IL CONTROLLO DELLE PIANTE

di Marino Magliani

Il fuoristrada stava scivolando in una vallata di uliveti abbandonati, inaccessibili, postacci nella penombra che conoscevano solo gli elicotteristi e i piloti dei canadair quando toccava spegnere un incendio, o durante la stagione delle piogge, come ora, che si sbricciolava un costone.
Il tergicristalli sembrava impazzire e l’acqua piovana s’incanalava a fatica nelle sprèscie.
Gregorio sapeva che ogni anno l’acqua si portava via intere terrazze, blocchi di roccia franavano con la facilità con cui si staccano i denti rimasti senza gengive. Era il suo lavoro saperlo.
Era sabato e sarebbe rimasto volentieri a letto a farsi cercare coi piedi da Lory. Ma oggi avevano mandato lui. I soliti controlli alle campagne che svolgeva per conto dell’ufficio della Provincia.
Un paio di cantonieri temporeggiavano piazzando sulla strada i cartelli del pericolo.
Passando davanti al cimitero notò che la popolazione aveva ripreso a gettare calcinacci e rottami ferrosi nella discarica illegale. Ogni tanto le istituzioni davano un giro di corda, qualche multa, poi la gente tornava a gettare ferrame dove poteva.
Lasciatasi dietro la riga di case di ogni colore che incassavano la strada, la macchina si fermò davanti all’edificio con la pubblicità del caffè. Non distante dal torrente.
Gregorio spense e guardò l’ora. Era presto. Rimase seduto alla guida.
Aprì la cartella e lesse i dati sulle visure catastali di Robavilla.
Dino Timonti, Foglio 12, numero di mappale 275, comune censuario di Sorba.
Era un ulivicoltore e proprietario di verde, che possedeva terreni nel comune di Sorba e in quello di Luvaira. In settimana si erano sentiti per telefono.
Era stato Gregorio a proporgli un appuntamento al bar del paese. Poi sarebbero andati assieme a fare il sopralluogo, nelle terre di Robavilla.
Rimise i fogli nella cartella e rovesciò la testa indietro, strinse gli occhi.
Il torrente faceva un rumore di crolli, alzava vapori, ma un un corso era ben più tremendo e assassino quando si asciugava. Questa cosa Gregorio l’aveva imparata da bambino, seguendo suo padre.
I giorni in cui i torrenti seccavano erano i giorni buoni per stendere i trappini e catturare gli uccelli. Decine e decine di volatili che sbattevano le ali, spaventati, intrappolati nel vischio. E bisognava ucciderli in fretta schiacciando loro il petto. Un giorno Gregorio, siccome l’uccellino non moriva l’aveva gettato con forza sulla ghiaia, e il padre l’aveva rimproverato. Non era il modo migliore per uccidere, l’uccello moriva senza soffrire ma le ossa si rompevano contro le pietre e poi la carne diventava immangiabile. Ed era per questo che uccidevano le bestie, gli aveva spiegato il padre, per mangiarle. Anni in cui erano terre magre, ricordava.
Il padre era un piccolo proprietario. Durante le vacanze Gregorio lo aiutava e bisognava partire presto, per mulattiere appese, che scavalcavano i costoni scomparendo in boschi di ulivi sempre più lontani.
Gregorio non ricordava l’odore della terra se ripensava a quelle salite pietrose, ma un odore di bestia: era come se l’avesse ancora nel respiro. Era l’odore della pelle di Fernanda.
Il padre glielo proibiva perché una mula può scalciare per un nulla, ma Gregorio si attaccava lo stesso alla coda di Fernanda e si faceva trascinare su, ed era come se una fune aiutasse i suoi passi e l’odore di quella pelle rossa entrasse nella sua di pelle.
Fernanda andava in campagna vuota e tornava coi due sacchi di olive o il fascio di legna.
In campagna il padre le toglieva il basto e la legava a un ulivo, sempre a uno diverso, e le dava dieci metri di corda, così quando tornavano a casa, la fascia era pulita come se ci fosse stato falciato.
Fernanda lavora anche da riposata, diceva ogni volta il padre. Era un uomo buono, uno di quei contadini che ripetono sempre le stesse cose, consolati dal ripetersi delle stagioni, forse. Uomo che non aveva mai alzato una mano sul figlio né sulla moglie, giusto qualche volta il bastone su Fernanda. E uccideva i capineri solo per farne il sugo, e annegava i gattini giusto se la moglie non riusciva a regalarli. Aspettava a lungo, e poi, prima che i gattini aprissero gli occhi, un mattino presto di modo che Gregorio non se ne accorgesse, li andava a cercare dove li teneva la gatta, li infilava in un sacchetto con una pietra e li gettava dal ponte.
La distanza esistente tra la Liguria dell’infanzia di Gregorio e l’attuale la misurava una specie di scavo.

[Il racconto Il controllo delle piante, di cui con il consenso dell’autore e dell’editore ho riportato le prime pagine, fa parte della raccolta “a quattro mani” di Marino Magliani e Vincenzo Pardini Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo edita da Transeuropa, 2010 (postfazione di Arnaldo Colasanti)]

[L'immagine: C. Soutine, Vue de Ceret, 1919-1920]
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5 Commenti

  1. Racconto che fa sentire il nostro vincolo con la terra, terra degli ulivi, terra dei contadini, terra dimenticata, terra ancestrale, terra del torrente in follia, si deve misurare la nostra fragilità, natura lasciata dietro in nostro mondo. Fa bene sentire questa terra, annusare, vedere, toccare con la scrittura la pelle delle bestie, sfiorare la prima ombra che dà l’olivo alla primavera, sentire la prima pioggia sulle mani.

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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