Una moneta per poesia

27 marzo 2010
Pubblicato da

di Antonio Sparzani

Sono andato a Napoli a sentire la conversazione pubblica organizzata dal Premio Napoli, annunciata qui e illustrata qui, tenuta in una sala del Palazzo Reale, piazza Plebiscito, due passi dal mare.
Arrivo con buon anticipo, incontro Piero, indiano napoletano doc, che mi fa da guida e ci sediamo a un bar della Galleria Umberto, di fronte al teatro San Carlo, lì a un passo. La chiacchiera al bar con persone amiche è, per quel che mi riguarda, uno dei grandi momenti della vita.

Mentre parliamo si avvicina una signora, con atteggiamento dimesso, vestita modestamente ma non sciatta, che senza giri di parole chiede “una moneta per poesia”; non resisto e metto lì una moneta da un euro, al che lei, seria e senza smancerie, appoggia sul tavolino un foglietto, ripiegato con cura e con una stellina di cartone colorata incollata sull’esterno: per leggere la poesia occorre aprire il foglietto:

dattiloscritta con una macchina da scrivere di quelle che si usavano quando ero piccolo io, con la “n” vistosamente abbassata sotto la riga e la “m” che non esiste, sostituita dalla mano, come vedete qui a lato (cliccate per ingrandire). Dopo un attimo, ripensandoci, la signora appoggia sul tavolino una seconda poesia, un euro forse ne vale due, o forse vede che siamo in due e pensa una per uno, altro fogliettino, stesso stile.
Ora io avevo una specie di pudore a riscriverla qui, non per la qualità dello scritto, ma perché mi pareva di violare una privatezza non dichiarata ma in qualche modo presente, o perché mi pareva di averla pagata troppo poco per avere il privilegio di pubblicarla. Poi però mi autorizzo, pensando che la signora non sarebbe poi così scontenta se leggesse, cosa improbabile assai (dico io, ma chissà poi …), i suoi versi su Nazione Indiana, tanto più che si firma, chiara e nitida; e poi per un secondo motivo che dirò tra poco. Intanto ve la scrivo qui:

Ballerina

Tante sono le donne che ballano,
ma la ballerina che fa sognare
balla con scarpette di seta,
ed il tulle di Correze …
Alza le braccia in cielo,
muove le sue belle mani sul capo,
e fa un cerchio …
Si muove in punta di piedi,
e con agilità fa tante piruette …
Non c’è nulla di più nobile
di danzare …
Come disse il Foscolo: “e nel mezzo
del velo ardita balli … giovinezza …”
Ora si balla: viene il bello
per noi, eccoci al punto …
La ballerina è anche lo specchio
da toeletta …
La ballerina è la bomba a mano
con l’impennaggio di tela …
L’impennaggio assicura stabilità
comando al missile, al dirigibile,
ed all’aereo …

Maria D’Agostino.

testo dal quale intanto ho imparato che il tessuto detto tulle prende il suo nome dalla cittadina di Tulle, in Francia, nella regione di Corrèze, ho imparato cosa si intenda veramente con impennaggio e anche ho scartabellato per trovare la non banale citazione di Foscolo, terzo libro de “Le Grazie”, vv. 153-54, (ad esempio qui). E poi, la signora ha un nome, Maria D’Agostino. E la poesia, al mio orecchio, ha una sua candida musica, sincera e suggestiva.

La seconda poesia, più convenzionale, è una specie di celebrazione pasquale, più facilmente immaginabile. Non ve la trascrivo.
La conversazione pubblica, nella saletta di Palazzo Reale (primo piano, non un avviso fuori dal palazzo … ma comunque gremita) comincia con Gianni Celati che recita, con una piacevolmente svagata introduzione, i sonetti del Badalucco (qui su NI) scritti dall’attore, e poeta, Attilio Vecchiatto (1910 – 1993).
Nel parlare dei sonetti, Celati accenna a qualche episodio della vita di Vecchiatto, narrando quanto ad esempio qui scrive Enrico De Vivo, uno degli animatori di questa iniziativa:

“Vecchiatto non mi ha mai spiegato perché, al culmine dei suoi successi francesi, un giorno abbia deciso di tornare in Italia in cerca di lavoro assieme alla moglie. Respinti da tutti i teatri italiani dove erano andati a proporre i loro spettacoli, i due vecchi attori avevano pensato di poter sostentarsi vendendo per strada i sonetti scritti da Attilio dopo il ritorno in patria. Ne aveva fatto fotocopiare un centinaio, col titolo Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna, composti da Attilio Vecchiat[t]o, attore vagante, dopo il suo ritorno in patria.”

Ecco il secondo motivo: un facile cortocircuito: anche Vecchiatto come prima risorsa per sopravvivere in Italia, dopo i successi francesi, appena tornato inizia a vendere per strada i propri sonetti, ma guarda, come la signora D’Agostino.
Le cose strane non arrivano mai in forma unica, sempre almeno in coppia, è quasi una legge della fisica. Quasi.

Postscriptum: l’ultima frase non è una battuta per far bello; è piuttosto un’allusione a qualcosa di cui mi è difficile parlare ora, ma in seguito chissà: sta emergendo, nelle paludi borderline della fisica, quelle nelle quali mi piace assai sguazzare, un filone di ricerca e di riflessione su quelle che Carl Gustav Jung e Wolfgang Pauli nel loro carteggio venticinquennale chiamavano “sincronicità” (Pauli ne accenna ad esempio qui).

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41 Responses to Una moneta per poesia

  1. orsola puecher il 27 marzo 2010 alle 11:47

    :-)

    soprattutto per l’incommensurabile metafora balistico-tersicorea-aeronautica

    ,\\’

  2. véronique vergé il 27 marzo 2010 alle 12:08

    Sono rimasta incantata: dietro le spalle, una presenza.
    Un’incontro sognato o reale? La vedo questa donna poesia,
    una nell’erranza, una entrando nella breccia del quotidiano,
    passando piedi al centro della stella, con oro, grigio luccicante,
    bianco; pavimento dove si rifletta il volto della poesia, quella
    della fortuna.

  3. viola il 27 marzo 2010 alle 12:12

    — );

    p.s. la signora è un personaggio a Napoli ben noto, anche se secondo molti, guadagnerebbe di più limitandosi ad elemosinare (il che dà conto del disvalore della poesia persino nella carità…)

  4. maria(v) il 27 marzo 2010 alle 14:27

    ;-)))viola pungente
    comunque non so, forse è vero, facendo un discorso assolutamente paradossale e al limite dell’illecito, anche nell’elemosina succede, almeno a napoli, che si guadagni sicuramnete di più prostrandosi a terra lastricandosi di santini e madonne, neniando “tengo famiglia”….che gli artisti di strada, sempre sorridenti e colorati, scansati brutalmente alla richiesta di una monetina o i clochard litteratissimi e di una galanteria romanzesca come colui che mi sedusse dicendomi: “madamigella, da uno slancio rapita!”

  5. effettolarsen il 27 marzo 2010 alle 14:56

    “ballerina”, maria l’ha smerciata anche a me un paio di settimane fa; avessero il suo fare (e i suoi prezzi) i pusher…

    quanto al badalucco, ho il sospetto si tratti di una suggestione borgesiana di celati & co. ma la messa in scena m’ha incuriosito, leggerò.
    (babalucco ‘a sòreta!)

  6. anfiosso il 27 marzo 2010 alle 15:46

    Ma che bel pezzo, ed è pure una speranza per il futuro. Io imparo, e metto da parte (sono senza tabacco, e oggi è sabato: mi sa che faccio bene a sbrigarmi).
    ((Frutteranno di più i sonetti preconfezionati o quelli fatti in sul momento? Sono vergine del campo, e vedo che questo Vecchiatto è adesso un po’ morto)).
    Ho visto a Torino solo un venditore di poesie (ho incontrato più spesso il barzellettiere, che peraltro si fa dare tre euri per barzelletta sdata, sospetto la poesia esca schiacciata dal confronto), aveva un valigione ripartito in tante caselline, che poi era un distributore automatico; mi è piaciuto molto una specie di stendardino che aveva, che recava in caratteri rossi su sfondo nero “Distributore automatico di poesie” / “Poetry vending machine” e forse anche la traduzione in portoghese – è brasiliano, da quel che ho capìto.

  7. maria(v) il 27 marzo 2010 alle 16:13

    bel pezzo sì però
    comunque, ci ho riflettuto, secondo me qui gli artisti di strada son guardati di sbieco come tossici e alcolisti cui si grida ma jate a faticà, senza sapere che lavorano per noi, …a perugia avevo un’amica argentina che girava il mondo facendo teatro di figura, splendida e si cuciva da sola dei burattini fantastici, e a napoli chi conosce invece donald lo scozzeze? lunga barbabianca travestito lui sì da vero badalucco, piazza san domenico… ricordo che era un appassionato delle colonne sonore di ennio morricone, cuore generoso, loquace quanto una bottiglia… ma solo a Londra ho visto gli artisti di strada presentarsi ed essere trattati da veri grandi artisti: dai musicisti sotto la metro ai pianoforti sgangherati abbandonati nei giardinetti d’estate ai trucchi, pailettes, piume, cavi elettrici, numeri mirabolanti sul lungo tamigi…ah che boccata d’aria oggi
    ….sbrodolo un po’ di sdolcinerie, sono troppo in vena, abbiate pazienza, vi prego..:-)

    http://www.youtube.com/watch?v=t-aaIGyK5cA

    http://www.youtube.com/watch?v=DOE4CX3BNBM

  8. sparz il 27 marzo 2010 alle 16:39

    cara Maria(v) grazie dei due video che inserisci, li trovo assai belli, il secondo ancora di più. Quanto agli artisti di strada, ne ho descritta una qui, Alena Tryhubkina, che suonava il violoncello cavandone melodie incantate. Ho poi scoperto, inserendo il suo nome nella ricerca google che ella è ben nota in Catalogna. Viola mi dice che la signora D’Agostino è nota a Napoli, in realtà lo sospettavo, ma Piero non me l’ha detto, evidentemente a lui non era nota. Grazie comunque.

  9. Carlo Capone il 27 marzo 2010 alle 21:33

    La teoria della sincronicità, dopo un iniziale entusiasmo, fu dallo stesso Jung abbandonata ( ma non sapevo del coinvolgimento di Pauli).
    Io ne sono stato sempre affascinato e mi compiaccio che riaffiori nelle congetture dei fisici di frontiera.

    Per chi possa risultarne interessato, riferisco che prima Freud, in maniera del tutto vaga, e poi Cesare Musatti, a sua volta stupito, segnalarono casi di sincronicità con loro pazienti.

  10. Carlo Capone il 27 marzo 2010 alle 21:35

    La teoria della sincronicità, dopo la sua enunciazione, fu dallo stesso Jung abbandonata ( ma non sapevo del coinvolgimento di Pauli).
    Io ne sono stato sempre affascinato e mi compiaccio che riaffiori nelle congetture dei fisici di frontiera.

    Per chi possa risultarne interessato, riferisco che prima Freud, in maniera piuttosto vaga, e poi Cesare Musatti, a sua volta stupefatto, segnalarono casi di sincronicità con loro pazienti.

  11. Giorgio il 27 marzo 2010 alle 23:26

    Grazie, Antonello, bel resoconto. Sulla “sincronicità” ricordo che ha scritto cose interessanti Elvio Fachinelli, “Claustrofilia”, ad esempio.

  12. cf05103025 il 28 marzo 2010 alle 09:19

    Ci sono ancora i caricaturisti/ ritrattisti di strada nelle grandi città turistiche.
    Sopravvivono qua e là.

    C’erano poeti/cantastorie che improvvisavano rime d’occasione nelle fiere, pure per una festa, compleanno, nascite, evvia dicendo.
    Mio nonno era un augusto poeta d’occasione.
    Ci guadagnava pranzi ed altre leccornie.
    Anche nei palazzi nobiliari cacciavano il loro piedini scarniti i poeti d’occasione.

    Ogni tanto salta ancora fuori qualche raro banchetto, in una fiera,
    ove un poeta, oltre alla sue poesie stampate in proprio, offre una composizione dedicata.
    Io trovo che sia assai bello.

    MarioB.

  13. Simona Carretta il 28 marzo 2010 alle 10:00

    Gli studi sulla sincronicità, specialmente alla luce della sistematizzazione che ne offre Jung, ispirano da tempo le mie riflessioni e ho letto con piacere l’omaggio narrativo che Sparzani sembra tributare loro attraverso il breve saggio.
    Non mi aspettavo che anche Freud si fosse pronunciato positivamente al riguardo. Personalmente, non sono mai riuscita ad ammetterli in senso propriamente scientifico, perciò mi stupisce che siano stati riscoperti dalla fisica e se Sparzani, come lascia intendere, vorrà tornare sull’argomento, leggerò con grande interesse.

    Più in generale, tutta l’opera di Jung mi appare soprattutto come uno straordinario serbatoio di suggestione artistica. Forse perchè, a differenza di molti suoi colleghi che rappresentano la mente in scomparti (si ricordi, ad esempio, la “Venere di Milo a cassetti”, che Dalì realizza ispirandosi a Freud), Jung invita a sviluppare una visione unitaria della singola esperienza umana, a concepire se stessi come racconto.
    Basti soffermarsi su questo breve stralcio dal prologo della sua autobiografia (cito dalle edizioni BUR, 1992):

    “(…) Non posso sperimentare me stesso come un problema scientifico.
    Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e che cosa l’uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. La scienza si serve di concetti troppo generali per poter soddisfare alla ricchezza soggettiva della vita singola.”

    di una bellezza significativa. Tanto più se si pensa che ad esprimersi in tali termini è un uomo di scienza. Il pregio essenziale di Jung, a mio avviso, è consistito nell’esplorare la vita psichica senza eluderne la dimensione spirituale; un ménage che pochi, ancora oggi, riescono a compiere.

  14. maria(v) il 28 marzo 2010 alle 11:10

    grazie per il link, sparz, corro a rivedere e poi ad approfondire quel discorso interessante sulla sincronicità
    saluti a tutti

  15. matteo ciucci il 28 marzo 2010 alle 11:15

    Pezzo davvero bello, Antonio.
    Anche o ricordo di aver incrociato, mentre andavo all’università, un signore un po’ sciupato che, seduto accanto al marciapiede, vendeva le sue poesie con un un cartello: “1 poesia, 100 lire”.
    Ho acquistato qualche foglietto dei suoi, cosciente del fatto che la poesia, in quel caso, stava iniziando prima della lettura, e ne sono rimasto soddisfatto.

    Quanto agli artisti da strada, vi vorrei segnalare Luc Arbogast, se non lo conoscete già:

    http://www.youtube.com/watch?v=Fs-yLFU0BVo

    Si rimane, a Strasburgo, letteralmente a bocca aperta.

  16. Enrico De Vivo il 28 marzo 2010 alle 12:38

    Suggerirei ad Antonio Sparzani – al quale rivolgo un caro saluto (siamo stati seduti a cena insieme a Napoli, dopo la Recita) – di sottoporre anche alla signora Maria D’Agostino le domande sulla RESPONSABILITA’ DELL’AUTORE, a proposito delle quali stiamo leggendo variegati referti in questi giorni su NAZIONE INDIANA. Sarebbe interessante sentire cosa pensa la D’Agostino (che in fondo è un’Autrice), dal suo privilegiato punto di vista, di questioni come lo “stato della nostra letteratura”, le “pagine culturali”, i rapporti tra “web ed editoria cartacea”, etc. Potrebbe venirne fuori qualche altra istruttiva poesia come quella qui sopra – o, chissà, delle risposte in versi addirittura, che ci salverebbero un po’ tutti dal… [testo mancante]

  17. viola il 28 marzo 2010 alle 15:24

    condivido De Vivo, anche nel testo mancante-);

  18. Mauro Baldrati il 28 marzo 2010 alle 20:24

    Caro Sparz, questo tuo bel racconto è per me coinvolgente, soprattutto nella prima parte, e cerco di spiegare perché. Un tempo, molto tempo fa, ero convinto di conoscere il mio destino: sarei diventato un vagabondo, un clochard, ma lucido, saggio, scrittore e lettore di poesia. Avrei viaggiato alla cieca, senza meta, col libro di Rimbaud nello zaino. E alla fine sarei approdato a Napoli. Questa sarebbe stata la mia città, la città del caos, dell’incrocio tra culture, della musica e della follia. Poi non son diventato un barbone, anche se ho davvero rischiato di esserlo, e non ho scritto poesia, che non so scrivere, però mi sono visto al posto della signora Maria D’Agostino, benché lei non sia una homeless, come invece sarei stato io. Mi sono visto con le mie poesie, mentre abbordavo due intellettuali in un caffè, Sparz e Sorrentino, io, il vagabondo senza identità, il Senzanome, che le avrebbero lette con distacco e pubblicate in un affare misterioso chiamato web.

  19. sparz il 28 marzo 2010 alle 21:46

    caro De Vivo, mentre ricambio il tuo saluto, in mancanza del [testo mancante] non sono certo di capire cosa vuoi dire o sottintendere, potresti forse rispiegare meglio?

    a vari altri commentatori assicuro che il problema della sincronicità è già andato molto oltre le riflessioni di Jung e Pauli: David Peat e Dean Radin ad esempio ne hanno scritto diffusamente.
    Grazie poi a Matteo per la segnalazione di Arbogast.

  20. véronique vergé il 29 marzo 2010 alle 08:53

    Mi sono sbagliata. leggendo i commenti, capisco che ho mal interpretato il testo. Pensavo a un fantasma di poesia, visibile solo di chi puo vedere.
    E penso adesso che c’è una parte vera della mia impressione. Si vede benissimo, quando siamo toccati, quando qualcosa fa pensare a un’impressione familiare. Nello spettacolo di strada, si mette in teatro il sogno, la possibilità di colorare la strada, di lamentare (c’è une scansione della lamentazione), un canto che grida dalal bocca o dagli occhi. Maria Valente sottolinea la grandezza degli artisti, e certo non assomigliano a quelli rannichiati, che aspettano un euro per ammazzare la fame.

  21. véronique vergé il 29 marzo 2010 alle 08:55

    Nella mia impressione dalla bocca

  22. véronique vergé il 29 marzo 2010 alle 11:30

    Per la mia “cultura”, qualcuno puo dirmi qualli sono i fantasmi di Napoli?

  23. Enrico De Vivo il 29 marzo 2010 alle 12:25

    Caro Sparz, forse con quello che ho scritto intendevo solo creare un’occasione per salutarti. O forse “volevo dire” altro. Non so. Anche perché, in fondo, nessuno dice mai quello che vuole – ed è proprio questo sbandamento, questo errore connaturato al linguaggio e al destino umano a rendere visibili legami altrimenti inosservabili. Faccio questo pensiero riflettendo su una citazione di M. Crnjanski tratta dalla postfazione di B. Stanisic al bellissimo libro di cui pure si è parlato in NI l’altra settimana: “… Un giorno provai tutta l’impotenza della vita umana e il groviglio della nostra sorte. Vedevo che nessuno va dove vuole e osservai legami fino ad allora inosservati…”. Non so se c’entri in qualche modo con le tue idee sulla sincronicità, su Vecchiatto e tutto il resto. Se credi di no, lascia perdere definitivamente quello che “volevo dire” e accetta un mio caro, ulteriore saluto.

  24. maria(v) il 29 marzo 2010 alle 13:07

    questo è uno di quei post in cui ho gustato anche i commenti fino all’ultimo qui sopra

    @véronique, direi che la tua è una domanda sibillina, napoli è così fitta di fantasmi che stanarli tutti è questione di dedizione, si potrebbe tranquillamente congedarci con la più scontata delle banalità come dire che napoli è il suo stesso fantasma
    ma la triade più nota è quella di munaciello, bella ‘mbriana e janara, (se cerchi su wikipedia, riceverai informazioni più dettagliate di quelle che potrei offrirti io in questo momento), si potrebbe proseguire all’infinito, ogni pertugio è infestato.

    al caro mauro baldrati
    chiederei invece quale fantasma sia riuscito infine a trattenerlo al di qua….

  25. véronique vergé il 29 marzo 2010 alle 13:30

    E grazie Maria :-) E forse la presenza del fantasma e del mare sono l’origine del mio ammore per Napoli. Amo sentire che un luogo è animata da un’ombre, un sospiro. Sentire l’invisibile piuttosto che il visibile. Immaginare che anche in pieno luce un fantasma si nasconde tra i passanti,
    nell’apparenza cruda della realtà.

    Il munaciello- credo Che Anna Maria Ortese ha scritto un romanzo dedicato a questo fantasma-

  26. Carlo Capone il 29 marzo 2010 alle 13:53

    Il munaciello è quel fantasma che visita spesso le case dei poveri e al risveglio mattutino fa trovare sotto il cuscino, in genere della donna, un po’ di soldi.

    Molto interessante l’origine da cui si dice discenda questa credenza.

    A causa delle condizioni di profonda indigenza capitava che il marito lavorasse anche o soltanto di notte. La moglie approfittava della sua assenza per ricevere clienti a pagamento. Per non rivelare al marito la provenienza dei soldi diceva che era venuto il munaciello.

    Le case particolarmente infestate dai fantasmi, mi dicevano quando ero ragazzino e abitavo in via Roma, erano quelle in zona Museo ( il museo archeologico), specialmente quelle di via Pessina e di Cisterna dell’olio ( questa strada a Napoli si nomina sempre senza anteporre il ‘via’, chi sa perché) ma celebre per l’infestazione di fantasmi è anche la villa in cima via Tasso, una costruzione liberty preziosissima che guarda tutto il golfo.
    Qui furono girate delle scene macabre di un film dal titolo Giallo Napoletano, con Mastroianni, Michel Piccoli e Capucine. A parere mio modesto, la villa è servita da ispirazione a Giuseppe Montesano per inscenare la sontuosa e pacchiana dimora del Tolomeo nel romanzo ‘Nel corpo di Napoli’.

    Poi c’è tutta la storia dei fantasmi di Eduardo. Qui secondo me c’entra a pieno diritto zio Freud.

  27. véronique vergé il 29 marzo 2010 alle 15:01

    Grazie mille Carlo Capone! Il post nutrisce la mia passione.

  28. francesco pecoraro il 30 marzo 2010 alle 15:01

    “nutre”, non “nutrisce”.

  29. alcor il 30 marzo 2010 alle 15:13

    tash, non dar lezioni di italiano alla Vergé, nutrisce può esser desueto ma è perfettamente corretto.

  30. andrea branco il 31 marzo 2010 alle 00:32

    Io, 6 anni e mezzo fa, ho incontrato un uomo, sulla settantina, a Livorno, in Fortezza Nuova. Pomeriggio, leggevo un libro aspettando la mia ragazza di allora. O meglio, aspettando l’ora di andarla a prendere. Si avvicina quest’uomo, e mi si avvicina, scopro poi, proprio perché stavo leggendo. Segue una discussione sulla sua vita, la sua famiglia, Fortezza Nuova, ed io raccontai un po’ di me ed infine, ecco, lui scriveva poesie. Le tira fuori dallo zainetto, ognuna scritta a mano su un cartoncino, ben in ordine. Se non ricordo male, ne aveva un indice. Mi chiese di sceglierne una, che me l’avrebbe data. Me ne lesse anche un paio, infine scelsi “Autunno”. Lesse anche quella, gesticolando e, a volte, interrompendo la lettura per spiegarmi certi gesti, come ad esempio la sottolineatura di un punto esclamativo, o cose del genere. Poi vide dei suoi amici e ci andò a parlare.

  31. anfiosso il 31 marzo 2010 alle 15:01

    Sì, è l’uscita regolare, da nutr-ire, come consent-isce in luogo di consent-e, ment-isce in luogo di ment-e. Molto bello.
    [alcor, :-D ]

  32. sparz il 31 marzo 2010 alle 17:00

    e capisce in luogo di cape, atterrisce in luogo di atterre, finisce in luogo di fine e soprattutto frinisce in luogo di frine (per non confondersi con la escort d’un tempo…).

  33. alcor il 31 marzo 2010 alle 18:02

    c’è anche la variante antica e letteraria, nudrire o nodrire

    ma io son donna di contado, non letterata, e ruberò a Leonardo:

    La rettitudine della fiamma che si parte dal corpo che la notrisce seguita la linia della velocità d’essa materia

    :-D

  34. anfiosso il 31 marzo 2010 alle 19:36

    sparz, a questo punto anche imbecille in luogo di imbelle.

  35. fem il 31 marzo 2010 alle 20:42

    la ballerina di Maria D’Agostino che fa un cerchio e Vecchiatto narrato da Celati… ogni volta che inciampo in un post di Sparz cado sempre sul morbido :-)

    (P.S: ti riferivi all’entanglement??)

  36. maurobaldrati il 31 marzo 2010 alle 22:10

    @ maria (v)
    scusa, vedo solo ora il tuo commento. Quando stavo per diventarlo, un homeless, perché ero sprofondato nella disoccupazione nera, con uno sfratto esecutivo ecc. questa condizione aveva perso ogni fascino, per transitare nell’incubo. Quindi, diciamo che me la sono cavata, e non dovrebbe più ripresentarsi la minaccia, almeno credo.

    Poi però questo pezzo di sparz ha fatto riemergere il fascino (che è di tipo negativo, è chiaro) del vagabondo, senza casa e senza doveri.

  37. sparz il 31 marzo 2010 alle 23:37

    sì, fem, mi riferivo all’entanglement.
    Anfiosso, dài, non dire così, io ho fatto tutti esempi di verbi in -ire che alla terza singolare del presente indicativo prendono la desinenza “-isce”, non altro; se vuoi fare l’esempio col verbo imbellire devi dire imbellisce in luogo di imbelle, giusto esempio, ma imbecille, scusami, non c’entra.
    Mauro: lungi da me il fascino del vagabondo, Maria D’Agostino non dava l’impressione della vagabonda, era, come dire, una dignitosa persona che andava in giro per la galleria Umberto a vendere le sue poesie

  38. maurobaldrati il 1 aprile 2010 alle 09:10

    Certo, sparz, l’ho detto nel primo commento, sono io che ci ho visto proiezioni mie –

  39. véronique vergé il 1 aprile 2010 alle 11:47

    Grazie Alcor :-)

    Ho fatto una confusione come mi accade spesso e mi sembrava che nutre era troppo povero, magro. In francese nutrition / nutrisce
    con armonia vicina.
    Francesco Pecoraro ha il merito di lasciare nelle mia memoria l’impronta dell’ortografia – nutre – rimane stempato – come orizzonte
    non pensavo che la mia piccola errore sarebbe il sorgente di commenti “acerbi”,
    dove fiorisce la cattiveria, muore l’intelligenza.

  40. anfiosso il 1 aprile 2010 alle 17:54

    Vergé, si stava scherzando, sai?
    Sparz è ancòra lì che si rotola.

  41. anfiosso il 1 aprile 2010 alle 17:56

    (Concorderei anche, se non fossero numerosi i casi in cui l’intelligenza non ha affatto bisogno che la cattiveria fiorisca per latitare, e anche piuttosto tragicamente. E lo dice un cretino, si badi).



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