stata una lunga storia, fino al ginnasio, credo, quando, dopo un brevissimo flirt con Alessandro (manzoni) che mi faceva ridere a crepapelle, con quella storia pazzesca sulla notte degli imbrogli, ho avuto la mia seconda love-story, più intensa, decisamente più matura. Fu amore a prima vista, ad un ballo in maschera, lui travestito da Jacopo (ortis). per colpa sua divenni anche writer, riempii selvaggiamente la cameretta di tag tratte dai sepolcri con l’uniposca viola e fucsia. con Ugo (foscolo) ho condiviso le prime avvisaglie della ribellione adolescenziale. scazzottavamo da matti. schermaglie d’amore. mi ha insegnato tutto lui.
    Ma l’incontro fatale con l’unico uomo che sarebbe diventato mio marito, (“finché morti non ci separi” – un paio dei suoi versi, da quel giorno del nostro primo folgorante incontro, sono destinati all’ incisione sulla mia lapide. sono trascorsi secoli da allora, ho avuto altri amanti, ma porto ancora la fede al dito e i suoi versi sono ancora sulla mia tomba e sempre saranno. è questo il significato di matrimonio, credo. quando hai voglia di scolpirti una lapide). con Arthur, (rimbaud) mio marito ho vissuto momenti magici ma anche una lunga stagione all’inferno, mi faceva ammattire: un giorno parlava di venere callipigia, il giorno dopo di fauni e così pagina dopo pagina, sempre indeciso e combattuto. per comprenderlo meglio mi iscrissi a lettere classiche, corso che inaugurai con la prima tragedia trans (le baccanti di euripide) e via di seguito, finché non ne uscii con le idee ancora più confuse tipo che l’eterosessualità è una strana invenzione e cose così…

  23. Alcor il 15 marzo 2010 alle 23:31

    Dinosuari?

  24. sergio pasquandrea il 15 marzo 2010 alle 23:42

    I nomi propri?
    Sandokan, Tremal-Naik, Yanez, Kammamuri, Kalì, kriss, praho, parang, betel, pagoda, fachiro, la Tigre della Malesia, la Perla di Labuan, i tigrotti di Mompracem, Long John Silver, l’Ammiraglio Benbow, il Capitano Flint (“pezzi da otto!”), Ben Gunn, l’Hispaniola…

    (Adesso comincio a capire perché mi piace tanto Hugo Pratt…).

  25. andrea inglese il 15 marzo 2010 alle 23:47

    ah no, massimo rispetto per Tremal-Naik e Yanez, e per il fantomatico kriss, un pugnale sinusoidale… grande Salgari… ma i quasar sono ancora meglio…

  26. andrea inglese il 15 marzo 2010 alle 23:49

    alcor hai l’occhio da corretrice… grazie comunque

  27. Alcor il 16 marzo 2010 alle 00:01

    non tanto, l’ho letto tre volte prima di capire cosa c’era che mi sembrava così singolare ed esotico:-)

  28. jacopo galimberti il 16 marzo 2010 alle 00:16

    caro andrea,

    c’e’ un posto non lontano da milano che si chiama ‘morimondo’, meglio di cosi’…

  29. unamico dei trenini il 16 marzo 2010 alle 00:51

    E sempre a proposito di nomi il “Mastodonte dei Giovi”, il “Trans Europe Express” o altri 122 altrettanto belli. Ma bisognava avere non il treno tedesco, bensi quello italiano. E le dispute allora, senza nulla voler togliere alla meraviglia delle stelle e dei dinosauri, potevano essere infinite, specialmente a Como, dove il treno nasceva all’ombra di una montagna ferrata che ti portava sopra le nuvole.
    Ed il vetro del negozio nella piazza del duomo che portava i segni dei nasi stampati per esaminare ogni piu’ minuto dettaglio di una nuova uscita. Non molto diverso che stare a naso in su a guardare il cielo.
    Difficilissimo il compito di scegliere una volta all’anno un pezzo che sarebbe arrivato alle mie mani.
    Era un’opera direi certosina. come coltivare ulivi. un progetto di lungo periodo. un amore senza fine.

  30. francesco forlani il 16 marzo 2010 alle 01:53

    io invece l’avevo sgamato subito! Eppure…
    mi piaceva la cosa dei nomi propri reinventati dai bambini come le zànzare della mia infanzia o il simmenthal thinsemal della vecchia pubblicità , do you remember? Ecco, quel dino suari, Saint-Suaire, alla Dino, Zoff, naturalmente, ovvero quella che valeva di più, come figurina…
    effeffe

  31. gherardo bortolotti il 16 marzo 2010 alle 08:25

    Altered Station
    Chaos Megalopolis
    Cursed Saucer
    Dimension of the Cannibal Beings
    Insane Gate
    Intergalactic Planet
    Megalopolis of the Gladiators
    Otherworldly Altered Spaceship
    Waship of the Light Fighters
    Water Dimension

    http://www.seventhsanctum.com/generate.php?Genname=advname

  32. francesco pecoraro il 16 marzo 2010 alle 08:36

    io meccano.
    per i trenini c’era il fatale dualismo marklin o rivarossi.
    avevo un marklin, il difetto era la terza rotaia per la corrente, il pregio la robustezza.
    il plastico mai e poi mai.
    quando ero piccolo io, il dinosauro non si portava, se ne sapeva poco, non interessava, non c’erano quei dinosauri de gomma comprabili dal cartolaio.
    lo stesso direi per i pianeti, cioè per quelli del sistema solare.
    urania insegnava che esistono infiniti mondi.
    avevo una “littorina” di latta: durante la varicella mi ci tagliai un dito così profondamente che porto ancora la cicatrice.
    (ecchissenefrega direte voi).

  33. francesco pecoraro il 16 marzo 2010 alle 08:37

    ma urania fu dopo, in effetti.

  34. sparz il 16 marzo 2010 alle 09:14

    praticamente come tashtego. Ma anche: Fomalhaut, Shorr Khan capo della Lega dei Mondi Oscuri, Zarth Arn, la Nebulosa di Andromeda, l’Albero della vita, il Tiranno dei mondi, Stars like dust, il grande Hari Seldon, Gaja e via via via dicendo.

  35. véronique vergé il 16 marzo 2010 alle 09:37

    L’ho amato, il tuo testo Maria, Maria .

  36. nubar il 16 marzo 2010 alle 17:00

    pezzo di una noia mortale. davvero per chi ha tempo da perdere. tipo me.

    nubar

  37. effettolarsen il 16 marzo 2010 alle 17:02

    magari fosse nojoso

  38. Pippo il 16 marzo 2010 alle 21:09

    Che palle.

    L’astronomia raccontata da uno sfigato che ambiva a dominare l’universo e non è nemmeno riuscito a laurearsi in fisica, e ora cerca di convincere gli scemi che non è un fallimento suo menandocela a tutti con la citazione dei nomi latini delle costellazioni.

    E nella sua superbia non si rende conto che nell’umile riproduzione dei trenini c’era l’amore per le infinitamente innumerevoli sfaccetature della vita di tutti noi.

    Un vanesio che mena a tutti la propria sconfitta contro degli umili che, nel non desiderare l’universo, l’hanno conquistato – e nemmeno se ne accorgono: ne gioiscono e basta.
    L’universo si concede a chi non lo brama.

  39. fabio teti il 16 marzo 2010 alle 23:35

    da bambino i dinosauri erano il mio forte. con qualche pedanteria mi feci addirittura odiare dagli amici del palazzo in cui vivevo insistendo – erano i tempi di jurassic park – che un tirannosauro non avrebbe mai e poi mai potuto trovarsi in un parco con un nome simile, in quanto appartenente all’era cretacea. per fortuna la passione svanì presto, le nozioni anche, per progressive amnesie, e la pedanteria insieme. ne resta, quando torno stanco dalla palestra sul mio cingolato, la complicata-sognata percezione del mondo senza l’uomo, il suo distorcere, elene e nei.

    grazie per questa chicca – e madeleine. a quando la rimandatissima presentazione in Camera Verde?

    trafelatissimi saluti,

    f.

  40. charles il 17 marzo 2010 alle 10:01

    ecco, non volendo essere così brutale
    ma…grazie pippo
    dispiace
    dispiace perchè è di tutti l’impulso a lasciar scivolare allo scoperto sentenze rivelatrici dei lati più fragili di noi stessi
    ci salva però la percezione della meschinità di questo impulso
    son convinta, amante dell’universo, che sia stato solo un attimo di smarrimento
    è mancata la forza e il coraggio
    forse una sobria umiltà
    per un attimo…

  41. véronique vergé il 17 marzo 2010 alle 18:12

    Nubar,

    che tristezza per te.

    Il testo l’ho amato, scritto in una lingua bellissima,
    per un argomento accativante: l’infanzia e il gioco,
    l’infanzia e l’universo immaginario.

  42. a i il 17 marzo 2010 alle 19:17

    Véronique, ne t’inquiète…

    Su NI ho sempre avuto uno o due detrattori fedeli (e moltiplicantesi i nick); con gli anni si trasmettono il testimone, nuovi ne arrivano, vecchi ne vanno; è segno di buona salute per tutti; ciò che è veramente sospetto è il pieno consenso (in letteratura come altrove); grazie al cielo c’è sempre chi dice che Proust è una pippa impossibile

  43. maria(v) il 18 marzo 2010 alle 10:21

    tashtego, niente più ecchissenefrega.
    a me interessa molto, la tua, quella di Véronique e la storia di tutti a cosa giocavano quando erano piccoli…

    adesso però apro una lunga digressione perché
    c’è una cosa nella critica di Pippo che NON mi quadra, cioé premesso che chiunque sia libero di esprimere l’apprezzamento o il dispregio, trovo insidiosa e scorretta quella vaga accusa di snobismo e la velenosa distinzione con gli umili, dettaglio che avrei tralasciato se non fosse che, riproposta qua e là, in tanti luoghi diversi, in concomitanza con certi eventi che mi sono recentemente capitati mi trova insofferente, irritabile,faziosa, diciamo pure incazzata a morte…
    Non è di un ceto, specifico, che bisogna fare apologia (demagogica), ma del singolo, unico, irripetibile, sfuggente (giustamente) ad ogni definizione e categoria, trasversale. Neanch’io sopporto più questa storia, riproposta sempre più frequentemente negli ultimi tempi e dibattiti vari, secondo cui il letterato altezzoso denigra la massa e quindi gli umili, nell’infinita sua presunzione. La massa in sé è una cosa che NON esite, ok? se non nella sua forma deteriore (indistinguibile, amorfa, manovrabile….). che Il cielo, l’universo appartenga alla massa degli umili che non se ne accorgono – è una frottola bella e buona! La massa è anche quella che, di solito, ciclicamnete, elegge i barabba e mi è venuta voglia di rileggere l’Ortis (“I mortali sono naturtalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi”ed è per questo che “la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte, e l’altro quarto ai loro delitti”) e con quella tua uscita sugli umili spero che non mi si venga a fare l’elogio dell’inconsapevole, del primitivo, del barbaro…nostalgia di un mondo estinto con a cuore i valori più veri che nulla hanno a che fare con la conoscenza…perché E’ un’enorme stronzata, una mistificazione, una menzogna spudorata. Se il presente è marcio, il passato, l’elementare, l’ingenuo, il primitivo, il popolo fanciullino… lo è stato anche di più. PercHé me la prendo così, con te oggi? parlavo di eventi ocncomitanti che mi sono capitati: ieri ho conosciuto una ragazza di soli 3 anni più grande di me, nata dunque nel ’75, laureata e autonoma con una specifica professione di tutto rispetto, che mi ha raccontato parte della sua vita: di origine contadina, cresciuta in una famiglia patriarcale delle più cavernicole tanto da essere obbligata a rivolgersi ai genitori con il “voi” (ripeto, classe ’75 non un secolo fa), ostacolata nel suo desiderio di studiare in tutte le maniere possibili e immaginabili, ritirata da scuola alla fine delle medie con l’obbligo di lavorare i campi, dopo mille insistenze e proteste ottiene il consenso di iscriversi alla scuola superiore alle seguenti condizioni: 1) che la scelta sull’istituto fosse a giudizio insindacabile del padre (e lo scientifico che avrebbe tanto desiderato fu scartato a priori in quanto scuola mista, ergo peccaminosa!!!)
    2) che all’uscita di scuola sarebbe filata dritta al lavoro dei campi per nessuna ragione al mondo trascurabile (oltre al governo della casa e l’assistenza famigliare ai membri più disagiati)
    3)che avrebbe dovuto giurare solennemente di NON fidanzarsi mai (il che significa divieto assoluto di approccio al genere maschile, perché la flagranza di reato avrebbe comportato l’automatico decadimento dagli studi)

    a tutte queste condizioni, la ragazza col carattere di ferro, avrebbe ottemperato senza tentennamenti. il solo legittimo desiderio di proseguire gli studi, le è coistato il sacrificio di tutta la giovinezza e buona parte della sua vita, che ancora sconta. Allora, dimmi Pippo, Sarebbe forse questa la classe che difendi? questa la classe umile, ingenua, che possiede l’universo inconsapevole e le stelle senza nome?
    Spero di avere capito, interpretato male, debordando come al solito, partita per la tangente…perché Se sento un’altra volta chi mi ti tesse le lodi dell’umile come categoria astratta, di sani princìpi, in sé meritevole di ogni lode, al contrario di questi intellettuali snob che guardano dall’alto in basso il vecchio mondo, imbraccio il fucile e apro il fuoco.

  44. véronique vergé il 18 marzo 2010 alle 11:26

    Maria,

    Bella risposta ben temprata :-)

  45. Alessandro il 18 marzo 2010 alle 20:05

    Da bambino, col favore della bella stagione, mi facevo accompagnare da mio padre alla stazione e stavo con lui, monumento vivente alla pazienza, almeno un’ora a guardare i treni fermarsi e ripartire, o solo sfilare. In inverno, collezionavo le figurine panini del già menzionato Animali Preistorici, e dopo aver incollato quelle nuove e accatastato quelle doppie (un po’ le scambiavo, quelle il cui disegno mi piaceva di più le incollavo sul “quaderno-delle-cose-che-mi-piacciono”) sfogliavo “L’Universo”, un tomone molto nero dove c’erano un sacco di parole bellissime (le mie preferite erano Aldebaran e Betelgeuse, e il suono rotondo e placido di Orione). Adesso studio filosofia… ho speranze? ;)
    ps, forse mi è sfuggito, ma nessuno ha considerato i Lego!

  46. Alessandro il 18 marzo 2010 alle 20:11

    eheh, ovviamente molto nera era la copertina, e oltre ai bei nomi suggestivi c’erano anche degli splendidi disegni e fotografie…

  47. andrea inglese il 18 marzo 2010 alle 23:53

    a maria

    “Non è di un ceto, specifico, che bisogna fare apologia (demagogica), ma del singolo, unico, irripetibile, sfuggente (giustamente) ad ogni definizione e categoria, trasversale.”

    questo è un principio fondamentale.

    A me sorprende che si possa leggere un testo così come se fosse l’articolo di un opinionista o di un sociologo, e non come un pezzo che porta in sé tutti gli elementi dell’artificio letterario. Ma è anche un malinteso che mi diverte. Infatti viene letto, come dicono i francesi, ad “un primo livello”. Mi meraviglio a questo punto che nessuno mi abbia dato del razzista per aver bistrattato i famosi nomi longobardi. Ora, in un pezzo come questo, il vero tema sono ovviamente i nomi. E nonostante venga stabilito a livello diciamo d’intreccio manifesto il privilegio dei nomi “astronomici”, è chiaro che il piacere testuale è esteso a tutti e tre i mondi dell’immaginario infantile e alle loro nomeclature, così come l’inclusione dei nomi della provincia di milano testimonia di un amore-odio.

    Ad Alessandro,
    Il lego, a cui giocai molto, era per me sganciato dalla funzione conoscitiva-denominativa che si è manifestata più tardi con trenini, dinosuari, pianeti. Il lego era una sintesi perfetta tra intelletto e manualità, con le altre tre categorie si entrava già in una zona di divorzio tra mano e intelletto, e in cui l’elemento conoscitivo acquisiva una sua autonomia.

    E’ poi vero che questo brano fa parte di un testo, che mi è stato commissionato da Giovanni Andrea Semerano per La Camera Verde. Un testo su “2001 odissea nello spazio”, incentrato quindi sulla fantascienza e la fascinazione per l’astronomia, ecc. ecc.

    dopodiché trovo dinosauri e trenini DAVVERO pallosi :)

  48. gina il 19 marzo 2010 alle 19:26

    la mia quota rosa di porzione materica si è sviluppata in ambiente nordico, laddove una gigantesca bambina con gli zoccoli rossi esce ancor oggi subito dopo ogni pioggia, per mangiarsi i lumaconi tirati su da Terra.
    così orribilmente situata oltre l’orribile spazio e l’orribile tempo, la mia quota rosso rosa di porzione materica in divenire fuggiva dunque già a suo tempo dalla prosa adulta con la fantasia dei polpacci (gli stessi che ora serbano memoria), nella fattispecie fuggiva a pedali.
    Prima con la barbi nuda tra i denti e i suoi capelli di barbi negli occhi (causa visagloria, nome proprio di triciclo di ferro da 7 tonnellate senza portapacchi), poi con la barbi a volte vestita+topolino+panino burro e zucchero schiacciati in poltiglia unica contro il parafango ( grazie a graziella, nome proprio di bici con portapacchi posteriore a molla sbudellante).
    Sia chiaro.
    Sebbene miseramente situata, la mia quota rosso rosa di porzione materica in divenire, se le cose con la zoccola famelica di cui sopra si mettevano male, sapeva ben mollare la due ruote fuori dal portone di casa e rifugiarsi in cantina, ma non si creda che la cantina fosse più ospitale: bui stretti e immensi, i cubicoli per sicurezza andavano comunque percorsi in skate, cioè drittofilatoconfìfa y dégradé, dal rosso al viola al verde (traduzione per il sopramondo: dal rosso al viola al verde è lo spettro dai colori esatti, proprio di una tavola a rotelle al buio, ma anche l’esatta progressione propria dei lividi-da-curva-ad-angolo improvvisa-CHE-NON-C’ERA-MAI-STATA-pRIMA. Il che apriva, e apre a tutt’oggi soprattutto dopo ogni pioggia, tutta una serie di interrogativi sull’adattamento all’ambiente fine della traduzione per il sopramondo)
    Così orribilmente stupita, nel senso di colorata nel senso di martoriata, la mia quota rossa rosa viola e verde di porzione materica in losco divenire a rotelle si aggirava dunque dopo ogni pioggia nei detti sotterranei, armata solo delle sue forcine, quelle stesse che le assicuravano i codini. Ma un bel giorno, il c’era una volta storico tipo l’anno fatidico del fottiti tu, signore e tutti i tuoi -ini, ella prese con i suoi compari a spettinarsi, e a scassinare i lucchetti di chiusa alle cantine del palazzone multiblocco anni 70 ove abitava.
    Cantine iperprotette – a loro volta e a monte del labirinto dei corridoi – da una fortezza di portone pesantone ANTIatomicone che ci volevano 5 della mini banda di sottosviluppini in fuga dalla mangialumache per spostarle più 2 di Sentinella (nome proprio di quelli dell’inframondo che, a turno, avevano il compito di avvistare il capolli, nome proprio di furioso portinaio, che solo molto più tardi divenne IL guardiano della soglia).
    Il numero proprio, nel senso di capitale umano sine qua non per muoversi decentemente nell’inframondo, tra sopra e sotto scala e addetti allo spostaggio di porte anti bomba atomica era dunque 7 (traduzione per il sopramondo sempre piuttosto lento: 7 = numero proprio minimo di bimbi necessario per far la cerca nelle cantine E per salvarsi il culo. Quindi se ne mancava uno, malato o in castigo che fosse, niente fantastici oggetti da trovare causa paranoia planetaria da guerra fredda espressa in barriere architettoniche di chilotoni di cemento armato+il capolli che se ti beccava pigiava il fantomatico bottone rosso ground zero del campanello genitoriale, fine della traduzione per il sopramondo sempre piuttosto lento).
    Era dunque in presenza del numero proprio, del 7 perfetto, del veloce, collettivo e performante numero 7 che si ponevano le condizioni per lo scasso assoluto: quello della cantina dell’Edicolante. E’ da li, dall’incontro del rosa rosso viola verde di 7 porzioni materiche in divenire coi gialli e coi proibitissimi neri, con gli harmony, coi porno da ritagliare, coi vecchissimi topolini, col rosso nero delle ammuffite dispense di “conoscere” , con le nancy drew e con gli hardy boys, coi manuali dell’uomo atrezzo dei suoi gazebo e delle sue perline pendant col centrino perfetto, misti al pane burro e zucchero, al salgari ai topolini nuovissimi e agli atlanti degli animali dei piani di sopra, è da li, dall’incontro tra la p(r)osa didascalica degli adulti, e la fuga barocca e scalcinata dalla p(r)osa didascalica degli adulti in cerca di chissaché, che, parola!, vengono tutte le storie.

  49. xenia il 21 marzo 2010 alle 06:11

    Io volevo dire questo: di leggervi una bella poesia di Magrelli, “Lettera sull’invasione dei dinosauri”.

    Io, da parte mia, sono con le bestie estinte. I dinosauri e i morti.



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