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da “Wunderkammer”

di Michele Zaffarano

ovvero

come ho imparato a leggere

Se colui che ti parla in modo incomprensibile non sta producendo sintomi di malattia come la tosse o il vomito, ma ti sta parlando o comunicando qualcosa, allora tu lo sleghi.

Sergio Piro

Ci sono delle cose – anche le più astratte o spirituali – che si vivono solo attraverso il corpo. Vissute attraverso un altro corpo non sono più le stesse.

Pier Paolo Pasolini

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Le cose che cambiano e nulla è cambiato. Centinaia di fascine arrossiranno sulle tegole, i mattoni arrossiranno sotto gli occhi di un padrone morente, il fuoco che brilla ancora in gola, ed è un rito lontano, che porta lontano. E bruciano le trame sottili, l’argilla sul fondo del mare, e il tufo che aspetta, che sonda un piccolo sospetto, come il crisocione, il cane dorato, che non vive in branchi. Si va da lavori complessi con i nastri e con il sughero, alla cera d’api, ai vasi. Macerare i fiori per un paio d’ore, chiudere la pomata e gli oli essenziali per qualche giorno, dopo qualche giorno rimangono gli oli, l’elicriso, della famiglia delle Asteraceae, l’anice stellato, il cardamomo, la cannella, l’incenso, poi il fissante, la radice di giaggiolo, e, finalmente, dopo tanti lavori, ai bambini si mostra un amaro sapore. Varrà questa pena, le pene de lo inferno, che più s’impregna e che più lo s’indurisce. Ovvero le valli felici, se le ultime vicende avete seguito.

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Tutto può essere un’altra cosa. La realtà è un’altra cosa. Quel che si vede è quel che non si sa, un ritrovamento casuale, un approdo a forme assenti, a varianti polifoniche, a riferimenti incrociati. E l’assenza è squilibrio, difetto, origine. Quando si esprime, le cose possono svilupparsi seguendo i moti di elementi intesi dentro all’ordine del linguaggio e i tasselli di copertura manifestano qualcosa di originario, qualcosa che fa difetto, una mancanza, una particolare rappresentazione del concetto di assenza. Devi sforzarti di scrivere: smeraldo tra i capelli color di carota, e di scrivere: sono arrivati come una rosa, si sono mostrati come una rosa si mostra. Sbaglia colui che ammette, oppure vuol far credere, di essere di fronte a previsioni sicure. Devi scrivere: venite, venite, stanno sfondando il portone. Devi scrivere che qualcuno scrive: una grande fascia verde. Ma è tanta la notte e molte sono le chiacchiere, l’atmosfera si surriscalda e i modi di dire duplicano il problema, l’asfissia, le soste negli hangar, i falsari opposti con disciplina agli apprendisti. Rispetto a chi ha tinto il blocco di nero, una relazione speciale intercorre attraverso la fenditura, attraverso la perdita di ogni possibile. Il sicuro sdoppiamento della personalità sarebbe allora ottenuto, da una parte, come compimento dei contenuti, e, dall’altra, come risultato del pratico opporsi a un esilio non più simbolizzabile. L’origine, la provenienza, il principio possono far ruotare le riflessioni durante le età ingrate, ma teoricamente le posizioni da cui si scrive sono in perenne migrazione. L’urgenza assume voce e forma, e forma il dolore. Devi imparare a scrivere: si intuisce l’effetto del furore e della collera meglio di quanto non lo si comprenda. Devi imparare a scrivere: esso rende in modo semplice tutti i piccoli misteri interrogativi. Non siamo costretti a parlare, non siamo costretti ad ascoltare. Rimane la questione su che cosa implichi il corpo. Passare, deve passare per l’introiezione, e tante sono le note quanto inesausta la sua furia. Ma quanto può dare affidamento uno strumento tecnico? È consentita la fermezza qualora se ne dimostri l’inutilità, qualora sia fondata l’impossibilità stessa del suo darsi? O quando venga svelata l’intimità fra il suo dolore e la sua ripartizione, la sua riluttanza alla costruzione di un sé epico? Bisognerebbe saper scegliere quello più compatibile. Devi scrivere, come esempio: una luce all’uscita del tunnel, gli stregoni che aspettano al varco, un’ansia tale da non permettere più un’esplicita resa politica. Scrivendo, devi imparare a chiedere: come ci si esprime in questi casi?

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Il rito scelto è questo. Ancora non ci siamo, ma la linea è questa. Questa è la cosa che gratifica lo sforzo sostenuto. Le parole sono le parole di chi si basterà a morbosa curiosità, e gradualmente queste parole si sono già in parte concluse, in parte avverate. L’impressione generale, comunque, è che le strade siano state sgombrate, e che il risveglio non le veda più imbiancate come la sera prima. È tardi, e ci sono grosse pezze di seta sparpagliate ovunque, come se qualcuno, prima, abbia spento la luce. Nonostante tutto, fino a questo momento è stata una sera ben tenuta, i corpi hanno seguito le ombre e ancora non si sa se crolleranno o se saranno riempiti, o se ricominceranno a scrivere. Il fatto che ci si possa entrare un’altra volta, vuol soltanto dire che già prima i palloni erano palloni incantati, e che le storie di magia puoi cominciare fin da ora a controllarle partendo dalla lettera c, dalla figura della constantia. Seguiranno: evoluzioni repentine, momenti drammatici, flebo di massa, fotografie prese in dettaglio, crolli di solfatare, conseguenze terribili, febbri che si diffonderanno a vista d’occhio, epidemie terminali. Oggi stai nel cuore del bosco, dove è così che si mordono le persone, dove è così che si divertono. Ma domani? Ti chiamano agnellino, staremo a vedere. Se vengono loro qui, voglio sentire parole nuove, nuovi coni, concetti rifluiti di corsa dal retro del cervello. Detesto i mutamenti di qualunque tipo, eppure si direbbe che ci sia parecchio movimento in giro. E: devo tornare a casa, è assolutamente ridicolo, devo tornare subito a casa, tira e molla, tira e molla, come me non c’è nessuno. Non riesco a crederci.

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L’autentico. Oppure il libro che non sarebbe mai stato scritto se le parole non avessero assunto questa forma particolare di bêtise. Il lavoro, gli aneddoti raccontati. Nessun dubbio che ciò che viene letto possa finire per restare impresso. Nello stesso tempo, l’ascolto percorre i suoi sentieri, inganna chi resta all’interno dell’ambito. Se ancora, in casa, c’è un ambito, se ancora ci sono le categorie di interesse, i manichini non convenzionali, la possibilità di un racconto pensato per lamentarsi. Nel corso di queste righe, non c’è alcuna intenzione di rivelare fatti intimi, alcun desiderio di esibirsi in modo sconcertante. Di questo parleremo in seguito. Intanto: togliere di mezzo, ripulire con cura, non scrivere nulla per nulla, offrire le stesse astute bêtises del quotidiano, farle durare, sentirle esistere, resistere, e poi eliminarle, parlare, parlare. Spesso capita che dalla scrittura il dubbio su ciò che viene letto sia posto addirittura dagli invitati. Qualcosa di autentico avanza comunque, si rivela.

[Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano, Prosa in prosa, Le Lettere, Firenze 2009]

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11 Commenti

  1. questo testo è pazzesco!!!
    non c’è una frase subordinabile ad un’altra, non c’è modulazione, non c’è teleologia. il soggetto è continuamente ritardato, il senso subisce una continua riformulazione, una posposizione ininterrotta eppure (o meglio: proprio perché) il significato di ogni periodo è ineludibile e irresolubile.
    per riprendere un paragone fatto ai tempi da zaffarano medesimo, è come se avessero preso la casa dei fantasmi, quella che sta un po’ isolata e di fronte a cui tutti passano con timore, l’avessero fatta a pezzi, dissacrata, dispersa, ed eppure i singoli mattoni, le tegole, le intelaiature delle finestre continuassero a pulsare di una vibrazione sinistra, arcana.
    scusate se non misuro gli aggettivi con un amico e collega di antologia, mi rendo conto che suono abbastanza ridicolo, ma ogni volta che leggo queste cose perdo il senso della misura ;-)

  2. anch’io ho amato tantissimo le prose in prosa di michele e devo dire, forse non dovrei, ma lo dico lo stesso, che mi sono anche un po incazzata perchè anch’io avrei voluto postarle ma non ho avuto risposta alla mia mail, mentre inglese ha potuto, perché lui sì e io no?

  3. non è vero. andrea inglese non sa nulla. crede di sapere perchè gli è stato fatto credere. gli è stato detto di credere, e crede di credere. ma non sa nulla. nulla. del resto, per far perdere le tracce, ho già cambiato parcheggio sette volte.

  4. bene, allora michele, per stornare il terribile sospetto – che ci farebbe passare tutti un brutto quarto d’ ora- che sotto sotto covi una questione di genere, che la tua predilezione per l’ inglese si riduca a una faccenda delle più seccanti quali l’ odiosa anatomia e che il mio svantaggio, il sorpasso dipendano dalla mancanza di un pistolino, ti annuncio che ho intenzione di rubartele un giorno o l’ altro senza consenso. dopo di che possiamo fare pure a botte quando vuoi….

  5. a me piace questo incastro meticoloso di parole, il ritmo che toglie il respiro, l’idea di una pagina bianchissima dove tutto è nato, una certa idea di perfezione e di parole giuste che si risolve in una semplicità che apre tutto. quando il mare lo vedi in alto alla montagna.

  6. in rete, e su n.i. in particolare, puoi dire che il cut-up è morto. puoi protestare che la sedicente scrittura di ricerca di taluni italiani sta downloadando l’opera omnia di duchamp mescolando e riportando tutto senza cambiare una virgola. puoi accusare gammm di non aver studiato le tabelline. puoi azzardare che raos e inglese e zaffarano sono gallocentrici, e si menano con bortolotti e giovenale che si fingono anglomani. puoi dire che broggi ricopial’artecontemporanea. puoi rendere pubbliche le tessere della lobby e le foto segretissime dei congiurati gammmi col fez ghepardato che fanno strani fumiganti vudù a benedetto 16. puoi dire che prosa in prosa è stato scritto da una manica di assassini pagati dalla cia per incrementare l’arsenale nucleare dell’iran. puoi fare questo e altro.
    ma non toccare la moto a zaffarano! lì sì che s’incazza. (e scrive su n. i.)

    caro il mio andrea.

  7. Molto apprezzato. testo che a me prsonalmente fa venire voglia di scrivere, quindi è davvero prezioso. dirò una banalità però mi ha ricordato certi raccontini di kafka.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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